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in 2015
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A. VENTURI
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STORIA DELL’ARTE
ITALIANA
IX.
LA PITTURA DEL CINQUECENTO
Parte III.
CON 743 INCISIONI IN FOTOTIPOGRAFIA
ULRICO H0EPL1
EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
1928
Pria** ,ta,y
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
GRAFÌA, S. A. I. INDUSTRIE GRAFICHE
Roma, Via Ennio Quirino Visconti, 13-A.
THE LIBRARY
brigham yuung università
PROVO , UTAH
INDICE
i
Pag. i
Giorgione
Prospetto cronologico della vita e delle opere.
- L’opera: Posizione di Venezia e di Firenze nella
civiltà italiana del Rinascimento - Giorgione: sposta-
mento del centro estetico del dipinto dal disegno al
colore, dal colore al tono - Avvento di Giorgione e
grandezza cinquecentesca dell’arte veneziana — Il tono,
universale linguaggio della pittura veneziana - La
Giuditta di Pietrogrado, ancora memore della tradizione
quattrocentesca - Concezione nuova della pala d’altare
nel quadro della chiesa di Castelfranco, dipinto verso
il 1504 - Il paese protagonista nella Tempesta di
Casa Giovanelli - Disegno, nella Raccolta Bòhler a
Monaco di Baviera, prossimo di tempo al quadro della
Tempesta: Fiume e campi intorno alle mura di Castel-
franco - I tre Astrologhi, nel Museo Storico Artistico di
Vienna - Disegno per la testa di uno degli Astrologhi
nella Scuola Nazionale di Belle Arti a Parigi - Il ri-
tratto di Giovane a Berlino, tipo ideale di nobiltà - Il
ritratto del Cavaliere di Malta nella Galleria degli Uffizi
a Firenze e l’altro di Gentiluomo nella Collezione Alt-
mann a New York. Venere dormiente nella Galleria di
Stato a Dresda - La pala del Museo del Prado a Madrid .
- Il Concerto campestre del Museo del Louvre - Il Cri-
sto portacroce di San Rocco a Venezia, e altre pitture note
solo traverso copie e stampe - Epilogo.
— vi-
li ... . Pag. 47
Mutamento del gusto nei pittori quattrocentisti
Tendenze giorgionescbe nelle ultime opere di Giovanni
Bellini e nei seguaci di questo maestro, in Basaiti e in
altri primitivi anonimi seguaci di Giorgione.
Ili Rag. 71
Sebastiano del Piombo nel periodo veneziano
Imitazioni da esemplari di Giambattista Cima -
Interpretazioni sicure dell’arte di Giorgione - Lo spe-
gnersi in Sebastiano degli influssi giorgioneschi a Roma,
dove l’eclettico pittore è trascinato nella cerchia di
Raffaello e di Michelangelo.
IV
Pag. 93
Tiziano Vecellio
Prospetto cronologico della vita e dell’opera di Ti-
ziano. Bibliografia - L’opera: Tiziano prima dell’accosta
mento a Giorgione, nel quadro di Anversa - Approssi-
mazione all’arte del Pittore da Castelfranco nella Zin-
gare Ila di Vienna, nel ritratto dell 'Ariosto a Londra, negli
affreschi del Santo a Padova, nella Gloria di San Mar-
co della chiesa di Santa Maria della Salute a Ve-
nezia, nel Presepe della Galleria Nazionale di Londra,
nelle Tre Età di Bridgewater House, nel Noli me tangere
a Londra - Intensità di contrasti d’ombra e luce, pie-
nezza di modellato nelle Sacre Conversazioni del Lou-
vre e del Prado, nei ritratti dell’Uomo dal guanto al
Louvre, di Tommaso Mosti nella Galleria Pitti, di
Hampton Court, del Medico Parma a Vienna, del Genti-
luomo con spada nella Galleria di Monaco, nella Sacra
Conversazione e nel Cristo della Moneta a Dresda - Splen-
dore aureo del tono nel cosidetto Amor Sacro e Profano
della Galleria Borghese e nella Flora degli Uffìzi - Affer-
— VII
mazione sempre più nitida della personalità di Tiziano
di fronte a quella di Giorgione, per effetti di movimento
appassionato e grandioso ne\Y Assunta dei Frari, per
contrapposti di tono nella Sacra Famiglia con Santa Ca-
terina della Galleria Nazionale di Londra - Luci e om-
bre, attori del dramma nella pala di San Domenico di
Ancona, nel trittico dei Santi Nazaro e Celso a Brescia,
nella pala del Vaticano, nella Deposizione del Louvre -
Visione atletica della forma nel San Cristoforo di Pa-
lazzo Ducale - Solennità di ritmo architettonico nella
pala di Ca’ Pesaro - Ritorno alle abbaglianti scenografie
con V Assunta della Cattedrale di Verona, il San Giovanni
Elimosinario a Venezia, il San Pietro Martire e la Batta-
glia di Cadore — Grandezza compositiva della Presenta-
zione al Tempio - Fasto cromatico nei ritratti di Fede-
rico Gonzaga al Prado, della Bella a Pitti, della Venere
agli Uffizi - Atmosfere penombrate e attenuazioni cro-
matiche nei ritratti di Carlo V col cane e di Ippolito de ’
Medici, nell’allegoria in onore di Alfonso d' Avolo s - Ri-
tratti di questo periodo: Francesco I, Francesco Maria
della Rovere, Isabella d’Este, la Piccola Strozzi, Pier Luigi
Farnese - L’ Allocuzione del Marchese del Vasto — Ri-
tratto di Pietro Aretino - Il michelangiolismo nella
opera di Tiziano: Cristo coronato di spine al Louvre, il
Sansone della Galleria Borghese, il Fiume della Galleria
di Napoli - Sviluppo del principio luministico nel ri-
tratto di Paolo III fra i nipoti, nel secondo ritratto di
Pier Luigi Farnese, nella Danae della Galleria di Napoli
- Altri esempi di titanismo michelangiolesco nel soffitto
di Santa Maria della Salute a Venezia - Interpretazione
idealistica della personalità di Carlo V nei ritratti di
Monaco e del Prado - Trasparenze luminose di carni
e stoffe in Venere e la Musica del Prado — Dopo un ri-
torno momentaneo al fasto cromatico e alla rappre-
sentazione schietta immediata del soggetto ne\V Autori-
tratto e nel Ritratto di Lavinia a Berlino, riappaiono le de-
licate velature atmosferiche nell’effige di un Gentiluomo
al Louvre, in Filippo II e in Isabella di Portogallo al
Prado, nel cosidetto Inglese, nell’ Ultima Cena di Ur-
bino - La stessa oscillazione fra il pieno trionfo di un
colore squillante alla luce e l’attenuazione cromatica ot-
— Vili —
tenuta mediante nebulose atmosfere si ripete nel ri-
tratto di Giovanni d' Acquaviva a Cassel e nella Gloria
del Prado, di fronte al Perseo liberatore di Andromeda
nella Galleria Wallace di Londra, allevato con Giove e
Antiope nella Galleria di Monaco, all’Addolorata del Pra-
do - Atletismo michelangiolesco delle forme di Prome-
teo e di Sisifo al Prado - Contrasti di luce e. ombra nel
San Girolamo di Brera, nella Santa Margherita del Prado,
nel Martirio di San Lorenzo a Venezia - Allungamento
di forme in Diana e Calisto e in Diana e Atteone di Casa
Bridgewater a Londra, nell' Orfeo del Prado, nella Ma-
donna di Monaco - Si avvicina l’ultima fase dell’arte di
Tiziano con la Deposizione del Prado, l’Annunciazione
di Napoli, la Sapienza nel Palazzo Reale a Venezia, il
Ratto d’Europa a Boston, il Piccolo tritone a Budapest,
il San Girolamo del Louvre, i due Crocefissi di Ancona e
di Madrid, visioni schiarate da bagliori entro tumide
atmosfere - Nell’ultimo periodo, ogni solidità formale
si disperde nell’atmosfera, così in Venere che benda Amore
della Galleria Borghese, nel San Domenico della Galleria
stessa, nel San Sebastiano del Romitaggio, nel quadro
Ninfa e Pastore a Vienna, nel l’Eden e nel V Autoritratto al
Prado, nel l’ Incoronazione di spine a Monaco, nella Ma-
donna Mond e nella pala di Pieve di Cadore - L’ultima
pittura di Tiziano: la Pietà della Galleria di Venezia -
Epilogo - Catalogo delle opere.
V
Pag. 387
Jacopo Palma il Vecchio,
il Cariani e Bernardino Licinio
Jacopo Palma il Vecchio: La Vita - Regesti. Bi-
bliografìa - L’Opera: Quadri primitivi - Tenace ade-
rire del Palma alla tradizione quattrocentesca - Come
Tiziano giovane, egli afforza gli effetti d’ombra e luce;
si vale del tono per aumentar lo splendore delle vaste
superfici cromatiche - Di qui una deviazione dal gior-
gionismo puro - Periodo del maggiore accostamento a
Giorgione - Pieno sviluppo dell’arte del Palma - Epi-
logo - Catalogo delle opere.
IX —
Giovanni Buri, detto II Cariani: La Vita - Biblio-
grafia - L’opera: Affinità col Previtali nell’educazione
pittorica - Influsso di Lorenzo Lotto e del Palma -
Influssi d’arte bresciana - Eclettismo: echi di Gior-
gione, Sebastiano, Romanino, Palma - Catalogo delle
opere.
Bernardino Licinio: La Vita - Bibliografia - La
Opera - Accenni giorgioneschi nel ritratto di Stefano
Nani della Galleria Nazionale di Londra e nel Concerto
di Hampton Court - Impronte del Pordenone, del
Palma e di Tiziano - Catalogo delle opere.
VI Pag. 483
Domenico Mancini, Giulio e Domenico Campagnola,
Girolamo dal Santo,
Domenico Capriolo, il Morto da Feltre
Domenico Mancini: Notizie — Bibliografia - L’opera:
la Madonna di Lendinara (1511); il quadro già nella Col-
lezione Scarpa; i ritratti del Principe Giovanelli (?),
del Romitaggio (1512), di Monaco di Baviera (?).
Giulio Campagnola: Notizie - Bibliografia - L’opera
d’incisore — Incertezza sulla sua esecuzione di pitture.
Domenico Campagnola: Notizie - Bibliografia - Suoi
affreschi nella Scuola del Santo, in quella del Carmine
e in Santa Croce a Padova - Quadri dalla pala di Praga
a quella Johnson a Filadelfia - Catalogo.
Girolamo dal Santo: Notizie - Bibliografia - Dalle
prime opere sotto influssi vicentini alle ultime ispirate
dal Savoldo, da Palma il Vecchio e da Tiziano - Ca-
talogo.
Domenico Capriolo: Notizie - Bibliografia - Le Na-
tività e il Ritratto a Barnard Castle del 1528 - Cata-
logo.
Lorenzo Luzzo, detto il Morto da Feltre: Regesti -
Bibliografia - L’opera: Pala d’altare a Berlino (1511)
e le altre pale di Feltre e di Villabruna - Affresco della
chiesa d’Ognissanti a Feltre, suo capolavoro - Cata-
logo.
X
VII ... Pag. 561
Pellegrino da San Daniele,
il Pordenone, Minori Friulani
Martino da Udine detto Pellegrino da San
Daniele: Regesti - Bibliografia - Opere primitive di
stampo arcaistico: la pala della chiesa di Osoppo, i
primi affreschi del coro di Sant’Antonio a San Daniele
nel Friuli, la. Madonna e Santi nella Galleria Nazionale
di Londra, la pala di San Giuseppe nel Duomo di Udine —
Qualche accenno ad ampliamento della forma e a fu-
sione di note cromatiche nei frammenti di polittico nel
Museo di Cividale, nella pala del Duomo di Aquileia
e negli affreschi del secondo periodo nel coro di Santo
Antonio a San Daniele - Pieno sviluppo dell’arte di
Pellegrino negli affreschi sulle pareti e nell’arco trion-
fale della chiesa di Sant’Antonio suddetta, nel trittico
di Lady Bel per - Ritorni a vecchie forme tlz\Y Annun-
ciazione della Galleria di Venezia e in alcuni frammenti
di polittico nel Musèo Civico di Udine - Evocazione del
periodo migliore dell’arte di Pellegrino a San Daniele,
nella pala di Santa Maria de’ Battuti in Cividale - Deca-
denza negli affreschi manieristici delle pareti del coro
di San Daniele.
Giovanni Antonio da Pordenone: Notizie - Bi-
bliografia - L’opera: Primo saggio (1506), il giovanile
ciclo di pitture a Coll alto - Il Pordenone giorgionesco
- Influssi d’arte romana - Affermazione della irruenza
dei suoi ritmi compositivi nella cappella Mal chiostro
a Treviso - Degenerazione in manierismi negli affreschi
eseguiti per il Duomo di Cremona, affinità coi pittori vero-
nesi nella pala del Duomo stesso — Slanci della imma-
ginazione focosa del Pittore nelle ante d’organo di Spi-
limbergo - Ritorni all'antico nelle chiese di Treviso,
Pinzano, Varmo - Concezione architettonica della Giu-
ditta Holford — Eclettismo pordenoniano: influenze ti-
zianesche, correggesche, impressione dell’opera di Mi-
chelangelo a Roma e di Giulio Romano a Mantova -
Capolavori dell’ultimo periodo a Cortemaggiore e impo-
— XI —
Vili
nenza plastica delle forme del Pordenone - Sviluppo
del barocco delle ultime opere - Epilogo - Catalogo
delle opere.
Minori friulani: Luca Monverde, Giovanni Maria
Zaffimi, Sebastiano Florigerio, Pomponio Amalteo.
Pag- 745
Gian Girolamo Savoldo, il Romanino
e i suoi seguaci
Gian Girolamo Savoldo: La vita — Bibliografia
- L’opera: Ricerche d’interpretazione grafico-luminosa
della forma e delle variazioni di superficie nelle prime
opere di carattere lombardo con qualche reminiscenza
toscana - Trasparenze d’ombra e tonalità argentine
affini a quelle del Lotto - Motivi giorgioneschi di ri-
flessione entro specchi e di notturni, che divengono par-
ticolari della visione di Girolamo Savoldo - Tendenza
luministica volta ad effetti di risalto plastico e di super-
ficiali variazioni cromatiche - Al contrario dei giorgio-
neschi, inclini a sfumar i contorni nell’atmosfera colo-
rata, il Savoldo si vale dei contrapposti d’ombra e luce
per circoscrivere e precisare la visione degli oggetti -
Eccezione il Flautista di Casa Agnew - Schematismo di
composizione e addensamento del colore nella Natività
di Torino, nel San Paolo di Lord Lee, n éìV Ebbrezza di
Noè e in altre opere tarde del pittore - Capolavoro
dell’ultimo periodo: la Visione di San Matteo a New
York, la Veneziana in iscialle di Berlino - Breve de-
cadenza nelle ultime opere - Epilogo - Catalogo delle
opere.
Girolamo di Romano, detto il Romanino: Notizie
della vita - Bibliografia - L’opera: Rispondenze delle
opere giovanili del Bresciano con quelle del Boccaccino
e con la tradizione lombarda del Foppa — Influssi por-
denoniani, e, indiretti, da Giorgio da Castelfranco; vi-
vezza accresciuta del colorito, pastosità del modellato
-Accentuazione dell’effetto di movimento - Dilatazione
delle forme e intenerimento cromatico; influsso delle
incisioni tedesche - Agglomeramento di forme mas-
XII —
sicce e grandiose, ispirate per gli effetti di luce a Girolamo
Savoldo - Accostamento a Tiziano - Massima espan-
sione delle figure e soffocamento dello spazio — Ultima
opera - Catalogo.
Seguaci del Romanino: Calisto Piazza, Ferramola,
Andrea da Manerbio, Francesco Prato, Gualtiero Gual-
tieri.
IX
Pag. 867
I Caroto, il Cavazzola, il Torbido veronesi
Giovanni t Caroto: Notizie - Bibliografia - L’opera:
Commistione di elementi veneti e lombardi - Catalogo.
Giovanni Francesco Caroto: Notizie - Bibliografia -
L’opera: Forme iniziali con caratteri desunti da Liberale
- Influenze della pittura raffaellesca ed eclettismo del
Maestro - Catalogo.
Paolo Morando, detto II Cavazzola: Notizie - Bi-
bliografia - L’opera: Esordio sulle tracce di Francesco
Morone e di Girolamo dai Libri - Sintetismo di colore
e di forma nelle scene della Passione del Museo veronese
e nel Gattamelata della Galleria degli Uffizi - Influenza
della Scuola Romana - Catalogo.
Francesco Torbido, detto II Moro: Notizie - Bi-
bliografia - L’opera: Ricordi dell’arte di Liberale nelle
prime opere del pittore - Tentativi di accostamento ai
modelli giorgioneschi - Catalogo.
X
Pag. 921
I due Dossi
Giovanni Luteri, detto Dosso Dossi: Notizie - Bi-
bliografia - Opere aderenti al giorgionismo tizianesco -
Affogamento della plasticità delle forme sfavillanti -
Monumentalità di composizione - Ebbrezza coloristica -
Larga determinazione di paese - Suoi ritratti - Epilogo -
Catalogo.
Battista di Dosso: Notizie - Bibliografia - L’o-
pera: Vi si scorgono caratteri raffaelleschi? - Ove si
— XIII —
riconosce Battista di Dosso - Sua traduzione di un di-
segno del fratello - Catalogo delle opere.
XI
Pag. 990
Paris Bordon, Bonifazio de’ Pitati,
Antonio Nigreti, Polidoro da Lanciano
Paris Bordon: Notizie - Bibliografia - L’opera: Pitture
sotto l’influsso di Tiziano, dei Bresciani, del Pordenone -
Capolavoro del Pescatore che consegna l'anello al Doge,
e altri dipinti circa dello stesso tempo e successivi -
Manierismi - Catalogo.
Bonifacio de’ Pitati, detto Bonifacio Veronese:
Notizie - Bibliografia - L’opera: Suoi dipinti sotto gli
auspici di Palma il Vecchio e di Tiziano - Talento deco-
rativo nelle allegorie delle Stagioni e nella traduzione
di fatti biblici in scene di vita veneziana - Suo capo-
lavoro: il Convito del Ricco Epulone - Catalogo.
Antonio Nigreti, detto Antonio Palma: Notizie -
Bibliografia - L’opera: Saggi del seguace di Bonifacio
Veronese - Suo accademismo - Catalogo.
Polidoro da Lanciano, detto Polidoro Lan-
zani: Notizie [- [Bibliografia - Reminiscenze raffaelle-
sche - Studio degli esempi veneziani - Catalogo.
INDICE DEI LUOGHI
I numeri più scuri indicano le figure, gli altri le pagine del testo.1
Alviano (Marche)
Chiesa parrocchiale
Pordenone: Madonna col Bam-
bino e due Santi, 664-665,
439.
Ancona
Chiesa di S. Domenico
Tiziano: Pala d’altare, 257, 131.
Pinacoteca
Tiziano: Crocefisso, 359, 217.
Anversa
Galleria
Tiziano: Jacopo Pesaro, 183, 65.
Aquileia
Duomo
Martino da Udine: Pala d’al-
tare, 602, 393.
Augsburg
Galleria
Torbido F.: Trasfigurazione, 916,
637.
Bayonne
Museo Bonnat
Giorgione (?): Disegno di un
San Rocco, 38.
Tiziano: Disegno del Battista
e di 5. Girolamo, 343, 204.
Bergamo
Accademia Carrara
Basaiti M.: Cena in Emaus, 55,
34.
Id.: Uomo coi guanti, 55, 35.
Battista di Dosso: Madonna
e Santi, 989, 678.
Cariani G.: Giovanni Benedetto
Caravaggio, 444, 287.
Id.: Sacra Conversazione, 445,
288.
Id.: Santi Caterina e Stefano,
446, 290.
Id.: Madonna col Bambino e
un divoto, 447, 291.
Id.: Testa d'uomo, 455, 298.
Id.: Ritratto muliebre, 463, 306.
Caroto G. B.: Adorazione de ’
Magi, 887, 612.
Id.: Strage degl'innocenti, 888,
613.
Morando P.: Dama in turbante,
907, 630.
Palma J.: Madonna e Santi,
396, 242.
Romanino: Ritratto, 810, 552.
Chiesa di S. Alessandro in Colonna
Romanino: Assunzione, 87, 558.
1 Nell’indice dei luoghi, sono notati soltanto i dipinti dei quali è fatta particolare men-
zione, non tutti quelli indicati nei singoli cataloghi delle opere degli artisti.
— XVI —
Raccolta privata
Savoldo G. G.: Ritratto, 754,
507.
Berlino
Friedrichs Museum
Cariarli G.: Ritratto, 457, 300.
Id. : Donne in un paese, 459, 302.
Dosso Dossi: Ritratto dell’Am-
miraglio Giovanni Moro, 971,
673.
Florigerio S.: San Sebastiano,
740, 500.
Giorgione: Ritratto, 25, 10.
Luzzo L.: Pala d’altare, 551,
375.
Palma J.: Madonna col Bam-
bino, 391, 239.
Id.: Ritratti, 406, 253, 432, 279.
Paris Bordon: Pala d’altare,
1001, 685.
Id.: Pala d’altare, 1023, 707.
Pordenone: Ritratto, 720, 448.
Romanino: Madonna e Santi,
814, 557.
Id.: Salomè, 824, 565.
Id.: La Pietà, 848, 590.
Savoldo G. G.: La Deposizione,
766, 516.
Id.: Maddalena, 784, 534.
Tiziano: La Piccola Strozzi, 290,
158.
Id.: Lavinia, 317, 179.
Id.: Autoritratto, 319, 180.
Raccolta del Duca di Cumber-
land (Vendita della)
Sebastiano del Piombo: Sacra
Conversazione, 84, 58.
Barnard Castle
Raccolta Bowel
Capriolo D.: Ritratto, 548, 374.
Besancon
Museo Artistico
Anonimo giorgionesco: Ebbrezza
di Noè, 67, 45.
Boston
Museo Gardner
Paris Bordon: Cristo fra i Dot-
tori, 1023, 704.
Giorgione (attr. a) Cristo por-
tavoce, 55.
Tiziano: Ratto d’Europa, 357,
214.
Brescia
Chiesa di S. Francesco
Romanino: Pala d'altare, 804,
549.
Id.: Abside, 829, 571.
Chiesa di S. Giovanni Evangelista
Romanino: Sposalizio della Ver-
gine, 825, 566.
Id.: Resurrezione di Lazzaro,
826, 567.
Id.: Cena in casa del Fariseo
826, 568.
Id.: S. Matteo, 829, 570.
Chiesa di S. M. in Calcherà
Romanino: Messa di S. Apol-
lonio, 829, 572.
Chiesa dei Santi Nazaro e Celso
Tiziano: Pala d’altare, 260, 132.
Chiesa di S. Rocco
Romanino: Pala d’altare, 801,
543.
Congrega di Carità Apostolica
Romanino: Madonna col Bam-
bino, 843, 584.
Galleria Tosio e Martinengo
Piazza C.: La Vergine col Bimbo
e Santi, 857, 595.
Romanino: Ritratto di Genti-
luomo, 823, 564.
Id.: Cristo portacroce, 839, 579.
Id.: I Santi Faustino e Giovita
e la SS. Croce di Brescia, 841,
580.
Id.: La Natività, 843, 583.
Id.: La Cena m casa del Fari-
seo, 848, 588.
— XVII —
Romanino: La Cena in Emaus,
848, 589.
Savoldo G. G.: Presepe, 785,
535.
Budapest
Galleria di Belle Arti
Anonimo giorgionesco: Ritratto,
70, 47.
Boccaccino: Il Bambino, la Ver-
gine e Santi, 797, 538.
Bonifacio de’ Pitati: Primavera,
1042, 722.
Id.: Allegoria dell'Inverno, T042,
723.
Campagnola D.: Sacra Famiglia
e Santa, 519, 348.
Dosso Dossi: Madonna col Bam-
bino, Santi, Vescovo e An-
giolo, 937, 640.
Giorgione (copia da): Fram-
mento del Ritrovamento di
Paride, 42, 21-22.
Lanzani P.: Madonna e S. Lu-
dovico, 1064, 739.
Paris Bordon: Ritratto di donna,
1015, 698.
Piazza C.: Tre Santi, 861, 596.
Romanino: Ritratto d’ignoto,
810, 551.
Tiziano: Piccolo tritone, 357,
215.
Raccolta Lederer
Romanino: Madonna, 841, 582.
Raccolta Rath
Sebastiano del Piombo: Mezza
figura muliebre, 84, 57.
Calvisano
Chiesa parrocchiale
Romanino: Sposalizio di Santa
Caterina, 829, 573.
Cambridge
Fitzwilliam Museum
Palma J.: Venere, 418, 264.
Pordenone: Adorazione de’ Ma-
gi, 713, 482.
Cassel
Galleria
Romanino: 5. Pietro e 5. Paolo,
803, 545-546.
Tiziano: Giovanni Francesco di
Acquaviva, 331, 192.
Castelfranco
Chiesa
Giorgione: Madonna tra i Santi
Francesco e Liberale, 14, 3-5.
Castel Roganzuolo
Chiesa
Pomponio Amalteo: Affreschi
744- 502.
Chatsworth
Raccolta del Duca di Devonshire
Cariani G.: Cavaliere, 458, 301.
ClVIDALE NEL FRIULI
Chiesa di S. M. de’ Battuti
Martino da Udine: Trittico,
623, 415.
Museo
Martino da Udine: Santi Giovan-
ni Battista, Benedetto e Giov.
Evangelista, 596, 390-392.
ClZZAGO
Chiesa parrocchiale
Romanino: Cristo morto, 848,
591
COLLALTO
Chiesa di S. Salvatore
Pordenone: Resurrezione di Laz-
zaro (affresco), 641, 418.
Id.: Fuga in Egitto, 641, 419.
Id.: Pala d’altare, 642, 420.
CONEGLIANO
Villa Viola
Pordenone: Particolari di af-
freschi, 682, 453-454.
— XVIII —
Cortemaggiore
Chiesa dei Francescani
Pordenone: Affreschi, 714, 483-
485.
Id.: Cupola della cappella della
Concezione, 714, 486-487.
Id.: La Pietà, 721, 489.
Cremona
Duomo
Pordenone: Pitture della na-
vata, 672, 444-447.
Id.: Deposizione, 676, 448.
Id.: Pala d’altare, 676, 452.
Romanino: Scene della Pas-
sione di Cristo, 820-822, 560-
563.
CURZOLA
Chiesa della Concezione
Martino da Udine: Frammento
di trittico, 629.
Dresda
Galleria di Stato
Battista di Dosso: La Pace *
991, 679.
Dosso Dossi: S. Giorgio, 944, 648.
Id.: 5. Michele, 951, 654.
Id.: Concezione della Vergine,
954» 655.
Id.: I Quattro Padri della Chie-
sa, 956, 656.
Id.: La Giustizia, 961, 659.
Id.: Ora che guida il carro di
Apollo, 961, 660.
Giorgione: Venere, 30-32, 14-15.
Id. (copia di un perduto quadro |
di): L’oroscopo, 42, 24.
Licinio B.: Ritratto di Dama,
476, 313.
Palma J.: Incontro fra Giacobbe
e Rachele, 401, 247.
Id.: Venere, 416, 263.
Id.: Le Tre Sorelle, 430, 278.
Tiziano: Sacra Conversazione,
216, 92.
Id.: Cristo dalla Moneta, 218, 93.
Edolo
Chiesa di San Giovanni
Romanino: Affreschi e trittico,
803.
Escuriale
Sacrestia e Sale Capitolari
Tiziano: Cristo in croce, 363,
218.
Id.: Ultima Cena, 363, 220.
Feltre
Chiesa d’Ognissanti
Luzzo L.: Cristo risorto e Santi,
359» 379.
Museo Civico
Luzzo L.: Pala d’altare, 553,
375-376.
Pordenone: Deposizione, 645-
647, 423-424.
Ferrara
Galleria dell’Ateneo
Dosso Dossi e collaboratori:
La Vergine in trono con Santi
' 965, 668.
Filadelfia
Pensylvania Museum
Romanino: Una donna, due
putti e un alabardiere, 801,
542.
Raccolta Johnson
Campagnola D.: Sacra Conver-
sazione, 522, 357.
Firenze
Galleria Pitti
Anonimo veneto del sec. xvi:
Le Tre Età dell’uomo, 560,
381.
Bonifacio de’ Pitati: Riposo
sulla via dell’Egitto, 1037,
716.
Dosso Dossi: Ninfa e Satiro,
941, 642.
Id.: Il Battista, 943, 646.
Id.: Una stregoneria, 973, 674.
XIX
Paris Bordon: Nutrice di Casa j
Medici, ioio, 69 .
Tiziano: Il Concerto, 209, 83-84,
Id. : Tommaso Mosti, 21 1, 87-88.
Irì.: Ritratto di Gentildonna,
detta La Bella, 279, 146-147.
Id.: Cardinale Ippolito De ’ Me-
dici, 284, 152.
Id.: Ritratto dell'Aretino, 298,
163.
Id.: Sansone uccide un filisteo,
310, 174.
Id.: Ritratto d’7 ppolito Rimi -
naldi, 325, 185-186.
Galleria degli Uffizi
Anonimo giorgionesco: Prova
del fuoco di Mose, 62, 41.
Id.: Giudizio di Salomone, 62,
42.
Giorgione: Ritratto di un Ca-
valiere di Malta, 28, 11-12.
Licinio B.: Madonna col Bam-
bino e S. Francesco, 48^, 317.
Morando P.: Cavaliere con lo
scudiero, 900, 624.
Paris Bordon: Ritratto d’uomo,
1016, 699.
Pordenone: Disegno per la Na-
tività, 700, 469.
Savoldo G. G.: Trasfigurazione,
779, 528.
Id.: Disegno per il 5. Girolamo,
780, 530.
Sebastiano del Piombo: Ri-
tratto detto dell 'Uomo ma-
lato, 86, 59.
Tiziano: Madonna detta delle
Rose, 190, 67-68.
Id.: Flora, 230, 103-104.
Id. (copia da): Battaglia di Ca-
dore, 272, 142.
Id.: Venere, 281, 148-149.
Id.: Francesco della Rovere Duca
d’ Urbino, 288, 1^5.
Id.: Duchessa d’ Urbino, 289,
156.
Raccolta Loeser
Savoldo G. G.: Il Profeta Elia,
749, 504.
Francoforte
Museo Stàdel
Palma j.: Due Bagnanti, 425,
272.
Tiziano: Studio per la Madonna
detta delle Ciliege, 203, 79.
Genova
Palazzo Rosso
Paris Bordon: Ritratto di Gen-
tiluomo, 1010, 690.
Glascow
Galleria
Palma J.: Sacra Conversazione,
401, 246.
Romanino: L’ Adultera, 812, 553.
Hampton Court
Galleria Reale
Anonimo del sec. xvi: Concerto,
560, 380.
Dosso Dossi: Sacra Famiglia,
964, 665.
Licinio B.: Scena galante, 471,
309
Savoldo G. G.: Adorazione del
Bambino, 756.. 510.
Tiziano: Ritratto, 214, 89.
Torbido (?): Testa di pastore,
916, 635
Kingston Lacy (Inghilterra)
Casa Bankes
Anonimo giorgionesco: Giudizio
di Salomone, 503, 335.
Lendinara
Chiesa di S. Sofia
Mancini D.: La Vergine col
Bambino in trono, 484, 319.
Leningrado
Romitaggio
Dosso Dossi: Sibilla, 947, 650.
Giorgione: Giuditta, 11, 1-2.
Mancini D.: Ritratto, 489, 322.
XX
Palma J.: Ritratto, 42 7, 276.
Id. : Madonna, 430, 277.
Tiziano: Venere allo specchio,
327, 191.
Id.: Danae, 337, 198.
Id.: S. Sebastiano, 367, 225.
Lione
Galleria
Palma J.: Ritratto, 432, 280.
Lodi
Chiesa dell’Incoronata
Piazza C.: Nascita di S. Gio-
vanni Battista, 857, 594.
Londra
Bridgewater House
Tiziano: Le Tre Età, 200, 76.
Id.: Venere Anadiomène, 254,
130
Id.: Diana e Calisto, 348, 207.
Id.: Diana spiata da Atteone,
349, 208.
Buckingam Palace
Romanino: Ritratto d 'Uomo ac-
conciato alla carnevalesca, 814,
556
Casa Agnew
Savoldo G. G.: Il Flautista,
768, 521.
Cohen Luisa e Lucia
Tiziano: Disegno d’un Cupido,
245, 121.
Collezione Holford (già)
Pordenone: Salomè, 693, 462.
Romanino: Ritratto, 846, 585.
Conte di Yarborough
Tiziano: Cupido che suona la
mandola, 246, 122.
Galleria Nazionale
Anonimo belliniano: Madonna
del Cavaliere, 52, 32.
Anonimo giorgionesco: Epifa-
nia, 60, 38.
Anonimo giorgionesco: Omaggio
a un poeta, 64, 43.
Id.: Santo Cavaliere, 67, 44.
Càriani G.: Ritratto, 456, 299.
Dosso Dossi: Adorazione dei
Magi, 964, 667.
Licinio B.: Ritratto di Stefano
Nani, 471, 308.
Martino da Udine: Madonna e
Santi, 596, 388.
Melone A.: Pellegrini in Emaus,
863, 598
Palma J.: Due Ninfe e un Pa-
store, 423, 270.
Id.: Ritratto di Poeta, 427, 273.
Paris Bordon: Ritratto di Si-
gnora, 1028, 712.
Romanino: Natività e Santi,
829. 574.
Savoldo G. G.: La Maddalena,
763, 516*.
Id.: 5. Girolamo, 779, 529.
Sebastiano del Piombo: Pietà,
71, 48.
Id.: S adorne, 82, 55.
Tiziano: Ritratto detto dello
Ariosto, 190, 69.
Id.: Sacra Famiglia adorata da
un pastore, 199, 75.
Id.: Noli me tangere, 202, 77.
Id.: Sacra Famiglia con Santa
Caterina, 238, 119.
Id.: Il Corteo di Bacco e Arianna
252, 128-129
Id.: Madonna, 378, 233.
Torbido F.: Ritratto del Fra-
castoro, 916, 636.
Museo dell’Accademia
Palma J.: Temperanza, 425, 271.
Museo Wallace
Tiziano: Perseo che libera An-
dromeda, 334, 194.
Raccolta Allendale
Anonimo giorgionesco: Nati-
vità, 60, 39-6 t,
Raccolta di Ladv Belper
Martino da Udine: Tre Santi
617, 408
XXI —
Raccolta Benson (già nella)
Anonimo giorgionesco: Sacra
Famiglia , 58, 37.
Basaiti M.: Ritratto, 56, 36.
Bonifacio de’ Pitati: Cerere,
1042, 720.
Id. : Rappresentazione allegorica
di Bacco, 1042, 721.
Cariani G.: Madonna, col Bam-
bino e due Divoti, 454, 296.
Id.: Gentiluomo, 455, 297.
Dosso Dossi: Circe, 937, 639.
Lotto L.: Madonna e Commit- j
tenti, 74, 50.
Palma J.: Sacra Conversazione,
407, 254.
Romanino: Favola di Pane e
Siringa e Favola di A pollo e
Dafne, 800, 540-541.
Id.: Resurrezione, 835, 575.
Raccolta Brownlow
Anonimo giorgionesco: Presepe,
60, 40, 62.
Dosso Dossi: Orlando contro Ro-
domonte, 968, 671
Raccolta Heseltine
Anonimo belliniano: Sacra Fa-
miglia, 51, 31.
Raccolta Landsdowne
Palma J.: Concerto campestre,
420, 269
Raccolta Lord Lee of Fareham
Palma J.: Venere, 418, 265.
Savoldo G. G.: 5, Paolo, 775,
525.
Raccolta Nicholson
Pordenone: Santo Vescovo, 725,
491
Tiziano: Giuditta, 367, 227.
Raccolta Northampton
Dosso Dossi: Antiope dormien-
te, 961, 663.
Raccolta di Sir Rennel Rodd
Palma Jacopo: Copia di un
S. Girolamo di Giorgione (?),
42, 23.
Love re
Chiesa di S. M. in Valvendra
Romanino: S. Faustino e San
Giovila, 803, 547-548
Galleria Tadini
Paris Bordon: Pala d'altare,
1000, 684
Lucerna
Raccolta Bdhler
Giorgione: Disegno, 22, 7.
Madrid
Galleria del Prado
Giorgione: Anconetta, 33, 16.
Licinio B.: Dama con libro,
477, 314
Tiziano: Sacra Conversazione ,
207, 82.
Id.: La festa di Venere, 249.
123-124
Id.: Baccanale, 250, 125-126.
Id.: Federico Gonzaga, 279, 145
Id.: Carlo V col cane, 282. 150-
151
Id.: Allocuzione del Marchese
Del Vasto ai soldati, 295,
160
Id.: Carlo V alla battaglia di
Muehlberg, 314, 176.
Id.: Venere e il suonatore d’or-
gano, 315-316, 177-178.
Id.: Filippo II, 322, 182.
Id.: Isabella di Portogallo, 323,
183-184
Id.: La Trinità, 331, 193.
Id.: Danae, 335. 195-196
Id.: L’ Addolorata, 340, 200
Id.: Prometeo, 342, 201.
Id.: Santa. Margherita, 343, 205.
Id.: Orfeo, 350, 209
Id.: Deposizione, 353, 211.
Id.: Il Peccato, 370, 229.
Id.: Autoritratto , 373, 231.
Raccolta dei Duchi d’Alba
Palma J.: Ritratto, 427, 275.
« «
— XXII —
Malpaga
Castello
Romanino: Affreschi, 818, 559,
819.
Milano
Castello Sforzesco
Cariani G.: Divota, 449, 294.
Id. : Loth e le Figlie , 464, 307.
Chiesa di S. Celso
Paris Bordoni Sacra Famiglia
con San Girolamo, 1011, 695.
Collezione privata
Dosso Dossi: Angioletto musi-
cante, 942, 645.
Galleria di Brera
Bonifacio de’ Pitati: Mose sal-
vato dalle acque, 1044, 724.
Cariani G.: Pala d’altare, 440,
283.
Dosso Dossi: 5. Sebastiano, 961,
661
Licinio B.: Signora col ritratto
del marito, 477, 313.
Palma J.: Santi, 402, 248.
Paris Bordoni Sacra Famiglia
e Sant’ Agostino, 1005, 688.
Id.: Pentecoste, 1008, 689.
Id.: Scena di seduzione, 1013,
696
Id.: Battesimo di Cristo, 1023,
706.
Id.: Sacra Conversazione, 1024,
708.
Pordenone: Cristo trasfigurato,
653, 429.
Id.: Gentiluomo in nero, 729, 494.
Romanino: Circoncisione, 826,
569.
Id.: Madonna, 841, 581.
Savoldo G. G.: Pala d'altare,
760, 513.
Tiziano: S. Girolamo, 343, 203.
Torbido: Gentiluomo, 914, 633.
Museo Poldi-Pezzoli.
Morando P.: 5. Antonio, 895,
619.
Pinacoteca Ambrosiana
Cariani G.: Cristo predica alle
donne, 442, 284.
Id.: Cristo e la Veronica, 452, 295.
Quadreria già C. B. Crespi.
Licinio B.: Madonna col Bam-
bino e S. Giovanni, 475, 311.
Raccolta Marazzi
Cariani G.: Cristo risorto, 448, 293.
Modena
Chiesa di S. Pietro
Romanino: La Predica di Gesù,
894, 592-593.
Duomo
Dosso Dossi: 5. Sebastiano fra
due Santi, 961, 662.
Galleria Estense
Battista di Dosso: La Vergine
e i Confratelli di S. M. della
Neve, 991, 680.
Id. e Dosso Dossi: Navitità,
991, 681.
Caroto G. F.: Madonna cuci-
trice, 876, 604.
Dosso Dossi: Un Buffone, 941,
643,
Id.: Frammento di fregio, 945,
649
Id.: La Vergine col Bambino e
Santi, 951, 653.
Id.: Ritratto di Alfonso I d’Este,
991, 682.
Id.: Ritratto di Ercole I d’Este,
991, 683.
Palma A.: Adorazione de’ Magi,
1054, 731.
Monaco di Baviera
Antica Pinacoteca
Mancini D. (?): Ritratto, 491,
323
Palma J.: Sacra Conversazione,
419, 266.
Paris Bordoni Ritratto, 1004,
686.
Id.: Gioielliere con giovane don-
na, 1013, 697.
— XXIII —
Tiziano: Ritratto, 215, 91.
Id.: Carlo V, 312, 175.
Id. : Giove e Antiope, 337, 199.
Id : Madonna col Bambino, 53,
210.
Id.: Incoronazione di sbine,
373» 232.
Torbido F.: Giovane con una
rosa , 913, 632.
Raccolta Bòhler
Cariani G.: Due dame e un ca-
valiere, 452, 305.
Palma J.: Ritratto di donna e
bambino, 393, 240.
Savoldo G. G.: Pastore, 766,
520.
Id.: Apostolo, 782, 532.
Raccolta Nemes
Palma J.: Pastore e Ninfa, 420,
268.
Raccolta Lòtzbeck
Savoldo G. G.: Riposo sulla via
dell’ Egitto, 753, 506.
Raccolta Lowenfeld
Tiziano: Laura Dianti con Al-
fonso I d’Este, 230, 105.
Moriago
Chiesa
Pordenone: S. Caterina fidan-
zata a Gesù, 710, 481.
Motta di Livenza
Pinacoteca Scarpa
Mancini D.: Un cavaliere e una
giovinetta suonatrice, 486, 320.
Napoli
Museo Nazionale
Palma J.: Sacra Conversazione,
408, 255.
Pordenone: L' Immacolata e i
Quattro Santi Dottori . 714,
483.
Tiziano: Paolo III Farnese,-
297, 162.
Id.: Il Fiume, 301, 166.
Tiziano: Paolo III tra i nipoti,
302, 167.
Id.: Pier Luigi Farnese, 305. 168.
Id.: Danae, 305, 169-170.
Palazzo Reale
Tiziano: Pier Luigi Farnese,
292. 159.
New-York
Collezione Ehrich
Dosso Dossi: Paese con idillio
campestre, 960, 669.
Museo Metropolitano
Savoldo G. G.: Visione di San
Matteo, 783, 333.
Raccolta Altmann
Giorgione: Ritratto, 30, 13.
Norimberga
Collezione Tucher (già nella)
Sebastiano del Piombo: Ri-
tratto, 90, 64.
Oldenburg
Galleria
Battista di Dosso: Sacra Fami-
glia, 989, 677.
Osoppo
Chiesa
Martino da Udine: Pala d’al-
tare, 587, 382.
Padova
Chiesa di S. Antonio
Tiziano: Miracolo di S. Antonio,
192, 70, 194, 72.
Chiesa di Santa Croce
Campagnola D.: Due Santi,
514, 343-344.
Chiesa di S. Francesco
Dal Santo G.: La Presentazione
al Tempio, 536, 363.
Id.: La Natività, 536, 364.
Id.: La Carità, 544, 370.
Francesco da Vicenza: figure di
Re, 544.
XXIV —
Chiesa di S. Sofia
Gualtieri G.: Decollazione del
Battista, 865, 399.
Collezione Papafava
Campagnola D.: Sacra Conver- ■
sazione, 519, 347
Museo Civico
Bonifacio de’ Pitati: Sacra Con-
versazione, 1037, 715.
Campagnola D.: Battesimo di
Santa Giustina, 517., 346.
Id. : San Daniele, 519. 349.
Id. : L’Eterno Padre, 519, 350.
Dal Santo G.: Deposizione dalla
Croce, 530, 358
Id.: La Pietà, 544, 369
Romanino: Pala d’altare, 809,
550.
Id.: Favole di Adone e di
Erysicton, 813, 554-555.
Torbido F.: Flautista, 914, 634.
Scuola del Carmine
Campagnola D.: Incontro di A n- [
na con Gioacchino, 509, 342.
Id.: La Natività (frammento),
519, 351.
Id.: Putti musicanti, 519, 352.
Dal Santo G.: Cacciata di Gioac-
chino dal Tempio, 534, 360.
Id.: L’ Assunta, 535, 361.
Id.: Tondo col Profeta Elia,
537» 365
Francesco da Vicenza: Storie
della vita della Vergine, 544.
Scuola del Santo
Anonimo pittore: Miracolo della
resurrezione dell’ annegata, 505,
336-337.
Campagnola D.: Affreschi. 508,
341
Dal Santo G.: 5. Antonio che
mostra il cadavere d’un avaro
senza cuore, 532, 359.
Francesco da Vicenza: Sant’An-
tonio fa adorare il Sacramento
da un’asina, 544.
Tiziano: Miracolo di S . Antonio
194» 73.
Parigi
Collezione Rothschild
Sebastiano del Piombo: Vio-
linista, 87, 60
Museo del Louvre
Bonifacio de’ Pitati: Sacra Con-
versazione, 1037, 717.
Giorgione: Concerto campestre,
38. 17-
Palma J.: Presepe, 419, 267.
Savoldo G. G.: Ritratto di guer-
riero, 762, 514.
Tiziano: Madonna col Bambino
e Santi, 205, 80.
Id.: Uomo dal guanto, 211, 85.
Id.: Ritratto, 21 1. 86.
Id.: Laura Dianti con Alfonso I
d’Este (imitazione), 230, 106
Id.: Madonna del Coniglio, 252,
127.
Id.: Deposizione, 267, 137.
Id.: Allegoria in onore di Al-
fonso d’Avalos, 285. 153.
Id.: Francesco I, 287, 154.
Id.: Incoronazione di spine, 298,
164
Id.: Ritratto di Gentiluomo, 320,
181
Id.: 5. Girolamo, 359, 216.
Raccolta Duveen
Tiziano: Laura Dianti con Al-
fonso I d’Este (nuova edi-
zione), 232, 107-108
Scuola Nazionale di Belle Arti
Giorgione: Disegno, 25, 9.
Pesaro
Casa Albani
Savoldo G. G.: Riposo sulla via
dell’Egitto, 755, 508
Piacenza
Chiesa di S. M. di Campagna
i Pordenone: 5. Agostino in cat-
tedra, 697, 466
Id.: Natività della Vergine, 697,
467 468
— XXV —
Pordenone: Fuga in Egitto, 700,
470.
Id. : Adorazione di Gesù , 700, 471.
Id. : Adorazione de’ Magi, 702,
472-47 .
Id.: Affreschi delle candelabre,
705, 474-475.
Id.: Decorazione, 705, 476.
Id.: Sposalizio e Martirio di
S. Caterina, 705, 477-479.
Id.: Disputa di S. Caterina ,
705, 480.
Pieve di Cadore
Chiesa Arcidiaconale
Tiziano: Madonna allattante e
Santi, 379, 234-237.
Pinzano
Chiesa
Pordenone: Madonna, 690, 459.
Id.: 5. Floriano, 691, 460.
POMMERSFELDEN
Castello Schonborn
Savoldo G. G.: 5. Giovanni E-
vangelista, 759, 512.
Pordenone
Chiesa parrocchiale
Pordenone: Pala d’altare, 649,
427.
Id.: Apparizione di Cristo a
S. Marco e ad altri Santi,
733, 497.
Municipio
Pordenone: Pala di S. Gottardo
723, 490.
Praga
Museo di Belle Arti
Campagnola D.: Pala d’altare,
515-517, 345.
• Praglia
Badia
Dal Santo G. e Francesco da
Vicenza: Deposizione, 538,
366 368
Pulir
Chiesa
Morto da Feltre: Vergine col
Bambino tra i Santi Lorenzo
e Vittorio, 558.
Richmond
Galleria Cook
Sebastiano del Piombo: Santa
Maria Maddalena, 84, 56.
Roma
Farnesina (alla Lungara)
Sebastiano de! Piombo: Lu-
netta, 89-90, 61-63.
Galleria Barberini
Palma J.: Ritratto, 409, 261.
Galleria Borghese
Battista di Dosso: Sacra Fa-
miglia, 987, 676.
Dosso Dossi: La Maga Circe,
938, 641.
Id.: La Ninfa Calipso, 958, 657.
Id.: Apollo e Dafne, 958, 658.
Id.: Vergine col Bambino, 971,
672.
Palma A.: Gesù con la famiglia
degli Zebedei, 1054, 732.
Id.: Ritorno del Figliuol Pro-
digo, 1057, 735.
Pordenone: Giuditta, 661, 436.
Savoldo G. G.: Venere dormien-
te, 752, 505.
Id.: Ritratto di Giovine, 766, 519.
Id.: Tobiolo e l’Angelo, 771,
522-523.
Galleria Capitolina
Dosso Dossi: Sacra Famiglia,
948, 652.
Savoldo G. G.: Ritratto detto
della Duchessa d’ Urbino, 781,
531
Galleria Colonna
Bonifacio de’ Pitati: Sacra Con-
versazione, 1039, 718.
Dosso Dossi: Ritratto di Guer-
riero, 947, 651.
XXVI
Galleria Corsini
Cariani G.: Concerto campestre,
461, 304.
Galleria Doria
Bonifacio de’ Pitati: Sacra Fa-
miglia e Santi, 1040, 719.
Dosso Dossi: Didone piangente,
943’ 647.
Tiziano: Salomè, 228, 101-102.
Galleria Lazzaroni
Tiziano: Ritratto d’ Ippolito Ri- \
minaldi, 326-327, 187-188.
Galleria Vaticana
Paris Bordon: 5. Giorgio, ioii,
693-694.
Tiziano: Pala d’altare, 263,
133-135.
Museo Borghese.
Cariani G.: Sacra Famiglia,
446, 289.
Licinio B.: Famiglia di suo fra-
tello, 479, 316.
Tiziano: Amor Sacro e Amor
Profano, 220, 94-99.
Id.: Sansone, 301, 165.
Id.: Venere benda Amore, 365,
221-222.
Id.: 5. Domenico, 366, 223-224.
Raccolta Marinucci
Romanino: Madonna col Bam-
bino, 803, 544.
Savoldo G. G.: L’ Ebbrezza di
Noè, 775, 526.
Raccolta privata
Pordenone: 5. Cristoforo (fram-
mento), 651, 428.
Rorai Grande
Chiesa di S. Lorenzo.
Pordenone: Volta dell’abside,
653 430.
Id.: Fuga in Egitto, 655, 431.
Id.: Sposalizio di Maria, 655,
432.
Id.: Affreschi, 656, 433-435.
Rovigo
Pinacoteca de’ Concordi
Battista di Dosso: Madonna in
trono e Santi, 987, 675.
Pordenone: Danae, 682, 455.
Giorgione (attr. a): Cristo por-
tavoce, 55.
Mancini D. (attr. a Jacopo Pal-
ma il vecchio): Ritratto, 491.
Salò
Duomo
Romanino: Pala d’altare, 836,
576.
Id.: 5. Antonio da Padova, 836,
577.
S. Daniele in Friuli
Chiesa di S. Antonio
Martino da Udine: Affreschi,
590, 383-387.
Id.: Pitture nella volta del co-
ro, 602, 394-395.
Id.: Pitture nel sottarco, 602,
396
Id.: vS. Antonio che resuscita un
fanciullo, 602, 397-398, 608.
Id.: Angeli adoranti, 607, 399-
400.
Id.: Santi entro nicchie, 607,
401-404
Id.: 5. Antonio che benedice una
Congregazione, 607, 405-406.
621.
Id.: Tre Santi, 616, 407.
Id.: Santo Diacono, 617, 409.
Id.: Il Diacono S. Lorenzo, 617,
410
Id.: Lavanda de’ piedi, 629, 416.
Id.: Discesa al Limbo, 629, 417.
Duomo
Pordenone: La Trinità, 730,
496
San Lorenzo in Varmo
Chiesa
Pordenone: Trittico, 692, 461.
— XXVII —
Siena
Accademia di Belle Arti
Paris Bordon: Annunciazione,
1019, 703.
Spilimbergo
Duomo
Martino da Udine: La Purifi-
cazione, 596.
Pordenone: L’ Assunta, 682, 456.
Id.: La caduta di Simon Mago,
685, 457.
Id.: La Conversione di S. Paolo,
685, 458.
Strassburg
Galleria
Cariani G.: Suonatore di liuto,
460, 303.
SuSEGANA
Chiese
Pordenone: Pala d’altare, 642-
643, 421-422.
Torino
Galleria
Savoldo G. G.: Adorazione di
Gesù, 756, 509.
Id.: Adorazione de ’ Pastori, 773,
524.
Torre (presso Pordenone)
Chiesa
Pordenone: Pala, 676, 450-451.
Trento
Castello del Buon Consiglio
Romanino: Affreschi, 846, 586-
587.
Treviso
Cattedrale
Pordenone: Adorazione de’ Ma-
gi, 667, 440.
Id.: Augusto eia Sibilla, 869, 44 1.
Id.: Pitture della cupola, 669,
442-443.
Tiziano: Annunciazione, 233,
109-110
Chiesa di S. Niccolò
Sebastiano del Piombo e Lo-
renzo Lotto: Incredulità di
S. Tommaso, 74, 49.
Galleria Comunale
Capriolo D.: Natività, 545, 371.
Monte di Pietà
Florigerio e Pordenone: Cristo
morto, 740, 501.
Udine
Duomo
Martino da Udine: Pala, 596, 389.
Museo Civico
Martino da Udine: 5. Giovanni
Battista, S. Pietro e S. Giu-
seppe, 623, 412-414.
Palazzo Comunale
Pordenone: Madonna con Gesù,
665, 438.
Urbino
Palazzo Ducale
Tiziano: L’Ultima Cena, 326,
189.
Id.: Cristo risorto, 327, 190.
Valeriano
Chiesa di S. M. de’ Battuti
Pordenone: Natività, 693, 463.
Venezia
Casa Giovanelli
Capriolo D.: Natività, 546, 372.
Giorgione: Tempesta, 18, 6.
Mancini D. (?): Ritratto, 487,
321.
Paris Bordon: Sacra Conversa-
zione e Santi, 1005, 687.
Pordenone: Giuditta, 661, 437.
Savoldo G. G.: La Maddalena
765, 517.
Chiesa de' Frari
Tiziano: Pala di Ca’ Pesaro, 267,
138.
XXVIII
Chiesa dei Gesuiti
Tiziano: Martirio di S. Lorenzo, |
347, 206
Chiesa di S. Bartolomeo di Rialto
Sebastiano del Piombo: Ante |
d’organo, 75, 52 78, 53.
Chiesa di S. Giobbe
Savoldo G. G.: Natività, 787,
536.
Chiesa di S. Giovanni Crisostomo
Giambellino: Pala, 47, 26.
Sebastiano del Piombo: Pala,
78, 54.
Chiesa di S. Giovanni Elemosi-
nano
Pordenone: Santi Bastiano, Roc-
co e Caterina, 725, 493.
Tiziano: 5. Giovanni Elemosi-
nario, 272, 140.
Chiesa di S. M. Formosa
Palma J.: Santa Barbara, 408,
256-257.
Id.: 5. Domenico, 409, 253.
Id.: S. Sebastiano, 409, 259.
Id.: La Pietà, 409. 260.
Chiesa di S. M. Gloriosa
Licinio B.: Pala d’altare, 472,
310
Chiesa di S. M. Materdomini
Catena V.: Martirio di Santa
Cristina, 47, 27-28.
Chiesa di S. M. della Salute (sa-
grestia)
Tiziano: 5. Marco in gloria,
197. 74.
Id.: Sacrificio d’ Abramo, 306,
171.
Id.: Caino uccide Abele, 308,
172.
Id.: David e Golia, 308, 173.
Id.: La Pentecoste, 363, 219.
Chiesa di S. Rocco
Pordenone: Santi Martino e
Cristoforo, 695, 464-465.
Chiesa di S. Salvatore
Tiziano: Annunciazione, 354,
212.
Fondaco de’ Tedeschi
Giorgione: Figure, 42, 25.
Galleria
Bonifacio de’ Pitati: Giudizio
di Salomone, 1046, 725.
Id.: Massacro degli Innocenti,
1047, 726.
Id.: Disputa di Gesù nel Tem-
pio, 1047, 121.
Id.: Convito del Ricco Epulone,
1051, 730.
Campagnola D.: Profeti Aba-
chuc, Abias, Micheas, Isaia
522, 353-356.
Capriolo D.: Natività, 546, 373.
Cariani G.: Visitazione, 74, 51.
Id.: Sacra Conversazione, 439,
282.
Id.: Gentiluomo in pelliccia, 444,
286
Id.: Cristo portacroce, 448, 292.
Caroto G. F.: Madonna cuci-
trice, 876, 607.
Fiori gerio S.: Madonna col Bam-
bino e Santi, 740, 499.
Lanzani P.: Vergine col Bambi-
no e S. Giovannino, 1064, 738.
Licinio B.: Giovine donna, 477,
315
Martino da Udine: Annuncia-
zione, 622, 411.
Id.: Altra Annunciazione in due
portelle, 596.
Palma A.: Il Redentore fra gli
Apostoli, 1059, 733.
Id.: I Santi Battista e Bartolo-
meo, 1056, 734.
Palma J.: Assunta, 393. 241
Id.: S. Pietro in gloria, 398, 244.
Id ; Sacra Conversazione , 433 281.
Paris Bordon: La consegna del-
V anello al Doge, 1015, 701 702.
Id.: La Gloria d.el Paradiso,
1029, 713.
Pordenone: Putti con ghirlande
tsa le nubi, 705.
Id.: 5. Lorenzo Giustiniani, 730,
495.
Id.: L’ Annunciazione, 735, 498.
XXIX —
Romanino: La Pietà, 794, 537.
Savoldo G. G.: I Santi Eremiti
Paolo e Antonio, 748, 503.
Tiziano: Assunzione della Ver-
gine, 234, 111-118.
Id.: Presentazione della Vergine
al Tempio, 272, 143-144.
Id.: La Pietà, 382, 238.
Palazzo Ducale
Paris Bordon: Cristo morto,
1024, 709.
Tiziano: S. Cristoforo, 264, 136.
Id.: Sapienza, 354, 213.
Raccolta Grimani nel '500.
Giorgione: David, 42, 19.
Raccolta Ouerini-Stampalia
Catena V.: Giuditta, 51. 30
Palma J.: Ritratto, 427, 274
Verona
Battistero
Caroto G. : Pala d’altare, 873 , 602.
Cattedrale
Tiziano: Assunta, 269, 139.
Torbido F.: Pala d’altare, 91 1,
631.
Chiesa di S. Fermo
Caroto G. F.: Madonna e Santi,
880, 609.
Chiesa di S. Giorgio in Braida
Caroto G. F.: S. Or sola e le
Vergini compagne, 888, 615.
Chiesa di S. M. in Organo
Savoldo G. G.: Pala, 776, 527.
Chiesa di S. Paolo
Caroto G.: Pala d’altare, 869,
600 601.
Museo Civico
Caroto G.: Due Oranti, 873, 603.
Caroto G. F.: Adorazione di
Gesù, 876, 605
Id.: 5. Caterina, 876, 606.
Id.: Madonna col Bambino, 880,
608
Id.: Sacra Famiglia, 881, 610.
Caroto G. P.: Ebe, 888, 614.
Lanzani P.: La Vergine col
Bimbo e S. Gioacchino, 1064,
740
Morando P.: Madonna, 890, 616.
Id.: Pietà, 890, 617.
Id.: Battesimo di Cristo, 893,
618.
Id.: L’Orazione nell’Orto, 895,
620.
Id.: Pietà, 895, 621-622.
Id.: Flagellazione di Cristo, 895,
623.
Id.: S. Giovanni Battista e San
Pietro, 901-902, 625.
Id.: 5. Bonaventura, 902, 626.
Id.: La Vergine in gloria e Santi,
904, 627-628.
Id.: La Vergine, il Bambino e
S. Giovannino, 907, 629.
Torbido F.: L’ Arcangelo e To-
biolo, 916, 638.
Palazzo Arcivescovile
Caroto G. F.: Resurrezione di
Lazzaro, 883, 611.
Vicenza
Galleria
Palma J.: Pala d’altare, 402, 250.
Villabruna (Feltre)
Chiesa
Luzzo L.: Madonna col Bam-
bino e due Santi, 353, 378.
Vienna
Accademia di Belle Arti
Lanzani P.: La Cena in casa
del Fariseo, 1065, 741.
Id.: Convito e Donne bagnanti,
1066, 742.
Id.: Ritrovamento di Mose, 1068,
743.
Tiziano: Cupido, 243, 120.
Collezione Harrach
Pordenone: 5. Sebastiano, 676,
449
Romanino: Gesù e Giovannino,
839, 578
XXX
Galleria Czernin
Paris Bordoni Divoto adorante
il Crocifisso, 1023, 705.
Galleria Lanckoronski
Dosso Dossi: Giove e la Virtù,
964, 664.
Giorgione (att. a): Cristo por-
tavoce, 55.
Galleria Liechtenstein
Campagnola G.: Cervo incatena-
to, 494, 327.
Palma A.: Sacra Famiglia e
Santi, 398, 245.
Paris Bordoni Cavaliere attac-
cabrighe, ioii, 692.
Id.i Ritratto di Nicola Kor-
bler, 1016, 700.
Savoldo G. G.i La Pietà, 758, 511.
Hofmuseum
Anonimo belliniano: Vanità, 54,
33.
Boccaccino: La Poetessa, 798,
539
Bonifacio de’ Pitati: Trionfo
dell’ Amore, 1051, 728.
Id.i Trionfo della Castità, 1051,
729
Cariani G.i L’Evangelista Gio-
vanni, 443, 285.
Catena V.: Ritratto, 50, 29.
Dosso Dossi: Il Bravo, 942, 644.
Id.i 5. Girolamo, 967, 670.
Giorgione: I tre filosofi, 22, 8.
Id. (attribuita al): Testa del
Garzone che tiene in mano
la saetta, 42, 20.
Lanzani P.: Sacra Famiglia e
San Giovannino, 1062, 737.
Licinio B.: Ritratto di Otta-
viano Corsini, 480, 318.
Palma A.: Visitazione, 1059,736.
Palma J.: Sacra Conversazione,
396. 243, 405, 251.
Id.: Ritratti, 406, 252, 414, 262.
Paris Bordoni Venere, Marte la
Fama e un Cupido, 1027, 710.
Id.: Giovane donna, 1028, 711.
Id.: Lotta di gladiatori, 1031, 714.
Piazza C.: La testa di S. Gio-
vanni presentata ad Erodiade,
861, 597.
Pordenone: Ritratto di Gen-
tiluomo, 725, 492.
Savoldo G. G.: Aristotile, 762,
515
Tiziano: Madonna detta La
Zingarella, 188, 66.
Id.: Madonna detta delle Cilie-
ge, 202, 78.
Id.: Madonna col Bambino e
Santi, 205, 81.
Id.: Il Medico Parma, 214, 90.
Id.: Putto col bambinello, 226,
100.
Id.: Isabella d’Este, 290, 157.
Id.: Ecce Homo, 297, 161.
Id.: Danae, 336, 197.
Id.: Ninfa e Pastore, 369, 228.
Id.: Ritratto di Jacopo Strada,
373- 230.
Villano va
Chiesa di Sant’Odorico
Pordenone: Volta dell’abside,
648, 425-426.
Zerman (Treviso)
Palma J.: Pala d’altare, 402,
249.
Zurigo
Collezione Coray-Stoop
Vittore Belliniano: Ritratto vi-
rile, 69, 46
Wellesdey Locher-Lamp-
son
Raccolta Cosway (già nella)
Tiziano: Disegno per l’affresco
del Miracolo di S. Antonio
nella chiesa del Santo, 192
71.
WORCERSTER
Museo
Dosso Dossi: Sacra Famiglia,
964, 666.
INDICE DEGLI ARTISTI
Andrea da Manerbio, 865.
Anichini Luigi, 13 1.
Antonello da Messina, 26, 75.
Basaiti Marco, 55-57.
Battista Bonifacio di Verona, v.
Bonifacio de’ Pi tati.
Battista di Dosso, 932, 979-997.
Battista di Giacomo, 1060.
Battista di Schiavonia, 562.
Bellini Gentile, 95.
Bellini Giovanni, v. Giambellino.
Biondo Domenico, 1060.
Bissolo Giovanni, 54.
Boccaccio Boccaccino, 793-798.
Bonifacio de’ Pitati, 1035-1052.
Bonifacio Veronese, v. Bonifacio
de’ Pitati.
Botticelli Sandro, 254.
Buonconsiglio Vitrilio, 1060.
Busi Giovanni, v. Cariani (II).
Caliari Paolo, 517.
Calisto da Lodi, v. Piazza Calisto.
Campagnola Giulio, 492-506, 865.
Campagnola Domenico, 8, 98, 501,
507-528, 530.
Capriolo Domenico, 545-548.
Caravaggio, 783.
Cariani (II), 8, 74, 438-466, 942.
Caroto Giovanni, 867-874.
Caroto Giovanni Francesco, 874-
889.
Carpaccio, io, 44, 100, 274, 276.
Carracci Annibaie, 302.
Catena Vincenzo, 47, 50, 60, 204.
Cavazzola (II), 877, 890-908.
Cernotto Stefano, 1060.
Cesaro Girolamo, v. Girolamo Dal
Santo.
Cima da Conegliano, 65, 71 204,
205, 274, 276.
Cima Gian Battista, v. Cima da
Conegliano.
Coltellini Michele, 934.
Correggio, 339, 669.
Costa Lorenzo, 922, 934.
Cortona Giovanni Antonio, 581.
Dal Santo Girolamo, 529-544.
Delle Greche Domenico, 153.
De Roberti Ercole, 795.
Dosso Dossi, 8, 921-978, 991.
Diirer Alberto, 315, 377, 405, 494.
Ferramola, 803, 864.
Fiorini Bernardino, 572.
Florigerio Sebastiano, 580, 739-
744-
Fogolino Marcello, 929.
Fra’ Bartolommeo, 398.
Francesco da Vicenza, 544.
Garofalo, 966.
Gaspare de’ Negris, 585.
XXXII
Giambellino, 7, 25, 44, 47, 54, 64,
67, 95, 99-102, 197, 204, 267,
449, 484, 492, 759.
Gian Antonio da Pordenone v.
Pordenone.
Gian Francesco de’ Maineri, 934.
Gian Pietro Silvio, 91 1.
Giorgio da Castelfranco, v. Gior-
gione.
Giorgione, 1-70, 74, 78, 83, 85, 88,
90, 95, 96, 121, 187-191, 197,
202, 251, 258, 269, 278, 281, 385,
398, 404, 414, 418, 420, 425, 429,
434, 460, 461, 486, 488, 493, 502,
549, 621,752, 762, 869, 900, 1069.
Giovanni di Martino, 581.
Girolamo dai Libri, 895.
Girolamo di Romano, v. Roma-
nino.
Giulio Romano, 264.
Gualtiero Gualtieri, 865.
Guercino, 956.
Jacopo da Montagnana, 529.
Jacopo de’ Barbari, 494.
Lanzani Polidoro, v. Polidoro da
Lanciano.
Leonardo, 365.
Licinio Bernardino, 467-482.
Lorenzo Lotto, 73-75, 390, 405,
406, 414, 479, 559, 76°-
Luteri Giovanni, v. Dosso Dossi.
Luzzo Lorenzo, 349-560, 645.
Mancini Domenico, 483-491.
Mantegna, 44, 494, 935.
Martino da Udine, 561-630, 641.
Mazzolino (II), 934.
Meldola Antonio, v. Schiavone
(Lo).
Melone Altobello, 792, 863.
Michelangelo, 6, 91, 264, 293, 302,
306, 669.
Montagna Bartolomeo, 55, 588.
Mon verde Luca, 739.
Morando Paolo, v. Cavazzola (II).
Moretto, 402.
Moro (II), v. Torbido Francesco.
Morto (II) da Feltre, v. Lorenzo
Luzzo.
Nicodemo de’ Camariis, 574.
Nigreti Antonio, 1053-1060.
Orazio di Tiziano, 164, 181.
Padovanino (II), 350.
Palma Antonio, v. Antonio Ni-
greti.
Palma il Giovine, 382-383.
Palma Jacopo, v. Palma il Vec-
chio.
1 Palma il Vecchio, 8, 55, 69, 84, 89,
387, 437, 469, 787, 801, 814,
942» io53, io59-
Panetti Domenico, 934.
Parentino, 529.
Paris Bordon, 999-1034.
Parrasio Michele, 1060.
Pellegrino da S. Daniele, v. Mar-
tino da Udine.
Perugino, 25, 395.
I Piazza Calisto da Lodi, 8, 857-862.
! Pietro degli Ingannati, 91 1.
! Pisbolica Jacopo, 1060.
Polidoro da Lanciano, 1061-1069.
Pomponio Amalteo, 637, 744.
Pordenone, 8, 139, 140, 462, 621,
622, 630-674.
Raffaello, 6, 27, 88, 90, 430, 583,
559, 575, 664, 924, 935-937, 986,
1011.
XXXIII
Riccio Andrea, 508.
Romanino, 402, 454, 455, 459, 529,
792-856, 929.
Rota Martino, 274.
Rubens, 203.
Sansovino, 128.
Savoldo Gian Girolamo, 745-791.
Schiavone Andrea, 309.
Schiavone (Lo), 357.
Sebastiano del Piombo, 25, 69-91,
293, 458, 494. 5°3-
Stefano dall’Arzere, 530.
Tintoretto, 725.
Tiziano Vecellio, io, 18, 20, 28, 30-
38, 44, 68, 84, 93*386, 397. 4°5»
4I4'4I7, 4*9> 42°» 433-436, 469,
486, 5°3> 506, 509, 528, 638, 787,
789, 81 1, 923, 924, 969, 971, 975,
1029.
Torbido Francesco, 909-920.
Van Djick Antonio, 219, 292.
! Velasquez, 200.
Veronese Paolo, 203.
Vivarini Alvise, 390-393.
Zaffoni Giovanni Maria, 739.
Zorzi da Castelfranco, v. Gior-
gione.
Zuccato Sebastiano, 95.
LA PITTURA
DEL CINQUECENTO
Parte III.
I.
GIORGIONE.
PROSPETTO CRONOLOGICO DELLA VITA E DELLE OPERE. — L’OPERA: Posi-
zione di Venezia e di Firenze nella civiltà italiana del Rinascimento. Giorgione:
spostamento del centro estetico del dipinto dal disegno al colore, dal colore al
tono. Avvento di Giorgione e grandezza cinquecentesca dell’arte veneziana. 11 tono,
universale linguaggio della pittura veneziana. La “ Giuditta ” di Pietrogrado,
ancora memore della tradizione quattrocentesca. Concezione nuova della pala
d’altare nel quadro della chiesa di Castelfranco, dipinto verso il 1504. Il paese pro-
tagonista nella “ Tempesta” di Casa Giovanelli. Disegno, nella Raccolta Bòhler a Mo-
naco di Baviera, prossimo di tempo al quadro della “ Tempesta Fiume e campi
intorno alle mura di Castelfranco “ I tre Astrologhi”, nel Museo storico artistico
di Vienna. Disegno per la testa di uno degli Astrologhi nella Scuola Nazionale di
Belle Arti a Parigi. Il ritratto di Giovane a Berlino, tipo ideale di nobiltà. 11 ritratto
del “ Cavaliere di Malta” nella Galleria degli Uffizi a Firenze e l’altro di Genti-
luomo nella Collezione Altmann a New York. “ Venere dormiente ” nella Galleria di
Stato a Dresda. La pala del Museo del Prado a Madrid. Il “ Concerto campestre ”
del Museo del Louvre. Il “Cristo portacroce ” di San Rocco a Venezia, e altre
pitture note solo traverso copie e stampe. Epilogo.
1 477 — Data della nascita di Giorgione (Vasari, nella prima
edizione scrisse 1477, nella seconda 1478: cfr. Le Vite, ed.
Sansoni, IV, 1879).
1504 — 7 Probabile data della pala d’altare nella chiesa di
Castelfranco, rappresentante la Vergine in trono e i Santi
Giorgio e Francesco. La tavcla fu dipinta « per commissione
di Tulio Costanzo, figlio di Mutio ammiraglio e viceré di
Cipro, quall’era Condottiere di Gente d’Arme per la SS. ma
Repubblica et accasato in Castel Franco » (cfr. Nadal Mel-
chiori, Cronaca di Castelfranco, in Museo Civico di Venezia,
cod. Gradenigo-Dolfin, 205, cit. da Lionello Venturi. Nel
quadro è lo stemma dei Costanzo).
1507, 14 agosto — Zorzi da Castelfranco è nominato, in un
decreto dei Capi del Consiglio dei Dieci, per un quadro da
collocarsi nella sala nuova dell’Udienza del Consiglio.
« Nos Capita Consilii X dicimus et ordinamus vobis Magnifico
« Domino Francisco Venerio Provisori Salis ad Capsam magnam
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
I
2
• « deputato, che numerar dobiate a conto di la fabrica di la
« Cancellarla et del loco dii Conseglio di X a maistro Zorzi Spa-
« vento protho ducati trenta et a maistro Zorzi da Castelfranco
« depentor per far el teller da esser posto a la udientia de lo
« illustrissimo Conseglio ducati 20.
« summa... ducati 50, videlicet ducati cinquanta.
« Franciscus Theupolo Caput Cons. X subscripsi.
« Zacharias Delphinus Caput Cons. X subscripsi.
« Hieronymus Capello Caput Cons. X subscripsi.
« Nicolaus Aurelius Illust.mi Consilij Secretarius mandato
subscripsi ».
(Archivio di Stato di Venezia. Notatorio 2, del Magistrato
al Sale, 1491-1529, carta 114 verso).
(Dal Lorenzi, Monumenti per servire alla storia del Palazzo
Ducale di Venezia, MDCCCLXVIII, pag. 141, doc. 292).
1508, 24 gennaio — « Zorzi da Castelfrancho « riceve un altro
acconto per il quadro suindicato:
« Nos Capita 111. mi Consilij X dicimus et ordinamus vobis
« D. Aloysio Sanuto Pro visori Salis ad Capsam magnam: Che
« dar et numerar dobiate a magistro Zorzi da chastelfrancho de-
ci pentor per el teller el fa per laudentia novissima di Capi di esso
« Ill.mo Conseio due. venticinque, videlicet 25 di quello instesso
« denaro fu deputato et speso in la fabrica di la audientia per
« deliberation dii prefato Ill.mo Conseglio, due. 25.
« Datum die XXIV Januari 1507 ( secondo il computo veneziano)
« Alouisius Arimundus Caput Cons. X subscripsi.
11 « Nicolaus Priolus Caput Cons. X subscripsi.
« Alouisius da Mula Caput Cons. X subscripsi.
« Nicolaus Aurelius 111. mi Consilij Secretarius mandato sub-
ii scripsi ».
Notatorio 2 del Magistrato dal 1491 al 1529, carta 12 1.
(Dal Lorenzi citato, pag. 144, doc, 300).
1508, 23 maggio — Giorgio da Castelfranco ha già finito il
quadro, e l’architetto Giorgio Spavento vi ha fatto apporre
una tenda.
« Nos capita Illustrissimi Consilii X dicimus et ordinamus
« vobis Domino Alovisio Sanuto Provisori Salis ad Capsam
« magnam, che dar et numerar dobiate a maistro Zorzi Spavento
« protho per la tenda di la tella facta per Camera di la audientia
« nuova, monta in tutto corno appar per il suo conto, Lire 35,
« Soldi 18 di pizoli: videlicet Lire trentacinque Soldi 18. Lire 35,
« Soldi 18.
« Datum die 23 Maij 1508 ».
(Notatorio 2, del Magistrato al Sai, 1491-1529, carta 121.
Dal Lazari cit., pag. 145, doc. 303).
1508, 8 novembre — Giorgione aveva finito di frescare la fac-
ciata del Fondaco dei Tedeschi, e fatto ricorso per ottener
migliore compenso. I Provveditori al Sale furono invitati
a risolvere la questione dal Consiglio dei Dieci.
« 8 Novembris 1568.
« Riferì sier Marco Vidal d’ordine dellTll.ma Signoria alli
« Magnifici Signori Provedadori al Sai, che sue magnificentie,
« nella causa di maistro Zorzi da Chastelfrancho per el depenzer
« dii fondego de Todeschi, ministrar debano giustitia, et fu rif-
« ferito al magnifico messier Hieronimo da mulla, et missier
« Aloixe Sanudo, et omnibus aliis ».
(Dal Gualandi, Memorie originali di Belle Arti, 1842, Bo-
logna, s. Ili, pag. 90; o dal Gaye, Carteggio inedito d'artisti,
II, 137).
1508, 11 dicembre — A risolvere la questione del compenso
per gli affreschi di Giorgione al Fondaco dei Tedeschi, i Prov-
veditori al Sale s’eran rivolti a Giambellino, che elesse tre
arbitri, i quali giudicarono doversi a Giorgione per quella
pittura ducati cento cinquanta; ma il pittore si contentò di
riceverne cento trenta a saldo.
« 11 Decembris 1508.
« Ser Lazaro Bastian, ser Vethor Scarpaza, et ser Vethor de
« Matio for nominati da ser Zuan Bellin depentori costituidi
« alla presentia dei mag.ci Signori m. Caroso da cha de pexaro,
« m. Zuan Zentani, m. Marin gritti, et m. Aloixe Sanudo pro-
« vedadori al Sai, come deputati electi dipintori a veder quello
« poi valer la pictura facta sopra la faza davanti del fontego de
« thodeschi, et facta per maistro Zorzi da Castelfrancho et du-
« rati dachordo dixero a giuditio et parer suo meritar al ditto
« maistro per dieta pictura ducati cento e cinquanta in tutto.
« Die dieta.
« Col consenso del prefato messer Zorzi gli furono dati du-
« cati 130 ».
(Dal Gualandi e dal Gaye citati).
— 4 —
1510, verso il 25 ottobre — Giorgione muore in questo mese,
in cui infuriò la peste a Venezia. Ne ebbe notizia Isabella
d’Este Gonzaga, marchesana di Mantova, che si affrettò a
scrivere all’oratore mantovano a Venezia, Taddeo Albano,
per far acquisto di una « nocte », rimasta agli eredi del pit-
tore defunto.
« Sp. Amice noster charissime: Intendemo che in le cose et
« heredità de Zorzo da Chastelfrancho pictore se ritrova una
« pictura de una nocte, molto bella et singulare; quando cossi
« fusse, desideraressimo haverla, però vi pregamo che voliate
« essere cum Lorenzo da Pavia et qualche altro che habbi ju-
« dicio et designo, et vedere se l’è cosa excellente, et trovando
« de sì operiati il megio del m.co m. Carlo Valerio, nostro com-
« patre charissimo, et de chi altro vi parerà per apostar questa
« pictura per noi, intendendo il precio et dandone aviso. Et
« quando vi paresse de concludere il mercato, essendo cosa bona,
« per dubio non fosse levata da altri, fati quel che vi parerà;
« che ne rendemo certo fareti cum ogni avantagio et fede et cum
« bona consulta. Offeremone a vostri piaceri, ecc.
« Mantue XXV oct. MDX ».
1510, 7 novembre — Taddeo Albano, oratore mantovano a
Venezia, dà notizia della morte di Giorgione, e di due suoi
dipinti, di una Natività del Signore o di una Nocte, non tra le
cose dell’eredità del pittore, ma presso Taddeo Contarini e
Vittorio Becharo, che le tengono care.
« 111. ma et Exc.ma M.a mia obser.ma. Ho inteso quanto mi scrive
« la Ex. V. per una sua de XXV del passato, facendome intender
« haver inteso ritrovarsi in le cosse et eredità del q. Zorzo de
« Castelfrancho una pictura de una nocte molto bella et sin-
« gulare; che essendo cossi si debba veder de haverla. A che ri-
« spondo a V. Ex. che ditto Zorzo morì più dì fanno de peste,
« et per voler servir quella ho parlato cum alcuni mei amizi,
« che havevano grandissima praticha cum lui, quali me affirmano
« non esser in ditta heredità tal pictura. Ben è vero che ditto
« Zorzo ne feze una a m. Thadeo Contarini, qual per la informa-
« tione ho autta non è molto perfecta sichondo vorebe quella.
« Un’altra pictura de la nocte feze ditto Zorzo a uno Victorio
« Becharo, qual per quanto intendo è de meglior desegnio et
« meglio finitta che non è quella del Contarini. Ma esso Becharo
« al presente non se atrova in questa terra, et sichondo m’è stato
— 5 —
« afirmatto nè l’una, nè l’altra non sono da vendere per pretio
« nesuno, però che li hanno fatte fare per volerle godere per loro;
« sichè mi doglier non poter satisfar al dexiderio de quella ecc.
« Venetiis VII novembris 1510.
« Servitor
Thadeus Albanus ».
1525 — Quadri di Giorgione in casa di Taddeo Contarino e di
Girolamo Marcello, indicati da Marcantonio Michiel:
(Mss. nella Biblioteca Marciana, Mss. It., Cl. XI, Cod. LXVII,
edito da Jacopo Morelli, Bassano, MDCCC; da Gustavo Friz-
zoni, Bologna, 1884; da Theodor Frimmel, Wien, 1888):
In casa de M. Taddeo Contarino, 1525: La tela a oglio delli
3 phylosophi nel paese, dui ritti et uno sentado, che contempla
gli raggii solari cun quel saxo finto cusì mirabilmente fu co-
minciata da Zorzo da Castelfranco, et finita da Sebastiano Ve-
nitiano.
La tela grande a oglio de linferno cum Enea et Anchise fo de
mano de Zorzo da Castelfranco.
La tela del paese cun el nascimento de Paris, cun li dui pa-
stori ritti in piede, fu de mano de Zorzo da Castelfranco, et fu
delle sue prime opere.
In casa de M. Hieronimo Marcello a S. Thomado, 1525:
Lo ritratto de esso M. Hieronimo armato, che mostra la
schena, insino al cinto, et volta la testa, fo de mano de Zorzo
da Castelfranco.
La tela della Venere nuda, che dorme in uno paese cun Cupi-
dine, fo de mano de Zorzo de Castelfranco, ma lo paese et Cu-
pidine furono finiti da Titiano.
El S. Hieronimo insin al cinto, che legge, fo de mano de Zorzo
de Castelfranco.
1528 — Quadri di Giorgione in casa di Gianantonio Venier:
In casa de M. Zuanantonio Venier, 1528. El soldato armato
insino al cinto ma senza celada fo de man de Zorzi da Castel-
franco.
(Dalle suddette Notizie d'opere del disegno di Marcantonio
Michiel).
1530 — Quadri di Giorgione in casa di M. Chabriel Vendramin:
In casa de M. Chabriel Vendramin, 1530. El paesetto in tela
cun la tempesta, cun la cingana et soldato fo de mano de Zorzi
da Castelfranco.
— 6 —
E1 Christo morto sopra el sepolcro cun lanzolo chel sostenta,
fo de man de Zorzi da Castelfranco reconsata da Titiano.
(Dalle Notizie suddette).
1531 — Quadri di Giorgione in casa di Giovanni Ram:
In casa de M. Zuan Ram, 1531, a S. Stephano. La pittura de
la testa del pastorello che tien in man un frutto, fo de man de
Zorzi de Castelfranco. La pittura della testa del garzone che
tiene in man la saetta fo de Zorzi da Castelfranco.
(Dalle Notizie suddette).
1532 — Quadri di Giorgione in casa di M. Antonio Pasqualino
e di Andrea Oddoni:
Opere in Venezia. In casa di M. Antonio Pasqualino 1532,
5 zener.
La testa del gargione che tiene in mano la frezza, fu de man
de Zorzi da Castelfrancho, havuto da M. Zuan Ram, della quale
esso M. Zuane ne ha un ritratto, benché egli creda che sii il
proprio.
La testa del S. Jacomo cun el bordon fu de man de Zorzi da Ca-
stelfrancho, over de qualche suo discipulo, ritratto dal Christo
de S. Rocho.
In casa de M. Andrea de Oddoni, 1532. El San Hieronimo
nudo che siede in un deserto al lume de la luna fu de mano
de... ritratto da una tela de Zorzi da Castelfrancho.
(Dalle Notizie c. s.).
1543 — Disegno di Giorgione in casa di Michele Contarini e
quadro presso Marcantonio Michiel.
In casa de M. Michel Contarini alla Misericordia, 1543 austo.
Il nudo a penna in un paese fu di man di Zorzi, et è il nudo che
ho io in pittura de listesso Zorzi.
(Dalle Notizie c. s.):
* * *
Nel secolo xvi i geni dànno unità di movimento artistico
airitalia, Leonardo stringendo i vincoli fra Lombardia e To-
scana, Michelangelo e Raffaello preparando, in Roma, il fon-
damento airegemonia dell’arte italiana, vetusta pianta che
coprirà del rigoglio dei suoi rami la terra. Ma, se da ogni
parte accorrono a Roma madre le più vive forze della Nazione,
Venezia sembra appartarsi da quel coro di gloria, non sentire
legame con l’Urbe. Vive a sè, regina immersa nei fulgidi riflessi
dell’ Oriente, assisa fra tappeti policromi e broccati d'oro,
splendente di smalti e di gemme.
Venezia e Firenze, fonti principali dell’arte nostra, assu-
mono, nella civiltà italiana, due posizioni opposte. In Firenze,
la poesia di Dante nel Trecento, e la scienza di Galileo nel Sei-
cento, iniziano e chiudono una prodigiosa attività, ove fantasia
e ragione, arte e scienza sono incessantemente commiste; Ve-
nezia invece non ha dato grandi valori poetici alla civiltà, nè
valori scientifici; ma a lei si deve una grande civiltà musicale,
oltre che pittorica e architettonica. E l’architettura veneziana
non rappresenta valori intellettuali, novità costruttive ad esem-
pio, ma soltanto valori fantastici, di decorazione colorata.
Mentre, cioè, in Firenze ragione e fantasia procedevano di
pari passo, intimamente fra loro collegate, a Venezia la fantasia
predominava su ogni attività teoretica. Ed ecco perchè, nel
momento in cui il massimo rappresentante della civiltà fiorentina,
Michelangelo, giungeva ai suoi prodigi di tormento filosofico e
morale, Venezia si abbandonava alle fantasie del colore in modo
da spezzar tutti i vincoli precedenti e da purificare l’arte pitto-
rica da ogni impedimento che l’intellettualismo le opponeva.
Nel Quattrocento Venezia aveva imparato a disegnare e a
chiaroscurare rigorosamente, sugli esempi fiorentini. I colori
di Giambellino, delicati, puri, trasparenti alla luce, si sovrap-
ponevano con precisione alle zone già fissate dal nitido disegno;
Giorgio da Castelfranco, all’inizio del Cinquecento, sposta il
centro estetico del quadro dal disegno al colore, dal colore al
tono del colore, subordinando la linea alla massa, vedendo la
forma traverso un effetto sintetico di luce e d’ombra, intonando
l’armonia pittorica sui rapporti di luce tra colore e colore.
L’avvento di Giorgione suscitò nuove energie nell’arte vene-
ziana, che assurse a grandezza cinquecentesca. Nel Quattro-
cento si era diffusa da Padova alle soglie di Lombardia, da Ve-
rona alla reggia dei Gonzaga, e per le rive adriatiche, lungo
l’Istria e la Dalmazia da una parte, lungo la spiaggia ravennate,
marchigiana, abruzzese e pugliese dall’ altra. Giorgione apre una
nuova epoca di splendore e di prodigiosa fecondità all'arte vene-
ziana, stringendo a Venezia la terraferma: Bergamo con Palma
Vecchio, il Cariani e Licinio, il Friuli col Pordenone, Padova
con Giulio Campagnola, Verona col Torbido, Brescia col Ro-
manino, il Savoldo e il Moretto, Ferrara con Dosso Dossi, Lodi
coi Piazza.
* * *
Nacque Giorgione nel 1477, morì giovanissimo nel 1510.
Della sua vita è un’eco nel Vasari: « Fu allevato in Vinegia, e
dilettossi continovamente delle cose d’amore, e piacqueli il
suono del liuto mirabilmente e tanto che egli sonava e cantava
nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello
adoperato a diverse musiche e ragunate di persone nobili ».
De’ suoi diletti risuonano, sospirano ancora le opere sue.1
1 Bibliografia su Giorgione: Marin Sanudo, I diarii : 1496-1533 (Venezia, 1882); Bal-
dassarre Castiglione, Il Cortegiano, 1524 (edizione Vittorio Cian, Firenze, 1894); Marcan-
tonio Michiel, Notizie d'opere del disegno (ediz. Morelli, 1800; Frizzoni, 1884; Frimmel, 1888);
Paolo Pino, Dialogo della pittura (Venezia, 1548); Doni, Disegno (Venezia, 1549); Lodovico
Dolce, Dialogo della pittura intitolato: « L'Aretino » (Venezia, 1557); Id., Dialogo nel quale si
ragiona delle qualità, diversità e proprietà dei colori (Venezia, 1565); Giorgio Vasari, Le Vite,
(ediz. del 1550 e del 1568); Francesco Sansovino, Venetia città nobilissima (Venezia, 1581);
Manoscritto Marciano, 5102 (all’anno 1650); Carlo Ridolfi, Le maraviglie dell’Arte (Venezia,
1648); Marco Boschini, La carta del navegar pittoresco (Venezia, 1660); Id., Ricche mi-
niere della pittura veneziana (Venezia, 1664); David Teniers, Le théàtre des pcintures
(Anversa, 1673); Luigi Scaramuccia, Le finezze dei pennelli italiani (Pavia, 1674); Joachim
De Sandrart, Academia Nobilissimae Artis Pictoriae (Norimberga, 1685); Nadal Melchiori,
Cronaca di Castelfranco (Museo Civico di Venezia, Cod. Gradenigo-Dolfin, 205); Félibien,
Entretiens sur les vies et sur les ouvrages des plus excellents peintres anciens et modernes (Tre-
voux, 1725); Recueil d’estampss d'après les plus beaux tableaux... qui sont en France dans le
cabinet da Roy, dans celuy de Monseigneur le Due d'Orléans, et dans d’autres cabinets
(Paris, 1729); Anton Maria Zanetti, Della pittura veneziana e delle opere pubbliche de' vene-
ziani maestri (Venezia, 1771); Federici, Memorie trevigiane sulle opere di disegno (Venezia,
1803); Il quotidiano veneto (2 die. 1803); Leopoldo Cicognara, Elogio di Giorgione , discorso
(Venezia, 1811); Baldinucci, Notizie dei professori del disegno (ediz. del 1813); G. Antonio
Moschini, Guida per la città di Venezia (Venezia, 1815); Luigi Lanzi, Storia pittorica della
Italia (Bassano, 1818); Seroux D’Agincourt, Storia dell'arte dimostrata coi monumenti (Prato,
1828-29, voi. IV e voi. VI); Gaye, Carteggio inedito d'artisti (1840); Gualandi, Memorie
originali (1842); Giov. Rosini, Storia della pittura italiana (Pisa, 1845, voi. IV); Id., Venezia
e le sue lagune (Venezia, 1847); A. Cicogna, Iscrizioni veneziane (1853).; Franc Zanotto, La
Sibilla Delfica, quadro di Giorgio Barbarelli detto il Giorgione (Venezia, 1856); Lorenzo Puppati,
— 9
Le pale d’altare del vecchio Giambellino, ove Madonne e
Santi appaiono in un velo atmosferico mosso da riflessi, e più
Degli uomini illustri di Castelfranco (Castelfranco, 1860); H. Reinhart, Castelfranco u. einige
wmiger bekannte Bilder Ges., in Zeitschr. f. bild. Kunst. (1866, 250); Lorenzi, Monumenti per
servire alla storia del Pai. Due. di Venezia (Venezia, 1868); J. Colbacchini, Tableau precieux
qui représente l’Adoration des Mages par G. Barbatelli dii le Giorgione (Venezia, 1873); Crowe
e Cavalcaseli^, A history of painting in North Italy (London, 1871): cfr. anche l’edizione
di essa curata dal Borenius (Londra, 1912); W. Pater, The school of G. (1877), in Ti e Re-
naissance (1893); P. G. Molmenti, Giorgione, in Bull, di arti, industrie e curiosità veneziane
(Venezia, II, 1878-1879, pp. 17); G. M. Urbani De Gheltof, La casa di G. a Venezia, in
Bull, di arti, industrie e curiosità veneziane (Venezia, II, 1878-79); H. Luecke, Giorgione.
Dohme, Kunst u. Kuenstler (1879, III, 2, n. 66-68); Giov. Morelli (Ivan Lermolieff),
Kunstkritische Studien iiber Ital. Malerei. Die Galerien zu Munchen u. Dresden (Lipsia,
1880, e II ediz., 1891); L. W. Schaufuss, G.s Werke unter Beruchsichtigung der neuesten For-
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Wiener Kunstbriefe (Leipzig, 1884); S. Larpent, Le « Jugement de Paris » attribué au G. (Chri-
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lungen des IX. Internationalen Kunsthistorisc'ien Kongresses in Munchen, 21 sett. 1909;
IO
le vedute veneziane, ove il Carpaccio, con un senso tutto nuovo
di libertà pittorica, sgrana il colore disperdendo i contorni e
abbozza direttamente col pennello le macchiette in distanza,
sono primi accenni, preludi, all’avvento del tono. Ma solo con
Giorgione il tono diviene la parola nuova, l’universale linguaggio
della pittura cinquecentesca veneziana. L’accordo dei colori
prende a fondamento un criterio di luce e d’ombra, la diffusione
nell’atmosfera di un colore assunto quale principio di luce. E
in Giorgione, come in Tiziano, la tinta delle carni luminose
predomina sulle altre e le penetra, sostituendo ai rilievi nitidi
una fusione ottenuta per velature di masse cromatiche morbide,
senza definiti contorni. Tutto s’immerge in un velo atmosferico
che unifica le tinte e sopprime ogni stacco tra immagine e sfondo:
il paese diventa quasi un’emanazione della figura, del divino
sonno di Venere nel quadro di Giorgione a Dresda, come della
malata tristezza di Carlo V nel ritratto di Tiziano a Monaco.
Fogolari, in Arte nostra (Treviso, I, 1910, p. 8); Von Beckerath, in Repertorium fiir Kunst-
wissensschaft (XXXIII, 1910, 278); E. Schaeffner, in Monatshefte fiir Kstw. (Ili, 1910,
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Das Kolorxt in der Venezianischen Malerei (I, Berlin, 1912); Woermann, in Apelles zu Bócklin
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Buri. Mag., (XLVII, 1925, p. 129); Cook, Recensione alla II edizione (1926) del Giorgione
dello Justi, in Buri. Mag. (XLVIII, 1926, 311-312); Id., A Giorgione problem., in Buri. Mag.
(XLVIII, 1926, 23-24). Per il giubileo di Max Friedànder: F estschrift iQ2j. [Riprcduzicne di
un disegno supposto di Giorgione per un quadro perduto, Il giudizio di Paride, pure supposto
di Giorgione (?)].
II
Questi risultati sono soltanto in parte raggiunti dalla Giuditta
di Pietrogrado (fig. i), forse la più antica opera di Giorgione, ora
ristretta nel taglio. 1 Qui un muricciolo divide dal paese sfumato
di biondi vaporosi e d’azzurri l’immagine giovanile, poggiata a
uno spigolo di pilastro, in atteggiamento di riposo e di femminea
incertezza. Una mano pende con molle eleganza dal muricciolo,
l’altra tiene come ornamento l’elsa della spada; il piede, che
vorrebbe calpestare la testa di Oloferne, appena la sfiora: l’e-
roina d’Israele incarna il tipo fine e puro della donna sognata
da Giorgione sugli albori del Cinquecento, e sembra contemplare
assorta la propria bellezza, la propria eleganza. Accartocciate
in cumuli prismatici, si aprono ad ala le stoffe intorno alla gamba
morbida, senza peso, senz’ossa; ma cadono composte a rivelare
la bellezza del seno e delle spalle. L’atteggiamento è studiato,
voluto, nella sua grazia molle e un po’ effeminata: anche la
testa del vinto non è immagine d’orrore: ha lineamenti fini,
chiome inanellate. Giorgione fugge della scena tradizionale ogni
particolare màcabro, ogni violenza, pago di cilindrare la bella
forma muliebre nella sua veste rossa, e di prolungarne la linea,
di ripeterne la cadenza col tronco massiccio dell’albero, di là
dal muricciolo. Chiara la figura, ingiallita ora dal tempo, sul
fondo chiaro del cielo; di un bruno caldo rossigno, le pietre e
l’albero; nebulosa la nota bionda di un boschetto nel piano.
Non ha più, l’immagine, l’architettura salda delle figure di
Giambellino, anche tarde; ammorbidita, sembra piegare in un
languor di sogno, posar lieve, sfiorando la terra. L’ovale è deli-
cato; le chiome lisce ne descrivono la purezza; i lineamenti
scolorano nel bianco avorio del volto. Errano nell’ombra delle
palpebre le iridi scure: tutto è dolce, sbiadito, anche il rosso
che ingialla al sole. La tinta delle carni era certamente rosea,
come appare, ancor oggi, nel piede; ma laghi sanguigni d ombra
s’affondano negli avvallamenti del drappo, come poi nella V e-
nere di Dresda, e un caldo rossore traspare dal muricciolo in
1 II quadro, nella stampa del 1729 ( Recueil d'estampes, incisione di Toinette Larcher),
aveva la forma originale più larga della presente (fig. 2).
Fig. i — Galleria del Romitaggio a Pietrogrado.
Giorgione : Giuditta.
(Fot. Hanfstaengl).
Fi?. 2 — Incisione di Toinette Larcher: La Giuditta.
— i4 —
ombra, dal tronco possente, che è nella composizione elemento
primo di ritmo architettonico e di contrapposto tonale al chiaror
delle carni e del cielo.
Ancora Giorgione, legato alla tradizione quattrocentesca,
disegna i contorni delle spalle, il delicato ovale, i puri linea-
menti; studia il chiaroscuro; ma il pennello infonde una brillante
carnosità alle stoffe accartocciate, e il roseo delle carni colora
le ombre. Un placido tramonto imbionda il cielo, ove strisce
gialle s’addentrano nel cilestre che si estingue, come lingue di
terra a fior di mare. Una bruma luminosa sommerge il paese:
terra e cielo confinano in distanze vaghe, di sogno.
* * *
Verso il 1504 dipinse la Madonna tra i Santi Francesco e
Liberale per la chiesa di Castelfranco (figg. 3-5), rinnovando la
tradizione veneta della pala d’altare. Non le absidi delle pale
belliniane di San Zaccaria e dei Frari, immerse nei riflessi dei
musaici d’oro, non la semplice tenda che isola dal fondo cam-
pestre le Vergini col Bambino; qui un alto parapetto coperto di
velluto amaranto separa dalla terra, bassa e lontana, il recinto
sacro, il trono della divinità, semplice, schematico, tronco dalla
cornice del quadro perchè i nostri occhi lo vedano ascendere,
senza fine, dall’altare al cielo. Stoffe splendenti, tappeti di orien-
tale ricchezza apparano il seggio di marmo rosso cupo alla base,
di marmo grigio chiaro dove spicca sul fondo bruno del drappo,
scuro dove stacca sul limpido chiaror del cielo: gli stessi contrap-
posti di note calde e fredde, lo stesso ritmo di toni della Giuditta
di Pietrogrado, ma in una scala più vasta e solenne. Tenui cornici
ai due sovrapposti altari che reggono il trono di Dio; nessuna
cornice ai braccioli del trono, tagliati nella nuda pietra con
rigore antonelliano. Più semplici, più solenni le linee architetto-
niche quanto più salgono verso il cielo: più squillante il timbro di
luce del raso perlaceo che appara il trono. Tutto deve essere
eletto e limpido, quel che accosta la divinità, e se il manto della
Vergine si accartoccia in pieghe profonde e suntuose, la veste
Fig. 3 — Chiesa di Castelfranco. Giorgione: Pala d’altare.
(Fot. Anderson).
— i6 —
a fini increspature è delicata come i lineamenti del puro ovale;
i tappeti tesi sfiorano il marmo d’ombre trasparenti. Morbido
Fig. 4 — Particolare della pala suddetta.
(Fot. Anderson).
e tornito, il nudo corpo del bimbo poggia, con naturalezza
ignota ai predecessori, sulla mano messa dalla madre a riparo, e
guarda giù verso la terra.
Fig. 5 — Particolare della pala suddetta.
(Fot. Anderson).
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
2
Piccolo appare il Dio, fiore d’infanzia, non paffuto, pronto
ai gesti e impetuoso come i bimbi di Tiziano: timido e tenero;
la luce si raccoglie sul volto di Maria, che guarda di lontano alla
terra; assorta regna in quel sacro silenzio. È il tramonto, ma
senza gli ardori dei tramonti di Tiziano: la luce si diffonde
lenta, si penetra della gran pace che domina la scena; e il _ senso
del divino scaturisce da quel silenzio augusto; dalla trasparenza
d’oro degli alberi; dal cielo che sopra il giallo del tramonto si
estingue in un cilestre tenue e puro; dall’azzurro dei colli, che
scolora, verso il piano, in gradazioni di sognante lentezza.
Salgono i gradi del trono; sale assottigliandosi la scala a
gradi alti, scanditi in ritmo solenne: scala del cielo. Il parapetto
rosso amaranto separa l’oratorio dal paese. Ma la cattedra della
Vergine pare abbia più ampio piedistallo: tutta la terra che
intorno s’aggira. La Divina, vestita dèi colori delle Virtù, si
innalza col suo trono sul mondo. L’aria circola e colora l’am-
biente sacro; la terra dà il tepore, la freschezza, il verde dei
campi, il turchino dei monti; il mare dà l’azzurro, il cielo dà
l’azzurro alla divinità, il chiaror della luce. La terra è accesa dalla
visione; s’avvolge del suo splendore. Le mani di Giorgio fiam-
meggiano: manda lampi l’armatura del lanciere di Dio; l’ombra
circonda San Francesco e vela di umiltà la misericorde imma-
gine che chiama a sè gli afflitti per consolarli nella visione sacra,
nella gran pace che scende dal trono divino verso gli uomini.
San Giorgio non parla. Egli è la guardia eterna, la guardia del-
l’altare.
* * *
Per la prima volta il paese diviene protagonista di una
pittura veneziana nella Tempesta di casa Giovanelli1 Il (fig. 6). Le
1 Marcantonio Michiel così scrive: « In casa de M. Chabriel Vendrarain (153®). E1 paesetto
in tela cum la tempesta,- cun la cingana et soldato fo de mano de Zorzi da Castelfranco»
Il Wickhoff (cfr. Giorgione. Bilder zu ròmischen Heldengedickten , in Jahrbuch d. K. pr. Ksts.,
(XVII, 1895, Heft 1), suppone che la Tempesta Giovanelli sia stata ispirata da un passo della
Tebaide di Stazio (IV), dove raccontasi dell’incontro del re Adrasto e della regina Hypsvpile.
Contro queste ed altre spiegazioni di opere di Giorgione insorsero G. Gronau, Kritische
Studien zu Giorgione, in Repsrtorium fur Kunstwissenschaft (XXXI, 1908) e Lionello Ven-
1 uri citato.
tre figure, donna, bimbo e pastore, ne fanno parte nell’abban-
dono velato di malinconia. E mentre nel quadro raffigurante il
rinvenimento di Paride, noto per un’incisione, il bambino è
Fig. 6 — Casa Giovanelli a Venezia. Giorgione: Tempesta.
evidente centro della scena, qui la madre lascia errare lo sguardo
pensoso; contempla e sogna il pastore: la città fosforescente
presso le acque cupe, il cielo rotto da lampi, gli alberi, che
lontano sembrano prender fuoco alla luce del lampo, sono del
quadro le note fondamentali. Mutato il soggetto religioso in
20
un soggetto di pura fantasia, Giorgione, come nella Giuditta,
come nella pala di Castelfranco, rallenta l’azione, si abbandona
al suo spirito contemplativo. Poggia lieve sull’asta il pastore,
giovane e bello, e non sembra pesar sulla terra; non cura la
sua nudità la donna, fiore sbocciato all’aperto, colorito dal
crepuscolo in quella sua delicata tinta di malinconia. Nel primo
piano, tra i campi, sono rovine, ma tagliate con la stessa cura
di architetto aulico che Giorgione spiega nel trono della pala di
Castelfranco. Sopra un muretto di conci posa una nitida lastra
marmorea; sopra la lastra, due colonne tronche, come sopra
un altare. E la sezione di quelle colonne riflette la luce del fondo;
riecheggia, di qua dall’acqua fosca, i barbagli delle case lontane,
rinnovando il contrappeso di lumi e d’ombre che nella Giuditta
per mezzo della massa scura di un muricciolo e di un tronco,
nella pala di Castelfranco per mezzo di una tenda rosso cupa
e delle alternative di tappeti e di marmi, componevano il ritmo
giorgionesco di risonanze luminose. Masse di luce e d’ombra,
note calde aurate, di un oro pallido e lieve che diverrà poi il
fuoco di Tiziano, e note fredde, di glauco e di viola, si contrap-
pongono, si equilibrano, nell’atmosfera mossa del quadro: le
scintille mettono accenti; sempre più complessa e profonda di-
viene la poesia del tono.
Il cielo è glauco, di un glauco intenso, carico; scure le acque
del rivo in quell’afa del temporale. La base cupa dà risalto alla
magica fosforescenza delle torri e delle mura, su rive d’oro,
ra alberi biondi. Le case pallide, con tocchi di roseo sul grigio,
con qualche nota di rosso, con rosei riflessi, vivono una fantastica
vita; crepitano le torri più vicine, alla luce dei lampi; le torri e
le cupole lontane, come sospese fra terra e cielo in un lume freddo
e lieve, non hanno spessore: son bolle, prismi di vitreo lume,
eterei chiarori nel grigio; i comignoli sbocciano nell’ombra come
gigli di luce; più non si vede il tronco degli alberi, zampilli d’oro
nella massa verdazzurra delle nubi; sospesi anch’essi, viventi
anch’essi una vita febbrile, fantastica, nell’aria satura di elettri-
cità. Due masse d’alberi, luminosa a sinistra, cupa a destra, due
Casa d’Arte Bohler, a. Lucerna. Giorgione: Disegno.
22
figure, una tra ombre e bagliori, una avvolta di luce, arrotondata
da luce, completano il ritmo del quadro. Le carni della donna,
rosate, traggon valore dai ramoscelli bruni che sopra si stam-
pano, e trovano echi negli spenti riflessi rosei delle case lontane.
Di tutti questi contrapposti, di tutti questi* accordi, compone
Giorgio da Castelfranco, con un paese, una zingara, un bimbo
e un soldato, il suo divino poema.
Vicino di tempo al quadro della T empesta è, con ogni proba-
bilità, il meraviglioso disegno a matita rossa raffigurante fiume
e campi intorno alle mura di Castelfranco, ora nella Raccolta
Bòhler a Lucerna 1 (fig. 7), dove Giorgione ha espresso con deli-
catezza suprema l’amore della campagna, che vive nella sua
arte come un ricordo nostalgico della terra nativa. Par si dissipi
la nebbia dal paese, e prendan valore, alla prima luce dell’au-
rora, alberi, arcate di ponte, torri, e sul davanti emerga dalla
bruma un viandante seduto sopra un cumulo di terra, tra ce-
spugli che gli s’irradiano attorno. La nebbia porta con sè la
luce dell’aurora che arrossa le torri, frangia i cespugli e il bo-
schetto sulle rive del fiume, infoca il viandante pensoso. Sospese
fra terra e cielo sembran le mura di Castelfranco, leggiere irreali;
ogni cosa ha levità di soffio; a tratti i campi e le mura si smarri-
scono, si perdono ai nostri occhi nella luce. Il segno è lieve,
puro, lene, come il murmure di una fonte argentina. Par che si
desti la terra, s’avvivi il giorno, e il viandante stia per ripren-
dere la via penosa della vita.
* * *
Nel quadro dei Tre filosofi,2 o meglio dei tre astrologhi (fig. 8),
a Vienna, la visione del paese si restringe; l’ombra calda dei
1 Vedi la pubblicazione del disegno n&W'Album del Becker.
2 Marcantonio Michiel così ne parla: « La tela a oglio delli 3 phylosophi nel paese, dui
ritti et uno sentado che contempla gli raggi solari cum quel saxo finto cusì mirabilmente, fu
cominciata da Zorzo da Castelfranco, et finita da Sebastiano Venitiano », e fu veduta » in
casa de M. Tadeo Contarkio » (1525), da Marc’ Antonio Michiel. Secondo il Wickhoff qui
sarebbero rappresentati Evandro e il figlio Pallas che additano a Enea la roccia scoscesa ove
doveva innalzarsi il Campidoglio. Bene osservò Lionello Venturi: « di tutti gli elementi ne-
cessari per credere a tale interpretazione c’è solo la roccia scoscesa. Troppo poco! Poiché
— 23 —
tronchi e di una roccia isola e ingrandisce le figure. È invertito
il rapporto della Tempesta: l’uomo qui prende il primo posto;
ha la nota più alta nel coro della natura. Una cupa roccia, pochi
Fig. 8 — Hofmuseum di Vienna. Giorgione: I tre filosofi.
(Fot. Hanfstaengl).
tronchi nudi separano dal paese vaporoso, che fugge verso lonta-
nanze di luce, il proscenio, ove s’adunano l’arabo misterioso, ve-
Evandro, il vecchio, non indica la roccia; Enea, l’orientale, non la guarda; e Pallas se ne sta
appartato a misurarsi la roccia per conto proprio ». E Lionello Venturi, avvicinata una xilo-
grafia nell’edizione di Aurelio Macrobio, In somnium Scipionis expositio (terminata da
Philippo Pincio il 29 ottobre 1500), rappresentante tre astrologhi che usano i loro strumenti
per studiare il terremoto, i venti e le stelle, strumenti simili, per il loro ufficio di misurazione,
a quelli dei Tre filosofi, suggerì il titolo più esatto di Tre astrologi. L’Hartlaub, in Giorgiones
Geheimnes (il mistero di Giorgione), svolgendo l’idea di Lionello Venturi, studia a fondo
le associazioni di carattere astrologico e mistico in Italia e^particolarmente a Venezia sul prin-
cipio del secolo xvi, e suppone il quadro un’allegoria occultistica. Il giovine, l’uomo maturo
e il vecchio significherebbero, per l’immaginoso iconografo tedesco, i tre gradi di iniziazione;
gli strumenti ch’essi tengono tra le mani e i segni cabalistici tracciati sul foglio avrebbero
ciascuno un particolare significato.
— 24 —
nuto dal regno della magia, il vegliardo con la gran barba mo-
saica e gli occhi fulminei del profeta, il giovane delicato sogna-
tore. Il giallo dorato, il morello, il viola, il verde, il bianco argento,
tingon le stoffe drappeggiate con solennità architettonica sul-
l’Orientale, avvolte con grazia a fasciar il braccio del giovane,
Fig. 9 — Scuola Nazionale di Belle Arti, a Tarigi.
Giorgione: Disegno.
(Fot. Braun).
grandi enfatiche sul vecchio dal volto profetico. Le tre figure,
uscite dalla luce, si presentano vestite dei colori più belli: l’Arabo
nel mezzo, mago d’Oriente, immoto, contempla; il giovane tiene
squadra e compasso come per misurare la roccia, ma il volto
rapito riflette la fiamma dell’ispirazione poetica; il vegliardo
grida i fati della terra. Un fusto sottile, con rade foglie come
quelle che si stampavano sulle carni rosee della zingara, si
— 25 —
innalza nel cielo, e par che le foglie fremano sulla luce del giorno
che muore. Passa sulla terra, sulla chioma degli alberi, come
un ultimo spiro di sole, e in quel raggio il viola prediletto da
Giorgione echeggia dalle figure al cielo. Il volto chiaro del gio-
vane rileva sull’ombra dei tronchi, guarda all’ombra della roccia,
e il sole al tramonto colora d’oro la sua delicata bellezza; il
vegliardo tien la tavola come preso da sacro furore; volge le
spalle al cielo l’Arabo enigmatico.
La sera giunge, il sole tramonta, le ombre incalzano: le tre
figure, come simboli dell’età dell’uomo, la giovinezza sognante,
la virilità sicura, la vecchiaia profetica, regnano sul paese fiorito
di luce.
Un disegno, forse prima idea per la testa di uno degli
Astrologhi (fig. 9), del mediano verosimilmente compiuto nella
pittura da Sebastiano del Piombo, si trova assegnato al Peru-
gino neirÉcole des Beaux Arts a Parigi: come del disegno citato
del Bòhler, sembra fatto di polvere, di tratti leggieri, quasi
dalle brume del pensiero dovesse uscire il mago orientale.
* * *
La nobiltà spirituale, che si trasforma in luce sul volto del
giovane filosofo a Vienna, impronta i lineamenti puri del gio-
vane raffigurato nell’unico ritratto universalmente noto del pit-
tore di Castelfranco, a Berlino1 (fig. io). È un ritratto, e sembra
una figura ideale, l’immagine di bellezza veduta da Giorgione,
col volto ovale, i grandi occhi a mandorla, l’arco perfetto delle
sopracciglia, la bocca dolce e morbida, una espressione mista di
tenerezza e di ritegno, uno sguardo calmo e lento, che ha la
sua mira sopra la realtà della vita, verso i lontani orizzonti del
sogno. I seguaci di Antonello cercavano nel ritratto definizione di
energia di carattere, di forza plastica, Giambellino l’espressione
della sua anima fatta di bontà, di serenità, di devozione sem-
plice e candida. Le armonie spirituali di Giorgione sono più
1 Era nella Collezione Giustiniani in Padova, quindi nelle mani di Jean Paul Richter,
che lo cedette nel 1891 al Museo di Berlino.
— 26 —
profonde e p ù ver. te, come le armonie dei colori nella dolce ve-
latura del tono. Il messinese Antonello, e in generale i Vene-
ziani quattrocentisti, Giambellino compreso, vedono il busto a
tutto tondo o ad altorilievo staccato dalla base scura, mentre
s’immerge nell’ombra grigia come in una inviluppante atmosfera
Fig. io — Galleria di Berlino/ Giorgione: Ritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
il busto del giovanetto di Berlino; e il braccio sinistro avanza
dolcemente sfumato, la spalla destra appena rientra. Il fondo
grigio compone gli accordi più soavi con le carni delicate e col
primaverile lilla della veste, sfumato nell’ombra in un viola
cilestre, di glicine, ^contorni non sono più netti: l’immagine si
fonde con l’ombra grigia come si fondono col paese le immagini dei
quadri di Giorgione. E se il parapetto è uno strascico di vecchie
form?, posa lieve sovr’esso la mano della figura, e in quel gesto
— 27 —
immateriale prende vita l’anima dell’ignoto. Come le immagini
evocate da Raffaello nell’Italia centrale, ma con un velo di
tenera malinconia che riflette lo spirito romantico del Vene-
ziano, gli esseri di Giorgione sono esemplari di una umanità
Fig. ii — Giorgione: Ritratto di un Cavaliere di Malta.
(Fot. Anderson).
eletta, nata per il sogno più che per la vita. Tra i due ritratti
di Lorenzo Lotto, ove i fondi di fiamma o di verdemare gridano
violenti la tristezza delle carni ceree malate, l’ignoto ritratto
di Giorgione appare come un simbolo di bellezza eterna, di no-
biltà inaccessibile, di calma pensosa, superiori ai tormenti, alle
— 28 —
nevrosi, alle stanchezze della vita. L’assorta e vibrante fisio-
nomia par seguire le note di una musica lontana.
Attribuzione discussa a Giorgio da Castelfranco è il ritratto
del Cavaliere di Malta nella Galleria Uffizi a Firenze (figg. 11-12).
Fig. 12 — Particolare del Ritratto suddetto.
(Fot. Anderson).
Vi è accennato nella posa superba l’effetto grandioso dei ritratti
di Tiziano, e la mano è dipinta con tale larghezza e facilità di pen-
nello da non trovar riscontri nelle pitture rimaste di Giorgione.
Ma l’intiero quadro non può staccarsi dall’opera del Maestro di
Castelfranco, e non trova posto nel ciclo dei ritratti di Tiziano
raccolti intorno all’ Uomo del guanto . In nessuno di essi l’arco
— 29 —
descritto dalla testa e dal busto nella sua posa altiera è così unito
e nitido, la superficie così compatta nella sua grana d’oro, il
modellato così fermo e conciso. La stessa creta dorata che forma
la Venere di Dresda è la sostanza di cui si è valso il pittore per
Fig. 13 — Raccolta Altmann a New York.
Giorgione: Ritratto, già nella Raccolta Grassi a Firenze.
modellar questo puro ovale di volto nella cornice notturna di
barba e capelli, ove tutto risponde all’ideale estetico di Gior-
gione: la fronte disegnata ad arco dal contorno vaporoso delle
chiome, rialzate sopra le tempie perchè prolunghino la linea
dell’occhio ovale, il profilo tagliente e puro, precisato nel suo
nitore plastico dall’angolo di luce tra lacrimatoio e sopracciglio,
l’ammirabile occhio a mandorla. Rabescata sottilmente la veste
nera, il pittore vi fa brillar l’argento della croce come raggio
d’astro nell’ombra notturna, e dal fondo scuro, dalle vesti nere,
dalle chiome nere, trae un contrasto esaltante al bianco dei lini,
alla ferma luce che si fissa sul collo, sul volto chiuso nella sua
alterezza. Un’energia di vita, potente e misteriosa, si concentra
nello sguardo d’aquila, nel profilo diritto e puro.
Più sviluppato, più tardo, è un ritratto di Gentiluomo già
nella Collezione Grassi a Firenze, ora nella Raccolta Altmann a
New York 1 (fig. 13), che sembra preparare il modello alla su-
blime grandezza del Cristo della moneta di Tiziano. Qui manca
il parapetto, e il busto è di profilo, mentre la testa si volge lenta
dall’ombra del fondo e ci guarda con occhio carezzevole, vellu-
tato, lontano. Le mani s’intrecciano a fatica, impacciate, e forse
qualche troppo ardito restauro ne ha alterato il tono; i lini sono
un po’ grevi, ma la morbida massa della capigliatura, che lascia
libero l’angolo della tempia come nel quadro di Berlino e dà
sì dolce risalto al caldo pallor del volto, il profilo puro, l’arco
soave e morbido delle labbra, l’incanto malinconico che l’occhio
diffonde sul volto improntato a un’idealità sovrumana, confer-
mano il nome grandissimo a questo ritratto che sembra l’im-
magine giorgionesca del Nazzareno.
* * *
Venere (fig. 14), il tesoro della Galleria di Dresda,2 è la per-
fetta incarnazione del sogno di Giorgio da Castelfranco.
È l’ora che segue al tramonto; la campagna silenziosa culla
il sonno della dea; la vasta natura contempla, la. divina dor-
miente. Quando Tiziano, nel quadro della Gallezia Uffizi, figura,
col vivo ricordo del quadro di Giorgione, Venere giacente, la
trasforma in una dama adorna per l’amore, tra monili e fiori,
1 Vedi W. Bode, in Art in America, I.
2 Fu descritta da Marcantonio Michiel, come esistente nel 1525, in casa di Messer Hiero-
nimo Marcello, così: « La tela della Venere nuda, che dorme in uno paese cum Cupidine, fo de
mano de Zorzo da Castelfranco, ma lo paese et Cupidine furono finiti da Titiano ».
— 3i
col cagnolino accanto, in una suntuosa casa; quando il vecchio
Palma, più fedele al modello, dipinge la Venere di Dresda al-
l’aperto, distrugge ogni unità tra il greve nudo e lo scenario
complesso che nasconde il cielo; Giorgione invece fa della dea e
del paese, creato per accoglierla, un essere solo: il sonno di Ve-
nere è il tema del quadro, e la sua pace si propaga nel sacro si-
lenzio della natura. Il villaggio a destra sulla montagna, con
le sue vaporose luci, è di Tiziano; più intenso è il verde, più
soffice il velluto delle erbe, più fonda la nota dell’ombra, nella
roccia a sinistra, nel piano ondoso che confina con un lago ci-
lestre, con monti di un cupo azzurro sotto il cielo velato da
una nube mista di grigio, di biondo, di rosa. Certo Giorgione
aveva pensato il cumulo a destra, in rispondenza alla roccia di
sinistra; tra i due rialzi, il piano: in mezzo al piano, l’albero om-
brellifero contro la luce del cielo, sentinella in attesa malinco-
nica della notte.
Dalla roccia che gli forma conca alla punta del drappo argen-
tino, lungo una diagonale del quadro, declina ondulando il nudo
— 32 —
biondo rosa nella carezza del sole al tramonto. Il rigor geometrico
dei nudi di Antonio Rizzo e di Giovanni Bellini si muta in mor-
bida grazia, in libero ondulamento di forme, messo in risalto
dai cumuli della coltre. L’ombra fulva della roccia trapassa al
magnifico rosso granato del cuscino; il corpo, di un giallo rosato,
Fig. 15 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Alinari).
con le rosee ombre di Giorgione, accosta l’argento del drappo,
come di neve al sole tra deeli vii d’ombre trasparenti.
E il contrasto col drappo sfavillante e con la penombra vellu-
tata del prato e della roccia dà all’immagine il suo pieno valore
di centro luminoso del quadro.
Venere nuda, col volto ovale (fig. 15) della Vergine di Castel-
franco e le chiome agitate da fulvi riflessi, è pura nella placidità
del sonno. Tutto in lei è lieve, come sempre nelle creature di
Giorgione, che non pesano sulla terra: il lungo corpo sfiora ap-
pena la coltre, ondulando; la testa poggia sul morbido braccio,
in un contatto vaporoso, soave; l’ombra delle ciglia è di velluto,
lieve il disegno delle labbra arcuate.
— sa-
li cielo al tramonto infulva la roccia presso la Dea e vela
d’oro le carni: coperto di nubi all’orizzonte, riceve gli ult mi
bagliori del giorno, il fiato caldo della terra. La donna, stesa
sull’erba, si è fatto cuscino del mantello amaranto, coltre del
drappo d’argento. La terra contempla il suo sonno; la rupe
Fig. 16 — Museo del Prado a Madrid. Giorgione: Anconetta.
(Fot. Anderson).
s’incava nel basso per dar posto alla bella testa e al braccio che
la sorregge. Nell’ombra della sera che inoltra, la dea porta la luce
della sua bellezza, la luce che vince il tramonto. Ella dorme; par
che respiri l’aura leggiera, e la luce d’oro la copre del suo velo
prezioso. Venere è nuda all’aperto: fremono le erbe vicino a lei.
Il fiore della terra, in una sera estiva, respira con la terra al}o
sparir del sole.
* * *
La pala del Prado (fig. 16) segna un distacco da questo
gruppo di opere, tanto da giustificare le esitanze di attribu-
zione. Più vivo è il gioco dei riflessi nella velata atmosfera,
Venturi, Stona dell'Arte Italiana, IX, 3.
3
— 34 —
più caldo, potremmo dir più terrestre, il senso della vita, più
sciolto il moto del pennello. E tuttavia nessun nome meglio di
quello di Giorgione risponde ai caratteri della grande pittura. Nel
primo quadro noto, Il condottiere Pesaro davanti a San Pietro,
Tiziano, per far brillare i colori col variar delle luci, scompiglia le
Fig. 17 — Museo del Louvre. Giorgione: Concerto campestre.
(Fot. Braun).
stoffe con una rapidità tumultuosa che non si vede nei composti
panneggi del Prado; la Zingarella di Vienna è pienamente tizia-
nesca nell’opulenza delle forme floride e ampie, senza l’ovale pu-
rissimo di Giorgione, ripetuto qui dal volto della Vergine; anche il
Bambino, che tra le braccia della Madonna di Vienna preannun-
cia, nei teneri lineamenti, il piccolo Gesù in braccio alla Madonna
delle Rose, al Prado, ha la testa rotonda, i lineamenti rotondi dei
putti giorgioneschi, sebbene animati da una vitalità erompente,
rigogliosa. Inoltre, a Vienna, lo sfondo paesistico è lontano dallo
— 35 —
spirito di Giorgione, mentre il lembo di cielo dietro San Rocco, a
veli dorati sopra uno smorto azzurro, è lo stesso del quadro dei
tre Filosofi. L’ombra, cadendo sul pavimento un po’ roseo, volge
al violetto, come sempre in Giorgione; la manica rosea della Ver-
gine s impregna di rosso amaranto ove s’oscura; e come le forme
Fig. iS — Chiesa di San Rocco. Giorgione: Cristo portacroce.
(Fot. Anderson).
son più trattenute, meno espanse che in Tiziano, così l’effetto di
luce è più quieto, più raccolto. I drappi, densi e lisci, forman
pieghe a cumuli nel lembo della veste di Maria, e solide pieghe
di effetto architettonico nella tunica di Sant’Antonio.
Ovunque è un senso di calma e di stasi, nonostante la vita
intensa del Bambino. Paese e figure sono una cosa sola: le nuvole
bige avvolgono d’ombra il Santo; le erbe, dorate, vaporose, cir-
condano di silenzio l’assorta figura. Le gradazioni del grigio, del
verde, del turchino, del giallo, del bianco, si propagano in echi
di colore per tutto il quadro; legano il giallo oro del San Rocco
Fig. 19 — Dall’incisione di W. Hollar (1650),
tratta da un Davide nella Raccolta del Patriarca Grimani (1566)
La Madonna è scesa dall’alto trono di Castelfranco, dai do-
mimi del cielo; e sembra che la vicinanza alla terra si rifletta in
un nuovo calor di vita. A un tempo, la composizione, a Castel-
franco svolta in altezza, si svolge in larghezza come nel quadro
dei tre Filosofi; i Santi si avvicinano al gruppo sacro, pur rima-
nendo staccati da esso, isolati nei propri pensieri, al pari dei
— 36 —
al giallo aranciato dfil’orizzonte; il grigio del saio di Sant’An-
tonio al grigio delle nuvole; il bianco dei gigli al bianco del
piedistallo. Scale di colori, variazioni lente di colori al tocco
della luce; scale di ombre, graduate sempre più verso il chiaro.
— 37 —
Santi Giorgio e Francesco nella pala di Castelfranco. Un’ombra
calda, un alito di passione, passa sul volto del monaco, velato
come il cielo. Lieti splendono invece i colori sulla figura di San
Rocco, nel tronco argentino, nella seta screziata del cielo; il
Fig. 20 — Museo storico-artistico di Vienna.
Giorgione (attribuita a): Testa del Garzone che tiene la saetta.
volto del Santo s’avvolge di una penombra trasparente, ani-
mata di riflessi; par che lo sguardo tremulo rispecchi, senza
fissarla, la luce del gruppo divino. Non alza gli occhi la Ver-
gine; cela, come la Madonna di Castelfranco, dietro le molli
palpebre, lo splendor dello sguardo. Sant’Antonio ha deposto
ai suoi piedi, sul libro sacro, il giglio sfiorato d’azzurre ombre
- 38 -
nivali; mani pie hanno sparso sui gradi del trono foglie di pe-
tali di rose, sfogliate, omaggio della terra ai fiori del cielo,1
Il grado di sviluppo dell’arte giorgionesca nel quadro del
Prado è riflesso anche dal Concerto campestre (Museo del Louvre),
composizione destinata a larga fortuna, non solo nell’arte veneta
del Cinquecento, ma nella pittura moderna (fig. 17)- Quattro
Fig. 21 — Incisione di Th. von Kessel sul disegno di David Teniers.
figure in aperta campagna: due giovani suonatori, due donne: una
tiene il flauto tra le mani, l’altra attinge acqua da una fonte; nude
le donne nello splendore tranquillo delle carni tornite, senza le
accese trasparenze e i colpi di luce proprii a Tiziano.2 Ma il
tono caldo e uniforme del nudo; il torso femmìneo che spiega
al nostro sguardo la riposante ampiezza di superfici cara ai
primi seguaci di Giorgio da Castelfranco; la visione sintetica
1 Nel Museo Bonnat a Bayonne è il disegno di un San Rocco, prossimo a quello del
Prado.
2 II tono volge a un giallo carico non consueto ai nudi giorgioneschi, ma ne è causa
la grossa vernice che si stende sopra il quadro, come su tante pitture del Louvre, alterando
la gamma più leggiera e rosea del colore primitivo. Anche la Giuditta di Leningrado na-
sconde il suo originale chiaror rosato sotto la patina gialla delle vernici.
Fig. 22 — Galleria di Belle Arti a Budapest.
Copia da Giorgione: Frammento del Ritrovamento di Paride.
— 40 —
della forma atteggiata a un abbandono pieno di grazia e di di-
gnità; la massa delle chiome, gonfia e vaporosa come le erbe del
prato, sono altrettante sicure impronte della mano di Giorgione
Fig. 23 — Raccolta di Sir Rennell Rodd a Londra.
Jacopo Palma: Copia di un San Girolamo di Giorgione (?).
nel quadro del Louvre! Sull’altra nuda cade l’ombra dell’albero,
ma anche qui senza i contrasti tizianeschi di luce, con trapassi
lenti e blandi da ombre a penombre bagnate di sole; e in quel-
l’atmosfera estiva, dall’involucro aderente della stoffa, esce il
— 4i —
torso nella semplicità maestosa dell’ovoide tipico di Giorgine;
se pure più sviluppato e grandioso che nelle opere primitive.
Grave, assorta, la nuda inclina l’anfora di cristallo, che riflette
nel suo velo di luce periata i toni biondi e verde oro dell’erba
e del marmo. Solo le cupole accese dal lampo nel fondo della
Fig. 24 — Galleria di Stato a Dresda.
U Oroscopo, copia di un perduto quadro di Giorgione.
(Fot. Alinari).
Tempesta Giovanelli, potrebbero gareggiare col magico splen-
dore di questa bolla d’aria iridescente.
I tre giovani, seduti sull’erba accanto alla flautista, discor-
rono, l’uno avvolto nel vapor biondo dei campi, l’altro chino nel-
l’ombra: le vesti del primo verdi e bionde intonano l’immagine
dorata all’atmosfera verde oro del prato; l’altro ha maniche di
quel rosso oro strisciato di luci che forma tutta la ricchezza della
Vergine al Prado. Discorrono a bassa voce, o meglio parlan con
gli sguardi, senza muover le labbra, le figure sedute sull’erba,
nel gran silenzio della campagna, ove due tronchi filiformi pren-
don fuoco all’oro del tramonto, come torri e cupole nella Tem-
— 42 —
pesta Giovanelli, e le erbe spumeggiali lievi, sgranate, polvere
di luce, come nel disegno delle mura di Castelfranco. Tutto spira
il raccoglimento contemplativo di Giorgione, nel paese paradi-
siaco, nelle figure ornate di beltà e giovinezza.
Non ci tratteniamo sulle altre opere del Maestro, logore
come il Cristo portacroce della Chiesa di San Rocco 1 (fig. 18);
« la pittura della testa del Garzone che tiene in mano la saetta » 3
(fig. 20) , il Ritrovamento di Paride* (figg. 21-22), il San Girolamo
«insin al cinto che legge » 5 (fig. 23), V Oroscopo della Galleria
di Stato a Dresda (fig. 24); quasi distrutte come gli affreschi
a decorazione della facciata del Fondaco dei Tedeschi, di cui ri-
mane solo una figura corrosa dall’umidità6 (fig. 25).
1 Marcantonio Michiel citò il Christo de S. Rocho, e così ne scrisse Lionello Venturi: «Già
nel secondo decennio del secolo xvi, nemmeno, forse, dieci anni dopo ch’era stato dipinto,
appariva miracoloso al popolo veneziano, e per esso le oblazioni furono tante che la scuola
di S. Rocco, poverissima, divenne subito la più ricca di Venezia, potè’ abbellire la chiesa e
costruirsi vicino la sede, la celebre suntuosa reggia lombardesca ».
2 La figura di Davide con la testa di Golia era il 1566 presso il Patriarca Grimani in
Venezia: il Vasari dalla testa di Davide cavò il ritratto di Giorgione, quale appare nelle
Vite edite il 1568; l’incisore W. Hollar ne trasse un’incisione nel 1650; un copiatore cinque-
centesco ripetè all’inverso la testa, come oggi si vede nel Museo Granducale di Braunschweig.
3 In casa di Zuanne Ram, l’anno 1531, Marcantonio Michiel- vide « la pittura della testa
del Garzone che tiene in man la saetta ». Vi è nella Galleria di Vienna una mezza figura di
pastore con una freccia in mano, probabilmente copia del quadro citato dal Michiel.
4 Marcantonio Michiel ne scrive così: « La tela cun el nascimento de Paris cun li dui pastori
ritti in piede, fu de mano de Zorzo da Castelfranco, et fu delle sue prime opere». Il quadro è
perduto. Parve a Giovanni Morelli di averne trovato un frammento a Budapest, in una pit-
tura che è invece cosa dozzinale, villana: il pastore col giustacuore di velluto azzurro alza
un piede in aria, e sta male in bilico, come chi si provi a saltare con una gamba sola; l’al-
tro, col giustacuore rosso, pianta delle gambe male architettate su piedi enormi che non
scorciano. Questo sciancatello sta con il compagno sur un monte dove spuntano erbe grosse, e ove
si stende un drappo bianco con una testa di fanciullino sopra. Una di quelle due teste di legno,
con discriminature nel mezzo dei capelli, apre alquanto le labbra, e mostra una fila di denti;
le pieghe delle vesti sono convenzionali, grosse, segnate a capriccio, sopra il corpo di quei
due burattini. Si può idealmente ricostruire il quadro a traverso una stampa di Theodor
von Kessel su disegno di David Teniers (fig. 22).
5 Supponiamo che possa essere copia del quadro veduto dal Michiel nel 1525 in casa
di Girolamo Marcello, il San Girolamo di Jacopo Palma, presso Sir Rennell Rodd a Londra.
Troppe volte è ripetuto, nell’arte veneta, lo stesso Santo «insino al cinto che legge», per
non farci risalire a un prototipo perduto di Giorgione.
6 L’affresco sopra facciate di case fu in uso nelle città di terraferma, più che a Ve-
nezia, ove trovava un micidiale nemico: il salnitro. La pittura della facciata verso il Canal
* * *
note soltanto traverso copie e stampe come il David 2 3 4 5
Fig. 25 — Dalla Stampa di una figura del Fondaco de’ Tedeschi
per Antonmaria Zanetti.
— 44 —
* * *
Nelle scarse opere rimaste della sua breve- vita, Giorgione
espresse intiera l’altezza del suo genio. La forza del rilievo sta-
tuario e dell’umana energia, in Andrea Mantegna; l’ideale di
dolcezza, di purità, di candor religioso, di semplice fede, nel-
l’arte di Giambellino; Venezia e i suoi riflessi d’acque e i suoi
costumi favolosi evocati dal magico raccontafiabe Carpaccio,
tutto questo lascia dietro sè Giorgio da Castelfranco per espri-
mere elevazione umana, spirituale nobiltà. Le sue immagini sono
fiori eletti della terra, e la campagna che le circonda sembra
trarre da loro il fascino di una malinconica pace. Una volta,
nella Tempesta, il paese è il protagonista del quadro; in tutte le
altre opere è l’eco dell’anima umana che in esso vive. Giambel-
lino predilige la luce del mattino, il candor solare pierfrance-
scano; Giorgione sceglie l’ora del tramonto, appena successiva
al tramonto, e penetra i campi ondulati, il cielo, gli alberi, le
figure abitatrici, della sua nostalgica tristezza. Si sente vicina la
sera; la luce veste la terra di fulgore, nel dirle addio.
Anche Tiziano ama le luci del tramonto, ma non sono, j suoi,
i calmi tramonti di Giorgione; sono tramonti di fuoco che vestono
d’oro la terra e le sue creature, e sempre più, nello scorrer del
tempo, nell’avanzar dell’arte, rompon di luci violente, di ba-
gliori cupi, le afose atmosfere; Tiziano cerca il movimento,
l’ardore della passione nei suoi cieli ardenti; ama i contrasti,
gli scoppi di luce, nelle atmosfere tempestose degli ultimi suoi
Grande del Fondaco dei Tedeschi era finita da qualche tempo l’8 novèmbre 1508, quando
i Provveditori del Sale dovettero risolvere con un arbitrato la questione del compenso
dovuto al pittore. Così ne parla il Vasari: « Giorgione non pensò, se non a farvi figure a sua
fantasia per mostrar l’arte, che nel vero non si ritrova storie, che habbino ordine, o che rap-
presentino i fatti di nessuna persona segnalata, o antica, o moderna, et io per me non l’ho
mai intese, ne anche per dimanda, che si sia fatta, ho trovato chi l’intenda, perchè dove è
una donna, dove è un huomo in varie attitudini, chi ha una testa di lione appresso, altra
un angelo a guisa di Cupido, ne si giudica quel che si sia». Si, Giorgione non volle soggetti;
ricoprì una facciata intera di colori, inventando nudi a piacere, :dei quali possiamo avere una
qualche idea a traverso il bulino nelle stampe di Anton Maria Zanetti, tratte da figure ancora
visibili nel secolo xvm. Di tutta l’opera, come abbiam detto, rimane solo una donna ignuda
in piedi, corrosa dal salso, divenuta tutta rossa, per l’alterazione del rosso all’aria aperta.
— 45 —
anni, mentre Giorgione trae accordi elegiaci dalle delicatezze
estreme nei passaggi del tono.
Le sue immagini non sono create per l’azione; anche Giu-
ditta, l’eroina, è inerte e pensosa. I gesti sono lievi, i corpi non
pesano sulla terra, gli occhi non riflettono le umane passioni;
contemplano il mondo e il proprio sogno, e la terra assorta
contempla l’umana bellezza, in un reciproco abbandono. Ecco
perchè tutte le opere di Giorgione, la pala di Castelfranco come
la Venere di Dresda, destano in noi l’impressione di un sacro
silenzio, di una realtà bella e incorruttibile, che confina col sogno.
J J» :
IL
MUTAMENTO DEL GUSTO
NEI PITTORI QUATTROCENTISTI.
Tendenze giorgionesche nelle ultime opere di Giovanni Bellini e nei seguaci di questo
maestro, in Basalti e in altri primitivi anonimi seguaci di Giorgione.
Con Giorgione Carte del Cinquecento veneziano aveva avuta
la sua fulgida aurora. E quella luce di un nuovo giorno tra-
scinò nel suo raggio tutti i pittori di Venezia, dai belliniani ai
giganti del Cinquecento. Giambellino stesso, nella pala di San
Giovanni Grisostomo (fig. 26), dipinta il 1513, elevando sopra
un trono di roccia, su nel cielo scolorato dal crepuscolo, il ve-
gliardo San Girolamo, sembra guidato da echi indefinite, vaghe,
di voci giorgionesche. Il santo vescovo, che guarda ai fedeli
come San Francesco nella pala di Castelfranco, è ancora una
statua; e la roccia è resa nel suo squadro nitidamente, ma la
testa di San Girolamo s’avvolge in un fluido atmosferico velata
d'aria e di luce. E quantunque non si sviluppino appieno le
profonde armonie, le attenuazioni pittoriche, le morbidezze del
tono, noi ci accorgiamo che un germe nuovo tende a sbocciare
nella primavera eterna dell’arte belliniana.
Maggiormente si sviluppa la tendenza verso Giorgione, se pur
sempre ostacolata dalla tradizione plastica, nei seguaci di Gio-
vanni Bellini, appunto perchè la loro personalità artistica era
men grande, meno spiccata. Vincenzo Catena, nel Martirio di
Santa Cristina, in Santa Maria Materdomini a Venezia, accom-
pagnando con la mesta distesa delle paludi (figg. 27-28) verso il
mare la preghiera della Martire e il fruscio delle ali angeliche,
valendosi dell’ombra interrotta da qualche tocco luminoso per
infonder vita e delicatezza alle immagini, intonando a un fondo
Fig. 26 — S. Giovanni Crisostomo, in Venezia. Gio. Bellini: Pala.
(Fot. Anderson).
Fig. 2 7 — Santa Maria Materdomini, a Venezia.
Vincenzo Catena: Martirio di Santa Cristina.
(Fot. Anderson).
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
4
— 50 —
grigio il ritratto di Senatore neirHofmuseum di Vienna (fig. 29),
ancor duramente intarsiato, mostra di voler mettersi all’ unisono
coi giovani seguaci di Giorgione.
Una ricerca di ampliamento di forma alla foggia cinquecen-
tesca, un accenno a liberarsi dal disseccamento, dal freddo
Fig. 28' — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
dell’ intarsiatura, ad ammorbidire e addolcire gli aspetti, si ha
nella replica del quadro di Vincenzo Catena: Cristo dà le chiavi
a San Pietro. Mentre nella prima edizione, diciamo così, del di-
pinto nel Museo del Prado, il pittore avvolge dei suoi toni smorti
le immagini rinchiuse entro una stanza, ove sembrano angu-
stiate, nella seconda edizione, presso Mrs. J ohn Lowell Gardner
di Boston, le figure si avvivano; prendono scintillio le chiome
bionde, serici fulgori le vesti, staccate non dalle pareti di un
— 5i —
recinto, ma dall’aperto cielo; e l’ombra avvolge di pensiero la
testa di Cristo.1
Respira le aure nuove anche il grazioso tornitore di statuine
Fig. 29 — Hofmuseum di Vienna. Vincenzo Catena: Ritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
divote che dipinse la Sacra Famiglia della Raccolta Heseltine
(fig. 31), mettendo la timida Vergine sullo sfondo di un boschetto
1 È attribuita al Catana anche la Giuditta della Raccolta Querini Stampalia (fig. 30),
ma quanto si vede, fuor dalle moderne ridipinture che hanno trasformato il volto delFeroina
in una stucchevole accademia, e le mani in legno verniciato, non trova rispondenza nella
pittura del seguace di Alvise e di Giambellino. Il bianco della tunica, la pasta di colore
densa, corposa, con fini ombre violette, lo splendido velluto granato del manto, i lampi
d’oro dell’elsa non trovano rispondenza con le opere del Catena, che anche nella pala di
Santa Cristina mantiene al colore l’antica tenuità e limpidezza di cristallo. Fino a quando
non si possa svelare l’antico sotto la ridipintura moderna, il quadro Querini Stampalia ri-
marrà indecifrabile.
— 52 —
leggiero, sfumando le masse dei colli sotto il cielo nubiloso, e stu-
diandosi di atteggiare ir buon vecchio campagnolo San Giuseppe
ad assorto filosofo, concima ingenuità, un impaccio fanciullesco
Fig. 30 — Raccolta Ouerini Stampalia, a Venezia.
Catena (att. al): Giuditta.
(Fot. Anderson).
non privi di grazia. Anche le pieghe grosse sfaccettate mostrano
chiaro Y influsso di Giorgione, più sviluppato che nel quadro He-
seltine, nel quadro del Museo di Messina, e nel capolavoro del -
l’ anonimo: la Madonna del Cavaliere (fig. 32) (Galleria Nazionale
di Londra), tutta sbattimenti di luce nell’ombra, colori intensi,
Fig. 31 — Raccolta Heseltine a Londra (già nella).
Anonimo belliniano: Sacra Famiglia.
Fig. 32 — Galleria Nazionale di Londra.
Anonimo belliniano: Madonna del Cavaliere.
(Fot. Hanfstaengl).
— 54 -
superfici ammorbidite. L’immagine del cavaliere in armatura di
acciaio lampeggia sulla penombra del muro di cinta, che divide,
col zig zag caratteristico dei parapetti giorgioneschi, il recinto
della Vergine dal paese vaporoso. La stessa linea digradante della
composizione è giorgionesca, come la cadenza del paggio, che
Fig. 33 — Hofmuseum di Vienna. Anonimo belliniano: Vanità.
(Fot. Wolfrum).
inarca con grazia il capo per accordarsi ai contorni dei poggi
lontani. L’imitazione rimane superficiale; non penetra la Ma-
donnina pretensiosa, il buon vecchio Santo, che vuol pensare e
si abbandona al sonno, il cavaliere fervoroso, che in ginocchio
dichiara amore: la grande visione dell’arte nuova ha abbagliato
gli occhi, non conquistata l’anima dell’ignoto artista.
Un altro maestro, il raffinato pittore della Vanità di Vienna
(fig. 33), un tempo creduto Giovanni Bissolo, ora, con ben mag-
giore verisimiglianza, Giambellino stesso, è trascinato nella cor-
— 55 —
rente giorgionesca. Le trasparenze bianco rosee del nudo avvolto
dal chiaror del cielo sul fondo di tenda, la seta a fiorami che cinge
la capigliatura, la nuvolaglia rotta da chiarori, e più le pieghe
del drappo rosa antico su cui siede la donzella, dicono come il
grande artista abbia sentito il fascino di Giorgio da Castel-
franco.1
Anche l’intarsiatore Marco Basaiti, col volger del tempo, è
Fig. 34 — Accademia Carrara di Bergamo. Marco Basaiti: Cena in Emaus.
(Fot. Arti Grafiche).
trascinato dalla nuova corrente: nella Cena in Emaus di Ber-
gamo, ove a noi sembra veder la sua mano (fig. 34), la luce pia-
namente diffusa, i contorni velati, il portamento elegante del
giovinetto col piatto, sono eco, per quanto debole, dei grandi
esempi giorgioneschi. Ma solo con gli ultimi ritratti Marco Basaiti
trova posto nella schiera dei seguaci di Giorgione: la figura del-
YUomo coi guanti, nella Galleria Carrara di Bergamo (fig. 35), alta
sul cielo nubiloso, ha l’aspetto di un Palma del tempo giorgio-
1 Un’altr’opera, il Cristo portacroce, derivata forse da Bartolommeo Montagna, e della
quale si hanno copie antiche molteplici nella Collezione Cardner a Boston, nell’altra Lan-
ckoronski a Vienna, in quella della Pinacoteca de’ Concordi a Rovigo, porta ancora, tanto
a Boston quanto a Vienna e a Rovigo, il nome di Giorgione. Questo gran nome per il quadro
di Boston, già a Vicenza, fu fatto da Giovanni Morelli e confermato dal Berenson. Le edi-
zioni del Cristo portacroce presso il Lanckoronski e nell’Accademia di Rovigo furono con-
frontate con l’altra vicentina. (Cfr. A. Venturi, Nelle Pinacoteche minori d'Italia. I. « Ap-
punti e ricerche», in Archivio storico dell'Arte, 1893, pagg. 412 e segg.).
- 56-
nesco, indurito nei contorni, più gialliccio di carni, meno sfumato
nei passaggi del tono. La tendenza all’ intarsio si sente ancora nelle
forme arrotondate, ammorbidite, vestite di eleganza: la figura
non trova, come trovava il giovanetto dipinto da Giorgione entro
Fig. 35 — Accademia Carrara di Bergamo.
Marco Basaiti: Ritratto.
(Fot. Anderson).
l’ombra del fondo, il suo spazio entro il cielo di base, simile
piuttosto a una lastra di marmo screziato che a un fondo arioso,
e tuttavia adatto a preparar il passaggio al chiaror gialletto delle
carni. Anche di più si accosta a Giorgione il vecchio maestro nel
ritratto della Raccolta Benson (fig. 36), dove sembra aver preso
a modello il giovane in veste lilla della Galleria di Berlino, con
la bocca tumida, il profilo puro, gli occhi girati in direzione
— 57 —
opposta a quella del volto, la gonfia zazzera. Il modulo si è in-
grandito; T ovale ha perduto la sua delicatezza; dallo sguardo è
svanita la luce dell’anima. Anche nel fondo il motivo di spelonca
Fig. 36 — Collezione Benson, a Londra (già nella).
Marco Basaiti: Ritratto.
(Fot. Braun).
e statua entro nicchia par tratto dal quadro dell 'Indovino a
Dresda, certo imitazione o copia di prototipo giorgionesco. De-
bole assai più che nelle opere del tempo belliniano, Marco Ba-
saiti, per emular il tono di Giorgione, mette velature sopra
- 58 -
velature, sino a togliere ogni forma al paesaggio. È un gi-
gionismo tanto più di superficie quanto più diligente e scru-
poloso.
La piccola Sacra Famiglia già nella Raccolta Benson (fig. 37)
è da riconoscersi vicina a Giorgione, sebben debole nella mo-
dellatura del corpo del Bambino e lontana dal modulo perfetto
Fig- 37 — Raccolta Benson, a Londra. Anonimo giorgionesco: Sacra Famiglia.
(Fot. Braun).
dei lineamenti giorgioneschi. La veste della Vergine, di un rosa
lilla, delicatissimo, che divien granato nell’ ombra; il mantello del
Santo cangiante dal bigio azzurrognolo a un rosso viola, sono
chiare note giorgionesche, come la benda rossigna dei capelli di
Maria, la testa del Santo sgranata da un’ombra trasparente e
mossa, le stoffe compatte e lisce, con pieghe a cumuli. Lo zoc-
colo di conci sovrapposti, la muraglia con angoli d’ombra, che
— 6o —
dan risalto alla luce delle figure e del ciel'o, le assicelle corrose
di uno steccato, sono composti con quello studio di nitore archi-
tettonico che è proprio di tutte le costruzioni gigionesche, del
muricciolo dietro Giuditta come della piattaforma di roccia che
accoglie i tre filosofi nel quadro di Vienna. Ma soprattutto il
paese penetrato di biondi vapori, con l’albero di ruggine oro pun-
teggiato di luce, con un bagliore argenteo sulla torre e veli di
nuvole bionde e rosee allo stinto cilestre, è così delicato nei pas-
saggi di tono, così sospeso tra realtà e sogno, da rivelarci nel-
l’autore della Sacra Famiglia Benson un interprete sincero del-
l’arte giorgionesca. Alla mirabile tavoletta furono uniti V Epi-
fania della Galleria Nazionale di Londra (fig. 38), la Natività
nella Collezione di Lord Allendale (fig. 39), e l’altra ritenuta di
Vincenzo Catena, nella Raccolta del Conte Brownlow (fig. 40),
della quale è un disegno nella Biblioteca di Windsor. Eppure,
— 6i —
non solo entrambe le opere sono inferiori al quadretto Benson,
ma la prima, bellissima di colore, faticosa nella composizione
del gruppo de’ Magi, con figure caratteristiche dalle teste grosse
e i gesti impacciati e con il morbido gruppo di madre e bam-
bino desunto dalle ultime forme di Giorgione, non appartiene
allo stesso maestro del Presepe, bensì a un pittore che nelle im-
magini della Sacra Famiglia riprende, in note calde di colore
Fig. 40 — Raccolta del Conte Brownlow. Anonimo giorgionesco: Presepe.
e di vita, i modelli del maestro di Castelfranco. I personaggi
tozzi, con movimenti faticati e contorti, lo sguardo acuto del
bimbo dalle floride forme, avvicinano quest’opera, stranamente
ineguale di valore tra il gruppo dei Magi e il gruppo della Ver-
gine, all’arte primitiva di Antonio da Podernone.
Anche il Presepe della Raccolta Allendale (fig. 39 cit.) non ci
sembra del Catena, che non diede mai al paese risalti di luce
e d’ombra così vivi e molteplici come quelli che si succedono
in questo lembo di campagna pittoresca. Tanto nella Giuditta
come nel Martirio di Santa Cristina, il Catena del periodo tardo
attenua le luci, ricorre a velature per emular, almeno in super-
ficie, le morbide armonie del tono giorgionesco, mentre nel
— 62 —
quadro Allendale gomiti di strade, spigoli di torri e di case,
cespugli e rocce, in una visione animata e frammentaria, splen-
dono al sole. Nel primo piano del quadro, staccando da un’ombra
profonda di rocce e d’alberi le figure dei pastori e della Ver-
gine, facendo vibrar al sole nelle tenebre della Grotta la testa
del vecchio Santo, l’Anonimo, che dichiara assai meglio del pit-
tore dell’ Epifania la sua prima origine belliniana, dimostra di
aver intesa e di saper sviluppare la riforma giorgionesca a modo
suo, con una sensibilità pronta a sorprendere gli effetti di macchia.
Questo suo carattere lo avvicina al bresciano Girolamo Savoldo,
che tende a sviluppare il tono di Giorgione in atmosfere preva-
lentemente notturne, in contrapposti intensi di ombra a luce.
Più vicino al maestro di Castelfranco per l’apertura mag-
giore del paese, la modernità del costume e l’ ariosità della scena,
è il Presepe di Lord Brownlow (fig. 40 cit. ), di squadro piccolo,
quattrocentesco.
* * *
Tra i seguaci anonimi di Giorgione che non sanno ancora
liberarsi dai moduli quattrocenteschi è l’autore dei due qua-
dretti nella Galleria degli Uffizi, raffiguranti la Prova del fuoco
di Mose (fig. 41) e il Giudizio di Salomone (fig. 42), singolari
per il contrapposto fra lo sviluppo del paese e l’ingenuo paral-
lelismo delle figure, accentuato nel Giudizio, inferiore al primo. E
nonostante la ricchezza cromatica della Prova del fuoco, lo sce-
nario animato, qualche delicata armonia di vesti e di carni, il
pittore mostra di sentire da quattrocentista, di non comprendere
il ritmo largo e sereno dell’arte di Giorgione. Anche si perde
l’unità profonda tra il paese dominante e le figure piccine, rac-
colte in una stretta zona del quadro.
A queste due opere di un giorgionismo primitivo, possiamo
aggiungere un quadro di altro Anonimo seguace del Maestro di
Castelfranco, raffigurante V Omaggio a un poeta (fig. 43), in un
paese festoso, dipinto a colori chiari, trasparenti, scarsi di risalto
(Galleria Nazionale di Londra). Il soggetto, non di carattere bi-
63 -
blico come nei due quadretti fiorentini, ci trasporta nel mondo
fantastico di Giorgione, ma senza che un raggio della profonda
Fig. 41 — Galleria degli Uffizi, a Firenze.
Anonimo giorgionesco: Prova del fuoco di Mosè.
(Fot. Anderson).
spiritualità del Maestro penetri le immagini povere di vita. Il
pittore vede ancora con occhi di quattrocentista le erbe distinte
-64-
una ad una da pìcchiettìi di luce; disegna sul chiaror del cielo,
minuziosamente, le foglie degli arboscelli, che Giorgio da Ca-
Fig. 42 — Galleria degli Uffizi, a Firenze.
Anonimo giorgionesco: Giudizio di Salomone.
(Fot. Anderson).
stelfranco trasformava in atomi d’oro,, e non dimentica di far
dondolare sopra un ramo l’ uccellino caro a Giovanni Bellini e
- 65 -
al Cima. Piccino, grazioso nel suo studiato linguaggio, l’Anonimo
di Londra è il probabile autore di tre frammenti della decora-
Fig. 43 — Cxalleria Nazionale di Londra.
Anonimo giorgionesco: Omaggio a un poeta.
(Fot. Anderson).
zione di un mobiletto nella Galleria di Padova e nella Raccolta
Pulszky di Budapest, ove si ritrova, con una fattura un po’ più
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
5
Fig. 44 — Galleria Nazionale di Londra.
Anonimo giorgionesco: Santo cavaliere.
(Fot. Anderson).
— 67 —
trascurata, lo stesso ingenuo giorgionismo pieno di arcaismi, la
stessa gamma di tinte chiare e una simile tonalità delicata.
A questi Anonimi seguaci di Giorgione, legati da un comune
primitivismo che non ha radici in Giovanni Bellini, vogliamo
aggiunger l’autore del quadretto raffigurante un Cavaliere nella
Galleria Nazionale di Londra (fig. 44), che sembra, a primo
Fig. 45 — Museo Artistico di Besangon. Anonimo giorgionesco: Ebbrezza di Noè.
(Fot. Bulloz).
sguardo, uno studio per il San Liberale della pala di Castel-
franco, tanto ne ripete l’atteggiamento ei particolari dell’ arma-
tura, ed è invece una replica.
La figura, a Londra indicata col nome di Giorgione, ha un
volto rotondetto, incantile; socchiude gli occhi, e par che dorma.
Lasciati in una penombra di fuoco testa e mani, il pittore si dà
intiero all’ effetto luministico dell’armatura lampeggiante, vero
tema del quadro.
Fra i Belliniani fu noverato l’ignoto Maestro dell'Ebbrezza
di Noè nel Museo di Besangon (fig. 45), opera d’importanza
capitale per lo splendore cromatico messo in risalto da un mo-
— 68 —
bilissimo chiaroscuro. Ombra e luce folleggiano sulle tre figure
protette da una siepe di pampini e imprimono alla scena una
gioiosa ebbrezza bacchica. Squillano d’argento nell’ombra az-
zurrognola la camicia dell’uomo ridente e la manica del giovane
Fig. 46 — Coll. Coray-Stoop (Esposizione Kunsthaus Zurich, 1923).
Vittore Belliniano: Ritratto virile.
intento a coprire il padre, in contrasto tizianesco con l’ombra
calda che annebbia il volto sotto i capelli castani.
Anche il marrone di una veste, dorato, di foglia autunnale,
il fondo di pampini d’oro bruno, morbidi e sfatti, dietro cui ba-
lena l’argento di una nuvola, la barba spumosa del patriarca,
volgono il nostro pensiero verso il primitivo Tiziano, che ama
— 69 —
far vibrare i bianchi al sole. Ma la sagoma angolosa di Noè
e la piccolezza di alcuni dettagli, come la ciotolina metallica,
non consentono di attribuire al quadro la grande paternità.
Fig. 47 — Galleria di Budapest. Anonimo giorgionesco: Ritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
Sviluppo cinquecentesco assume la forma in un ritratto, già
nella Collezione Coray-Stoop(fìg. 46), firmato «Vittor Belliniano »
e datato 1521, che prende posto accanto alle opere di Jacopo
Palma e di Sebastiano dal Piombo, nelParte dei seguaci di Gior-
gione. Figura, su fondo nebuloso, un busto di gentiluomo con
— 70 —
barba e cappello nero e manto di pelliccia (fìg. 46). L’accordo
dell’atmosfera grigia polverosa con la pelliccia a sprazzi di luce,
l’orlo del berretto che taglia in linea obliqua la fronte, la massa
gonfia e cesposa della barba e dei capelli richiamano assai da
vicino uno dei capolavori di Sebastiano dal Piombo: il così
detto Uomo malato nella Galleria degli Uffizi, sebbene venga
meno, per effetto di ombre intense e taglienti, la nebulosità at-
mosferica da cui il quadro degli Uffizi trae il suo altissimo valor
pittorico.
Chiudiamo queste note dedicate ai più arcaici quattrocente-
schi imitatori di Giorgione, ricordando un’opera che è tra le
maggiori glorie della Galleria di Budapest (fig. 47), fra tutte le
opere giorgionesche prossima al Grande di Castelfranco. È il ri-
tratto detto di Antonio Brocardo, cupa immagine in veste nera
su fondo nubiloso: la veste, a cumuletti giorgioneschi, s’accorda
con quel cielo appannato e con la triste fiamma dello sguardo.
La testa, modellata con superba fermezza, tutta nel livido pallor
delle nuvole che a fiotti salgono ad avvolgerla e ad oscurare il
cielo, prende un tono di pallore ulivigno, su cui risalta, funebre,
il nero degli occhi e delle sopracciglia. I passaggi di tono tra fondo
e figura sono lenti, delicatissimi; degna di Giorgione l’unità spiri-
tuale tra il cielo fosco, senza spiragli, coperto da un velo di lutto,
e l’infinita tristezza di uno sguardo che si ripiega dentro di sè.
Nonostante qualche comune caratteristica fra questo quadro e il
ritratto supposto di Giovanni Onigo, nella Raccolta Cook, non
possiamo vedere, nell’opera di Richmond, superficiale e faticata,
il Grande che nel quadro di Budapest ha creato, con un volto
assorto e un cielo nubiloso, una visione eterna di nobiltà e di
dolore.
III.
SEBASTIANO DEL PIOMBO
NEL PERIODO VENEZIANO1
Imitazioni da esemplari di Giambattista Cima. Interpretazioni sicure dell'arte di Gior-
^ione. Lo spegnersi in Sebastiano degli influssi giorgioneschi a Roma, dove
l'eclettico pittore è trascinato nella cerchia di Raffaello e di Michelangelo.
La più antica opera firmata di Sebastiano del Piombo2 è la
Pietà della Collezione Layard, ora nei magazzini della Galleria
Nazionale di Londra (fig. 48). Porta l’iscrizione Bastian Luciani
descipulus Joannes belinus, mentre ad evidenza è copia dal Cima,
che fu di Sebastiano il primo maestro. Il gesto della Vergine che
chiude fra le mani la testa di Cristo, i tipi delle pie donne e di
San Giovanni, la figura di Nicodemo in piedi a sinistra messa
a bilanciare la quinta di rocce a destra, persino il paese col pon-
ticello e le case squadrate dalle limpide luci del mattino, rispec-
chiano con fedeltà scrupolosa l’arte del Cima. Soltanto nel mo-
dulo ingrandito delle forme, nello spessore massiccio delle mani,
nella regolarità architettonica della nicchia formata dalle cinque
figure alla salma di Cristo, s’intravvede la personalità vigorosa
del seguace. Si ritrovano, questi lineamenti marcati da ombre
1 Bibliografia per lo studio delle opere giovanili di Sebastiano del Piombo: I. P. Richter,
Sebastiano del Piombo , in Dohme, Kiinst- und Kuenstler, 1879, III, 2, nn. 64 e 65, pagg. 3-20;
Friedrich Propping, Die Kunstlerische Laufbahn des Sebastiano del Piombo bis zum Tode
Raphaels, Leipzig, 1892; Ernst Bonnard, Die venetianische Friihzeit des Sebastiano del
Piombo, 1485-1510, Frankfurt, a. M., 1907; P. d’Achiardi, S. d. P., Roma, 1908; Giorgio
Bernardini, S. d. P., Bergamo, 1908; G. Fiocco, S. d. P. e Cima da Conegliano, in L'Arte,
XV, 1912, pagg. 293 e segg.; Giorgio Gombosi, Un ritratto giovanile diS. d. P., in Dedalo,
VI, 1925-6, pagg. 57-66.
2 Non diamo qui notizie della vita di Sebastiano, che esporremo nel volume IX, parte 5a,
capitolo I: « Sebastiano del Piombo e l’eclettismo». Nacque nel 1485 a Venezia; venne a
Roma probabilmente nel 1511, chiamatovi da Agostino Chigi. Il Milanesi suppone che la
venuta a Roma cada intorno al principio del 1512; e cita a questo proposito una lettera di
Sebastiano stesso a Michelangelo Buonarroti, pubblicata dal Gaye tomo II, pag. 487. Ma
Blosio Palladio nel 1912 stampò il libro parlando delle figure dipinte da Sebastiano. (Cfr.
Furster, Farnesina Studien, pag. 19).
— 72 —
forti, le mani angolose, l’ampiezza delle forme, l’aggruppamento
a nicchia delle figure, nella Pietà di Stuttgart, ove i caratteri
belliniani uniti ai primitivi cimeschi meglio spiegherebbero la
Fig. 48 — Galleria Nazionale di Londra. Sebastiano del Piombo: Pietà.
(Fot. Anderson).
iscrizione del quadro Layard, quando si volesse unire alla serie
delle pitture giovanili di Sebastiano quest’opera vicina alle due
note, dipinte negli stessi anni. 1
La rude energia e la fiamma del colore, che riflettono, nel
1 Un’altra opera da associarsi alle due Pietà è nel Museo Civico di Gubbio, purtroppo
assai guasta.
Fig. 49 — Chiesa di San Niccolò a Treviso.
Sebastiano del Piombo e Lorenzo Lotto: Incredulità di San Tommaso.
(Fot. Alinari).
— 74 —
Cristo deposto della Galleria Layard, la vigorosa personalità
del traduttore, mancano, forse anche a causa dei restauri, ad
un’altra opera tratta da prototipo cimesco, ora nella Galleria
Nazionale di Londra, e cioè alla pala raffigurante V Incredulità
di San Tommaso (fig. 49), nella chiesa trevigiana di San Niccolò.
Più che un’imitazione, il gruppo di Cristo con gli Apostoli è
copia con varianti leggere dall’esemplare di G. B. Cima, nè può
dirsi che il copiatore abbia intese le doti dell’originale nel com-
porre il gruppo massiccio degli Apostoli assiepati entro lo spazio,
addossati al Cristo, così da togliere all’immagine divina il suo
dominio sulla folla. Un alto spazio sovrasta alle figure di Cima
adunate nel chiaror del mattino, e il Cristo sovrasta per altezza
la folla, verso cui piega il capo con malinconica dolcezza. Ma Se-
bastiano, preoccupato di lasciar spazio, nel primo piano della
pala, ai committenti del quadro, colloca il gruppo sopra tre gradi,
come in un palcoscenico, sullo sfondo ombroso del tempio, e cir-
conda l’atona figura del Redentore di una compatta muraglia
umana, che aduna ombre dal fondo tenebroso. L’opera non vale
certo a darci un’alta idea della giovinezza di Sebastiano, poiché
le mirabili figure dei committenti sono dovute alla collaborazione
di Lorenzo Lotto,1 ma pur ci lascia distinguere le tendenze del
pittore verso il risalto scultorio, in quella sua divisione dello
spazio a piani come di altorilievo. Solo l’ombra diffusa nel fondo,
da cui emergono in risalto luministico le immagini, ci avverte che
Sebastiano ha già veduto Giorgione, pur senza aver inteso il si-
gnificato pittorico delle sue velate atmosfere.2
Quando egli ci riappare nelle portelle d’organo della chiesa
1 Chiaramente si distingue la trasparenza luminosa del colore di Lorenzo Lotto nelle im-
magini di committenti, tra cui si vede una testa di prelato degna di gareggiare col famoso ri-
tratto del vescovo Rossi nel Museo di Napoli.
A persuadere della giustezza di questa distinzione ci piace riprodurre un quadro del Lotto,
nella Raccolta Benson a Londra (fig. 50), ove sono due ritratti non senza analogia con i com-
mittenti di San Niccolò a Treviso.
2 Uno sforzo palese, ma impacciato e fanciullesco, di accostarsi a Giorgione, si ha nel
quadro raffigurante la Visita della Vergine a Santa Elisabetta nell’Accademia di Venezia (fig. 51),
ben più vicino, per il gonfiore delle forme e dei panni, e per le ridotte proporzioni delle figure,
impicciolite da un paesaggio che si svolge tutto in altezza, al bergamasco Cariani che a Seba-
stiano del Piombo. Lo scenario pittoresco sembra tratto da qualche incisione tedesca.
— 75 —
di San Bartolommeo di Rialto a Venezia, con le figure dei Santi
Sinibaldo e Ludovico (fig. 52), si presenta a noi quale interprete
sicuro del giorgionismo, nonostante la semplificazione statuaria
deila figura di San Ludovico. Tornita, affusata, nella cappa doro
del manto a fiorami, nel guscio argenteo della mitra, la statuaria
Fig. 50 — Raccolta Benson, a Londra (già nella).
Lorenzo Lotto: Madonna e committenti.
(Fot. Braun).
immagine si aggira lenta entro il cavo della nicchia, bilanciando
con mano salda il pastorale, in un equilibrio statico così per-
fetto e sicuro, da richiamarci la grande costruzione metrica di
Antonello. Il ginocchio avanza nel passo; la testa indietreggia;
un sicuro contrappeso di masse si stabilisce traverso le inclina-
zioni del manto e del pastorale. Ma l’ombra grigia che s’aggira
nel cavo della nicchia, risuonando degli echi dorati diffusi dal
musaico e avvolgendo l’immagine’ come in una campana d’aria
mossa da riflessi, lo sfavillìo metallico delle tessere e dei ricami
d’oro, il volto giovanile ammorbidito e come illanguidito d’ombre,
Fig. 51 — Accademia di Venezia.
Giovanni Busi d.° il Cariani (?): Visitazione
(Fot. Anderson).
Fig.
52 — Chiesa di San Bartolommeo di Rialto, a
Sebastiano del Piombo: Anta d’organo.
(Fot. Anderson).
Venezia.
-78-
rivelano che un nuovo sangue scorre nell’arte prima povera e
rude di Sebastiano dal Piombo: il sangue vivificatore di tutta
l’arte veneziana sulla prima metà del Cinquecento. Giorgione è
passato, meteora luminosa, trascinando nella sua salita il pittore,
che non aveva inteso, traducendo le opere di Cima, il loro in-
canto di ingenuità schietta e di candore.
Specchio anche più fedele dell’arte giorgionesca, l’immagine
di San Sinibaldo (fig. 53), che risale al tipo del vecchio astrologo
nel quadro di Vienna rinunciando alla magnifica solidità sta-
tuaria del San Ludovico , s’allontana dal nostro sguardo e s’at-
tenua di rilievo, per meglio incorporarsi all’atmosfera lampeg-
giante della nicchia. L’ombra del cappello toglie al volto del
vecchio la compattezza delle superfici quattrocentesche, e una
scacchiera di luce gioca a trar bagliori d’argento e d’oro dalla
veste del pellegrino, dalle carni, dalle pareti corrusche della
nicchia.
Sempre più si afferma il giorgionismo nella pala di San Gio-
vanni Crisostomo (fig. 54), dove il massiccio colonnato avvolge
della sua ombra le figure grandiose del Santo Patrono e del
vecchio Santo a lui vicino, approfondendo il centro della scena
per il contrasto con la luce di tramonto che circola dal paese
a destra e con il chiaror fioco e vacillante dei marmi a sinistra,
dietro le tre regali immagini muliebri. La grandiosità archi-
tettonica dello scenario e la statuaria imponenza del gruppo di
Sante sono affermazioni chiare delle doti che diverranno pro-
prie all’eclettico Sebastiano, ma il motivo centrale d’ombra,
che isola l’immagine del Santo titolare e l’allontana dal nostro
sguardo; la luce di tramonto che avvolge di un’ardente nebbia il
paese e si riflette sui tasselli del pavimento; la posa del Santo
cavaliere, dimostrano come l’arte di Giorgione abbia aiutato il
pittore ad aprirsi la via. E se nella figura del Battista l’intento
di raggiungere un’espressione giorgionesca di abbandono spiri-
tuale conduce ad apparenze di languida fralezza, alle immagini
delle tre donne Sebastiano infonde, mediante la piccolezza delle
teste sugli ampli corpi, la calma del fermo sguardo, la solennità
Fig. 53 — Chiesa di San Bartolommeo di Rialto, a Venezia.
Sebastiano del Piombo: Anta d’organo.
(Fot. Anderson).
Fig. 54 — Chiesa di San Giovanni Crisostomo, a Venezia.
Sebastiano del Piombo: Pala.
(Fot. Anderson).
— 8i —
deirincesso, una nota di grazia monumentale e maestosa, degna
del Partenone.
Détta il Santo, nella veste purpurea, dall’alto di una cattedra.
Fig. 55 — Galleria Nazionale di Londra. Sebastiano del Piombo: Salomè.
(Fot. Hanfstaengl).
Vicino a lui è un vicario, San Giovanni Battista dal manto
d’oro, e un Santo cavaliere in armi corrusche. E vengon le tre
dame come tre vergini sagge, alla corte del Santo. S’apre nel
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
6
.*
— 82 —
fondo la veduta di un colle turrito; spiccano le tre donne, re-
gine di bellezza, sul marmo.
La stessa beltà statuaria si ripresenta ai nostri occhi, annu-
volata e severa, nel quadro della Galleria Nazionale di Londra:
Salomè con la testa del Battista (fig. 55), in veste di un azzurro
Fig. 56 — Galleria Cook, a Richmond.
Sebastiano del Piombo: Santa Maria Maddalena.
(Fot. Braun).
chiaro e freddo, di un timbro metallico che s’accorda con la ri-
solutezza dei lineamenti induriti da un’espressione di chiusa e
ostinata volontà. Mentre la Salomè tizianesca volge il capo so-
spirosa, come sentendo la tristezza del macabro peso, quella di
Sebastiano del Piombo, nella sua architettonica solidità di atteg-
giamento, col bacile e la testa fra le mani, si presenta a noi come
- 83 -
immagine implacabile di Giustizia. E se di Giorgione son vivo
ricordo la testa di Oloferne angolosa e forata d’ombre, e il paese
mesto nell’oro del tramonto sotto il vasto cielo, ancora la posa
solenne e monumentale, la massività delle forme, la purezza
Fig. 57 — Raccolta pubblica Rath di Budapest.
Sebastiano del Piombo: Mezza figura muliebre.
(Fot. Braun).
lapidea dei lineamenti, la gamma fredda e metallica del turchino,
mettono in rilievo la personalità del futuro ritrattista di Andrea
Doria, che muta l’abbandono giorgionesco in chiusa energia e
regale imponenza d’aspetti. La figura, tagliata a metà come il
David di Giorgione e col moto giorgionesco del capo, è ferma, in
posa, ma la bocca tumida, la forte linea del naso, i grandi occhi
- 84 -
lucenti, dicono una volontà tanto più profonda e ostinata quanto
più silenziosa.
Ai tipi muliebri di Tiziano e del Palma si avvicina più delle
altre immagini di Sebastiano la Santa Maddalena della Raccolta
Cook a Richmond (fig. 56), con le sue carni intenerite e la seta
fulva dei capelli; ma il turchino freddo delle vesti è ancor quello
Fig. 58 — Berlino. Vendita della Raccolta del Duca di Cumberland
e Lueneburg, già a Brunswick.
Sebastiano del Piombo: Sacra Conversazione.
di Salomè, e la mano con dita marmoree e affusate, non più
risolta in massa di luce come nel quadro di Londra, sembra
accennare alle forme prime del periodo romano.1
Altra opera di questo tempo, prossima alla pala di S. Cri-
sostomo, è la Madonna tra quattro Santi e due devoti, già nella
Raccolta del Duca di Cumberland, duca di Braunschweig u. Lu-
neburg (fig. 58). Come nei due quadri di Londra e di Richmond,
le figure sono tagliate dalla cornice, sul campo qui bipartito di
1 Altra mezza figura muliebre, vicina di tempo alla pala di San Crisostomo, si vede nella
Raccolta Rath di Budapest (fig. 57), ed è fra tutte bellissima per le stoffe di una tinta lillacea,
incenerita, smorta, di estrema delicatezza.
- 85 -
chiaro e di scuro, da una tenda e dal cielo. Vólto di tre quarti
alla luce, risplende il gruppo di Maria col Bambino, nella sua pal-
mesca opulenza di forme, mentre 1 immagine di San Francesco,
Fig. 59 — Galleria degli Uffizi, a Firenze.
Sebastiano del Piombo: Ritratto detto dell’Uomo malato.
(Fot. Alinari).
avvolta in un velo d’ombra e di pensosa malinconia, richiama
l’umanissima figura del Santo nell’ancona di Giorgio da Castel-
franco al Prado. La Sacra Conversazione, ideata sopra uno schema
alfine a quelle del Palma, porta, nella rocciosa massività del
gruppo, nella intensità delle ombre, nel taglio netto dei profili,
— 86 —
nella solida costruzione delle pieghe, nella beltà severa delle sante,
il suggello di ogni forma creata da Sebastiano del Piombo; e se
le immagini a fatica rientrano nello spazio angusto in rapporto
Fig. 60 — Collezione Maurice Rothschild, a Parigi.
Sebastiano del Piombo: Violinista.
(Fot. Braun).
alla loro monumentale ampiezza, un effetto insuperabile di fasto
cromatico risulta dal contrasto tra i Santi in mezza luce o in
ombra e Timmagine imponente di Maria, con i larghi piani roc-
ciosi delle sue forme splendenti al sole.
Ma fra tutte le opere giorgionesche di Sebastiano due rag-
giungono altezza di capolavoro: il così detto Uomo malato degli
Uffizi (fig. 59) e il Violinista della Raccolta Rothschild. Il titolo
venne forse al quadro Uffizi dall’atmosfera di cupa ricchezza
che avvolge l’ignoto personaggio sul fondo di un rosso affocato.
Ma la bella immagine, avvivata dai bagliori d’oro della pelliccia,
rivela nello slancio del busto l’agilità di una giovinezza gagliarda,
Fig. 61 — Farnesina, alla Lungara, in Roma.
Sebastiano del Piombo: Lunetta.
(Fot. Anderson).
e gli occhi acuti e vividi nel loro contenuto sorriso animano di
grazia e di vita il bellissimo volto. Nè mai, nelle opere precedenti,
Sebastiano intese il tono giorgionesco tanto profondamente come
in questo quadro del 1514, dove la pelliccia sprilla fiotti di luce,
e stoffe e carni armoniosamente si fondono nel velo di un’atmo-
sfera verde oro, ricca e profonda.
La data del 1518 è segnata sul parapetto del Violinista nella
Collezione Rothschild a Parigi (fig. 60), ma è una data apocrifa,
che non può trattenerci dal ritenere più antica quest’opera pros-
— 88 —
sima all’arte di Giorgione, sebbene abbia per tanto tempo portato
il nome di Raffaello. Tutto, in essa, emana dalla Venezia del
primo Cinquecento: l’impostaturajgiorgionesca deH’immagine
che volge a noi il delicato volto femmineo^e in senso opposto
il torso e il braccioli! taglio del parapetto, uguale a quello del
Fig. 62 — Farnesina, alla Lungara, in Roma.
Sebastiano del Piombo: Altra lunetta.
(Fot. Anderson).
ritratto giorgionesco di Berlino. L’ovale del volto, il taglio al-
lungato dell’occhio, la dolcezza delle labbra tumide, il contorno
accarezzato delle chiome, sono riflessi immediati dell’arte di
Giorgio da Castelfranco. Nè mai Sebastiano, evocatore d’im-
magini monumentali, di costruzioni massicce, di volitive fisio-
nomie, colse il murmure armonioso del ritmo di Giorgione come
nel dipingere, sul fondo madido d’oro, l’adolescente, chiuso,
dal gesto del braccio e dalla gran manica raggiata, come in un
gorgo melodico d’aria e di suono.
Ancora la tradizione veneziana è viva nell’arte di Sebastiano
allorché dipinge le lunette di Giunone sul cocchio tirato dai pa-
voni (fig. 61) e di Tereo, Filomela e Procri (fìg. 62), nella Far-
nesina, evocando la formosità delle donne di Jacopo Palma, e
accendendo nuvole come razzi sul turchino del cielo; ma nella
Fig. 63 — Farnesina, alla Lungara, in Roma.
Sebastiano del Piombo: Altra lunetta.
(Fot. Anderson).
fatica di adattare la composizione al grande spazio arcuato, di
rado egli ritrova l’architettonica saldezza della pala di San Cri-
sostomo, a fatica allungando o slargando le forme, che si gonfiano
e perdono l’antica purezza per animare la vastità dei fondi.
Tuttavia la lunetta di Tereo, Filomela e Procri, guasta dal
ligneo mascherone del vecchio, trae vita pittorica dal grande
arco di una chioma fluente, di un braccio sollevato, di un drappo
attorto; la lunetta di Giunone deriva dagli esempi della Sistina
un largo e sapiente gioco di piani, animato dal fantastico accordo
— 9o —
tra i grandi ventagli delle ali e le nuvole saettanti; e nella
figura della lunetta di Fetonte (fig. 63), michelangiolesca per tur-
gore di muscoli e lineamenti scultorii, la soluzione del problema
Fig. 64 — Collezione Tucher, a Norimberga (già nella).
Sebastiano del Piombo: Ritratto.
(Fot. Anderson).
compositivo raggiunge con i mezzi più semplici una grandiosa
armonia.
Più non intende il linguaggio di Giorgione, Sebastiano del
Piombo, quando scalpella d’ombre profonde il ritratto già nella
Raccolta Tucher a Norimberga (fig. 64), ma anche tardi, quando
l’eclettico pittore sarà trascinato nella cerchia di Raffaello e poi
— 9I —
di Michelangelo, il fasto cromatico delle stoffe, gli sprazzi fulgidi
di una pelliccia sopra un corpo d’acciaio, la ricca fantasia di
un’acconciatura sopra una nervosa testa di donna, il lampo di
un’armatura, uno scroscio niveo di piume, persino la tonalità
livida rotta da glaciali fulgori della michelangiolesca Resurrezione
di Lazzaro, diranno come continua a pulsar nelle vene del po-
tente artefice il sangue veneziano.1
1 Nota dei quadri giovanili di Sebastiano del Piombo:
Berlino, Kaiser Friedrich’s Museum: Giuditta (pubblicata nel Jahrb. d. preuss. Ksts., I,
1914, pag. 8).
— Vendita Cassirer della Galleria Fidecommissaria Braunschweig-Liineburg, 27-28 aprile 1926:
Madonna col Bambino e Santi (tav. XVIII del Catalogo di vendita).
Budapest, Fondazione pubblica « von Rath»: Mezza figura muliebre (attribuita nella Rac-
colta a Palma Vecchio).
Filadelfia, Collezione Johnson: Madonna col Bambino (pubblicata nel Catalogne of a Collection
of Paintings and some Art Objects, I. « Italian Painting » by Bernhard Berenson,
John C. Johnson, Philadelphia, 1913, tav. 192, pagg. 117 e segg.).
Firenze, Galleria degli Uffizi: Ritratto dell’Uomo ammalato. (È datato m . d . xiiii).
Gubbio, Museo Civico: Pietà (molto guasta).
Londra, National Gallery: Pietà (proveniente dalla Raccolta di Sir Henry Layard).
Salomè (proveniente dalla Collezione Salting, datata 1510).
Norimberga, Collezione del Barone Tucher: Ritratto di gentiluomo (pubblicato dal D’Achiardi,
Sebastiano del Piombo, Roma, 1908, fig. 21. (Un’antica copia è nel Museo di Montpellier).
Parigi, Collezione Maurice Rothschild: Violinista (già nella Galleria Sciarra a Roma, ccn la
data apocrifa mdxviii).
Richmond, Collezione Cook a Dougty House: Maddalena (tav. XXI nel Catalogo della Col-
lezione Cock, voi. I, per T. Borenius, London, Heinemann, m . d . cccc . xm).
Roma, Farnesina: Affreschi di Sebastiano del Piombo, otto lunette nella Sala dei Pianeti,
scene tratte dalle Metamorfosi (1511).
Stuttgart, Museo: Pietà. (È firmata Joannes Bellinus. Rivendicata a Sebastiano da Lio-
nello Venturi, Le origini della Pittura Veneziana, Venezia, 1907).
Treviso, Chiesa di San Niccolò: Incredulità di Tommaso Apostolo, con i dodici Apostoli
intorno al Redentore (Biscaro, in L'Arte, 1898 e 1901, stabilì, per via di documenti,
come il quadro fosse dipinto da Lorenzo Lotto tra il 1505 e il 1506. Il Berenson ac-
cettò la determinazione di tempo; ma egli vide Sebastiano imitar Cima nell’Incredulità
di Tommaso, attenersi poi al Lotto nei sei donatori figurati nell’ordine inferiore della
scena. Cfr. Catalogo Johnson cit., pagg. cit. Essi sono invece probabilmente opera del
Lotto medesimo, mentre Y Incredulità è ricavata per Sebastiano dall’opera di Cima
nella National Gallery di Londra).
Venezia, Chiesa di San Bartolommeo di Rialto: Santi Sinibaldo, Ludovico, Sebastiano e Bar-
tolomeo, quattro ante del vecchio organo.
— Chiesa di San Giovanni Crisostomo: Pala dell’altar maggiore con i Santi Giovanni Cri-
sostomo, Giovanni Battista, Liberale, Maria Maddalena, Agnese e Caterina.
IV.
TIZIANO VECELLIO.
SOMMARIO: Prospetto cronologico della vita e dell’opera di Tiziano. Bibliografia.
L’opera: Tiziano prima dell’accostamento a Giorgione, nel qnadro di Anversa. Ap-
prossimazione all’arte del pittore da Castelfranco nella “ Zingarella ” di Vienna, nel
ritratto dell’ “Ariosto ” a Londra, negli affreschi del Santo a Padova, nella “Gloria
di San Marco” della chiesa di Santa Maria della Salute a Venezia, nel “Presepe”
della Galleria Nazionale di Londra, nelle “Tre Età ” di Bridgewater House, nel “ Noli
me tangere ” a Londra. Intensità di contrasti d’ombra e luce, pienezza di modellato
nelle “ Sacre Conversazioni ” del Louvre e del Prado, nei ritratti dell’ “ Uomo dal
guanto ”al Louvre, di “Tommaso Mostiri ” nella Galleria Pitti, di Hampton Court, del
“ Medico Parma ” a Vienna, del “ Gentiluomo con spada " nella Galleria di Monaco,
nella “Sacra Conversazione” e nel “Cristo della Moneta” a Dresda. Splendore
aureo del tono nel cosidetto “ Amor Sacro e Profano ” della Galleria Borghese e
nella “ Flora ” degli Uffizi. Affermazione sempre più nitida della personalità di
Tiziano di fronte a quella di Giorgione per effetti di movimento appassionato e
grandioso nell* “ Assunta ” dei Frari, per contrapposti di tonò nella “ Sacra Fa-
miglia con Santa Caterina” della Galleria Nazionale di Londra. Luci e ombre, at-
tori del dramma nella pala di San Domenico d’Ancona, nel trittico dei “Santi Nt-
zaro e Celso ” a Brescia, nella pala del Vaticano, nella “ Deposizione ” del Louvre.
Visione atletica della forma nel “ San Cristoforo ” di Palazzo Ducale. Solennità di
ritmo architettonico nella pala di Ca’ Pesaro. Ritorno alle abbaglianti scenografie
con 1’ “Assunta” della Cattedrale di Verona, il “San Giovanni Elimosinario ” a
Venezia, il “San Pietro Martire” e la “Battaglia di Cadore”. Grandezza compo -
sitiva della “ Presentazione al Tempio ”. Fasto cromatico nei ritratti di “Federico
Gonzaga ” al Prado, della “ Bella ” a Pitti, della “Venere ” agli Uffizi. Atmosfere
penombrate e attenuazioni cromatiche nei ritratti di “ Carlo V col cane ”e di “ Ippo-
lito de’ Medici ”, nell’allegoria in onore di “Alfonso d’Avalos ”. Ritratti di questo pe-
riodo: “Francesco I”, “ Francesco Maria della Rovere”, “ Isabella d’Este”, la “Pic-
cola Strozzi ”, “Pier Luigi Farnese”. L’ “Allocuzione del Marchese del Vasto”.
Ritratto di “Pietro Aretino”. Il michelangiolismo nell’opera di Tiziano: “Cristo
coronato di spine ” al Louvre, il “ Sansone ” della Galleria Borghese, il “ Fiume ”
della Galleria di Napoli. Sviluppo del principio luministico nel ritratto di “ Paolo III
fra i nipoti”, nel secondo ritratto di “Pier Luigi Farnese ”, nella “Danae “della
Galleria di Napoli. Altri esempi di titanismo michelangiolesco nel soffitto di Santa
Maria della Salute a Venezia. Interpretazione idealistica della personalità di Carlo V
nei ritratti di Monaco e del Prado. Trasparenze luminose di carni e stoffe in “ Ve-
nere e la Musica ” del Prado. Dopo un ritorno momentaneo al fasto cromatico e
alla rappresentazione schietta immediata del soggetto nell’ “ Autoritratto ” e nel
“Ritratto di Lavinia” a Berlino, riappaiono le delicate velature atmosferiche nel-
l’effigie di un “ Gentiluomo ” al Louvre, in “ Filippo II ” e in “ Isabella di Porto-
gallo ” al Prado, nel cosidetto “ Inglese ”, nell’ “ Ultima Cena ” di Urbino. La stessa
oscillazione fra il pieno trionfo di un colore squillante alla luce, e l'attenuazione
— 94 —
cromatica ottenuta mediante nebulose atmosfere si ripete nel ritratto di “ Giovanni
d’Acquiviva ” a Cassel e nella “ Gloria” del Prado, di fronte al “ Perseo libera-
tore di Andromeda ” nella Galleria Wallace di Londra, all’ovato con “ Giove e
Antiope ” nella Galleria di Monaco, all’ “ Addolorata ” del Prado. Atletismo miche-
langiolesco delle forme di “Prometeo” e di “Sisifo” al Prado. Contrasti di luce
e ombra nel “San Girolamo” di Brera, nella “Santa Margherita” del Prado, nel
“Martirio di San Lorenzo” a Venezia. Allungamento di forme in “Diana e Ca-
listo” e in “Diana e Atteone ” di Casa Bridgewater a Londra, nell’ “ Orfeo ” del
Prado, nella “ Madonna ” di Monaco. Si avvicina l’ultima fase dell’arte di Tiziano
con la “Deposizione” del Prado, 1’ “Annunciazione” di Napoli, la “Sapienza”
nel Palazzo Reale a Venezia, il “Ratto d’Europa” a Boston, il “Piccolo tri-
tone” a Budapest, il “San Girolamo” del Louvre, i due “Crocefissi” di An-
cona e di Madrid, visioni schiarate da bagliori entro fumide atmosfere. Nell’ul-
timo periodo, ogni solidità formale si disperde nell’atmosfera, così in “Venere
che benda Amore” della Galleria Borghese, nel “San Domenico” della Galleria
stessa, nel “San Sebastiano” del Romitaggio, nel quadro “Ninfa e Pastore” a
Vienna, nell’ “ Eden ” e 1’ “Autoritratto ” al Prado, nell’ “ Incoronazione di spine ”
a Monaco, nella “ Madonna ” Mond e nella pala di Pieve di Cadore. L’ultima pit-
tura di Tiziano: la “Pietà” della Galleria di Venezia. Epilogo. Catalogo delle
opere.
1477 — - Nasce in quest’anno Tiziano Vecellio. Da Gregorio
di Conte Vecelli, capo della Centuria di Pieve, e da Lucia
Vecelli, a Pieve di Cadore, in una casa situata nella Piazzetta
detta dell’Arsenale (Cfr. Taddeo Jacobi, Manoscritto rife-
rentesi a Cadore ; Pietro Aretino, Lettere , tomo V, pag. 243,
Parigi, 1609; Anonimo del Tizianello, Breve compendio della
vita del famoso Tiziano Vecellio di Cadore , Venezia, 1622,
pag. 1-2).
Questa data, comunemente accettata (Ridolfi, Le meraviglie
dell' Arte, 2a ediz., Padova, 1835, tomo I, pag. 196; Anonimo del
Tizianello, pag. 2; Ticozzi, Vite dei pittori Vecellij di Cadore, libri 4,
Milano, Stella, 1817, pag. 7), fu invece controversa da Herbert
Cook, il quale sostenne doversi portare nel 1489 (Cfr. Polemica
svoltasi tra Herbert Cook e Giorgio Gronau, in Nineteenth Century, LV,
1 23-130, e in Repertorium fiXr Kunstzvissenschaft, xxiv, 457-462-xxv,
98-100). Asserisce il Dolce ( Dialogo della pittura intitolato «L’A-
retino », Venezia, 1557, pag. 21 v.) che Tiziano dipinse nel Fondaco
dei Tedeschi « non havendo egli alhora a pena 20 anni », asserzione
che sostiene l’ipotesi della nascita nell’87. Poiché Tiziano scrisse
nel 1571 di aver 95 anni (Lettera a Filippo II, in data i° agosto,
qui riportata) e un inviato spagnuolo nel 1564 lo dice presso ai
90 anni (Lettera di Hermandy Garcia a Filippo II, da Venezia,
in data 15 ottobre, qui riportata); nel 1567 un console spagnuolo
— 95 —
affermava ch’egli aveva 85 anni e il Vasari stesso fissa la nascita
nel 1480, è possibile stabilire il 1477. Il Cook vorrebbe che ad
artificio, per spillare cioè denaro Tiziano aumentasse il numero dei
suoi anni; ciò è privo di fondamento dato che, se l’inviato spagnuolo
ebbe l’impressione che Tiziano mostrasse meno anni di quello che
diceva d’avere, ciò non presuppone il dubbio sulla buona fede del
pittore. Il quadro di Tiziano ad Anversa è certamente del 1502;
e nemmeno il Cook potrebbe dire, spostando tutta la cronologia,
che quella sia opera di un tredicenne (Cfr. Lionello Venturi, Gior
gione e il giorgionismo, Milano, Hoepli, 1913).
i486 — All’età di nove anni fu condotto a Venezia per im-
pararvi l’arte e affidato ad uno zio che, secondo Ludovico
Dolce, gli diede a maestro dapprima Sebastiano Zuccato, poi
successivamente Gentile e Giovanni Bellini. Libero di sè
il giovine fu attratto dall’arte di Giorgione e ne divenne
allievo.
L’Anonimo lo vorrebbe far giungere a Venezia un anno più
tardi e attribuirebbe al giovinetto una precedente educazione arti-
stica. Narra infatti un aneddoto secondo cui il fanciullo avrebbe
dipinto sulla parete di una casa, una Madonna, adoperando succo
di fiori; press’a poco ciò che dice il Ridolfi del Pordenone (Ridolfi,
Le meraviglie dell’Arte, tomo I, pag 145). La Madonna identifica-
bile con quella dipinta a fresco sopra un muro esterno di Casa Val-
lenzasco a Pieve, mostra, stilisticamente caratteri spiccatamente
cinquecenteschi e per nulla l’impaccio di una mano infantile (Cfr.
G. Cavalcasene e J. A. Crowe, Tiziano, la sua vita e i suoi tempi,
Firenze, Le Monnier, 1877, pag. 33-35, voi. I).
Così non è confermabile l’opinione del Lanzi ( Storia della Pit-
tura, 1796) che, per primo ventilò l’idea che Tiziano avesse avuto
per primo maestro, in Cadore, Antonio Rosso, un maestro di terzo
ordine che tra il 1472 e il 1502 eseguì vari affreschi nelle chiese
cadorine (Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. I, pag. 35).
Il Vasari è più generico: riferisce che il maestro fu Giovanni
j Bellini e che in seguito lo scolaro si pose ad imitare Giorgione (Va-
sari, voi. VII, pag. 426). Narra particolarmente Ludovico Dolce:
« [lo zio lo pose] alla casa di Sebastiano, padre del gentilissimo
Valerio e di Francesco Zuccati... perchè esso gli desse i principii
dell’arte. Ma da questo [Sebastiano] fu rimesso il fanciullo a Gentil
Bellino, fratello di Giovanni; ma a lui molto inferiore: che allhora
insieme col fratello lauorava nella Sala del gran consiglio. Ma Ti-
tiano, essendo spinto dalla Natura a maggiori grandezze, et alla
perfettione di quest’arte, non poteva soffrir di seguitar quella via
ì
1
— 96 —
secca e stentata di Gentile; ma disegnava gagliardamente e con
molta prestezza. Onde gli fu detto da Gentile, che egli non era
per far profitto nella Pittura, veggendo che molto si allargava dalla
sua strada. Per questo Titiano lasciando quel goffo gentile, hebbe
mezo di accostarsi a Giovanni Bellini; ma ne anco quella maniera
completamente piacendogli, elesse Giorgio da Castelfranco » (Cfr.
L. Dolce, op. cit., pag. 55).
1495 — Afferma il Vasari che « non avendo più che diciotto
anni fece il ritratto di un gentiluomo da ca’ Barbarigo, amico
suo, che fu tenuto molto bello, essendo la somiglianza della
carnagione propria e naturale, sì ben distinti i capelli l’uno
dall’altro, che si conterebbono, come anco si farebbono i
punti d’un giubone di raso inargentato che fece in quell’o-
pera. Insomma, fu tenuto sì ben fatto e con tanta diligenza
che, se Tiziano non vi avesse scritto in ombra il suo nome,
sarebbe stato tenuto opera di Giorgione » (Vasari, Ediz. Mi-
lanesi, 1881, tomo VII, pag. 428).
Il Richter ha voluto identificarlo nel Ritratto del giovane nobile
della National Gallery di Londra (n. 1944), erroneamente detto
Ritratto dell’ Ariosto ( Art Journal, 1895, pag. 90). Il Cook vorrebbe
invece che l’opera fesse da ritenersi di Giorgione, e Wickhoff pro-
pone stranamente l’attribuzione a Sebastiano del Piombo, (Cfr.
Lionello Venturi, Giorgione e il giorgionismo, pag. 359).
1502 — Dipinge la pala di S. Pietro, ora nella Galleria di An-
versa, ove Alessandro VI (Borgia) è raffigurato in abito
pontificale, nell’atto in cui si inchina all’Apostolo per rac-
comandare il suo protetto Jacopo Pesaro, vescovo di Pafo,
affinchè gli conceda protezione e vittoria.
Marin Sanudo, ne’ suoi Diarii (presso Cicogna, Inscr. venete,
voi. II, pag. 120, Venezia, 1824-53) racconta che Jacopo de’ Pe-
saro, prelato veneziano, fu con bolla papale data da Alessandro VI,
nominato legato della Santa Sede e preposto al comando di venti
galere papali; per la crociata contro il Mussulmano (aprile 1501).
Nel quadro una finta cartella porta l’iscrizione:
RITRATTO DI VNO DI CASA PESARO
IN VENETIA CHE FV FATTO
GENERALE DI S.TA CHIESA
TITIANO F.
È improbabile che questa iscrizione sia del tempo di Tiziano
e tanto meno di Tiziano stesso. Secondo il Cavalcasene però (voi. I
pag. 62) l’opera dovrebbe essere del '503 circa, perchè Alessandro VI
si sarebbe appena rappresentato in un quadro dopo la morte, che
avvenne il 18 agosto 1503, tanto era abbonito da tutti gli Italiani.
Però, poiché il Dolce afferma che Tiziano fece a Venezia sedici
anni di tirocinio, dopo la sua venuta del i486, inevitabilmente l’o-
pera è databile al 1502. Tanto più poi che nel quadro non si trovano
accenni alla vittoria ottenuta a Santa Maura dal Pesaro. Lionello
Venturi ( Giorgione e il giorgionismo, pag. 358) vorrebbe fissare il
tempo tra il 20 aprile 1502, tempo in cui il Pesaro fu nominato
commissario della flotta papale e il 23 agosto dello stesso anno,
giorno della vittoria di S. Maura (Cfr. Archivalische Beitràge zur
Geschichte der V enezianichen Kunst aus dem Nachlass Gustav Lud-
wigs hersg. v. Bode, Gronau, Hadeln, Berlin, 1911, pag. 13 1).
1508 — Tiziano eseguisce la facciata del Fondaco dei Tedeschi,
verso le « Mercerie ».
Scrive il Dolce: « Disegnando adunque Tiziano e dipingendo con
Giorgione (che così era chiamato) venne in poco tempo così valente
nell’arte, che dipingendo Giorgione la faccia del fondaco de’ Te-
deschi, che riguarda sopra il Canal Grande, fu allogata a Titiano,
come dicemmo quell’altra, che soprastà alla merceria, non hauendo
egli alhora a pena venti anni. Nella quale vi fece una Giudit mira-
bilissima di disegno e di colorito, a tale, che credendosi comune-
mente (poiché ella fu discoverta) che ella fosse opera di Giorgione,
tutti i suoi amici si rallegravano, come della miglior cosa di gran
lunga, ch’egli havesse fatto. Onde Giorgione con grandissimo suo
dispiacere rispondeva ch’era di mano del discepolo, il quale dimo-
strava già di avanzare il Maestro » (Cfr. Dolce, op. cit., pag. 55).
1507, maggio 16 — Fu cominciato il tetto del Fondaco.
1508, maggio — Fu eretto nel cortile del Fondaco l’altare
per la messa di consacrazione dell’ edificio compiuto
(Cfr. Cadorin, Nota alle memorie del Gualandi, serie III,
pag. 90-91, Bologna, 1840-45).
...., novembre 8 — Si procedette alla stima generale degli
affreschi di Giorgione.
1509, febbraio 18 — Si festeggiò l’inaugurazione con la
caccia a occhi bendati del maiale unto (Cfr. Sanudo,
Diari e ricordi presso il Lazzari).
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
7
— 98 —
i5o8 — Secondo il Vasari, Tiziano avrebbe eseguito il disegno
per l’incisione del Trionfo della Fede o della Religione, quel
disegno che poi Andrea Andreani pubblicò in dieci fogli
segnati da A e J. Si vede Cristo in un carro, tirato dai dottori
della Chiesa, preceduto da Adamo ed Èva e dalla loro gene-
razione, dalla schiera dei Patriarchi e delle Sibille, dalle
corti dei Martiri e dei Confessori (Cfr. Vasari, voi. VII,
pag. 431). Il Ridolfì (op. cit., voi. I, pag. 201) sostiene che
gli originali o le copie di questi disegni avrebbero dovuto
essere gli affreschi che Tiziano eseguì in una stanza della
casa abitata quando fu, nel I511» a Padova, ora compieta-
mente scomparsi.
I5II _ Tiziano è a Padova, dove eseguisce tre affreschi nella
Confraternita del Santo, nella Scuola del Carmine e nel
Palazzo Cornaro avendo ad aiuto Domenico Campagnola.
Del primo affresco della Scuola del Santo esiste ancora il disegno
originale: era a Manchester alla Mostra del 1857.
« 1511 adi 2 decebrio. Recéjo Ticiano ducati quatro doro da la
fraia di M. So Antonio da Padova, li quali mi contò f. Antonio
suo fator per resto et compido pagaméto de li tre quadri jo ho
dipicta sudita scuola, L. 24 s... Io tician di Cador Dpntore » (Cfr.
questo documento in Gonzati B., La Basilica di S. Antonio di Pa-
dova, Padova, 1854, voi. I, in facsimile e una seconda volta a pa-
gina cxliii).
settembre 24 — Sul rovescio di uno schizzo del Campa-
gnola è annotato (nota molto dubbia) che dipinse nel 1511
in compagnia di Tiziano alla Scuola del Carmine e che il
24 settembre con Tiziano entrò nella Scuola di Padova
(Cfr. Reiset F., Notice des Dessins au Musée Imperiai du
Louvre, Paris, 1866, pag. 206).
Ancora sul rovescio di un disegno per V Omnia Vanitas, ora alla
Accademia di Dusseldorf, non certo di carattere di Tiziano, sta
scritto:
« Per dinari datti a M. Domenico Campagnola p. suo saldo del
debitto che havevo con lui io Titian Vecelli per havermi autatto
nell’opere che ho fatte in la faciatta di Ca^Corner in Pad... » (Cfr.
Cavalcasene, op. cit., voi. I, p. 103). La scritta non è creduta
autentica.
1513, maggio — Pietro Bembo, forse a nome di papa Leone X,
ricerca Tiziano quale pittore per la Corte pontifìcia. Questi
rifiuta, per istigazione del Navagero (Cfr. Vasari, voi. XIII,
pag. 27; L. Dolce, Dialogo , pag. 67), e preferisce porsi al
servizio della Serenissima per dipingere la Sala del Gran
Consiglio.
Istanza presentata da Tiziano e letta dinanzi al Consiglio dei
Dieci.
Die Ultimo Maij in Consilio: « Illustrissimo Consilio. Hauendo
da puto in suso Principe Serenissimo et signori Eccellentissimi
io Tician de serviete de Cadore postome ad imparar larte de la
pictura non tanto per cupidità del guadagno, quanto per vedere de
acquistare qualche poco di fama: et esser connumerato tra quelli
che a i presenti tempi fanno profession de tal arte. Et ancor ch’io
sia sta per avanti et etiam de presenti cum instanzia recercato et
dalla Santità del Pontefice et altri Signori andare a servirli: Tamen
desiderando come fidelissimo subdito che son de la sublimità Vostra
lassar qualche memoria in questa inclyta Cita ho deliberato, pa-
rendo cussi a quella, de tuor lo assumpto de venir a depenzer nel
Mazor Conseio et poner ogni mio inzegno et spirito fina havero
vita...» (Lorenzi, Monumenti, ecc., pag. 157-158).
1513-1516 — Rapporti di Tiziano con la Serenissima.
1513 — Tiziano, mentre si impegna a dipingere per la Sala
del Gran Consiglio, il « Teller della bataglia », rinuncia
ad ogni compenso, purché gli venga assegnata la Sense-
ria del Fondaco dei Tedeschi, alle stesse condizioni fatte
a Giambellino e come a lui T Ufficio del Sale paghi i due
assistenti, i colori ed il necessario in genere; ed è is. ogni
particolare accontentato.
1513, maggio 31 — Ancora dall’istanza presentata da Ti-
ziano e letta al Consiglio dei Dieci (vedi sopra).
« ...principiando, se cussi parerà alla Sublimità Vostra, dal
teller nel qual e quella bataglia da la banda verso de piaza
100
eh e la più difficile et che homo alcuno, fina questo di non
ha voluto tuore tanta impresa. Io, Signori Exellentissimi,
seria più contento ricevere per satisfaction dela opera che
faro quella mercede fusse stimata conveniente et molto man-
cho. Ma perche, come ho sopradicto, non stimo se non l’honor
mio, et haver solum il modo del viver piacendo alla Subli-
mità Vostra se degnara concederme in vita mia la prima
Sansaria in Fontego di Todeschi, de quovis modo venira ad
vacar, non obstante altre spectative, cum i modi condiction,
obligation et exemption ha missier Zuan Belin, et do Zo-
veni che voglio tener apresso de mi che me adiuta, da esser
pagadi al Officio del sai, insieme cum i colori et tute altre
cose necessarie, si come li mesi passati fu concesso per el
prefato Illustrissimo Conseglio al dicto missier Zuane: Che
prometto ale Excelentissime Signorie Vostre far tale opera:
et cum tanta presteza et excellentia che le rimanirano con-
tente: A le qual humilmente mi ricomando » (Cfr. Cavalca-
sene, Tiziano, voi. I. pag. 124-25).
1513, giugno 8 — I capi del Consiglio Pietro Leoni, Giro-
lamo Priuli e Andrea Magno ingiungono ai « Provveditori
del Sai » di usare a Tiziano quel trattamento che era
stato fatto per Bellini, pagando pure gli aiuti, purché
egli dimostrasse di lavorare pel Gran Consiglio (Lorenzi,
Monumenti, ecc., pag. 157-58).
Ebbe il permesso di aprire bottega a S. Samuele dove
prese stanza coi giovani Antonio Buxei e Ludovico di Gio-
vanni, questo ultimo già assistente di Gian Bellino (Lorenzi,
Monumenti, pag. 142, 145-46).
1513, giugno — Sanudo ( Diario , voi. XVI, p. 287, 31 giu-
gno 1513, in Cicogna, Annotazioni manoscritte all’ Anonimo
del Morelli) vorrebbe che Tiziano lavorasse già in questo
tempo nella Sala del Gran Consiglio, alle medesime con-
dizioni di Bellini e Carpaccio.
I5I4 — Il timore della competizione fece sì che i pittori ve-
neziani indussero il Consiglio dei Dieci a dichiarare che la
patente di sensale, sarebbe data a Tiziano quando fosse
il suo turno ed a sospendere i pagamenti agli assistenti.
Tiziano non vi è riammesso che in seguito ad una violenta
petizione al Consiglio.
IOI
1514, marzo 20 — Il Consiglio dei Dieci revoca a Tiziano la
patente di sensale, ritirando il decreto già concesso, in-
giungendo d’attendere la nomina al suo turno e sospen-
dendo il pagamento agli assistenti (Lorenzi, Monumenti ,
pag. 159-160).
1514, novembre 28 — Tiziano invia una petizione al Con-
siglio per avere almeno la patente che sarebbe rimasta
libera alla morte di Giovanni Bellini, il pagamento degli
assistenti, accusando i suoi competitori di cercare di
distoglierlo dal lavoro per timore della forza dell’arte sua
(Lorenzi, op. cit., pag. 160-161).
1514, novembre 29 — Patente in cui il Consiglio dei Dieci
annulla il precedente ordine dei « Capita » e viene notifi-
cata ai Visdomini la nuova concessione fatta a Tiziano.
Si imponeva ai Provveditori di prender cura della bot-
tega sita in San Samuele, dove pare piovesse (Lorenzi, Monu-
menti per servire alla storia del Palazzo Ducale di Venezia,
1869, parte I, pag. 161). La patente che nel 1864 era in
mano di Alessandro Vecellio di Cadore, uno dei documenti
di Tiziano, differisce un po’ dai documenti.
1515-1518 — Contratti colla Serenissima per il compenso alla
pittura della Battaglia navale per la quale, oltre al denaro,
chiede la patente al Fondaco, posseduta da Gian Bellino.
Egli ottiene anche questo, e ciò gli dà il diritto all’esenzione
delle tasse annuali, a 100 ducati d’entrata e, quando assolveva il
compito di ritrarre il nuovo Doge per la Sala del Gran Consiglio,
riceveva l’assegno di 25 ducati. Tiziano fu fedele alle condizioni
impostegli; meno che al patto d’esecuzione della Battaglia. Dopo
varie interruzioni e relative lagnanze della Repubblica, con pericolo
di perdita della senseria, lo terminò nel 1537.
1515, dicembre 29 — Il relatore Valier afferma che la spesa
fatta nei quadri della Sala del Gran Consiglio superava tal-
mente il previsto che sarebbe bastata a completare il pa-
lazzo, e che sarebbe necessario che il Consiglio dei Pregadi
esaminasse i conti e verificasse come avveniva il dispendio.
102
1515» dicembre 30 — I Pregadi constatano che due tele,
appena disegnate, costavano già 700 ducati, quindi licen-
ziarono tutti gli artisti, autorizzando il Provisor dell’Uffi-
cio del Sai di scegliere il migliore fra quelli che si offri-
vano a dipingere ciascuna tela a 250 ducati (Lorenzi,
op. cit., pag. 165).
Tiziano si fa avanti, proponendo di fare il lavoro con
quattrocento ducati alla consegna, più quattro ducati mensili
all’assistente, tre once d’azzurro, altri colori per dieci ducati
e la patente di Giovanni Bellini al Fondaco (Lorenzi, op.
cit., pag. 465; Gaye, Carteggio, voi. II, pag. 142).
1516, gennaio 18 — Riunione del Collegio dei Pregadi e
decreto che accetta tutte le condizioni, cioè: la patente
di sensale, i colori, il salario dell’assistente e 300 ducati
finali (Lorenzi, op. cit., pag. 166).
1516, dicembre 5 — Decreto del Consiglio che afferma il
non alterabile turno a danno di Tiziano che pretendeva
essere antemesso ( Diari del Consiglio).
1517, Die XXIII Junii — « ...Fino dal 1513 a ultimo del
mese di maggio fu concesso a Ticiano de Cadore Pictor
una expectativa di una sansaria al Fontego de i Todeschi
la prima vacante, et da poi del 1516 a 5 di decembre fu
dechiarito che senza spectar la vacantia di essa dovesse
entrar in quella che haveva Zuan Bellini Pictor cum con-
ditione che fusse obligato depinger el « teler de la bataglia
terrestre nella Sala del nostro Maggior Consiglio verso
la Piaza sopra el Canal Grande, il qual Ticiano doppo
la morte di Zuan Bellino entra in possesso de ditta san-
saria già sono circa anni vinti cum tirar le utilità de
quella che possono esser de ducati 100 allanno oltra li
ducati 18 su 20 della tassa annual che li sono sta lassati...
Landera parte che il ditto Tician de Cadore pictor sia
per auctorità di questo Conseglio obligato ed astretto ad
restituir alla Signoria nostra tuti li danari che lha ha-
vuto della predetta sansaria per il tempo chel non ha
— 103 —
lavorato sopra el teller predetto nella sala, come e ben
ragionevole » (Lorenzi, op. cit., pag. 219)
Il ritratto del Doge era pagato con l’assegno di venticin-
que ducati in più.
1518, luglio 3 — 1522, agosto 11 — 1537, giugno 23 —
Tiziano trascura la pittura della Sala del Gran Consiglio
e ne riceve continue lagnanze: la termina poi nel 1537
(Lorenzi, Monumenti , pag. 162-171).
1516 — Inizio dei rapporti di Tiziano con la Corte di Ferrara.
Primo suo viaggio alla Corte di Alfonso I d’Este, dove lo tro-
viamo dal 31 gennaio al 22 marzo coi suoi assistenti.
Nessun documento parla delle sue occupazioni colà; parecchi,
invece, particolareggiano le sue ragioni di vitto:
« Zenaro (ultimo de). Al nome de dio [por] Straordinario 111. mo
Mio Signore... E a dì VI de februaro. E a dì XII dito mastelli uno
de vino date a m.ro Tuciano depintore per solita in zornale. E a c.
163 Mastelli 1 - S.e B.
« Adi 13 de feveraro mercori « al nome de dio. A m.ro Tuciano
depintore aloziato in castelo e per boche tre per suo ordinario de la
settimana presente prinzipiando ozi per tuto dicisete ditto
« soldi due per insalata L. 0,2.0
« carne sala libbre una
« olio per la insalata libbre doe
« Castagne libbre sei da tadie
« Naranze n. otto da ser Bartolomie
« Candele de seo libbre tre
« formago da tavola libbre otto ».
(Archivio di Modena, Camera Ducale, Registro col titolo 1516,
« De la spenderla », a carte 27-29-49. Registrato giornalmente fino
al 21 marzo).
« ...E a di XIII dito mastelli uno de vino a m.° Tuciano dipintore
in Castello apare boleta in zornale [a carta] 163 Mastelli 1: s.e ».
Somministrazione settimanale di vino registrata fino al 22 marzo.
(Arch. di Stato di Modena, Cane. Ducale, Registro col titolo 1515-16
Libro de la Camera de la Corte 4, a carte 101).
1517 — Continuano i suoi rapporti con la Corte di Ferrara;
ma Alfonso lo incarica soltanto di minuti lavori, come il
disegno « d’un pogiol »; la pittura d’una vasca, l’acquisto di
— 104 —
anticaglie per cui riceve di quando in quando insignificanti
somme di denaro.
1517, febbraio 29, In Venetia — « ...X.tia V. Subito me ne
andai a quel pogiol, che la mi scrive et ne ho fatto un
disegno... per la qual V. Ill.a S.a potrà comprendere il
tutto. Et acciò che non... venisse solo ne ho fatto etiam
un altro pur alla maniera de li pogioli de questa terra,
quali mando con queste mie, et se non sono cusì fatti
come alla grandezza di V. Ill.a S. et alla humil servitù
et gran desiderio mio si conveniria, quella mi perdoni,
et ne incolpi il voler ch’è stato in me di servirla con
prestezza, et se questi non le sodisfano, me ne comandi,
ch’io gli ne farò de li altri... Del bagno che la S. V. mi
ordinò, non mi sono dimenticato, anzi a la giornata li vo
lavorando, et quando quella desideri di volerlo, facendo-
melo a sapere subito sarà expedito, in buona gratia de la
qual humilmente me li raccomando » (Cfr. Crowe e Caval-
casene, voi. I, pag. 148).
1517, aprile 8 — « Ser Theofilo di Cardi banc. de havere per
tanti cui ha pagati per la guardaroba, come appresso
videlicet... « E a dì 8 dicto a Bartolomeo Negrisoli per
darli a m.° Titian depintore in tante monete de Vinegia
insino adi 28 del passato L. 75 s. o. d. o. ».
1517, agosto 5 — « Di Pietro Albertini contrascripto de ha-
vere che lui ha pagati videlicet... a m.ro Tu ciano depin-
tore per uno cavalo de bronzo adato L. 48, s. d. » (Arch.
di St. di Modena, Cam. Due., Libro delle partite, 1517-18,
acc. 133 e acc. 34, n. 41).
1518 — Tiziano in quest’anno compie V Assunta in Santa Maria
Gloriosa dei Frari.
Il 20 marzo, nel giorno solenne di S. Bernardino fu ammesso a
visitarla il pubblico:
« Anno 1518, a dì 20 marzo fo San Bernardin... et jeri fu messa
la pala grande de 1 aitar de Santa Maria dei Frati minori suso di-
— io5 —
pinta per Ticiano, et prima li fu facto atorno una opera grande di
marmo a spese di Marco Zerman, che è guardian adesso » (Vedi
Marin Sanudo, Diarii, Ms., voi. XXV, pag. 333, e stampato in
Ciani, Lettera inedita di Tiziano V ecellio al pittore Tiziano, Ceneda,
1862, pag. 14).
1518-19 — Relazioni di Tiziano con Alfonso I d’Este.
Tiziano eseguisce un quadro pel Gabinetto del Duca di Ferrara,
probabilmente i Baccanali. L’artista doveva fare una composizione
su soggetto proposto dal Duca e ideato dall’Ariosto.
Dal luogo che il quadro avrebbe dovuto occupare nello studio
ducale pare sia realmente II Baccanale. — Alfonso, quando andò di
persona a Venezia diede istruzioni a Tiziano; ma tosto cominciarono
le lagnanze per la noncuranza del Pittore che, un anno più tardi, non
si curava di lavorare pel Duca; ma attendeva ad altro. Soltanto
dopo una violenta lettera del Duca, l’opera fu consegnata.
Per mezzo di Giacomo Thebaldi ambasciatore estense in Ve-
nezia s’iniziano le trattative:
1518, febbraio 15 — marzo 2 — Tiziano è richiesto d’un
disegno (Campori, Tiziano e gli Estensi, pag. 6) il cui sog-
getto, proposto dal Duca, aveva per autore l’Ariosto
(Campori, op. cit.', pag. 6).
1518, febbraio 15 — Scriveva Giacomo Thebaldi al Duca,
avergli il Tiziano « mand[ato] a dire per mia resposta chel
farà quello designo, e[t] mello mandarà aciò chio poi il
rimetta a que[llo]. Come farò... » (il foglio è consunto dal
fuoco nei margini) (Cfr. Campori, Nuov. Ant., voi. XXVII,
p. 586, in cui il documento porta la data del 25 febbraio).
1518, febbraio 20 — Poscritta: « Mando alla Extia Vostra
cum queste mie un designo et le[ttere de] m.ro Tuciano
legato et sigillato » (Campori, id.).
1518, marzo 9 — Il Thebaldi inviava al Duca lettera di Ti-
ziano che nel consegnarla « mi hà dicto hauere più desi-
derio seruire la Extia Vostra in fargli quello quadro che
essa gli ha rechesto chellei non ha di esser semita. Su-
biungendomi, chel è per mettere ogni altra cosa da canto,
et ponere in dicto quadro il nome suo » (Archivio di
— io6 —
Stato di Modena, Cancell. Ducale Estense, Dispacci degli
Amb. da Venezia, busta 14, Lett. di Giacomo Thebaldi,
1518).
1518, marzo 31 — « A magistro Titiano subito feci dare le
sue [del Duca] et cum esse uno longo inuoglio che mi ha
mandato il magnifico messer hieronymo Ziliolo, cum com-
missione chel dia al dicto m.ro Titiano. Il tuto sia per
adviso alla Extia. V.a » (Archivio di Modena, indicazioni
precedenti).
1518, aprile 1 — Tiziano al Duca. Confermando alcune let-
tere, accoglie di buon grado « telaro et tella che la mi
manda... et la informatione inclusa... tanto bella et inge-
gnosa » (Archivio di Modena, Cancelleria Ducale, Pittori,
busta 4).
1518, aprile 23 — Il Thebaldi al suo Signore: « Heri su-
bito chio vidi quanto V.a Ex.tia me cometteva per le sue
de XX de questo sopra il quadro che debe fare Titiano.
Gli feci intendere il tuto diffusamente et gli dedi la carta
oue era bozata quella figurina et annotato quelle parole
per (sua istructione; esso mi ha dicto che ’l si raccorda
che in fazata del Studio dell’Ex. tia V.ra erano tri quadri,
et che quella scrive che questo chellui farà ha ad andare
in fazata » (Archivio di Modena, Dispacci degli Ambascia-
tori, busta 14; in Cavalcasene, voi. I, pag. 152, questa
lettera porta la data 22 aprile in luogo di 23).
1519, settembre 29 — Il Duca a Giacomo Thebaldi: «...noi
pensavamo che ticiano pict.re douesse pur una volta
dar fine a quella nostra pictura et perchè vedemo chel
se ne fa poco conto, et manco stima; volemo che quanto
più presto potrete voi lo troviate, e li diciate per parte
nostra che molto ci marauegliamo chel non voglia finire
detta nostra pictura. Et chel debba per ogni modo ve-
nire a darli fine, altrimente che noi semo per risentirsene
grandemente et per demostrarli che egli harà deseruito
— 107 —
persona che sarà per deseruire lui, Et per fargli cogno-
scere, che non semo da essere deluso, Et parlatigli sul
saldo per che hauemo determinato chel finisca lopera
cominzata; secondo chel mi ha promesso, E sei noi farà
gli prouederemo ben noi: Et de la risolutione sua datice
subito auiso » (Campori, Tiziano e gli Estensi, pag. 588,
in Nuova Antologia, voi. XXVII).
1519, ottobre 3 — Il Thebaldi riferisce al Duca che, cercato
Tiziano seppe « da vicini... che esso era ito à Padua il
mercuri passato » (Campori, p. 588).
1519, ottobre io — Comunica ancora che Tiziano domenica
partirà per Ferrara, in barca « cum [il] quadro suo quale
dici che finirà lì. La causa della sua tanta tardità e pro-
cesso per causa chel Rev.mo [Legato] (lacuna, per essere
il foglio consunto dal fuoco) qui voi fare una opera de
Pictura et m.ro Titiano è stato seco in longa praticha
sopra ciò... » (Campori, p. 5 88).
1519, ottobre 17 —^Lettera in parte consunta dal fuoco, ap-
pena si legge: « in barcha, due hore avanti giorno cum
il quadro della Extia... venire a quella et ivi finire dicto
quadro » (Arch. Modena, Cam. Due., Dispacci Amb. da
Venezia, busta 14).
1519 circa — Tiziano espone sull’altare di una cappella del
Duomo di Treviso il quadro d e\V Annunciazione , cominciato
prima di quest’anno, compiuto col ritratto del canonico
Malchi ostro che vedesi nel fondo.
Sulla base della colonna presso la Vergine, è lo stemma dei
Malchiostro (una mano che tiene i gambi di tre fiori) e le iniziali
B. M. sotto di essa.
I
1520 — Perviene in questo tempo al Duca notizia d’una «gaz-
zella » veduta nel Palazzo di Giovanni Cornaro a Venezia.
Per mezzo del Thebaldi ne fa chiedere un ritratto a Tiziano il
quale accetta. Ma al momento di mettersi all’opera la sa morta e
i
— io8 —
s’offre di ispirarsi invece ad un disegno dell’animale, fatto da
Gian Bellino.
1520, maggio 29 — Il Duca al Thebaldi: « Procurate di
parlar subito a Titiano, e ditegli per parte nostra che
quanto più tosto può ci ritragga dal naturale et come è
proprio uiuo uno animale chiamato gazella che è in casa
del m.ro Joanni cornero et lo ritragga in tela tutta Inte-
gra, usandoli bona diligenza, et poi ce lo mandi subito
auisandoci del costo » (Cfr. Campori, Tiziano e gli Estensi,
in Nuova Antologia, id., pag. 590).
1520, giugno 1 — Risposta del Thebaldi: « ...subito m.ro Ti-
tiano et io siamo stati à casa del m.ro Georgio Cornaro
per uedere la Gazella uiua la quale Vostra Extia desi-
deraua hauere ritracta dal naturale in tella... ci ha dicto
che essa Gazella è morta. Dimandandoli Jo de vedere
la pelle, ci ha adducto per conteste uno suo servitore,
come la p.ta Gazella fu gettata morta in Canale: et
parlando tuti tri del dicto animale, che Vostra Ex.tia
desideraua hauere retracto epso m.° hier.0, Ci ha mostro
uno quadro de mani del quondam Joanni Bellino oue è
picto inter coeteia, una Gazella picciola, Ma m.ro Titiano
dice, chella redurà in forma grande, et naturale similima.
Si che Vostra Extia commandi, che m.ro Titiano è
parat.mo ad exequire il tuto... » (Campori, Notizie della
Manifattura Estense della maiolica e della porcellana nel
sec. XVI, pag. n-12).
1520 — Tiziano fa disegni per vasi di maiolica e si interessa
della loro esecuzione, per incarico della Corte Estense.
Alfonso I d’Este vuol compiere la sua collezione di maioliche,
e incarica Tiziano di eseguire i disegni, d’informarsi se le fornaci di
Murano sarebbero in grado e potrebbero fornire maioliche pregiate
come i loro vetri e di pensare alla fondazione di una manifattura
di maioliche nella sua capitale. Tiziano invia a Ferrara un uomo
idoneo, un maestro doratore, ed eseguisce le ordinazioni ducali.
— 109 ~
1520, gennaio 20 — Il Duca al Thebaldi: « Noi haiimo ordi-
nato a Tuciano pictore, che ci compri alcune cose in
Venetia dicendogli chel si reduca da voi per li denari che
si hauranno a spendere: se ui trouarete. Il modo: pagateli
Et dati ce poi auiso della spesa, che haurete fatta, perchè
vi faremo satisfare: se non parlati con Julio Saracino che
lui pagarà. Oltra di questo perchè dicto Tuciano ci deue
fare fare alcuni lauorieri à Murano. E noi desyderamo
molto di essere bene seruito volemo che siate seco, et che
vi pigliate cura che si facciano. Et siano belli » (Campori,
Notizie della Manifattura Estense della maiolica e della
porcellana nel secolo XVI, pag. 11, e Campori, in Nuova
Antologia cit., pag. 589).
1520, gennaio 28 — Thebaldi al Duca, per dare notizia d
un vaso di terra fatto fare da Tiziano, delle loro ri-
cerche a Murano per far fare i vasi ordinati e per pro-
mettere sollecitudine (Campori, Notizie della Manifattura
Estense, ecc., p. 11-12, e Tiziano e gli Estensi, pag. 189).
1520, gennaio 31 — Lo stesso annuncia al Duca che il ma-
stro di vasi ha promesso di fornire 12 vasi di vetro, e i
bicchieri ordinati « da sabato a octo ».
1520, febbraio 5 — Ancora gli stessi: « Hogi m.ro Tutiano
mi hà dicto, come cha' reducto uno m.ro Joanni del Verde,
vechio che dora, che uenirà a servire la Ex.tia Vostra
in dorare quello suo quadro et ha promisso di partire de
qui la prima giornata de quadragesima... m.ro Tutiano
me hà dicto chel ha concluso mercato col m.ro delli vasi
de petra. Ciascuno de li grandi il paga cinque marcelli
et mezo, che sono 1. 1, 7. 6. m. Delli piccioli autem, il
m.ro non ha voluto concludere altro, per che gli ha dicto
che bene seranno dacordo. Tuti li 22 grandi sono facti
à questhora gli resta sol ponerli li suoi manichi, poi de-
pingerli et cocerli. Li piccioli presto se faranno et di
modo, che Tutiano et Jo Judichiamo, che in minore
IIO
tempo se hauerano tuti, che non ce disse il m.ro che
fio de tre mesi » (Campori, Nuova Antol., voi. XXVII
pag. 589; e Notizie storiche e arte della maiolica, p. 22).
1520, febbraio 11 — Il Thebaldi dà conto di una gita a
Murano, con Tiziano e consiglia il Duca a temporeggiare
per avere una buona esecuzione (Nuova Antol., p. 589).
1520, febbraio 20 — L’ambasciatore estense annuncia al
suo signore la consegna di io vasi di vetro.
1520, giugno 1 — Il Thebaldi invia finalmente 11 vasi
grandi e altri 11 minori e 20 piccoli « de maiolica cumli
sui coperchi che ha facto fare p.to m.ro Tutiano per la
speciaria della Extia Vostra » (V. Campori, Nuova Antol.,
pag. 590, e Notizie della Manif., pag. 11-12).
1520 — Tiziano torna alla Corte di Ferrara per riparare ai
danni prodotti da una cattiva verniciatura su una tela da
lui dipinta, danni che avevano alterato le tinte in più luoghi.
E si lascia trascinare a promettere altri lavori.
1520, maggio 28 — « Io ho dicto à magistro Titiano, come
la Ex.tia Vostra à facto dare la vernice alla tela sua, et
chella si scopre esser discorolata in multiloci et secundo
p.ta Vostra Ex.tia mi commette per le sue de 22 del
presente: Adepso Titiano è dispiaciuto grandemente tal
noua, et dice, che, per resposta non scia, che dire altro,
se non, che quando alla Ex.tia Vostra piacerà chel vengi
a quella, deposta ogni altra facenda, il uenirà, et reme-
diarà al tuto de bono modo. Me ha dicto anchora p.to
Titiano che par de ricordarse, chel restaua dare uno
poco de azuro alla sup.ta tela et che se Vostra Ex.tia
uorà, chellui uengi a quella per la prima causa, epsa
facia promisione de uno poco de bono azuro, afine, chel
possi finire questa et quella parte della tela, oue non sta
bene » (Cfr. Campori, Nuova Antologia, voi. XXVII,
Pag- 589)-
Ili
1520 — Tiziano dipinge un San Sebastiano, destinato al Legato
pontificio Altobello e conteso dal Duca Alfonso.
La fattura di quest’opera (ora parte del polittico di Brescia in
S. Nazaro e Celso) lo allontana dall’attendere al compimento del
Baccanale e dal mantenere la promessa di dipingere il Bacco ed
Arianna per lo Studio ducale.
Nuove violente proteste di Alfonso I per l’indugio a cui Tiziano
risponde, scusandosi coll’affermare di non aver ricevuto nè telaio,
nè tela e promettendo per la prossima Ascensione, mentre cede
alle insistenze dell’Ambasciatore estense che desidera pel suo signore
il San Sebastiano, destinato ad Averoldo. Ricevuto « teharo e tella»
Tiziano promette di fare e di consegnare al Duca il San Sebastiano,
ma quel Principe, per timore d’inimicarsi il Legato Averoldo, muta
pensiero. Occorre giungiamo al gennaio 1523 per aver notizia di
un’opera consegnata alla Corte di Ferrara.
1520, novembre 17 — Minute di Lettere Ducali a Gia-
como Thebaldi. Il Duca ordina alT Ambasciatore estense
di recarsi da Tiziano a protestare per le mancate pro-
messe (Cfr. Campori, Tiziano e gli Estensi, pag. io).
1520, novembre 25 — Il Thebaldi ad Alfonso: « Hogi ho
exposto a magistro Titian[o quel che] mi commette per
le sue de... del presente circa il non hauere obseruato
a que... de quelle, chel gli promise in la partita, chellui
fece dalla Ex.tia [vostra] specie de quella tela, etc. Al
che epso Titiano mi ha respost[o che la] tela non è facta
per che lui non ha mai hauto ne tela ne telaro... alcuna
della longeza, et grandeza de quella, siccome gli fu [pro-
misso] darli facendomi grandi sacramenti, che llui haueua
statuito de fare [alla] p.ta vostra Ex.tia in epsa tela
tuto quello, chel scia nella arte [sua]. Ma vedendo, chel
•non gli era mandato cosa alcuna dice chel... Ex.tia Vostra
non curasse de hauere più sue opere: Subiungendomi
[che se] gli fa mandare dicti telaro, et tela, il darà su-
bito principio a dipingerla, et se forzerà de hauerla
finita a questa Ascensione] che uenirà, et spera de fare
cosa, che piacerà à p.ta Vostra Ex.tia. Dice anchora, che
Vostra Ex.tia se po ricordare, chellui fece l[e pro]misse
i
112
condictionatamente, però non merita de queste, ne de
que... Havendo Jo inteso, chel fa una tauola da Altare
al R.mo L[egato] che già è come finito uno S.to Seba-
stiano, del quale multo se n[e parla in] questa terra per
essere pictura bellissima, subridendo dissi al Titiano le
formale parole, Queste nostre ragioni non sono me... rate
che siano le picture nostre,. Ma poteti ben meco confes-
sare i... che haueti gustato delii dinari de questi preti,
voi teneti p... de mio Patrone et de tuto homo? Epso
mi respose, che per [vostra Ex.tia] il faria monete false,
et chel è per non inanellare mai de... [osse]-quent.mo.
Seruit et summa gratia gli è il sapere satisfare a quel...
Di poi gli dimandai sei era uero, chel hauesse facto uno
St. [Sebastiano di] quella tanto Ex.tia, chel uien predi-
cato. Il mi respose chel [ha] ben facto uno S.to Seba-
stiano grande, come il Naturale, et... suo studio per fare
la meg... presente giorno, et chel gli era... tuto, giuran-
domi, che p... to gli dona ducento ducati per tuta... a
tauola, ma che questo S.to [Sebastiano uale tuti epsi
200 duc.i, Replicandomi che ne per Preti ne [per f]rati
era mai per partirse dal seruizio de Vostra Ex.tia et per
stare giorno et nocte col pennello in mane per seruirla,
et infinite altre [pa]role per certificarmi, chel non è meno
uno quanquo de quello che è dicto sup.a [N]on altro in
la bona gratia de vostra Ex.tia. Epso et Jo sempre
se[re] commandemo ».
1520, dicembre 1 — Sempre dal Thebaldi al Duca: « ..Heri
fui a uedere la pictura di S.to Sebastiano, che ha facto
m. Titiano et iui trouai multi de questa terra, quali cum
grande admiratione la uedeuano, et laudauano, et epso
disse à tuti « Noi, che eramo iui, chellera la megliore
« pictura, chel facesse mai, partito che furono alcuni gli
« disse in discorso, chel era gettato uia questa pictura a
« darla a prete, et chella porte a Brixia, terra etc. confor-
« tandolo à darla alla Ex.tia Vostra quando quella gli
— ii3 —
« piacesse de hauerla. Lui me ne respose, chel non sa-
« peria qual partito pigliare per fare questo furto, al
« che rosposi che Vostra Ex.tia ben ce insignaria poi il
« modo, et gli ricordai, chel se potria subito dare prin-
« cipio ad un altra simile; et poi uno giorno uoltarli il
« capo, una gamba, un brazo etc.». Lui me respose essere
paratissimo per fare ogni cosa pure chel possa, et sapia,
che sia grata alla Ex.tia Vostra; et cum questo me de-
parti, et disselli, che voleuo scrivere il tuto a quella. La
dieta figura è attachata cum uno brazo alto, et uno
basso ad una colonna, et tuta si torze, et dimodo, chel
selli uede quasi tuta la schena, et in ogni parte della
persona mostra hauere passione per una sol saetta, chel
hà nel mezo del corpo, Jo non hò già Judicio, per che
non me intendo do designo, ma mirando tute le parte,
et musculi della persona a me pare che sia similima ad
un corpo da Natura creato et morto. Per la tauola che
conuien andare stretta gli manca una puncta de gom-
bedo, et uno pezo della mane stancha, ma p.to Titiano
dice, chel gli faria una gionta de quatro ditta de asse,
et finiria il tuto: La Exta Vostra mi aduisi quanto uole,
che in ciò se facia, et quando uoglia che questa praticha
se facia, epsa Vostra Ex.tia non ne parli cum persona,
che per inuidia, ou per gratificarsi il Legato, non ge lo
facesse intendere per chel ce ocellaria, Noi, et la leueria
de mani de Titiano etc. » (Cfr. Campori, Tiziano e gli
Estensi, pag. 591-92).
1520, dicembre 6 — Il Thebaldi riferisce proponimenti di
devozione di Tiziano al Duca.
1520, dicembre 20 — Sempre l’Ambasciatore: comunica
alla Corte da cui dipende d’aver consegnato a Tiziano
« la tela et telaro » di dover trasmettere i ringraziamenti
« delli venticinque scuti [eh] ella ha’ commisso » e informa
intorno alle vicende del quadro di S. Sebastiano : « [Io] non
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
8
faria la truffa, che ti ho’ promisso fare al Legato, Ma lo
facio uolentieri quando così gli piacia, et quando la Ex.tia
Sua mi pagi [et] S.to Sebastiano sexanta Ducati, Jo restarò
satisfact.mo da quella, et mi ha redicto, come in la palla,
chelli fa fare dicto [LJegato, non gli ua altro, che tre figure
grande, epso legato in una figurina picciola, et uno pezo de
uno hebreo, et gli dona [2]oo ducati, Jurandomi, chel dicto
S. Sebastiano uale li 200 Due. [In]fine Lui è disposto darlo
a Vostra Ex.tia, et delli 60 duc.i mostra [che] si contentava:
et mi ha’ etiam dicto, che quando quella il uoglia, Jo facia
[grati]a de hauere subito resposta affine, chel possi comin-
ciarne uno [a]ltro per il Legato, et promette de darlo a
Vostra Ex.tia cum ladjunta [che]l bisogna fare, a questo
Carnavale » (Cane. Due., Archivi vari, Pittori).
1520, dicembre 23 — Lettera del Duca al Thebaldi: «... fa-
tiate intendere a Titiano che hauendo noi pensato sopra
quella cosa del S.to Se[b] ci risoluemo di non uoler far
questa ingiuria a quel R.mo legato: et c[he] esso Titiano
pensi pur di seruirci in quellopera che dee far perchè per
hora non lo grauamo ad altro che a questo... » (Campori,
Tiziano e gli Estensi, pag. 593).
1521 — È a Conegliano a dipingere la facciata della Scuola di
Santa Maria Nuova, e riceve in compenso una casa.
Sul rovescio di un. disegno della Collezione dell’ Accademia di
Dusseldorf noi troviamo le seguenti parole: « Del 1521 fui chiamato
a Conigliano dalla Scola de Santa Maria Nova p dipingeli a fresco
la facciata di detta Scola, et per premio de le mie fatiche mi fu
allogata una casa posta in contra all’Arfosso la qual casa era di
ragion di ditta Scola, qual casa deve esser liberamente di me Titian
di Vecelli di. Cadore, de’ miei eredi p sempre et in perpetuo come
apar dal istrum. Et detta Cassa l’ho tutta dipinta dentro e fuori de
mia m... » (Cfr. Cavalcasene, voi. I, nota 1 a pag. 209).
1522 - — Tiziano eseguisce per le Procuratie il ritratto di Jacopo
Soranzo, procuratore.
La tela, ora alla Galleria dell’Accademia a Venezia, ebbe vari
rimaneggiamenti; nuova la parte superiore, porta riscrizione pure
ridipinta: jacobus superantio mdxxii, mutata in mdxxiii (Cfr.
Cicogna, Iscrizioni venete, voi. II, pag. 58 e voi. IV, pag. 360; Za-
notto, Pinacoteca dell’ Accademia veneta, Venezia, 1834).
1522 — • Dipinge il ritratto del Doge Antonio Grimani.
Narra il Vasari (tomo VII, pag. 437) che Tiziano « ritrasse di
naturale il principe Grimani ed il Loredano ». Così il Ridolfì (Le
meraviglie, voi. I, pag. 213). Ma nulla dicono i documenti, e nessun
ritratto di questo Doge è attribuibile a Tiziano. Questo del Grimani
pel Palazzo Ducale fu distrutto da un incendio.
1:523, giugno 3 — Tiziano riceve venticinque ducati per or-
dine dei Capitani del Consiglio dei Dieci dall’Ufficio del Sale
(Cfr. Lorenzi, Monumenti, ecc., pag. 176-177).
1521-1523 — Più inafferrabile che mai, il nostro Pittore non
risponde agli appelli del Duca Alfonso, perchè probabilmente
occupato agli affreschi di Conegliano.
Nel 1522 pare che Tiziano avesse eseguito « il quadro
d’una donna ».
Tiziano, nuovamente sollecitato al lavoro per l’esecuzione del
Bacco ed Arianna della Corte di Ferrara, è invitato a recarsi colà.
Con lo strattagemma dell’invito ad unirsi al suo seguito per una
visita a Roma in omaggio al Papa, Alfonso spera di attrarre a sè
l’Artista. Ma le lagnanze e le ambasciate, ora suppliche voh ora
violente, si prolungano fino al 30 gennaio 1523 in cui un conto con-
ferma la consegna a Corte di un’opera e note di pagamenti del
« Memoriale delle spese » dicono che l'oste del Castello di Ferrara dà
il vitto ai servi di Tiziano. Questi è qui giunto il 3 febbraio, pro-
veniente dalla Corte di Mantova ospite di Federico Gonzaga (Cam-
pori, Tiziano e gli Estensi, pag. 16-17).
1521, maggio io — Lettera dell’ Ambasciatore estense ad
Alfonso I, per riportare un intervista di Tiziano che con-
tinua a promettere compimenti di lavoro, ora, così, come
farà in dicembre. Lo stesso al Duca: riferisce le promesse
fatte a Tiziano per indurlo a venire alla Corte di Ferrara
e la proposta di ammetterlo al seguito del Principe du-
rante il suo viaggio a Roma (Campori, Tiziano e gli
Estensi, pag. 593).
— n6 —
1521, dicembre 26 — Lettera del Duca al suo dipendente:
egli approva il suo operato ed insiste affinchè Tiziano
« uolendo venire, uenga presto... » (Cancelleria Ducale,
Archivi vari, Arti belle: Pittori).
Lettere delTAmb. Estense al Duca:
1522, gennaio 1 — « Titiano non è anchora tornato per
quanto dicono li sui di casa: ogni giorno mando a uedere
sei è tornato quantunque habia lassato ordine ali... sui,
che le dicano, che subito il vengi a me... ».
1522, gennaio 3 — « Questa sira ho inteso dire, che Titiano
è gionto, ma indisposto: dimane andarò a lui; et scriuerò
poi il tuto a Vostra Ex.tia » (Cfr. Campori, Tiziano e
gli Esterni, pag. 594).
1522, gennaio 4 — « Sum stato a trouare Titiano quale non
hà febre alcuna, in facia è bene, alquanto sbattuto ma
dubito che le damiselle, che ogni qual giorno epso ritrà
in diuersi acti, non siano quelle chel mettano in appetito
et mag[isj p[ars] più che non comportano le debile forze
de la complexione sua: bene epso me lo nega etc. Epso
dice, che cum sera qui noua, chel nouo Papa sia allecto
non le suprgiongendo altro, subito montarà in burchio
et uenirà cum animo de fare compagnia a la Ex.tia
Vostra a Roma et credo, chel non portarà seco la tela
de quella, Jamen potria mutarse... non me Taffirma »
(Cfr. Campori, Tiziano e gli Estensi, pag. 594).
1522, gennaio 17 — Per eccitare l'attività di Tiziano l’am-
basciatore suggerisce al Duca di Ferrara di fargli « etiam
mandare qualche scuto, affine che epso habia da spen-
dere ».
1522, agosto 31 — Il Thebaldi al Duca: « Heri vidi la tela
de Vostra Ex.tia, nela quale sono dece figure, il Carro,
et Animali che lo tirano et m.ro Titiano dice, chel pensa
di colorire il tuto ne Cacti, che sono. Ma leuan[n]o altre
teste, et paesi, ch'epso reputa facile, et de poco tempo,
— ii 7 —
et mi dice, che à la più lunga longissima per tato Octobre
proximo che uenirà, rilaverà finito il tuto... ».
1522, ottobre 14 — Ancora e sempre proteste del Thebaldi
per la lentezza con cui procede il lavoro (Campori, Ti-
ziano e gli Estensi , pag. 596).
1522, dicembre 9 — Dice il Thebaldi: « Hogi magistro Ti-
ziano m’ha impignato quella sua fide, che ommino uenirà
à l’Ex.tia Vostra uanti le feste proxime di Natale — et
Tho dicto, chel porti seco uno quadro d’una donna, chel
ha facto qui, per che Vostra Ex.tia, m’ha dimandato
sei lo porterà. Epso m’ha resposto, che non lo portarà
seco, Ma quando serà à lei, et ueda, che Vostra Ex.tia
pur desideri de vederlo, lo mandarà qui a pigliare poi... »
(Cfr. Campori, Tiziano e gli Estensi, pag. 596).
1522, dicembre 16 — Parla di sollecitazioni fatte a Tiziano
e quest’ultime, finalmente, paiono proficue perchè sotto
la data:
« 1523, gennaio 30 », si trova nel « Memoriale delle spese »:
« A Piero de Fiornovello spenditore de la Corte lire tre,
soldi tredexe m. e per lui alinfrascripte persone per linfra-
scripte caxone videlicet lire tre m. adamadeo nochiero
per havere conducto da V[enetia] a Ferrara una tavola
che ha mandato m.ro Tutiano a lo Ill.mo s. n. soldi, 8 a
Filipo da Francolino per haverla portata da francolino a
ferrara in spala, et soldi 5 m. a Squaino Cerzatero per
havere portato da Francolino a Ferrara lo forziero de
dicto m.ro Tutiano apare madato L. 3, s. XIII d. » (Ar-
chivio di Modena, Cam. Due., registro col titolo 1523
«Jornale de Uscita de la Camara », z-z-z-z, a carte 11).
1523, luglio — Tiziano si decide finalmente a riprendere il
lavoro nella Sala del Gran Consiglio.
1522, agosto 11 — Deliberazione del Consiglio dei Dieci che
invita il Pittore a compiere la tela quarta, a cominciare
— n8 —
dalla porta, nella Sala del Gran Consiglio, non più tardi
del 30 giugno prossimo, sotto pena di perdere la patente
di sensale, e di restituirne le anticipazioni dell’ Ufficio
del Sai (Lorenzi, Monumenti, pag. 195).
1522, ottobre 14 — Il Thebaldi narra al suo signore che
Tiziano finisce « il doppo desinare » il Bacco ed Arianna
per la Corte di Ferrara a perchè la matina attende in
sala grande del Consiglio » (Lettera di A. Thebaldi al
Duca Alfonso, Archivio di Stato di Mantova, Arch. Due.,
serie Arti belle, Pittori).
1523, luglio 30 — Nei decreti del Consiglio, sotto questa
data leggonsi alcune parole con cui si dichiara che solo
in questo mese Tiziano si e deciso a dar mano al lavoro
ordinatogli (Lorenzi, Monumenti, pag. 175; Cavalcaselle,
op. cit., voi. I, pag. 226).
X523 — Inizio dei rapporti di Tiziano con Federico II Gon-
zaga, marchese di Mantova.
La prima opera eseguita per questo nuovo Mecenate, fu un
Ritratto di cui non si ha notizia della persona rappresentata.
Mentre il Pittore è a Mantova, il nuovo protettore si disputa
con Alfonso d’Este il grande Artista.
1523, gennaio 25 — Lettera di Giambatt. Malatesta al Mar-
chese Gonzaga Federico: « ...El latore presente è M.ro Ti-
ciano excellentissimo nell’arte sua e anche modesto, et
gentil persona in ogni cosa; quale ha postposta molte sue
opere di momento per venir a basciar la mano a V. E.
secondo che lei s’è degnata farlo ricercare per me: unde
non mi pare altrimenti raccomandarla a quello. Venetiis,
die. XXV januarii, MDXXII » (Dagli Archivi mantovani.
Cfr. Cavalcaselle, op. cit., pag. 248, voi. I).
1523, febbraio 3 — Federigo Gonzaga ad Alfonso I d’Este:
« Ill.mo et Ex.mo D.no avuncule et pater observan.me
Havendo io ricercfato] M.ro Tyciano exhibitor presenti
ad volermi par alcuni lavoreri, lui m’ha risposto non
— iig —
potermi servir al presente dicendo che l’ha promiss[o]
di far alcune cose a V. Ex.a le quali hanno bisogno di
longo tempo: Et per questo lo mando alla obedientia di
quella. Ma la prego ben che la voglia remandarlo subito
et compiacermi di lui fìntanto che lhabbi expedito l’opera
chio vorrei chel facesse il che sera per pochi giorni: et
subito satisfatto che lhabbi a me se ne venira al servitio
de la prefata V. Ex.a la quale in ciò mi fara singularis-
simo piacere. Et a lei molto me raccomando. Mantuae,
iij februarij 1523. F[ili]us et Nepos Federicus March[io]
Mantuae S. R. E. Capit5 gnalfis] » (Archivio di Modena,
Cane. Due. Principi Esteri, Mantova, Busta 2).
1523, agosto 21 — Braghino Croce di Correggio, Ciambellano
e inviato speciale del Marchese di Mantova a Venezia,
al suo Signore per comunicargli la conségna del « giu-
pone » offerto a Tiziano per propiziarselo e per dargli
notizie del «...ritrato qual’è cosi bello» che il nostro
Artista stava facendo per lui (Archivi di Mantova. Cfr.
Cavalcasene, op. cit., pag. 250, voi. I).
1523, augusti 15, Mantue — Il Marchese Federico Gonzaga
e Giambattista Malatesta: « ...havemo avuto il quadro
che ne ha mandato Mro Tutiano, che m’è molto piaciuto »
(Archivi di Mantova. Cfr. Cavalcasene, pag. 250, voi. I).
11523 — Termina la Madonna di San Niccolò pel chiostro di
Santa Maria ai Frari; ora in Vaticano.
Marin Sanudo {Diario del 1523, nel Manoscritto del Cicogna, e
note dell’Anonimo del Tizianello) visitò la pala quand’era esposta
ad entusiasmare il pubblico, ed aveva la primitiva forma arcuata,
ridotta modernamente in quadra.
1523 — È fama che Tiziano affrescasse in quest’anno il San
Cristoforo del Palazzo Ducale, dipinto ai piedi della scala
che dagli appartamenti del Doge va al Senato.
Per ordine del Doge Andrea Gritti egli ebbe rincarico, vuoisi
per celebrare barrivo delbaccampamento francese presso Milano,
120 —
a S. Cristoforo, per cui il Marchese di Pescara fu distolto dal pro-
posito di divergere le acque della Laguna per catturare la Serenis-
sima.
1524 — Nasce in quest’anno il figlio Pomponio.
M. P. Aretino, Lettere: Pietro Aretino a Pomponio Monsigno-
rino, Di Venezia in data 26 novembre 1537: « ... Si che venite
via, chè nel far, coi tredici anni ch’avete, parecchie marende de
l’ebraico... ».
1524-25 — Nuovi rapporti di Tiziano con la Corte di Ferrara.
Poiché nella primavera del '24 Tiziano, ammalatosi, non può
recarsi a Corte, continuano i richiami del Thebaldi: il carteggio ri-
ferisce dal marzo al novembre lunghe interviste dell’Ambasciatore
che vuol distogliere l’Artista dal temporeggiare. Finalmente, giunto
a Ferrara verso la fine del novembre, Tiziano si trattiene parecchio,
salvo un breve ritorno pel Natale. I registri dei conti annotano
pagamenti di colori, fatti per ordine del Duca, pei lavori del Pit-
tore. Nessuna notizia, però, ci è pervenuta riguardo alle opere di
questo periodo.
1524, marzo 14 — Giacomo Thebaldi ad Alfonso I: L’ambascia-
tore estense riferisce al suo Signore notizie della salute di
Tiziano tormentato da febbre e parla della di lui promessa
di giunger presto a Corte (Cfr. Campori, Tiziano e gli Estensi ,
Pag- 597)-
1524, marzo 25, aprile 6, 7 — Ancora il Thebaldi che invia
nuove intenzioni di partenza del Pittore.
1524, aprile 16 — « ...un gargione de m.ro Titiano m’ha data
la qui inclusa che le manda... ».
1524, novembre 9 — « ... Le mando ancora quella de m.° Ti-
tiano hauuta tandem... » (ogni lettera è tratta dal Campori,
Tiziano e gli Estensi, pag. 596-97).
1524, novembre 29 — Finalmente Tiziano s’è imbarcato, ma
l’Ambasciatore dubita ancora: « Et sin che non hauerò ad-
uiso de la sua gionta costì, non sum per crederlo... ». Non
121
ancora arrivato (riferisce), prega d’essere rilasciato pel Na-
tale, assicurando un pronto ritorno ed un lungo soggiorno
(Campori, op. cit.).
1525, gennaio 14 — « ...a lo offitio de lamonetian lire vinti-
quatro, soldi sedexe m. e per lui al sp.le J ulio dal Saraxino
per lo pretio de onza una de azuro luj ha comprato et man-
dato de V. consignato a m.ro Tuciano per fare quadri per lo
Ill.mo s. n. et per lo dicto a Francesco de Vicenzi banchiero
contanti aparem andato 117, L. 24, soldi 16, denari ». (Archivio
di Stato di Modena, Cam. Due., « Giornale de la uscita de
la Cam. Due. », segnato AAAAA, a carte 6).
1525, aprile — Andrea Gritti nomina Matteo Soldano, cognato
dell’Artista, all’ ufficio di cancelliere a Feltre e a Gregorio
Vecelli, suo padre, dà la carica di « Vicario delle Miniere ».
(Patente: « Dat in N.ro Dm. Palat.0 die 24 Ap.lis, Inde XIII,
1525 »)•
1525 — Relazioni di Tiziano col Giorgione.
Annota Marc’ Antonio Michiel che nella giorgionesca Venere, ora
a Dresda, «lo paese et Cupidine furono finiti da Titiano ».
1526 — Tiziano compie la Madonna di Casa Pesaro per la
chiesa di S. Maria Gloriosa dei Frari: la pala era stata ini-
ziata da sette anni per ordine di Monsignor Jacopo de’ Pe-
saro, vescovo di Baffo.
Ricevute di Tiziano, fino al saldo compie ;o della pala stessa.
1519, aprile 28 — « In Ven.a Ricevo io Ticiano depentor de
la S. di Monsignor Vex.° di Baffo pa ca’ Pesaro due. io
per parte di una pala, che io ho a far a sua S. in la gesia
de li Frati Minori » (Selvatico, Guida di Venezia, Venezia,
p. 181).
1519, giugno 12 — « Adì 12 giugno ricevei dal m.° Signor
sopradito due. io a conto ut supra ».
122
1519 — «Adì 13 Septembrio... Ricevei dal mb Signor sopra
Due 15 per conto ut supra ».
« It. adì deto recevj da sua S. per il Telaro di legno,
per tela, per fatura di dito telaro Due. sie (6) et io Ticiaó
scripto ».
1522 — « It. adì 13 Aprii... ricevi io Ticiano sopradito qui
in cassa mia da el soprad.0 Re.mo Mósignore due. diexe
a lire sie e soldi 4 ».
« It. adì 5 Majo... Ricevi io Ticiano dal soprad.0 due.
io a L. 6 sol. 4 ».
« Adì 9 Septembrio... contadi da el R.mo Mssignor
due. diexe ».
1525 — « A dì 20 Zugno... Riz. io Tician sopradito due.
quindese ».
1526 — « Adì 30 aprii... Contadi ut supra da el R.mo ms
S. due. 16 ».
« Adì 27 Magio... Riz. io Ticiano soprascrito el compito
pagamento della Palla » (L’originale è presso la patrizia
famiglia Pesaro. Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. I, pag. 278).
1527, giugno 22 — Tiziano offre al Marchese Federigo Gonzaga
i ritratti di Pietro Aretino, allora segretario di Giovanni de’
Medici, e del defunto Girolamo Adorno, ambasciatore del-
l’Imperatore Carlo V a Venezia.
Tiziano a Federigo Gonzaga: « De Venetia a XXII de giugno
Ex.mo Signore: Sapendo quanto V. E. ami la pittura et quanto la
esalti, come si po’ vedere nei meriti di Mess. Julio Romano, et
perchè sempre desiderai di piacervi, essendo qui venuto Mess. P.°
Aretino, anzi San Pauolo in predicare la laude di V. E., l’ho ritratto,
e perchè so ch’amate un tanto servitore per tante sue vertù, ve ne
faccio un presente.
« A presso havendo io la bona memoria del S.r Girolamo Adorno,
il quale adorava il Marchese di Mantova, et perchè fu qualificato
gentilhomo, di quello anchora seti presentato, et benché non sieno
doni da un tanto signore, nè di maestro troppo sufficiente, aceptate
la fede di Tutiano et tenetegli finché secondo la qualità del mio
iugegno vi manderò una cosa che forse vi satisferà, così degnate
— 123 —
acceptarli per vostra cortesia, ricordandosi che sempre gli fui e son
servitore, et a V. E. baso le mani a... » (Archivio di Mantova).
1527, « alli 8 di julio» — Da Mantova Federigo all’Aretino
per accusargli ricevuta delle due tele di Tiziano, espri-
mergliene grazie e promettere una ricompensa pel pittore
(loc. cit.).
1527, « alli 8 di julio » — Da Mantova. Ancora Federigo che
si rivolge a Tiziano, riconoscente e pronto ad offrirgli la
sua protezione (ogni lettera proviene dall’Archivio di Mo-
dena. Cfr. Cavalcasene, op. cit., pag. 284-86).
1527, agosto 6 — Lettera dell’Aretino al Gonzaga per ricor-
dargli la promessa di gratificare Tiziano [Lettere di M. P.
Aretino, voi. I, in data 6 agosto 1527).
1527, ottobre 11 — Risposta del Gonzaga:
« Circa il Tuciano io non mancarò di fargli in breve
qualche demonstratione de sorte che potrà conoscere in
quanto bon conto io lo tengo et quanto m’è grato » (Archivi
di Modena, Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. I, pag. 288).
1528-29 — Rapporti di Tiziano con Alfonso d’Este.
L’artista va di frequente a Ferrara: fra una gita e l’altra visita
pure la Corte di Mantova, ma si ignorano le opere di questo mo-
mento della sua attività.
1528, gennaio 15 — « 15 lire ad un carrettiere » per avere
ai dì 15 gennaio 1528, portato a Francolino « Maestro
Tutiano»; il Pittore che va a Venezia (Campori, Tiziano
e gli Estensi, pag. 19).
Così più tardi il Thebaldi riferisce al Duca che Tiziano
prometteva di veleggiare il Po con Guglielmo mandato da
Alfonso per comprar leopardi a Venezia e si lagnava del
trattamento meschino avuto da una Corte che non aveva
pensato al sostentamento della sua famiglia durante la sua
assenza e agli abiti con cui comparire a Corte. Poi nuove
proteste per 100 ducati ricevuti a pagamento di tre tele,
mentre questo sarebbe il valore di ognuna (Cavalcasene, op.
cit., pag. 290, voi. I).
— 124 —
1529, gennaio — Le Cronache Ferraresi dicono Tiziano nuo-
vamente a Corte; accompagnato da non meno di cinque
persone, il cui vitto e le razioni venivano date a regolari
intervalli dal 27 gennaio al 27 febbraio e dal 28 aprile
al 18 giugno (Cfr. Archivio di Modena, Camera Ducale,
Amministraz. Cantina. Registro: « Libro de la Chamera
de la Corte », segnato T, in data ultimo febbraio 152 9
e 28 aprile).
1529, marzo 13 — Lettera del Duca di Ferrara al Marchese
di Mantova, per raccomandare caldamente Tiziano che
sta per recarsi presso quella Corte (Cfr. Campori, Tiziano
e gli Estensi, pag. 19-20).
1529, giugno 16 — Il Duca al Doge Andrea Gritti per rin-
graziarlo « de la grafia chella mha fatto di lasciarmi usar
lopera di Titiano questo tempo che è stato qui meco... »
(Archivio di Stato di Modena, Cane. Due., Archivi per
materia: Pittori, busta 4).
1529, giugno 12 — Tiziano al Marchese di Mantova, per
ringraziarlo della larga ospitalità ricevuta e porsi ai suoi
ordini (Cfr. Lettere inedite di alcuni illustri italiani, Mi_
lano, 1856, Per nozze Cavriani Lucchesi- Palli del Can.
Braghirolli).
1530 — Il nostro Artista termina in quest’anno il celebre
quadro di San Pietro Martire per la Confraternita omonima,
il cui altare trovavasi nella chiesa di San Giovanni e Paolo
a Venezia.
Desiderando di mutare un vecchio quadro d’altare di Jacobello
del Fiore, la Confraternita invitò, fin dal 1528, tutti gli artisti che
erano in quel momento in Venezia, a mandare i disegni per una pit-
tura che rappresentasse la Morte di San Pietro Martire. Concorsero,
con Tiziano, il Pordenone ed il Palma; ma l’incarico toccò al nostro
Artista che vi lavorò parecchi anni, ma, al momento della consegna
ebbe dissidi con la Confraternita pel pagamento. Finalmente si
pattuì, a consegna fatta, avvenuta il 27 aprile 1530, di consegnare
— 125 —
a Tiziano per quest'opera una somma eguale a quella pagata dal
Vescovo di Pafo per la Madonna di Casa Pesaro. La tela, posta per
alcuni restauri nella cappella del Rosario, fu distrutta nel fatale
incendio del 16 agosto 1867, ora è sostituita da una copia, attribuita
al Cigoli.
1530, aprile 27 — Contratto fra Tiziano e la Confraternita di
S. Giovanni e Paolo:
« In Christi Nomine Amen. Anno Nativitatis eiusdem millennio,
quingentesimo, trigesimo (1530), Indictione terzia, die vero vige-
simo septimo, mensis aprilis. Cum ita sit prout a partibus infra-
scriptis expositum fuit realiter inter Dominum Gastaldionem et
conpatres St. Petri Martyris Ecclesia Dominorum patrum Minorum
Johannis et Pauli Venetum ex una et Magistrus Titianum de Ve-
cellis pictorem partibus ex altera din tractatum et tandem conven-
tum predictus Magister Titianus ipsi Scholae et Confraternitate
pingere et construere deberet quandam palam supra et ante altare
prefacti Martyris ponendam et erigendam quam construere et
pingere dixit promisisse ac deinde pinxisse et construxisse ac deinde
ortae fuerint diferentiae et questiones inter prefacts partes occasione
ipsius palae quas Dominus Jacobus, de Pergo, modernus Gastaldio
dictae Scholae ressicare et quietare cupiens, igitur in mei Notari
publicii et testium infrascriptorum presentia constitutus sponte
convenit et promisit eidem Magistro Titiano ibi presenti et con-
tentanti. R
R... quod ipse Magister Titianus computatis legatis et promissio-
nibus eidem Scholae ut dicitur factis a diversis personis habebit
ducatos centum auri de libris sex et soldis quatuor parvorum prò
ducato et id pluri quod a confratribus dictae Scholae ex alliis exigi
poterit quantumcumque fuerit totum dixt ex constatatione ipsius
Magistri Titiani de quo contentus sit et tacitus remanebit et ta-
citus remanebit prout ita se tacitum et contentum esse voluit
verum si quid obsticterit quominus ipse Magister Titianus sati-
sfactionem ut supra assequeretur...
« ...Actum Venetiis Rivo. Althi ad cancellum mei Notarii presen-
tibus p. Matteo contento q.m Nicolai draperio et Magistro Baptista
qm Petris et Luchano incisore Caligarum testibus rogatis.
c* mi <( Eg° Johannes Jacobus de Bapsis q.m D. Domini Bar-
tolomei Pubblicus ».
(L’originale del presente contratto era presso il dott. Carne-
linti di Serravalle. Cfr. Sansovino, Venezia descritta, pag. 65; Paolo
Pino, Dialogo della pittura, Venezia, 1548, pag. 32; Ridolfi, Le
meraviglie, ecc., voi. I, pag. 217; Scanelli, Microcosmo, pag. 217;
Cavalcasene, op. cit., pag. 291, nota 1 del voi. I).
— I2Ó —
1530 — 1 Vorrebbe Marc’ Antonio Michiel che fosse di questo
anno: « el Christo morto sopra el sepolcro cun lanzolo chel
sostenta [che] fo de man de Zorzi da Castelfranco, reconzata
da Titiano», veduto in casa Gabriele Vendramin.
1530 — Tiziano invia al Signore di Mantova copia del San
Sebastiano che dieci anni prima aveva eseguito per il Le-
gato Averoldo e il ritratto di Cornelia, dama d’onore della
Contessa Pepoli. Intanto lavora al quadro delle Donne nude.
Federigo Gonzaga, per guadagnarsi il favore dell 'Imperatore
Carlo V, cercava di secondare la passione del suo primo segretario
politico, il Covos, che, durante il soggiorno a Bologna erasi inva-
ghito di Cornelia, dama della Contessa Pepoli, di cui Carlo V era
ospite. Per questo il Signore di Mantova aveva incaricato Tiziano
e Gian Bologna a ritrarre la dama per fare della pittura dono al
Covos. Il quadro fu inviato nel settembre dello stesso anno.
1530, luglio 8 — Federigo Gonzaga scrive ad Elisabetta,
contessa di Pepoli, da Mantova:
Loda il Pittore come eccellente artista e chiede ch’ella
voglia concedere di ritrarre la sua dama Cornelia (Cfr. Gaye,
Carteggi d'artisti, pag. 219).
1530, luglio 11 — Gian Bologna al Duca:
« Per una di V. E. intesi come era intenzione di quella
che io ritraessi la « Cornelia ». Io invece ero in letto am-
malato, pur al meglio che potei, vestitomi e montato a
cavallo a casa della Signora Isabella me ne andai per dare
principio all’opera e vi trovai M. Titian, il quale mi disse
che V. Ecc.ma l’aveva mandato per fare quel che io era ito
a voler fare, sì ch’io non ricercai più oltre, solo lo pregai
che facesse a V. Ecc.ma fede come ch’io aveva una massella
enfiata, e che tutti li denti, come esso vide, mi si scossa-
vano in bocca per rispetto di una umidità presa in sul Te ».
(Cfr. Braghirolli, Lettere inedite', Cavalcasene, op. cit., voi. I,
pag. 312).
I53°» luglio 12 — Tiziano a Federigo Gonzaga per avvi-
sarlo che la « Cornelia » non è a Bologna:
Ma la Sig. Isabella l’ha mandata a Nuvolara perchè am-
malata. Prega il Duca di mandargli « quel ritratto che fece
quell’altro pittore della detta Cornelia » da cui si ispirerà per
— 127 —
non ritrarre il volto sfiorito dell’ammalata. A quella andrà
per gli ultimi ritocchi in caso di imperfezione (Cfr. Lettere
inedite di Braghirolli; Cavalcasene, op. cit., p. 313, voi. I).
1530, luglio 8 — Il Duca di Mantova, da Mantova, a Be-
nedetto Agnello, agente di Federigo Gonzaga, affinchè
doni a Tiziano 100 scudi (Dagli Archivi di Mantova).
1530, luglio 15 — Agnello comunica il ritorno di Tiziano
a Venezia, perchè ammalato, e dichiara a Federigo Gon-
zaga di avergli dati 78 scudi e mezzo (Cfr. Cavalcasene,
op. cit., voi. I, pag. 314).
1:530, agosto 6 — Benedetto Agnello, da Venetia, a Giacomo
Calandra Castellano di Mantova:
« Maestro Tiziano è tutto sconsolato per la morte di sua
moglie che fu sepolta hieri, lui m’ha detto che per il tra-
vaglio in che l’è stato per l’infermità di detta sua moglie,
non ha potuto lavorare al retrato de la Signora Cornelia
ne al quadro delle Nude, chel fa per il nostro Illustrissimo
Signore qual serà una bella cosa, et crede di haverlo fornito
per tutto il presente mese. Esso Maestro Ticiano desideraua
soper come il Signor nostro è restato ben satisfatto del San
Sebastiano... ». (Mantova, Archivio Ducale, Filza E, XLV, 3.
Cfr. Pungileoni, Giornale Arcadico , erroneamente ascritta a
Tiziano).
1530, settembre 26 — Da Mantova. Il Duca Federigo Gon-
zaga a Sigismondo della Torre:
« Hoggi s’è partito di qua il Mulatiere de M. Antonio Ba-
garotti con le arme che mandamo a Don Pedro de la Cavena
et il retratto de la Cornelia del Sior Commendator Mai or... »
(Archivi di Mantova. Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. I, pa-
gina 316).
1530 — Secondo il Vasari: « Dicesi che l’anno 1530, essendo
Carlo V imperatore in Bologna, fu, dal Cardinale Ippolito
de’ Medici, Tiziano, per mezzo di Pietro Aretino, chiamato
là, dove fece un bellissimo ritratto di Sua Maestà, tutto
)
ornato che tanto piacque, che gli fece donare mille scudi,
de’ quali bisognò che poi desse la metà ad Alfonso Lom-
bardi ». Ma nessun documento conferma ciò.
I
— 128 —
1530, giugno — Il Pittore sta compiendo un quadro d’altare,
probabilmente identificabile con la Vergine del Coniglio del
Louvre (Lettera di Tiziano ad Isabella d’Este, da Venezia,
in data 30 giugno 1530, in Pungileoni, Giornale Arcadico,
Roma, 1831, voi. II).
3:530, agosto 5 — A Venezia, muore Cecilia, consorte di Tiziano,
che gli aveva dato i figli Pomponio, Orazio e Lavinia.
« VI di agosto. Da Venetia » (Lettera di Benedetto Agnello a
Giacomo Calandra, succitata).
1530 — Tiziano attende alle tele di Nostra Signora con Santa Cate-
rina, al Ritratto di Federigo Gonzaga armato e ancora al quadro
delle Donne nude, tre opere destinate al marchese di Mantova.
Nostra Donna con Santa Caterina, con tutta probabilità la tela
di Londra. Il Ritratto di Federigo è ora perduto, e l’ultima sua no-
tizia si ha nel 1627 (Cfr. D’Arco, Delle Arti di Mantova ).
1530, febbraio 5 — Giacomo Malatesta al Marchese Fede-
rico Gonzaga:
« Tuciano m’ha fatto vedere gli quadri che il fa per V. S.
Quello di Nostra Donna con Santa Chaterina et l’altro delle
Donne nude sono in bonissimo termine. Quello di Nostra
Donna promette darlo a V. E. al principio di Quaresima,
l’altro a Pasqua. Quello delle Donne al bagno è solamente di-
segnato. L’altro de la persona de V. S. armata vi è fatto
buona parte, et molto se gli raccomanda » (Archivio di Man-
tova. Cfr. Cavalcasene, op. cit, pag. 305 del voi. I).
1530, marzo 3 — Tiziano al Marchese Gonzaga:
« ...Io harei hoggi mai fornito il suo quadro delle Donne
nude; ma ho tanta rogna che certo non posso muovere; ben
spero fra 15 giorni o mezza quaresima darlo a V. E.... » (Ar-
chivio di Mantova. Cavalcasene, op. cit., voi. I, pag. 306).
I530_I53I — Tiziano ideava ed il Sansovino traduceva in opera
coppe ed argenterie in genere, per la Corte di Mantova.
'< Lettere di Benedetto Agnello al Gonzaga » (Archivio di Mantova).
1530, ottobre 24 — M. Titiano e il Sansovino fanno pra-
tica di ritrovare « il garzone che sappia fundere... ».
— 129 —
1530, ottobre 30, da Venezia:
«... M. Titiano m’hc detto haver per le mani un garzone
che sa fundere benissimo et che anche è assai bon scultore,
il quale pensa che serà molto al proposito per V. E.... ».
1531, ottobre 19 — Tiziano al Duca di Mantova:
«... et cossi per il presente cavallaro le mando salvo che il
colore spelto, et una coppa d’oro et le doi de argento... riser-
vando mandar le altre per il primo... »
1531, dicembre 13:
«... Coppa una doro cum piede e coperchio lavorate de
basso relevo la quale mando messer Julio Saraceno da Vi-
negia sino adi 4 di septembre 1529 et he quella che à fato
fare m.ro Tociano pictore la quale costo ducati 193 computa
schudi, 25 de manifattura, pesa onze 18 y2. Adì 13 di decem-
bre 1531 » (Archivio di Stato di Modena, Camera Due., Am-
ministrazione ori e argenti [guardaroba], Libro argenti, dal
1505 al 1536, a carte 66).
I53°-3I — Tiziano chiede ed ottiene dal Duca di Mantova il
possesso del benefìcio di Medula pel figlio Pomponio, che
aveva votato alla carriera ecclesiastica.
1530, settembre 27 — Da Venezia: Benedetto Agnello a
Jacomo Calandra, riferisce la richiesta di Tiziano per il
possesso del beneficio di Medula (Archivio di Mantova.
Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. I, pag. 317).
1530, ottobre 4 — Ancora gli stessi:
«Titiano... habbe la lettera del sig. Conte Niccola; ma
perchè allora non era in termine de poter scrivere, non le
diede risposta »... (Archivio di Mantova. Cavalcasene, op. cit.,
voi I, pag. 317).
1531, luglio 18 — (In Giornale Arcadico, 1831, e Cadorin,
Dello Amore, pag. 37; Cavalcasene, voi. I, pag. 324).
1531, luglio 31 — (Archivio di Mantova. Cfr. Cavalcasene,
op. cit., pag. 325 del voi. I).
Entrambe di Tiziano al Duca per supplicare e sollecitare
le bolle.
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
9
— 130 —
5131,. settembre 7 — Da Venezia l’Agnello scrive, annun-
ciando a Tiziano la consegna della Bolla del beneficio
(Cfr. Cavalcasene, op. cit., pag. 326, voi. I).
1531, marzo — A Federigo di Mantova, Tiziano indirizza un
San Girolamo ora non più facilmente rintracciabile fra i molti
(Cfr. Cavalcasene, op. cit., pag. 318, voi. I, cita una lettera
del 5 marzo 1531, senza alcun altro riferimento).
1531 — Eseguisce una Maddalena pel Marchese di Mantova,
che intende farne dono al favorito di Carlo V, Davalos del
Vasto. Per proprio conto i Marchesi desiderano una copia
dello splendido esemplare.
Si ignora quale sia l’esemplare originale delle numerose Mad-
dalene e quali le vicende di questa copia dei Davalos.
1531, marzo 18 — Benedetto Agnello al Duca di Gonzaga:
« M. Ticiano ha dato principio alla S. Maddalena et dice
che si sforzarà di fornirla quanto più presto sarà possibile...
Venezia, 18 marzo».
1531, marzo 19 — Il Duca a Benedetto Agnello:
«... Ne piace che Mastro Tutiano habbia principiato la
S.ta Maddalena, la quale come più presto l’habbiamo, tanto
più mi sarà grato »...
1531 — Lettere di Benedetto Agnello al suo signore:
1531, marzo 22 — Da Venezia:
« Tiziano lavora gagliardamente drieto la .S.ta Magda-
lena la quale è già in termine che la si può far vedere ad
ogni eccellente pictore, et V. Ecc. sii certa che serà cosa
molto degna et di summa excellentia... ».
1531, aprile 22:
« ... Mando la S.ta Magdalena la quale è M. Ticiano ha
tenuto ne le mani questi dui di de più contro la promissa
che aveva fatto per darli la vernice, ma il tempo l’ha impe-
dito, che per non esser stato il sole per ben chiaro, non
l’ha potuta invernigiare, ben a modo suo, pur dice che,
così come la sta la si può mandare in ogni, loco affirmando
che V. Ecc. non ha avuto cosa alcuna delle sue che sii al pa-
ragone di questa, et pensa che V. S. ne resterà ben satisfacta ».
1531, aprile 14:
« Non mandai la S-.ta Magd alena, sì come scrissi alla E. V.
perchè essendo invernigiato di fresco M. Titiano dubitava
che la non si guastasse; hora che l’è ben secca la mando... »
(Cfr. Gaye, Carteggio, voi. I, pag. 223; Pungileoni, Giornale
Arcadico, anno 1831: «Catalogo del Bathoe»).
1531 — L’Aretino manda a Massimiliano Stampa, partigiano di
Carlo V, a cui era affidato il comando del Castello di Milano, in
cambio dei favori che gli dimostrava, una gemma incisa, di
Luigi Anichini, e un Giovanni Battista bambino eseguito da Ti-
ziano (Aretino, Lettere , voi. I, pag. 24, in data 8 ottobre 1531).
1531, settembre — Tiziano abbandona il quartiere di San
Samuele in cui aveva bottega per stabilirsi nella « contrada
di San Casciano in Biri Grande ».
Il contratto è riportato in: Cadorin, Dello Amore ... pag. 83-87.
1531, ottobre — Marin Sanudo registra una visita da lui fatta
al Palazzo Pubblico ove potè vedere una nuova pittura che
Tiziano aveva allora esposta. Il Doge Gritti vi compariva,
presentato alla Vergine col Bambino da S. Marco e assistito
da una coorte di Santi.
L’opera perì nell’incendio del 1577.
1532, giugno 22 — Tiziano ritrae, per mezzo dell’ Agnello, uno
strano animale visto a Venezia, per il Duca Gonzaga.
Lettere di Benedetto Agnello al Duca Gonzaga: da Venezia.
Giugno 6 — per parlargli di uno strano animale venuto da
Alessandria, « mai più visto in queste bande », di cui si fece pro-
mettere il ritratto da Tiziano.
Giugno 8 — descrive l’animale che finalmente è riuscito a vedere.
Giugno 19 — Comunica che Tiziano ha compiuto il ritratto
dell’animale e ne annuncia l’invio.
Giugno 22 (da Mantova) — Il Duca si compiace della spedizione.
(Dagli Archivi di Mantova. Cfr. Cavalcasene, voi. I, pag. 329).
1532 — Tiziano invia al Duca Federigo un pittore atto a deco-
rare gli scenari del Teatro del Castello.
— 132 —
Ottobre 29 — Da Mantova il Duca prega Tiziano di fargli
invio del « pictor piacevole » da impiegare per « far qualche bel
spectacolo alla Maestà Cesarea in alcune commedie » che ha dise-
gnato rappresentare in occasione della venuta di S. M. Cesarea.
Novembre 8 (da Venezia) — Tiziano presenta al Duca « il pia-
cevole pittore, richiesto dallTll. S. lator della presente [che] vien
de lì per satisfare alla sua intentione ». (Dagli Archivi di Mantova.
Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. I, pag. 329).
.1532, luglio — Tiziano è a Ferrara: si vorrebbe che egli ritraesse
in questo momento il profilo di Ludovico Ariosto per l’edizione
del suo Orlando (Cfr. Campori, Tiziano e gli Estensi, pag. 21).
1533 — Tiziano eseguisce in quest’anno, per incarico del Duca
di Mantova, un altro ritratto, probabilmente di maniera, del-
l’Imperatore Carlo V.
Ce lo presenta in abito di gala, col cane accanto: la tela ora esi-
stente al Prado è probabilmente quella che Tiziano portò seco a
Venezia dopo che lTmperatore fu partito per Genova, con lo scopo
di farne copia pel Duca di Mantova. La replica però, non fu mandata
alla Corte dei Gonzaga che dopo il 1536 (Gaye, Carteggio, voi. IL
pag. 262).
1533, marzo io:
Da Bologna Tiziano scrive al Duca di Ferrara dicendosi occupato
a « fornire la copia del ritratto di S. M. che porto meco a nome
di V. Ecc.tia ». (Arch. di Mantova. Cfr. Cavalcasene, voi. I, pag. 343).
1533 — Carlo V, con diploma, nomina Tiziano Conte del Pa-
lazzo Laterano, del Consiglio Aulico e del Concistoro, col
titolo di Conte Palatino, e i privilegi annessi ai suddetti
titoli. I suoi figli sono innalzati al grado di Nobili dell’ Im-
pero e sono loro attribuiti gli onori delle famiglie che hanno
quattro generazioni di antenati. Tiziano è innalzato pure
al grado di Cavaliere dello Speron d’oro, con spada, catena
e speroni d’oro e gli vien dato il privilegio d’entrare a Corte
(Cfr. Beltrame, Tiziano Vecellio, Milano, 1855, in cui è ripor-
tato il diploma originale. Così nel Ridolfi, Le meraviglie, vol.I,
pag. 234, il diploma è riportato con la data errata del 1553).
— 133 —
I533 — Per intercessione di Federigo Gonzaga, Tiziano acquista
alcuni terreni presso il Capitolo di S. Benedetto in Polirone.
Lettere di Federigo a Tiziano:
Gennaio 5 — In Giornale Arcadico , 1831, dal Pungileoni pubbli-
cata con la data 1523, in luogo del '33.
Maggio 9 — In Gaye, Carteggio, voi. II, pag. 249.
1533 — li Covos chiede in dono al Duca di Ferrara: una Giu-
ditta, un S. Michele, una Madonna di Tiziano, che proba-
bilmente ottiene e si fa fare invio in Ispagna del Ritratto del
Duca Alfonso.
Matteo Casella, agente estense a Bologna, presentatosi al Covos
per avere risposta a certo memoriale che il Duca avevagli indi-
rizzato, fu intrattenuto invece intorno a cose di pittura e parti-
colarmente sul desiderio che l’interlocutore aveva di possedere il
« Ritratto dell’Imperatore », quello del « Duca Alfonso » stesso,
con quello di « don Ercole, principe ered. di Ferrara », opere di Ti-
ziano già possedute dal Duca. Gli inviati indicarono Tiziano come
persona atta alla scelta. Il Covos, infatti, dietro consiglio del Pit-
tore, chiese ancora una Giuditta, un San Michele ed una Madonna.
E ogni cosa fu inviata a Genova.
Matteo Casella scrive al Duca:
Gennaio 9 — « Mi ha ricordato le pitture sue et mi ha detto
che ha un bel ritratto de lo Imperatore et che Titiano li ha detto
che V.E.a ha il suo di se stessa et che per ogni modo ella glielo debbia
mandare perchè lo vuole insieme con quello che ha de lo Imperatore
et anco la prega che li mandi quello che lo Ill.mo Sr. Don Hercole
perchè li vuole portare tutti seco in Spagna...»
Gennaio io — « ...et volse che io le lasciassi la lettera dicendomi
chel volea parlare con Titiano et che poi mi fara intendere quelle
chel vorrà et ove si haveranno a mandare et di più mi soggiunse et
disse, mo el Sr. Duca non fa pur mentione alcuna del suo retratto:
qual voglio ad ogni modo... »
Gennaio 14 — « ...circa quelle pitture et mi disse havere parlato
con Titiano qual havea elletto quella Judit, Santo Michele et una
madonna, aggiungendoli il ritratto di V. Ex.a, come ella vederà ne
la sua polliza qui inclusa,1 et dicendoli io chel retratto di V. Ex.a non
era anchor fatto et che quando quel fu fatto ella non era de la età
et qualità che è hora, ma che ne farebbe fare uno adesso et uno del
Sr. Don Hercole et glie lo manderebbe fino in Spagna me rispose
1 Non rinvenuta
— 134 —
che V. Ex.a facesse quel che le paresse, ma che desidera di havere
quello, perchè Titiano ha detto a S. M.tPj che quella è bellissima figura
onde ella è entrata in desiderio di vederla et esso commendador
dice che le disse chel credeva che V. Ex.a lo manderebbe a lui et che
mandandolo glielo farebbe vedere et che gratissimo le sarebbe come
me le ha anco fatto scrivere havere anchor il retratto del Sr. Don
Hercole, dimandandoli poi ove volea che si mandassero queste pit-
ture, mi disse chel volea quel di V. Ex.a qui per poterlo mostrare
a S. M.ta et le altre, volendolo servire, mandarle a Genoa quando vi
volessero andare per imbarcarsevi... ».
Gennaio 20 — Conferma l’attesa ansiosa del Covos che aspetta
le pitture e le desidera a Genova.
Gennaio 23, di Bologna — « Fui dopo desinare col Sr. com-
mendator Covos, e li presentai il ritratto di V. Ecc. qual li è stato
gratissimo... et de le offerte molto la ringratia, dicendo che quando
sapesse ch’ella havesse cosa che li piacesse lo dimanderebbe come
ha fatto queste pitture... »
« Januari, 28, Ferrariae: ...et come vediate essa (S. Ecc. il Covos}
essa possete dirle che noi havemo inviato le sue picture per uno
nostro mulattiero a posta a Genoa alhorator Cesareo » (Il carteggio
completo è all’Archivio di Stato di Modena, Cane. Due., Dispacci
degli Ambasciat. Est. da Roma, busta 24. Cfr. Campori, Tiziano e
gli Estensi, pag. 20-24).
« Febraro, XV » (Matteo Casella al Duca di Ferrara). — « Poi mi
disse chel ritratto di V. Ecc. era in camera de lo Imperatore et mi
soggiunse et dimandò quel che direbbe il papa, sei lo sapesse a che
resposi che mi credevo che più li dolesse che S. M.tahabbia V. Ecc.a
scolpita nel core per suo buon servitore come ella merita... » (Arch.
di Modena, Dispacci degli Amb. Estensi, busta 24: Dispacci di
Matteo Casella e Giacomo Alvarotti).
I533 — Eseguisce il ritratto allegorico di Davalos del Vasto.
Davalos, marchese del Vasto, tornato dopo aver vittoriosamente
combattuto contro i Turchi, sotto gli ordini del Croy, vuol che sia
ricordata l’impresa in un proprio ritratto con la giovane consorte
Maria d’Aragona. Il guerriero volle essere rappresentato nell’atto
di separarsi dalla sposa; ma confortato dalla Vittoria, da Amore e
da Imene. Così nella tela del Louvre (Cfr. Cavalcasene, voi. I,
Pag- 346).
J533 — E Cardinale Ippolito de’ Medici, ambasciatore di Papa
Clemente e comandante dei moschettieri a Vienna, contro
il Turco, pensa, al ritorno dell’impresa, di farsi ritrarre da
— 135 —
Tiziano, abbigliato da capitano ungherese. Il quadro si può
identificare col ritratto di Firenze (Galleria Pitti).
1533, ottobre — Tiziano termina il S. Giovanni elemosinario
per l’altar maggiore della chiesa al medesimo santo dedicata
in Venezia.
L’opera, ancora in sito, fu modificata da arcuata a quadra e
ingrandita inferiormente. Secondo il Vasari fu eseguita in gara col
Pordenone.
Sulla testata dell’altare sta appunto l’iscrizione: « A dì doi octo-
brio MDXXXIII » (Cfr. Moschini, Guida di Venezia, pag. 163;
Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. I, pag. 354).
1534 — Tiziano aveva preparato in quest’anno la «pittura d’una
donna» per il Cardinale Ippolito de’ Medici. Veduta l’opera, il
Cardinale di Lorena se l’era appropriata e non se ne sarebbe
disfatto se Tiziano non ne avesse promessa un’altra simile.
Ciò afferma il Cavalcasene (op. cit., voi. I, pag. 368), citando una
lettera di Tiziano al Vendramo, in data 20 dicembre 1534, e sostiene
l’identificazione di quest’opera con la Bella ■ del Belvedere di Vienna.
1534 — Ritrae Isabella d’Este da un precedente ritratto origi-
nale: ella desiderava essere riprodotta ancora coi lineamenti
di novella sposa. Il quadro è all’Hofmuseum di Vienna.
Isabella richiede, per mezzo di Benedetto Agnello, la restitu-
zione della pittura che ha servito a Tiziano di modello.
Lettera di Isabella a Benedetto Agnello a Venezia:
Marzo 4, Mantue — « M.re perchè coloro che ci prestarono il
ritratto di noi elqual ebbe Mss. Titiano per cavarne di lui uno si-
mile ci fanno instantia grandissima che glie lo restituiamo, volemo
che voi ve lo faciate rendere et che per persona fidata et devota la
qual habla ad havergli rispetto ce lo mandiate aconcio di sorta che
non vi sia pericolo di guastarsi » (Archivio di Mantova. Cfr. Caval-
casene, voi. I, pag. 360).
i535-36 — Il Pittore lavora al ritratto del Duca Alfonso di
Ferrara e lo compie.
Ercole II lasciò l’opera, qualche tempo, in casa di Tiziano, a Ve-
nezia, ed attese a ritirarla d’andare nel 1537 di persona. Vedutola
— 136 —
poi, largamente (con 200 scudi) compensò il Pittore che affermava
di non ricordare d'essere stato mai rimunerato così regalmente.
Lettere del Tebaldi al Duca Ercole II di Gonzaga:
1535, agosto 25:
« Et consignato à M. Titiano, lo designo del ordine di
Franza che l’Ex.tia Vostra m’ha mandato: et ho visto lo
ritratto de la fe: me: del Ex.mo S.re Duca Alfonso. Il quale
è tanto simile, quant’è la acqua à l’acqua etc... Epso Titiano
m’ha dicto; che lo finirà et finito mi lo dirà, et Io subito lo
scriverò all’Ex. tia vostra» (Cfr. Campori, Tiziano, ecc., p. 604).
1536, gennaio 3:
« M. Titiano m’ha dicto, che dimane mi darà lo ritracto.
Il quale mandarò poi per lo primo fidato ch’averò » (Cfr.
Campori, Tiziano, ecc., pag. 604).
1536, dicembre 18:
« Il ritratto de la feme: dell’Hl.mo S.re Duca, patre à
Vostra Exellentia è finito più mesi sono et è similimo al già
vero quant’è l’acqua al aqua ed m. Titiano s’è meravigliato,
che l’Ex. tia Vostra mai non l’habia rechiesto, o mandat’a
pigliare». (Cfr. Campori, Tiziano, ecc., pag. 604).
1536, dicembre 27:
« Dimane me forzarò d’imbarhare lo ritracto de la fe-
me: del Ex.mo S.re Duca patre à Vostra Ex. tia, et pagerò
à m. Titiano li scuti dosento, che m’hano promesso dare li
conductori del pesce da Comachio... »
1536, dicembre 30:
« Questa matina hò portat’in casa à m. Titiano dosento scuti
d’oro in oro, per nome del Ex. tia Vostra, la quale ringrazia sen-
za fine, et molto se le raccomanda. Et m’ha dicto volere werni-
gare lo ritratto, et che mi lo darà fra doa giorni: et Io subito lo
manderò a quella bene accomodato in una capsa: et certo laVo-
stra Ex. tia: non lo darà uia, se lo uedirà, perch’è bellissimo... ».
1537, gennaio 7:
« Dimane spero de condurre qua in caso lo ritratto, quale
conservarò sin a la uenuta de l’Ex. tia Vostra, com’epsa mi
impone... ».
1537, gennaio 8:
« Hauuto lo ritratto, quale tenirò qua, come l’Ex. tia
Vostra mi commanda » (Cfr. Campori, Tiziano e gli Estensi ,
pag. 604 e seg.).
— 137 —
J537 — Ritrae Francesco Maria Della Rovere, Duca d’ Urbino
e sua moglie Eleonora. I ritratti firmati titianus f, sono
ora agli Uffizi.
La Duchessa giunse a Venezia nel settembre 1536 e tornò a
Urbino, per via di Mantova, nel luglio del 1537. Con tutta proba-
bilità il ritratto è del tempo compreso fra quelle due date (Sulla
data di viaggio della Duchessa: Bembo, Opere, voi. VII, pag. 313,
314 e 316).
3:537, novembre 7 — Pietro Aretino invia a Veronica Gam-
bara due sonetti a proposito dei ritratti del Duca e della
Duchessa d’ Urbino, eseguiti da Tiziano.
La lettera di accompagnamento è una descrizione del
ritratto di Francesco Maria (M. P. Aretino, Lettera a la
signora Veronica Gambara, in data 7 di novembre 1537. Di
Venezia). Secondo Cavalcasene (op. cit., pag. 392, voi. I),
lettere e sonetti dell’Aretino devono ritenersi scritti nel
giorno in cui i ritratti furono terminati.
3:537, novembre — Tiziano fa dono all’ Imperatrice Isabella,
d’una Annunciazione che da qualche tempo giaceva termi-
nata nello studio del Pittore.
Le suore di S. Maria degli Angioli a Murano, perchè troppo ele-
vato il prezzo di 500 scudi, rifiutano l’opera che Tiziano invierà
poi allTmperatrice. Carlo V, quale compenso, manda scudi 200
al pittore (Vasari, tomo VII, pag. 441; Ridolfi, Le meraviglie,
voi. I, pag. 223).
3:537, novembre 9 — Lettera aperta dell’ Aretino al Ti-
ziano:
Lo scrittore complimenta l’Artista per la buona idea di
« mandare l’imagine de la Reina del cielo a lTmperadrice
della terra » e loda Y Annunciazione, che descrive minuta-
mente (in Lettere di Pietro Aretino: L’Aretino al Tiziano,
in data 9 di novembre 1537).
3:536-38 — Federigo Gonzaga vuol dedicare un’intera stanza
del Castello di Mantova ai ritratti dei dodici Cesari e invita
Tiziano a dipingerli. Il primo, quello di Cesare Augusto, fu
consegnato nell’aprile 1537; altri tre verso la metà del set-
- i3« -
tembre e gli ultimi tardarono assai, tanto che nel settembre
1538 Tiziano ne è ancora sollecitato.
Secondo il Vasari e il D’Arco ( Pitture dì Mantova, pag, 153),
undici ritratti furono eseguiti da Tiziano (tanto che sono annotati
nell’« Inventario Mantovano» del 1627, in D’Arco, Delle arti di Man-
tova, pag. 80, voi. I, e pag. 153, voi. II) e uno solo da Giulio Romano.
1536, « lo io di luglio », Da Mantova — Gianjacopo Calandra
a Sigismondo Franzino dalla Torre:
« M. Tuciano dice che si ricordarà delli ritratti dell’Im-
peratori promessi a S. E., da fare ...».
3:537, aprile 3, Da Venezia — Benedetto Agnello a Gio. Ja-
copo Calandra:
« Subito hauuti che habbia le misure di quadri sollecitarò
m. Tuciano che finisca la testa degli Imperatori che l’ha da
fare per il Signor nostro... » (Archivi di Mantova. Cfr. Ca-
valcasene, voi. I, pag. 396).
3:537, aprile 4, Da Venezia — Tiziano al Duca Federigo:
Per ringraziarlo del dono di una « ricchissima casacca »
avvisando della consegna da lui fatta all’Ambasciatore da
parecchi giorni di uno dei quadri e comunicargli che due
altri stanno per essere finiti (Archivi di Mantova. Cfr. Ca
valcaselle, voi. I, pag. 398).
3:537, aprile io — Lettera del Duca che ringrazia delPinvio
fatto del ritratto dell’ Imperatore Augusto e manifesta la
speranza di vederlo tosto seguito dagli altri della colle-
zione (Cfr. Gaye, Carteggio, voi. II, p. 264; Cavalca-
sene, voi. I, pag. 398).
1537, settembre 3, Venetia — Benedetto Agnello al Duca
Federigo Gonzaga per annunciargli fra otto giorni tre
quadri degli Imperatori (Archivio di Mantova. Cfr. Ca-
valcasene, nota 2, pag. 437, voi. I).
I537» settembre 9, Venetia — Ancora i medesimi per ricon-
fermare (Archivio di Mantova. Cfr. Cavalcasene, p. 437,
nota 2, voi. I).
agosto 13, Mantua — Il Duca Federigo Gonzaga a
Benedetto Agnello per incaricarlo di sollecitare Tiziano
— 139 —
alla consegna dei quadri degli Imperatori (Cfr. Cavalca-
sene, voi. I, pag. 439, nota 2).
1538, agosto 23 — Benedetto Agnello in risposta al suo Si-
gnore:
« Ho detto a M. Ticiano quanto la E. V. mi ha fatto seri
vere de li Imperatori, egli dice che non attenderà (egli dice
che non attenderà) ad altro et che saranno pronti al ritorno
di V. E. di Casale...» (Archivio di Mantova. Cfr. Cavalcasene,
voi. I, pag. 440, nota 1).
1537- 4° — Rivalità di Tiziano con Pordenone. Ancora Tiziano
dipinge nel « teler de la Bataglia terrestre » pel Maggior Con-
siglio e ancora la Repubblica sollecita e offre al pennello del
Pordenone la pittura da porsi nella sala del Palazzo Ducale,
accanto a quella che Tiziano stava eseguendo. Intanto, una
deliberazione del Consiglio toglie a Tiziano la « senseria del
Fondaco ». Vuole il rimborso di 1800 ducati ricavati (Cfr.
Lorenzi, Monumenti, pag. 223).
Solo il 28 agosto 1539, con la morte del Pordenone, cessano le
rivalità e il Governo veneziano reintegra Tiziano della Patente di
sensale.
1540, giugno 23 — Deliberazione del Consiglio dei Dieci.
« Fino dal 1513 a ultimo del mese di Maggio fu concesso a Ti-
ciano de Cadore pictor una expectativa di una sansaria nel Fontego
de i Todeschi la prima vacante, et da poi del 1516 a 5 di Decembre fu
dechiarito che senza spettar la vacantia di essa dovesse entrar in
quella che aveva Zuan Bellin pictor cum conditione che fusse obli-
gato depingere el teler de la « Bataglia » terrestre nella Sala del
nostro Maggior Conseglio verso la Piazza sopra el Canal Grande,
il quale Ticiano doppo la morte di Zuan Bellino entro in possesso de
ditta sansaria già sono circa anni vinti cum tirar le utilità di quella
che possano esser de ducati 100 allanno oltre li ducati 18 in 20 della
tassa annual che li sono sta lassati, et essendo ben conveniente
che non havendo lavorato non debba havere detta utilità, però:
« Landera parte che il ditto Tician de Cadore pictor sia per aucto-
rita di questo Conseglio obligato ed astretto ad restituir alla Si-
gnoria nostra tutti li danari che ]ha havuto della predetta sansaria
per il tempo chel non ha lavorato sopra el teller predetto nella Sala
come e ben ragionevole » (Cfr. Lorenzi, Monumenti, op. cit., pag. 219).
— 140 —
I54°> novembre 9 — Lettera dell’ Aretino a Tiziano (già cit.
precedentemente), in cui si parla di quest’opera ancora in
fattura.
1538, novembre 22 — Ordinanza del Consiglio dei Dieci che
nomina il Pordenone all’esecuzione della tela da porsi
fra il sesto ed il settimo pilastro della Sala del Gran
Consiglio, cioè immediatamente vicina a quella di Ti-
ziano (Lorenzi, Monumenti, pag. 223).
153S, settembre — Eseguisce il ritratto del Gran Solimano,
Re dei Turchi, traendolo da una medaglia, e ne fa una
riproduzione per Federigo Gonzaga.
Di questi ritratti, il primo è mentovato nell’« Inventario
di Mantova» del 1627: «Ritratto di Selim Re dei Turchi»
(D’Arco, Pitture di Mantova, voi. II, pag. 167), e l’originale
dal quale esso fu tratto fu visto dal Vasari nella Collezione
dei Rovere ad Urbino. Anche quest’opera è andata perduta.
1:538, agosto 23, Di Venezia — Benedetto Agnello al Duca
Gonzaga
« Perchè altre volte V. E. cercava di havere un ritratto
del Signor Turco, ho voluto dirli che M. Tic.iano hora ci ha
fatto uno cavato se non me inganno da una medaglia et da
un altro ritratto, qual si dice di molti che sono stati a
Costantinopoli esser tanto simile al naturale, che pare il
medesimo Turco vivo, però volendone V. E. uno la me ne
farà dar aviso che M. Ticiano ha detto che lo farà subito ».
1538, agosto 27 — Il Duca a Benedetto Agnello.
« Mantue. Non mancate a sollecitar presso a Tiziano li
nostri quadri, et di più prigatilo per parte nostra a farne
un ritratto del Turco come il se vi ha offerto di fare, che
1’haveremo gratissimo » (entrambe dagli Archivi di Mantova.
Cfr. Cavalcasene, op. cit., pag. 440, voi. I, nota 1).
1538, settembre 18, Venetia — Benedetto Agnello al Duca
Federigo.
« M. Ticiano ha in buonissimo essere il ritratto del Turco,
ed ha speranza de finir anche presto li quadri di Imperatori;
ma dubito che la cosa andrà più in longo di quel che egli
dice, la causa è che il Signor Duca di Urbino lo mena a Pe-
saro, ove S. E. dice di voler andare questa settimana ad
ogni modo » (Archivi di Mantova. Cavalcasene, op. cit.,
voi. I, pag. 440, nota 2).
1539 — L’8 gennaio Pietro di Landò succede, nella carica di Doge,
ad Andrea Gritti, morto il 28 dicembre antecedente; come al
solito Tiziano ha l’incarico di dipingerne il ritratto per la Sala
del Gran Consiglio (Lorenzi, Monumenti, ecc., pag. 259).
Esistono i documenti comprovanti. Anche per questo ritratto
Tiziano riceve il solito compenso di venticinque ducati.
1539 — Agostino di Landò, parente del Doge, agente e poi
assassino di Pier Luigi Farnese di Parma, posa innanzi al
nostro Pittore che ne eseguisce il ritratto.
1539, novembre 15 — Pietro Aretino scrive ad Agostino
Landi e si congratula per la magnifica riuscita del suo
ritratto che Tiziano gli aveva dipinto [Lettere di M. Pietro
Aretino: L’Aretino ad Agostino Landi, in data di Venezia,
15 nov. 1539. Vedi pure Ronchini, Delle relazioni di Ti-
ziano con gli Estensi, Modena, 1864, note alla pag. 1).
1540, febbraio — Don Lope de Sorìa, ambasciatore di Carlo V
a Venezia, scrive a Tiziano per annunciargli che suo figlio
Pomponio è stato investito di un nuovo canonicato (Cfr. M.
P. Aretino, Lettere: L’Aretino a don Lope de Sorìa, in data
Venezia, i° febbraio 1540, voi. II, pag. 116).
1540 — Vincenzo Capello, comandante generale della flotta ve-
neta, viene ritratto da Tiziano.
1540, dicembre 25 — Lettera dell’Aretino a Messer Nicolò
Molino.
Viene inviato un sonetto composto in occasione dello
stile di Tiziano che « ha mirabilmente ritratto il mirabile
Vincenzo Capello » (P. Aretino. Lettere: L’Aretino al Magni-
fico Messere Nicolò Molino, in data 25 dicembre 1540, ecc.;
Cfr. Ridolfi, Le meraviglie, voi. I, pag. 161).
— 142 —
1540 — ^ Forse Tiziano ritrasse in quest’anno Alessandro « da
gli Organi ».
Desiderando l’Artista di possedere un’organo ricorse al cambio
dello strumento con una sua pittura e, accordatosi con Alessan-
dro « de gli organi » pare gli dipingesse un ritratto.
1540, aprile 7 — L’Aretino scrive ad Alessandro « da gli Or-
gani » per proporgli lo scambio (M. P. Aretino, Lettere :
L’Aretino ad Alessandro « da gli Organi », in data 7
aprile 1540. Inoltre Ridolfì, Le meraviglie , ecc., voi. I,
pag. 252).
1540 c. — Tiziano eseguisce il ritratto di Elisabetta Ouirini,
sorella a Girolamo, patriarca di Venezia, donna celebrata
nei sonetti di Giovanni Della Casa.
Del quadro non si ha notizia che dall’incisione in rame eseguita
da Giuseppe Canale. La stampa porta l’iscrizione: elisab. ouir.
À. PRAECLAR. VIRIS CELEBRATA. MDLX. TITIANO VECELLIO DA CAD.
PINXIT; JÙS CANALE DEL. ET SCUL1.
L’originale, nel 1544, era nella Collez. di Giovanni Della Casa
(vedi Bembo, Opere, voi. VI, pag. 339: Il Bembo a Girolamo Qui-
rini, in data 3 agosto 1544), il sonetto di Della Casa che a questo
ritratto si riferisce comincia:
Ben vegg’io, Tiziano, in forme nuove
è ristampato nel Ticozzi (op. cit., pag. t 43) .
1540 — Tiziano invia a Pietro Bembo il litratto che di lui, per
la seconda volta, ha eseguito.
Probabilmente il primo è quello di Cardinale, della Collezione
P. e D. Colnaghi a Londra e il secondo della Galleria Barberini di
Roma (Cfr. P. Bembo, Opere, voi. V, pag. 316: Lettera del Bembo
al Quirini, in data 30 maggio T540).
1541 — Tiziano compie il ritratto di Davalos del Vasto, ora al
Prado. L’opera, intitolata L’ Allocuzione, avrebbe dovuto es-
sere consegnata già da gran tempo.
I539» dicembre 25 — Davalos del Vasto, tornato a Venezia
per assistere all’insediamento del Doge Pietro di Laudo,
— 143 —
commette a Tiziano il proprio ritratto, richiedendolo in
attitudine di arringare i propri soldati (Aretino, Lettere :
L’Aretino all’ Imperatore, in data Venezia, 25 dicem-
bre 1539).
1540, novembre 20 — Ancora l’Aretino al Del Vasto per
giustificare Tiziano che dovendo partire per Mantova ri-
tarda a dar termine alla pittura de\V Allocuzione.
1540, dicembre 22 — Lo stesso allo stesso, inviando lo
schizzo originale che Tiziano mandava per temporeggiare
(ambedue le lettere dalla Collezione dell’Aretino).
1541, febbraio 15 — Tiziano negozia con Girolamo Marti-
nengo di Brescia, a cui promette di dipingere il ritratto
purché gli faccia avere una compiuta armatura da ripro-
durre poi nella sua Allocuzione (Aretino, Lettere: L’Aretino
al Capitano Palazzo, in data Venezia, 15 febbraio 1541).
La pittura fu probabilmente terminata in breve, perchè
il Davalos invitò a visitare l’opera del Tiziano in Milano e
fu vivamente esaltato l’ingegno del pittore (Ticozzi, Vita
dei pittori Vecelli, pag. 122).
1541 — Narra il Vasari (Vite, tomo VII, pag. 144) che: «nel
1541 di Santo Spirito di Venezia la tavola dell’ Aitar maggiore
figurando in essa la venuta dello spirito Santo sopra gli Apo-
stoli con un dio finto di fuoco e lo Spirito in colomba; la qual
tavola essendosi guasta indi a non molto tempo dopo aver
molto piatito con que’ frati, l’ebbe a rifare, ed è quella che è
al presente sopra l’altare ».
La chiesa è ora demolita, e la tavola portata in S. Maria della
Salute. Per quest’opera Tiziano ebbe lite coi canonici di S. Spirito,
tanto che nel 1544 fu costretto a ricorrere al Cardinal Farnese pel
suo componimento (Cfr. nota 5 a pag. 444 del Vasari-Milanesi).
1541 — Narra il Vasari: « L’anno 1541 (Tiziano) fece il ritratto
di Don Diego di Mendoza, allora ambasciadore di Carlo V
a Vinezia, tutto intero e in piedi; che fu bellissima figura:
— 144 —
e da questa cominciò Tiziano quello che è poi venuto in uso,
cioè fare alcuni ritratti interi » (Vasari, op. cit., tomo VII,
Pag. 445)-
1542 — Il Pittore ritrae la figlia decenne di Roberto Strozzi.
La tela ora a Berlino (Museo Kaiser Friedr.), porta la data:
annor x — mdxii, e la firma: titianus f.
1542, luglio 6 — P. Aretino scrive a Messer Tiziano com-
plimentandolo pel ritratto della bimba Strozzi da lui
ammirato (Aretino, Lettere : L’Aretino a Tiziano, in data
6 luglio 1542).
1542 — Completa una Natività commessagli da Giambattista
Tondello.
Dell’opera si è perduta ogni traccia.
1542, agosto 6 — - Tiziano è indotto dall’Aretino ad aggiungere
il patrono di Novara, S. Gaudenzio, ed a sostituire due an-
gioli a due cherubini, in una Natività commessagli da Giam-
battista Tondello e già inviato alla Cattedrale di Novara.
(Aretino, Lettere, in data Venezia, 6 agosto 1542).
1542 — Tiziano eseguisce una pittura votiva in onore del Doge
Landò, opera che doveva esser posta nella Sala d’Oro.
Il quadro perì nell’incendio del 1577.
1542, maggio — Il Pittore riceve dalla Repubblica un’an-
ticipazione di io ducati per cominciare la pittura votiva
del Doge Landò (Lorenzi, Monumenti, ecc., pag. 235).
1543, maggio 31 — Ancora pagamenti dalla Repubblica per
la solita pittura (Lorenzi, op. cit., pag. 235).
1542 — Don Diego Mendoza, ambasciatore di Carlo V in Ve-
nezia, succeduto al Lope de Sorìa, si fa ritrarre da Tiziano,
dal pennello del quale sono immortalate pure le fattezze
— 145 —
della sua amante. Il ritratto dell’Ambasciatore può essere
identificato col quadro Pitti.
1542, agosto 15 — Lettera dell’Aretino a Don Diego di
Mendoza.
Con questa viene accompagnato un sonetto che canta la
donna amata dal Mendoza come ritratta dal Tiziano (Are-
tino, Lettere: L’Aretino a Don Diego di Mendoza, da Venezia,
in data 1542).
1542 — Con questa data si è apposto il nome di Tiziano al
quadro degli Uffizi di Caterina Cornaro, regina di Cipro,
con gli attributi di Santa Caterina, opera giudicata antica
copia.
Sul rovescio del telaio del quadro degli Uffizi trovasi scritto in
caratteri moderni « titianus opus, anno 1542» e poi si legge:
« scritto riportato da Giuseppe Magni il 15 luglio 1783 ». Il Gronau
vorrebbe questa una copia antica daH’originale.
1543 — Dipinge il ritratto di Papa Paolo III Farnese.
Un registro dell’Archivio di Stato di Roma, che dal 3 novembre
1540 va a tutto il 1543, porta nella prima parte:
« La Santità del Nostro Signore Paolo Papa Terzio, deve dare
a me, Bernardino Della Croce, suo Thesauriere segreto, ecc.: 1543.
A dì 27 maggio, ducati doi d’oro in oro pagati a Bernardino Della
Croce per tanti ne ha dati a M.ro Tiziano Pittore venetiano, per far
portare il quadro del retratto di Sua Santità ch’a fatto.
« E più a dì io Luglio detto ducati cinquanta d’oro in oro a
M.ro Titiano pittore quali Sua Santità gli dona per sue spese in
tornare a Venezia » (Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi II, pag. 12,
nota 2).
Cavalcasene vorrebbe che l’opera fosse perduta. Gronau iden-
tifica il ritratto primitivo con quello di Napoli. Wickoff pensa che
l’unico originale sia quello a mezzo busto di Napoli.
x544 — Tiziano stringe contratto col popolo di Castel Rogan-
zuolo, presso Ceneda, per l’esecuzione di un quadro d’altare
diviso in tre parti, da collocarsi in quella chiesa e da conse-
gnarsi nel prossimo settembre. Il corrispettivo avrebbe do-
V enturi, Storia dell' Aite Italiana, IX, 3. jq
I
— 146 —
vuto essere di 200 ducati. L’opera fu consegnata puntual-
mente, ma soltanto nel 1546 l’artista dovette adattarsi ad
accettare il pagamento, parte per rate annuali in generi,
parte in pietre da costruzione. Poiché Tiziano intendeva
costruire un villino che già aveva tracciato nel vicino de-
clivio di Manza. L’opera è andata perduta (Cfr. Cavalca-
sene, op. cit., voi. II, pag. 32).
Dai registri della parrocchia di Castel Roganzuolo:
1544 — Tiziano si impegna di dipingere un quadro d’altare
diviso in tre parti per duecento ducati. Nel settembre
l’opera è terminata (Cfr. pure il Ciani, Storia del popolo
cadorino, voi. II, pag. 324).
1546 — La Fabbriceria si impegna di soddisfare il suo de-
bito in otto anni, passando annualmente cinque stara
di frumento e sedici conzuoli di vino. Inoltre la Fabbri-
ceria si obbliga a trasportare le pietre necessarie alla
costruzione del Casino in Col di Manza e di fornirne
l’opera manuale in ragione di quattro soldi il giorno per
ogni operaio.
Dai libri della fabbriceria:
A pag. 49, in data 13 marzo 1555: « Ms. Ticiano Vecelio a
facto saldo co’ il Zurado de Castel Zandomenego barazuol,
Donà barazuol, Piero Tornasela mariga et altri homini de la
villa li quali li restano debitori p. conto de la palla lire do-
sento e trenta una. Val... lire 231 ».
A pag. 60, esistono i conti di carriaggio dei mattoni,
calcina e tavole.
1557, marzo — Spese pel trasporto a Col di Manza (Cfr.
Cavalcasene, voi. II, pag. 33, nota 2).
1544 — Sono di quest’anno due ritratti della defunta imperatrice
Isabella di Portogallo, moglie a Carlo V, desunti da altro
dipinto.
La prima pittura è perduta; la seconda è prezioso ornamento
del Prado.
— 147 —
1544. ottobre 5 — Da Venezia. Tiziano alla S. C. Maestà:
« Al Sor Don Diego di Mendoza ho cunsignato li due
ritrati della Ser.ma Imperatrice ne i qualli ho fatto tutta
la diligentia che mi è statta possibile. Haveria voluto por-
tarle io stesso, se la longheza dii viaggio et l’età mia mel
concedessen: prego a V. Ma.tà mi mandi a dir li falli et
manchamenti rimandandomeli indietro acciò, chi li emendi;
et non consenta V. Ma.tà ch’un altro metta la man in essi... »
(Archivi di Simancas. Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. II,
pag. 36).
1544, ottobre — L’Aretino annuncia a Carlo V che Tiziano
ha terminato il ritratto dellTmperatrice (Aretino, Let-
tere: L’Aretino all’Imperatore, in data ottobre 1544).
Secondo Gronau (Buri. Mag. II, pag. 281 e segg.) è stata
modello a Tiziano un’antica copia di un [ritratto dell 'Impe-
ratrice ( Enchères Helbing, Munich, 7 dicembre 1903). Roblot-
Delondre (Gaz. Beaux Arts, Mai 1905, pag. 455) crede che
l’originale di queste copie sia nella Collezione Roblot a Pa-
rigi e l’attribuisce ad Alfonso Sanchez Coello. Il Cavalca-
sene lo pensa tratto da una pittura fiamminga (pag. 38,
voi. II).
1545, febbraio — Al Vescovo Giovio viene inviato il ritratto
di Daniel Barbaro, che Tiziano aveva eseguito per questo
frequentatore della Corte di Guidobaldo d’Urbino e della
moglie Giulia Varana, durante la loro residenza a Venezia.
(Lettere dell’Aretino al Giovio da Venezia, in data feb-
braio 1545).
1545 — Nel marzo Tiziano eseguisce il ritratto di Guide-
baldo II d’Urbino, a cui fa seguito, nel medesimo anno,
quello di Giulia Varana (Lettere di P. Aretino al Duca
d’Urbino in data marzo 1545 al Duca ed alla Duchessa):
Gronau crede che il ritratto della Duchessa si possa identificare
col Ritratto di donna di Palazzo Pitti e valorizza la sua attribuzione
per un ornamento che ella porta, formato dalle iniziali di Giulio
e Guidobaldo. Il Wickhoff non vede in esso che una copia dal-
l’opera del Maestro.
— 148 —
1545 — Tiziano ritrae l’Aretino e consecutivamente ne eseguisce
copia. L’originale trovasi nella Galleria Pitti.
Lo storico Giovio chiede all’ Aretino un ritratto che lo rappresenti,
e questi gli manda una copia dalla « terribile maraviglia » che Ti-
ziano aveva allora allora condotto a termine (Bottari, Raccolta
di lettere, pittoriche, pag. 5, 230: Lettera del Gioviu all’ Aretino, da
Roma, in data 11 marzo 1545, nonché Lettere di P. Aretino: I. 'Aretino
al Giovio, aprile 1545).
Il ritrattato, nel mandare la tela a Firenze al Granduca Cosimo,
scrive sarcasticamente scagliando le sue treccie contro Tiziano che,
secondo lui, trascurò l’opera perchè insufficientemente pagato
(Gaye, Carteggi, voi. II, pagg. 331, 345, 347, nonché l’Aretino,
Lettere: Lettera al Duca di Firenze, in data ottobre 1545).
1545, luglio — Termina il ritratto di Marcantonio Morosini.
(Aretino, Lettere: L’Aretino a Marcantonio Morosini, in data:
Venezia, luglio 1545).
1545, settembre — Tiziano fissa la sua dimora a Pesaro, presso
Guidobaldo Duca d’Urbino. (Aretino, Lettere: Lettera in
data settembre 1545).
1545, ottobre — Il nostro Pittore, al seguito del Duca d’Urbino,
va da Ferrara a Pesaro, ed in seguito a traverso gli Stati
Pontifici giunge a Róma. Quivi trionfalmente l’accoglie, non
solo il Bembo, ma anche Papa Paolo III Farnese (Bembo.
Opere : Il Bembo al Quirini da Roma, in data io otto-
bre 1545, voi. VI, pag. 316; Aretino, Lettere: L’Aretino al
Bembo, nell’ottobre 1545, e a Tiziano, voi. III).
1545, verso l’ottobre — Tiziano eseguisce per i Farnese il ri-
tratto di Clelia Farnese, figlia illegittima del Cardinale.
Una Venere ordinata da Ottavio Farnese, una Maddalena
e un Ecce Homo. Ancora abbiamo il ritratto di Papa Paolo III
col Cardinale Alessandro e Ottavio Farnese e la Danae del
Museo Nazionale di Napoli.
Per essere stati eseguiti per i Farnesi, sono forse opere del pe-
riodo romano. Nell’« Inventario dei Farnesi » (Campori, Racc. caia-
— 149 —
loghi, pagg. 208, 227, 234, 237) si trovano ricordati inoltre il ri-
tratto di Margherita d’Austria moglie al Granduca Ottavio, mentr
il Vasari e il Ridolfi parlano delle altre opere succitate.
1546, marzo 19 — Il Municipio di Roma, in solenne adunanza,
conferisce a Tiziano la cittadinanza romana.
La deliberazione del Consiglio municipale, in data « 13 kal.
aprilis 1546 », è registrata nel protocollo dell’Archivio del Cam-
pidoglio, credenza ia, tomo XVIII, pag. 25 (Cfr. Atti dell' Acca-
demia dei Lincei, Classe Scienze morali, serie III; Cavalcasene,
op. cit., voi. II, pag. 67, nota 3).
1546 — Per la Raccolta ufficiale della Repubblica Veneta ese-
guisce il ritratto di Francesco Donato, succeduto nel dogato
a Pietro di Landò, morto F8 novembre 1545. La tela andò
distrutta nelLincendio del 15 77 (Lorenzi, Monumenti, ecc.,
Pag- 259)-
1546, dicembre — Compie il ritratto di Giovanni De Medici
delle Bande Nere, per Pietro Aretino. In seguito il ritratto
fu offerto in dono al Duca Cosimo ed ora è esposto agli Uffizi
(Cfr. Aretino, Lettere: L’Aretino al Duca Cosimo, in data
30 dicembre 1546, e L’Aretino all’Anichini e Bottari, op. cit.,
voi. I, pag. 67).
•
1547 — Muore nel giugno Sebastiano Luciani, frate del Piombo,
lasciando i sigilli delle Bolle papali nelle mani di Paolo III.
In quest’occasione Tiziano promette l’invio di una sua opera
al Cardinale Alessandro Farnese, offrendogli i suoi servigi
e pregandolo di farlo succedere nell’ufficio a cui era addetto
Sebastiano. Però, malgrado le lunghe insistenze, i sigilli
vengono rimessi a Guglielmo della Porta.
1547, giugno t8, Di Venezia — Tiziano al Cardinale.
Scrive per inviargli un quadro terminato, professarsi ai suoi
ordini e supplicare per la successione nell’Ufficio delle Bolle (Cfr.
Ronchini, Relaz. di Tiziano con gli Estensi, voi. II, pag. 136; Ca-
valcasene, voi. Il, pag. 85).
1547 — Termina per la chiesa di Serravalle la pala d’altare,
ancora in sita.
Già nel 1542 Tiziano riceve somme, quali caparre, a un quadro
per Domenico Giustiniani, da collocarsi nella chiesa di Serravalle.
A opera quasi completa, Tiziano chiede un aumento di venticinque
ducati per aver sostituito la figura di S. Pietro a quella di S. Vincenzo.
Solo nel 1553 la questione è risolta (Cavalcasene, voi. II, pag. 47).
Sulla finta cornice di marmo, poggiata sul terreno, vi sono i
resti di una segnatura: titian. f.
1542, giugno 5, Venezia:
« Io Titian Vecellio ho riceputo da la magnificentia di Ms. Dome-
nego Justinian per nome de S. Comunità, ducati diese a lire sei e
soldi quattro per ducati per capara di far una palla per la gesia
nova de Serravalle » (Cfr. Archivi di Serravalle. Cavalcasene, op.
cit., voi. I, pag. 279, nota 1).
Nei registri dei pagamenti della chiesa di Serravalle risultano
cronologicamente segnati gli acconti dati al pittore dair« ultimo
Gennaro 1548, fino al 20 Marzo 1553, per una somma complessiva
di lire 1550 » (dai registri della chiesa di Serravalle, copiati da
Taddeo Jacobi di Cadore. Cfr. Cavalcasene, voi. II, pag. 91, nota 1).
1547-48 — Tiziano, invitato dallTmperatore Carlo V, va ad
Augsburgo. Vi si reca portando seco YEcce Homo ora al Prado.
La pittura, ad imitazione di quelle di Sebastiano del Piombo, è
eseguita su lavagna e porta la segnatura: titianus.
L’Aretino, nella sua lettera del genqaio 1548, descrive una co-
pia di questo datagli da Tiziano, che si potrebbe forse identificare
col quadro di Chantilly (Musée Condé).
1547, Natale — Lettera di Tiziano all’Aretino, accompa-
gnando l’invio della copia.
3:548, gennaio, In Venetia — Lettera dell’Aretino al Can-
celliere Gran velia:
« Non Hannibale a Roma, non Alessandro al mondo,
non i Giganti al ciel usar’ mai bravura che agguagli quello
che fa lo Imperadore, non con le genti, non con gli appa-
recchi, non con l’armi; ma con l’havere senz’altro strepito
mandato qui per Titiano, acciò lo ritria, o non è atto di
tremenda consideratione questo? egli è sì terribile e diabo-
lico che il suo secreto mette in fuga l’animo di chi non
l’ama; di sorte che il drento alla porta degli inferi è per
assicurarla a pena hor ponendo da parte l'altre cose; è stato
bellissimo testimonio della virtù il vedere subito, che si seppe
la richiesta del Pittor divino; correre le turbe a popolo per
essere della sua arte partecipi; et chi quadri, chi tavole et
chi di ciò che si è trovato in casa; isforzarsi di comperare
a gran prezzo; impero’ che son certe tutte le persone, che
la Maestade Augusta acomodarà di modo il suo Apelle, che
non degnarà più mai esercitare il pennello se non in grado
di lei... » (Cavalcasene, op. cit., voi. II, pag. 96, nota 1;
Aretino, Lettere: Aretino a Tiziano ed al Sansovino, voi. IV,
pag. 134 e 144). .
1548, ottobre — Tiziano termina il ritratto delle Principesse,
figliuole di Re Ferdinando, fratello di Re Carlo V.
L’opera è ora in Inghilterra, nella Galleria di Lord Cowper, a
Panshangher. Le Principesse erano tre: Barbara di 9 anni, Elena
di 5 e Giovanna ancora in fasce. Facendone invio al Re Cattolico,
Tiziano chiede a quel Principe la concessione di far legna nelle
foreste del Tirolo.
1548, ottobre 20, Da Ispruch — Lettera di Tiziano al Re Cat-
tolico:
« ...li ritrati di le Sr.me figliuole fra dui zorni sarano finite et io
li condurò a Venetia, dove che lì com ogni diligentia et mio saper
li fornirò et com presteza mandarli a V. M.tà, et quell visti che le
arano mi rendendo zertto... » (L’originale di questa lettera era nel
1867 presso il libraio Rodolfo Weigel a Lipsia. Cfr. Cavalcasene,
voi. II).
1548 — Dall’ Inventario delle pitture di Maria d'Ungheria (in
Revue Universelle des Arts, voi. Ili, pag. 127 e seg.) appare
che Tiziano, durante il tempo in cui si trattenne ad Asburgo,
ritrasse non solo l’Imperatore ed i suoi prigionieri Giovanni
Federico Elettore di Sassonia e Filippo d’Assia; ma la ve-
dova regina Maria d’Ungheria, poi le sue due parenti; dopo
di esse Maria Giacomina di Baden vedova di Guglielmo I
di Baviera e le sue quattro sorelle. Lo stesso re Ferdinando
fu dipinto « in armi, ma senza il morione » e dopo lui i suoi
— 152 —
figli Massimiliano e Ferdinando, poi Emanuele Filiberto di
Savoia, Maurizio di Sassonia in armi e il Duca d’Alba con
corazza e sciarpa (Così pure il Vasari, voi. VII, pag. 447).
Nell’ Inventario il ritratto dell’Elettore di Sassonia è detto « E1
retrato del Duque de Saxonia, cuando fuè preso armado, y en e 1
rostro una cuchillada ». Si ha pure: « Otro ritratto del dicto Duque
de Sajonia cuando estato preso - heco por Ticiano ».
1548 — Mentre risiedeva ad Asburgo, Tiziano eseguisce il ri-
tratto dell 'Imperatore Carlo V in armi, sul cavallo che aveva
alla battaglia di Muhlberg.
Un secondo ritratto dellTmperatore senza corazza eseguito
in questo medesimo tempo fa parte oggi della Galleria di Vienna.
1548, febbraio — Pietro Aretino a Tiziano, da cui si ap-
prende che sua Maestà ha posato davanti al Pittore.
(Aretino, Lettere, in data aprile 1548).
1548, giugno io — Carlo V firma una patente che raddoppia
a Tiziano una pensione assegnata sul Tesoro di Milano
(Cavalcasene, op. cit., voi. II, pag. 117, nota 3, la ri-
porta completamente, e Gaye, Carteggio, voi. II, pa-
gine 369-71).
1549 — Anche Giuliano Gosellini, segretario del Gonzaga, è
da Tiziano ritratto, nella speranza però di ottenere, con
questo mezzo, il pagamento della pensione (Cfr. Aretino,
Lettere: L’Aretino al Duca d’Alba, voi. V, pag. 105).
1549, settembre — Tiziano invia a Ferrante Gonzaga una re-
plica del ritratto dellTmperatore, da lui eseguito.
1549, settembre — Tiziano a Ferrante Gonzaga:
« Io mando a V. Ex.tia per mano del Tenditore, questa
lettera il ritratto dello Imp.re, si per sodisfare in parte alla
promessa che io Le feci...», che per chiedere il protratto pa-
gamento della pensione sul Tesoro di Milano (Cfr. Ronchini,
Relaz. di Tiziano coi Farnesi, voi. II, pag. 139, e Cavalca-
sene, op. cit., voi. II, pag. 144).
— 153 —
1549 — Ritrae il Duca d’Alba.
Il quadro ispirò un sonetto adulatorio di Pietro Aretino ( Let-
tere: L'Aretino al Duca d'Alba, voi. V. pag. 85).
1549 — Invia al Cardinal Farnese una copia del Carlo V a
cavallo alla battaglia di Miihlberg; per molto tempo l’opera
adornò le pareti del palazzo di Parma ed è registrata nell’in-
ventario di quel luogo, del 1680 (Campori, Raccolta di Cata-
loghi, pag. 243).
1549 — Argentina Rangone, patrizia, madrina di uno dei figli di
Tiziano, prega il Pittore di terminare il ritratto della figlia
Lavinia.
La lettera trovasi nel Carteggio del Gaye (voi. II, pag. 375).
1549 — Fu in quest’anno pubblicata la celebre Sommersione
di Faraone, grande stampa, la cui incisione fu eseguita su
disegno di Tiziano da Domenico Delle Greche, uno dei disce-
poli spagnuoli del nostro Pittore.
Rare ne sono le copie: esse portano sul margine la leggenda:
« La crudel persecutione del ostinato Re contro il Popolo tanto da
lui amato con la sommersione di esso Pharaone goloso del innocente
sangue. «Disegnato per mano dii grande ed immortai Titian. In Ve-
netia p. Domenico Delle Greche depentore venetian, MDXLIX »
(Cfr. Cavalcasene, op. cit., pag. 146, voi. II, not. 2).
1550, novembre — Tiziano torna da Augsburgo alla Corte Im-
periale, dove si trattiene fino al 1551.
1550, novembre 4 — Tiziano partecipa, a mezzo dell’inci-
sore Enea Vico, il suo felice arrivo all’Aretino (Aretino,
Lettere: L’Aretino a Tiziano, da Venezia, novembre 1550).
Senza data:
« ...il pittore Tiziano trovasi a Augsburgo chiamatovi dal-
l’Imperatore ed ha frequenti relazioni cun Sua Maestà, la
cui salute è appena mediocre »: (Lettera del Melanchton di
— i54 —
Vittemberg al Camerario in Voegelin, Liber continens con-
tinua serie epistolas Philippi Melanchtonis scriptas annis
XXXVIII ad Ioach. Camerarium Palep. Bambergensem cu-
rante Ernesto Voegelino, Lipsia, MDLXIX, pag. 614-18).
1550, novembre 11, De Augusta — Il nostro Pittore scrive
nuovamente all’Aretino per narrare il ricevimento fattogli
dall’Imperatore, durante il quale egli perorò la causa del-
l’amico per la nomina a Cardinale (Bottari, Raccolta di
lettere pittoriche, Milano, 1827, voi. Ili, pag. 188 a 190).
I550_5I — Ritrae Filippo IL
Immediatamente dopo il suo arrivo ad Augsburgo, Tiziano fu oc-
cupato a lavorare per Don Filippo d’Austria, principe di Spagna,
futuro re Filippo II, di cui eseguisce il ritratto. Un primo abbozzo
doveva servire come modello dei ritratti che Tiziano avrebbe do-
vuto fare di Filippo II. In quest’opera il primitivo abito di Corte,
con cui era stato ritratto precedentemente nello schizzo, fu cambiato
tosto in armatura d’acciaio; è al Prado. (Vedi Papier d’État de
Granvell: Lettera di Maria d’Ungheria al Renard, voi. IV, pag. 150).
Il ritratto quale cavaliere armato fu mandato nel 1553 dalla Re-
gina Maria d'Ungheria al Renard, inviato spagnuolo in Londra,
affinchè fosse presentato a Maria Tudor che voleva conoscere il
suo futuro consorte.
Il libro delle spese della Casa di Don Filippo d’Austria, ricorda:
« A Tizian 60 scudi d’oro... », il 19 decembre 1550.
1551, febbraio 6:
«A Tizian Vecelli, pittore 200 ducati».
1551, febbraio 6:
« A Tiziano Vecelli, 30 ducati per il pagamento di certi
colori che sono stati portati da Venezia, per servizio del pit-
tore » (Archivi di Simancas. Cfr. Gazette des Beaux Arts,
voi. II, pag. 156, nota 1).
1551, gennaio 6 — Tiziano riceve dal tesoriere di Filippo di
Spagna la somma di 230 ducati (Sainsburg, Inventario del
Robeno, pag. 238, e Cavalcasene, op. cit., voi. II, pag. 165).
I552 — B Pittore veneziano visita, durante il suo soggiorno ad
Augsburgo, il collega Luca Cranach, giunto in quella città
— 155 —
per fare omaggio al prigioniero Elettore di Sassonia, e si fa
da lui ritrarre.
1551, ottobre 8 — Invito fatto al Cranach da Weirmar
(Cfr. Schuchardt, Cranach, voi. I, pag. 186, e Lettera del-
l’Elettore al Bruck, loc. cit., voi. Ili, pag. 81; Cavalcasene,
voi. II, pag. 153).
Fra i ritratti che il prigioniero Elettore portò seco si
trovò quel « ritratto di Thucia (Tiziano), pittore veneziano
eseguito da Luca, pittore di Wittemberg » (Cfr. Schu-
chardt, op. cit., pag. 206-8, voi. I, e Cavalcasene, voi. II,
pag. 154)-
1552 — Tiziano dipinse nel corso di questo medesimo anno una
replica d’una Regina di Persia, un Paesaggio ed una Santa
Margarita, che invia al « Molto alto e molto poderoso Si-
gnore » Filippo di Spagna.
Sulla roccia di sfondo alla Santa Margherita, presso rimbocca-
tura della caverna, leggesi a stento la firma: titianus.
1552, ottobre 11, Di Venetia — Tiziano a Filippo II:
« Essendomi novamente pervenuta alle mani una « Re-
gina di Persia » de la manera et qualità com’è, l’ho imme-
diate judicata degna di comparere a l’alta presenza di Vostra
Altezza. Et così di subito l’ho inviata a Lei con commis-
sione, sino certe mie altre opere si asciugano, che riveren-
temente in nome mio faccia alcune ambasciate a l’Altezza
Vostra, accompagnando il Paesaggio et il ritratto di Santa
Margarita mandatovi per avanti per il signor Ambassador
Vargas raccomandato al Vescovo Segovia » (Archivio di Si-
mancas, Segreteria di Stato, Leg. 1336. Cfr. Cavalcasene,
Tiziano, voi. II, pag. 172).
Il Cavalcasene vorrebbe che l’opera fosse quella al Prado;
ma secondo il Gronau si tratta di un quadro a mezza figura,
tanto più che quello di Madrid mostra una maniera poste-
riore di 15 anni almeno.
1552, ottobre 29 — Decreto della Repubblica Veneta che in-
veste nuovamente Tiziano della senseria dell’Ufficio del Sale
secondo suo desiderio (Lorenzi, Monumenti, pag. 276).
-1:553. marzo - — A testimonio del suo affetto verso Filippo di
Spagna, Tiziano « (interim che metto in ordine le poesie) »
manda « (lacuna) V. Altezza se stesso », certo una replica del
ritratto eseguito ai tempi del secondo soggiorno di Aug-
sburgo.
1553, marzo 23, Di Venezia — Tiziano a Filippo di Spagna,
per annunciare rinvio.
1553, giugno 18 — Filippo in risposta:
« Noi abbiamo ricevuto per assegno dell’Ortiz, domestico
dell’Ambasciatore di Venezia, una lettera vostra ed il ritratto
che per suo mezzo ci avete mandato » (Archivio di Simancas,
Segreteria di Stato, Leg. 1336. Cfr. Cavalcasene, Tiziano,
voi. II, pag. 162, nota 2).
1:553, luglio — Tiziano pone termine al ritratto del Prelato
Beccadelli, inviato papale a Venezia, successo a Giovanni
Della Casa.
Il ritrattato tiene fra mano un foglio su cui leggonsi le parole:
«JULIUS. P. P. Ili
« Venerabili fratri Ludovico eps Ravellen, apud dominium Vene-
torum nostro et aplicae sedis nuntio [cum annum ageret LII,
Titianus Vecellius faciebat Venetiis MDLII mense Julji] ».
E con carattere più moderno: « Translatus deinde MDLV die
XVIII Septembris a Paulo Quarto Ponte maximo ad Archiepi-
scopum Ragusinum quo pervenit die IX Decembris proxime subse-
quente » (Aretino, Lettere: L’Aretino al Legato a Venezia, voi. VI,
pag. 102).
9
1:553, novembre 19 — Lettera di Maria d’Ungheria al Renard
(nei Papiers de Etat de Granville, voi. IV, pag. 150).
Si dice in questa come la tela sia stata giudicata opera eccellente;
ma oggi sia alquanto guasta per il trasporto fatto da Augsburgo
a Bruxelles, nondimeno, esaminandolo nella sua propria luce in
debita distanza (giacché le opere di Tiziano non vanno osservate
da vicino) ed aggiungendo tre anni all’età che mostrava il prin-
cipe, questa tela avrebbe potuto dare alla Regina un’idea esatta
della figura fisica di Filippo (Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. II,
pag. 161).
— 157 —
1553 — Come di consueto Tiziano è chiamato a ritrarre il
nuovo Doge Marc’Antonio Trevisani, e in breve fa consegna
del dipinto.
1553, novembre — L’Aretino scrive un sonetto in lode di
quest’opera (L’Aretino al Boccomagna, voi. VI, pag. 203).
T553_54 — Epoca dei ritratti di Francesco Vargas e del proto-
notaro Tomaso Granvella.
Le tele adornarono il Palazzo dell’Ambasceria imperiale e la
casa di Tiziano a Venezia (Aretino, Lettere: L’Aretino a Tiziano,
ottobre 1553; L’Aretino al Vassallo, novembre 1553; L’Aretino al
Granvelle, gennaio 1554; v°i- VI, pag. 193, 203-5, 220).
1554 — Fin dal principio di quest’anno, Tiziano aveva termi-
nato la Danae e ne aveva fatto invio a Filippo II (Cfr. Ticozzi,
Vite dei pittori Vecelli, pag. 312: Lettera di Tiziano a Filippo).
1554 — Tiziano fa dono alla chiesa di Santa Maria di Medole
della pala per l’altar maggiore, in cui aveva dipinto V Appari-
zione di Cristo alla Vergine.
Tiziano, ormai lontano dallo sperare il ravvedimento del figliuolo
Pomponio che godeva il Canonicato di Medole, chiede a Guglielmo
Gonzaga la facoltà di sostituire al figliuolo uno dei nipoti. Per
ingraziarsi il nuovo Canonico presso il popolo, il Pittore fa dono del
suo dipinto per l’altar maggiore (Cfr. M. Pietro Aretino, Lettere:
L’Aretino a Pomponio, voi. VI, pag. 182).
1554, aprile 26 — Tiziano Vecellio al Duca di Mantova:
« ...facendomi tra gli altri gratia del beneficio di Santa
Maria di Meldole per un mio figlio, il quale siccome io vorrei,
mi par non sia molto inclinato ad essere uomo di chiesa,
epperò ho pensato di collocare que1 beneficio in persona
atta a reggerlo ed officiarlo con satisf azione di V. Ecc. e mia:
e questa è un mio nipote, al quale lo darò avendone la
buona grazia di V. Ecc., alla quale non vorrei dispiacere
in cosa alcuna, e specialmente in questa ch’io riconosco ed
ho dalla Illustrissima sua Casa... ». (Cfr. Braghirolli, Lettere
inedite, aprile 1554; Crowe e Cavalcasene, Tiziano, voi. II,
pag. 197, nota 2).
1554» autunno — Tiziano termina ed invia al nuovo Re d’In-
ghilterra Filippo II di Spagna, V Adone e Venere del Prado.
Sulla tela la segnatura: titianus vecelius aeques. f.
L’ Adone giunse a Londra in pessimo stato, tanto che furono
necessari lunghi restauri per essere stato malamente arrotolato
(Vedi Bottari, Raccolta di lettere sulla pittura, voi. II, pag. 27, 28:
Tiziano Vecellio al Re d’Inghilterra. La lettera non porta data,
ma la replica di Filippo è del 6 dicembre 1554. Cfr. Cavalcasene,
Tiziano, voi. II, pag. 193).
1554, dicembre 6 — Filippo II al Vargas:
« Il quadro di “Adone ” che Tiziano ha terminato, è
giunto qui, e mi pare veramente di quella perfezione che
voi mi dite; ma esso è deturpato nel bel mezzo da una
lunga piega, per modo che ha ora d’uopo di un lungo re-
stauro. Desidero che per gli altri quadri che il pittore mi
eseguisce, voi gli facciate nuove premure; ma sarà più saggio
consiglio che, quindi innanzi, voi non me gli spediate senza
prima avermi fatto noto ch’essi sono terminati, e ch’io non
vi dia gli ordini circa alla loro spedizione » (Tradotto dal-
l’originale che esiste nell’Archivio di Simancas, Segreteria di
Stato, Leg. 1498, fol. 17. Cfr. Cavalcasene, voi. II, pag. 194).
1554, autunno — Tiziano promette prossimamente a Filippo II
il Perseo ed Andromeda, Medea e Giasone e un’« opera devotis-
sima la quale tengo nelle mani già dieci anni, dove spero che
Vostra Serenità vedrà tutta la forza dell’arte che Tiziano suo
servo sa usare nella pittura » (Cfr. Bottari, Raccolta di lettere
sulla pittura, voi. II, pag. 27-28: Tiziano al Re d’Inghilterra, e
Cavalcasene, Tiziano e gli Estensi, voi. II, pag. 193). Qualche
mese più tardi avviene l’invio.
1555, marzo — Annuncia di aver compiuto le sue opere e
d’attendere istruzioni per l’invio (Lettera a Filippo II).
1556, maggio 4 — Filippo II a Tiziano, mostrando impa-
zienza d’avere i quadri e raccomandandogli diligenza
nella spedizione affinchè non vengano danneggiati.
1556, maggio 4 — Il Re a Francesco de Vargas, consi-
gliere ambasciatore, fornendo istruzioni per l’invio (Dagli
— 159 —
Archivi di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1498, fol. 107
108. Cfr. Cavalcasene, Tiziano e gli Estensi, voi. II, p. 209).
1554 — L’Artista consegna allTmperatore Carlo V la gran tela
della Trinità e quella àa\Y Addolorata.
Già dal 1550, epoca del secondo soggiorno della Corte impe-
riale ad Augsburgo, Carlo V aveva desiderato da Tiziano un dipinto
in cui fosse rappresentata la lotta religiosa del suo tempo e il suo
desiderio di riposo. Tiziano fin d’allora aveva proposto di rappre-
sentare la Corte del Cielo con le tre Persone della Trinità, attorniate
dal seguito celeste posto in atto d’intercedere per la Famiglia reale.
Solo nel 1554 l’opera è inviata all’Imperatore, con l’Addolorata pen-
dant all 'Ecce Homo del 1547. La Trinità, segnata: titianus p., è,
con l’altra tela, al Prado.
3:553, giugno 30, Di Venezia — Francesco Vargas a Carlo V:
«...(Tiziano) mi ha voluto mostrare la “Trinità” che
ha promesso di condurre a termine, per la fine di settem-
bre... non meno che “ L’apparizione di Cristo nell’orto alla
Maddalena ” che egli dipinge per la Serenissima Regina
Maria. L’altra pittura che conta di eseguire, sarà una “Ver-
gine addolorata ” la quale farà contrapposto all’ “Ecce homo ”
che Vostra Maestà già possiede.. » (Archivi di Simancas, Se-
greteria di Stato, Leg. 1321, fol. 22).
1554, settembre io, Venetia — Tiziano alla Serenissima
Maestà di Carlo V:
«... ho supplicato la regina celeste che interceda grazia
per me appreso V. M. C. col ricordo della sua imagine che
hora le viene inanzi con quello addolorato effetto che le
ha saputo esprimere nel volto la qualità de miei travagli.
Mando anchora a V. C. M. la sua opera della “Trinità”...
Il ritratto del signor Vargas posto nell’opera ho fatto il
comando suo: se non piacerà a V. M. C. ogni pittore con
due pennellate lo potrà convertire in altro... » (Archivi di
Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1336. Cfr. Cavalcasene,
Tiziano, ecc., voi. II, pag. 186).
3:554, ottobre 11 — Francesco Vargas a Carlo V, per annun-
ziargli la spedizione della Trinità e della Vergine Addolo-
rata, che da Venezia erano state mandate nei Paesi Bassi:
...Non è poco l’avere ottenuto che (Tiziano) gli abbia
condotti a termine e consegnati: però è da perdonargli il ri-
1
tardo in grazie... del valore dei due quadri di cui il maggiore
è specialmente tenuto per un miracòlo d’arte » (Arch. di
Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1322, folio 191. Cfr. Ca-
valcasene, Tiziano, ecc., voi. II, pag. 188).
Senza data — Tiziano a Carlo V, per ringraziarlo delle sue
parole gentili direttegli airarrivo della Vergine Addolo-
rata. (Ticozzi, Vite dei Pittori Vecelli, pag. 310).
1555, giugno 19 — Lavinia, l’unica figliuola di Tiziano, va sposa
a Cornelio Sarcinelli di Serra valle e reca in dote 1400 ducati.
Il contratto, che si conserva, porta la data del 19 giugno 1555,
e il versamento della dote viene fatto parte in quel giorno stesso,
parte il 12 settembre 1556 (Cfr. Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. II,
pag. 208, nota 1).
1:555 — Eseguisce il ritratto di Francesco Venier, Doge, successo
al Trevisani, morto il 31 maggio 1554.
Il ritratto, che andò distrutto nell’incendio del 1577, fu termi-
nato all’inizio del 1555, e pagato, nel marzo di quell’anno, dall’Ufficio
del Sale.
1557, marzo 7 — Nota del pagamento (Cfr. Lorenzi, Mo-
numenti, ecc., pag. 288).
Fu questo l’ultimo ritratto che venisse collocato nella
Sala del Maggior Consiglio per mancanza di spazio, e l’ultimo
ritratto dogale ufficialmente eseguito da Tiziano (Vasari,
tomo VII, pag. 438), poiché per gli altri due Dogi che segui-
rono, Lorenzo e Girolamo Priuli, onde alleviare il Pittore, ne
affidarono l’incarico a Girolamo di Tiziano ed al Tintoretto,
senza che quello subisse la perdita della Patente di sensale
(Cfr. Lorenzi, Monumenti, pag. 252-53), che riporta in data
13 aprile 1545 e 9 giugno dello stesso anno, le disposizioni
del Consiglio dei Dieci circa la sistemazione nella nuova
Biblioteca dei ritratti dei prossimi Dogi (Cavalcasene, Ti-
ziano, ecc., voi. II, pag. 201 e nota 3).
1 554-55 — Il Doge Francesco Venier ordina al nostro Pittore
un quadro votivo del predecessore Trevisani: l’opera, in
breve dipinta, fu posta ad ornare la Sala dei Pregadi e venne
distrutta nell’incendio del 15 77.
— i6i —
1:554, agosto 19 — Il Cadorino è chiamato al Palazzo Du-
cale per firmare il contratto col Doge e il Provveditore
deirUfficio del Sale con cui si obbliga a consegnar
l’opera nel termine d’un anno dal 2 settembre prossimo
e di rappresentare il defunto Doge genuflesso davanti
alla Vergine col Bambino presentato da quattro Santi.
Per l’opera si sarebbero spesi ducati 17 1 e soldi 12.
1554, settembie 5 e 18 — Il Consiglio respinge la proposta.
1555, gennaio 7 — Il Consiglio approva il decreto di stima
del lavoro e anticipa 50 ducati (Lorenzi, Monumenti, ecc.,
pag. 285, 287 e 292. Cfr. Cavalcasene, Tiziano e gli Estensi,
voi. II, pag. 202).
I555 — Tiziano replica un ritratto del Duca Alfonso I e un
altro di Ercole II, per commissione del Granate.
1555, luglio 9, Di Venezia — Girolamo Faletti, ambascia-
tore estense a Venezia, al suo Signore:
«... esso Granata... per avere il ritratto suo con lo Ill.mo
S.r Duca padre di quello, ha lasciato 50 scudi al Ticiano, il
quale ha promesso di finirgli fra XV giorni, quando che Mon-
signore di Lodeva lo voglia servire di quello deirEcc.za
V.ra... » (R. Archivio di Stato in Modena. Dispacci di am-
basciatori estensi da Venezia, busta 44: Lettere di Girolamo
Faletti, luglio- dicembre 1555).
1555 — Ancora per intercessione di Francesco Venier, il Con-
siglio ordina a Tiziano il quadro votivo di Antonio Grimani.
1555, marzo 22 — Il Consiglio dei Dieci invia l’ordine a
Tiziano.
1555, luglio — L’opera è così avanzata che si accorda all’au-
tore un accordo di 50 ducati (Lorenzi, Monumenti,
pag. 289-90).
Si ignora perchè l’opera fosse interrotta nè quando fu
ritirata. Certo, durante la vita di Tiziano, non comparve
più (Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. II, pag. 203).
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3
II
— IÓ2 —
J555-5& — In memoria dell’antica amicizia che lo legava ad
Elisabetta Quirini, Tiziano eseguisce la pala d’altare del
monumento sepolcrale del marito di lei, Lorenzo Massolo.
Egli dipinge il Martirio del Santo Patrono per la tomba ini-
ziata nel 1555 nella chiesa dei Crociferi a Venezia, al prezzo
di duecento scudi. L’opera è firmata: titianus vecelius
AEQUES F.
La data di morte del Massolo e quella dell’inizio dell’erezione
del suo monumento, è fissata dall’epigrafe citata dal Sanso vino
( Venezia descritta, pag. 169).
Quando Filippo II volle un San Lorenzo per ornare la chiesa
che doveva sorgere nell’Escuriale, a compimento del voto fatto
ai Santo nel memorabile 9 agosto 1557, giorno in cui vinse la batta-
glia di S. Quintino, lo fece richiedere a Tiziano. Garcia Hernandez,
senza interpellare l’Artista, consigliò il suo Signore a commissionare
una copia del S. Lorenzo eseguito da Tiziano, anni addietro, per un
convento della città.
1564, agosto 31 — Filippo II a Garcia Hernandez:
« ...Vorrei che (Tiziano) mi eseguisse una imagine di San Lo-
renzo » (Archivi di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1325.
Cfr. Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. II, pag. 220).
1564, ottobre 9, Di Venezia — Garcia Hernandez ad An-
tonio Peres:
« ...In un monastero della città è un quadro di “ San Lo-
renzo ” ch’egli fece molti anni addietro, il quale risponde
appunto alla grandezza ed alla maniera ch'Ella mi indica
nella sua lettera; ed i Frati di quel convento mi hanno ri-
ferito che per questo dipinto essi pagarono scudi duecento,
e che per cinquanta sarebbe disposto a copiarlo Girolamo di
Tiziano suo discepolo il quale per oltre a trent’anni fu suo
discepolo, ed abitò la sua casa, ed è colui che, dopo il Maestro,
possa meglio di tutto eseguire questa copia; quantunque fra
lui e il grande Artista non possa reggere nessun confronto... »
(Archivio di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1325. Cfr.
Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. II, pag. 220, nota 2).
I557> novembre — Dipinge per Filippo II una Discesa al Se-
polcro e glie ne fa invio.
L’opera non giunse mai a destinazione, perchè fu smarrita dal
maestro di Posta di Trento:
I559> gennaio 20, Di Brusselle — Filippo II al Conte di
Luna:
« Tiziano Vecelli, che trovasi ora in Venezia, mi inviò nei
primi giorni del mese di novembre dell’anno 1557, un quadro
ch’egli aveva eseguito con gran cura e perfezione per me, rap-
presentante un “Cristo nel Sepolcro, ” cop. altre cinque figure;
ed avevaio rimesso, per mezzo di Garcia Hernandez, segre-
tario del mio Ambasciatore in Venezia, a Lorenzo Bordogna
de Tassis, maestro di posta di Trento, [il quale, secondo
quanto narra, [ricevuto che l’ebbe, lo spedì a me con la
staffetta ordinaria. Il quadro, però, non è fino a questo mo-
mento arrivato; nè malgrado siano state fatte le più diligenti
investigazioni, di esso non si ha più veruna traccia. Mio desi-
derio è che si venga al più presto a capo di questa faccenda,
e che, scoperto [Fautore della bricconata, sia severamente
punito. Sia comunque di ciò, vi incarico di farne parte a
Sua Maestà; e guardate di usare tutta la possibile diligenza,
nello scrivere in mio nome al maestro di posta, perchè egli
vi faccia noto il luogo, la maniera e la persona a cui consegnò
il dipinto perchè lo inviasse a questa volta... » (Archivi di
Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 650, fol. 12 1. Cfr. Caval-
casene, Tiziano ecc., voi. II, pag. 218, nota 2).
0:559, giugno 19 — Tiziano, scrivendo a Filippo II per par-
largli d’altre opere, accenna nuovamente allo smarrimento
del « Christo morto nel sepolcro » (Archivio di Simancas,
Segreteria di Stato, Leg. 1336. Cfr. Cavalcasene, voi. II,
pag. 242).
1558, giugno 11:
« Fu fatto fare il stendardo per metter alFabati il giorno della
festa di San Bernardin, da Tyzian Vecellio, Cadorin, pittore famoso,
e costa scudi 17 veneziani come il libro Cassa Vecchio a carta 8 e 9
il quale si conserva in nostro Oratorio » (Archivio di San Giobbe,
Note manoscritte del Morelli e del Cicogna nella copia dell’Anonimo
del Morelli, ora aUa Biblioteca di Venezia. Cfr. Cavalcasene, Tiziano
e gli Estensi, voi. II, pag. 219 e nota 2).
1558, settembre 21 — Muore a Yuste il più grande mecenate di
Tiziano, l’imperatore Carlo V. Filippo II, succedutogli, in
memoria del suo grande padre, ordinò al Duca di Sessa, Go-
vernatore di Milano, che fossero pagati gli arretrati delle
pensioni concesse a Tiziano da suo padre (Cfr. Ridolfi, Le
meraviglie dell' Arte, voi. I, pag. 244-45).
1559, settembre — Orazio di Tiziano fa omaggio alla Maestà
Cattolica di Filippo II, di un suo quadretto con un Cristo in
croce.
Era questa un’offerta atta ad ingraziarsi l’imperatore per farsi
far giustizia contro lo scultore Leone Aretino che lo aveva assalito
allo scopo di rapinarlo (Lettera di Tiziano a Filippo II, in data
« 12 giulio 1559 », Arch. di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1330).
1559, settembre 27, Di Venezia — Tiziano a Filippo II (let-
tera precedentemente riportata):
« Il suddetto mio figliuolo Horatio... le manda insieme
con li miei un suo quadretto con un “ Christo in Croce ” da
lui dipinto ».
1559 — Tiziano termina ed invia a Filippo II le due «poesie»
di Diana e Atteone e Diana e Calisto, colla nuova Deposizione,
richiesta dal suo Mecenate in sostituzione di quella smarrita.
Contemporaneamente egli lavora attorno a nuove tele: al
Cristo nell’Orto, a Europa sul toro, ad Atteone lacerato dai
cani e ad una Fanciulla turca 0 persiana.
Le due prime opere, completate soltanto nel settembre 1559,
a tre anni di distanza dall’inizio, portano la segnatura: titianus. f.,
e sono a Londra, nella Galleria Bridgewater, la Deposizione è
al Louvre. Quest’ultima è segnata: titianus vecellius aeques
caes. , ed ha una replica, forse opera di bottega, al Museo di Vienna,
inviata dalla Serenissima nel 1572 al primo Ministro di Spagna
Antonio Perez (Cfr. Manoscritti del Cicogna, Note all’ Anonimo del
Tizianello, e Bachet, in Gazette des Beaux Arts, 15 gennaio 1859,
pag. 76).
1559, giugno 19, Di Venetia — Tiziano a Filippo II:
« Ho già fornite le due poesie dedicate a Va. M.tà, l’una de
Diana al fonte sopragiunta da Atheone, e l’altra di Calisto
pregna di Giove spogliata al fonte per comandamento di
Diana dalle sue Ninfe... Dopo le hauer mandato queste, mi
darò tutto a fornir il quadro del “ Christo nell’horto ” et
l’altre due poesie già incominciate, l’una di “ Europa sopra
il Tauro,” l’altra di “Atheone lacerato dai cani suoi ”» (Ar-
- i65 -
chivio di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1336. Cfr. Ca-
valcasene, Tiziano, ecc., voi. II, pag. 242).
1559, luglio 13 — Filippo II, da Ghent, a Tiziano, racco-
mandando di porre termine velocemente al «Christo sul
Monte » e alle altre sue poesie e ordinando una nuova
Deposizione per sostituire la perduta (Archivio di Si-
mancas, Segreteria di Stato, Leg. 1336. Riportato esat-
tamente in Ridolfi, Meraviglie dell1 Arte, voi. I, pag. 242,
in data 1558; Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. II, pag. 243).
1559, agosto 3, Di Venetia — Il Segretario Garcia Her-
nandez a Filippo II:
« Tiziano avrà terminato le pitture di “ Diana e Atteone ”
soltanto fra venti giorni, giacche esse sono assai grandi...
Insieme con questi dipinti egli mi consegnerà inoltre il “ Cristo
nella Tomba ” di misura più grande che non era quella del
suo primo esemplare, giacché le figure vi sono eseguite per
intero, ed una piccola pittura di fantasia, rappresentante
una "fanciulla turca o persiana”: il tutto eseguito splendida-
mente » (Arch. di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1323,
fol. 262. Cfr. Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. II, pag. 244).
1559, settembre 27, Di Venetia — Tiziano a Filippo II:
« Mando a V.a M.tà le pitture che sono Atteone, Calisto,
et il Salvator nostro nel Sepolcro in luogo di quello che
già si smarrì per viaggio et m’allegro che oltra che questo
secondo è di forma più grande che non era il primo, egli mi
sia nel resto ancora riuscito meglio assai che non fece quel-
l’altro, et manco lontano dal merito infinito di V.a M.tà: il
qual miglioramento in buona parte attribuisco al dolore della
perdita del primo che mi è stato nel far questo et gli altri
quadri medesimamente un gagliardo stimolo a sforzarmi di
rifar quel danno con doppio avantaggio.
« Se contra la sua aspettatione et il credei mio ho indu-
giato sì lungamente a finirle et mandarle (che nel vero con-
fesso esser tre anni et più che li ho cominciato) non lo ascriva
V.a M.tà a mia negligenza... » (Arch. Simancas, Segreteria di
Stato, Leg. 1336. Cfr. Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. II,
Pag- 245).
All’Archivio di Simancas (Leg. 1324, fol. 193) è conser-
vato il Conto che Hernandez Garcia spediva al Governo spa-
gnuolo il i° ottobre 1563: « A. di V ottobre 1559 ho spedito
— i66 —
a Genova quattro casse di vasi di vetro... Per portare a Ge-
nova queste casse ed altre due in chi furono rinchiusi i qua-
dri di ‘ ‘ Christo nel Sepolcro ’ ’ e di “ Diana e Calisto ’ ' che
Tiziano inviò a Sua Maestà è stato speso scudi 25 » (Cfr.
Crowe e Cavalcasene, voi. II, pag. 286, nota 1).
1559, autunno — Compie e manda in Ispagna, al solito com-
mittente il «Re Cattolico», una Adorazione dei Magi. Inoltre
continua a lavorare per il Cristo nell’Orto e pel Giove con Eu-
ropa; inizia una Maddalena e chiede conferma al re Filippo II
dell’ordinazione di certe « uittorie di Cesare ».
Dal Carteggio null’altro risulta nei riguardi delle Vittorie di
Cesare. Nel 1557 Don Luigi Davela scriveva intorno alle Battagtie
di Carlo V, [affrescate nel suo palazzo a Plasencia in Ispagna,
tratte, diceva, da disegni di Tiziano (Stirling, Cloister life of Carlo V ,
pag. 149). Disegni riapparsi a Praga nel 1723 (Cfr. Zanotti, Accade-
mia Clementina, 1739, in Ciani, Storia pop. cad., voi. II, pag. 319;
Cavalcasene, voi. II, pag. 277, nota 1).
Solo nella primavera del ’6i giunge indirettamente notizia al
Pittore che il dipinto, ora al Prado, era pervenuto al Re con Diana
e Calisto e il Cristo morto della spedizione precedente.
Lettere di Tiziano a Filippo II:
1560, 24 marzo, Di Venetia:
« Io mandai molti giorni sono a V.a M.tà le pitture che 10
feci di suo ordine. E non ha vendo insino a questo dì inteso
cosa alcuna, sono indoto [a dubitare o che V.a M.tà non le
habbia avute, overo che piaciute non le siano: la qual cosa,
se così fosse, mi [sforzerei riffaccendole di far sì che V.a M.tà
ne rimanesse sodisfata... ».
1560, aprile 22, Di Venetia:
« ...Sono hoggi mai sette mesi che io mandai a V.a M.tà
• le pitture che mi furono da lei ordinate e non havendo in-
sino a (qui havuto aviso del recapito mi sarebbe singoiar
gratia a intender se elle sono piaciute... e quando le fos-
sero piaciute mi porrei con migliore animo a finir la fauola
di “Gioue*con Europa” e la historia di “Cristo nell'orto ”
per far cosa che non riuscisse del tutto indegna di sì gran
Re... ». «Mi astringe anco la divotion mia a ricordarle che
V.a M.ta sia seruita di commetter che siano dipinte a memo-
ria de posteri le gloriose et immortali uittorie di Cesare. Delle
quali io disidero di essere il primo a farne alcuna per segno
di grato animo verso i molti benefici ricevuti da Sua Maestà
Cesarea e da V.a M.tà Catolica, onde mi sarà singoiar fauore
che ella mi degni di farmi intendere il lume, secondo la qua-
lità e condition delle sale o camere, nelle quali haurà a esser
riposta... ».
1560, agosto 1:
« Il primo di agosto del 1560 pagai a Tiziano scudi tre
che egli spese nel porre in ordine il quadro dei “Tre Re”
che io inviai a Sua Maestà per mezzo degli Ambasciatori
Veneziani» (Archivio di Simancas, Leg. 1324: Dal Conto di
Hernandez Garcia succitato).
1561, aprile 2, Di Venetia:
« ...Ho inteso per lettere del Delfino che a V.a M.tà Cato-
lica sono piaciute le Pitture che io le mandai, cioè la poesia
di “ Diana alla fonte,” la fauola di “Calisto”, il “ Christo
morto ” e i “ Re d'Oriente,” di che ho preso quella conten-
tezza che si ricerca al desiderio ch’io ho di seruirla... ». « ...ho
apparecchiato una pittura della “ Maddalena,” la quale si
appresenterà innanzi con le lagrime in su gli occhi e suppli-
cheuole per li bisogni del divotissimo seruo... Intanto appa-
recchierò il “ Christo ne l’horto,” la poesia della “Europa ”»
(Il carteggio è tolto dagli Archivi di Simancas, Segreteria di
Stato, Leg. 1336. Cfr. Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. II,
pag. 275-79).
1560, circa — È probabilmente di questo tempo il ritratto di
Irene di Spilimbergo, dipinto di memoria, affidato a Tiziano
(certo da lui non eseguito).
La pittura (a Maniago, Casa Maniago) porta, sul plinto marmo-
reo d’una colonna, l’iscrizione: si fata tulissent.
Tiziano era legato da lunga amicizia con Giulia Spilimbergo
da Ponte, madre dellTrene e figlia dell’amico Paolo da Ponte,
patrizio Veneto. Ella aveva tenuto al fonte battesimale uno dei
figliuoli dell’Artista (Vasari, voi. XIII, pag. 41). Vorrebbe la tra-
dizione che l’Irene, morta a 20 anni, in fama di ottima nella pittura,
fosse stata allieva di Tiziano stesso (Atanagi Dionisio, Rime di
diversi in morte della signora Irene, Venezia, 1561), tanto che il
Dolce, alla scomparsa di lei, invitò, con un sonetto, il Cadorino ad
eternare quelle sembianze che avevano ispirato la musa del Tasso
stesso (Maniago, Storia delle belle ani friulane, pag. 280 e 129; Ata-
nagi, op. cit.; Cfr. Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. II, pagg. 270-71).
— i68 —
1561, novembre — - Tiziano ha ultimata la Maddalena, che alcuni
giorni dopo consegna a Garcia Hernandez affinchè sia spedita
in Ispagna.
Secondo il Vasari (voi. XIII, pag. 41) ed il Ridolfi (voi. I, pag. 248)
la Maddalena originale fu acquistata dal patrizio Silvio Badoer
che, vedutala presso il Pittore, se la fece cedere, e alla Maestà Cat-
tolica toccò la replica.
1561, agosto 17, Di Venetia — Tiziano a Filippo II:
« Io sto aspettando che la M.tà V.a anchora mi mandi a commet-
tere a chi debba consignare il quadro della “ S.ta Maria Maddalena,”
et quale già molti giorni le ha promesso et fornito »... « In tanto
andrò conducendo a compimento il “Christo nell'horto,” 1’ “ Europa”
et altre pitture che ho già disegnate di fare per V.a M.tà » (Archivi
di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1336. Cfr. Cavalcasene, Ti-
ziano, ecc., voi. II, pag. 282).
1561, ottobre 22, Madrid — Filippo II a Tiziano, per dargli
istruzioni intorno alla spedizione della Maddalena, del
Cristo nell’orto e dell’ Europa (Gaye, Carteggio degli Artisti,
voi. Ili, pag. 59. Cfr. Crowe e Cavalcasene, op. cit., voi. II,
pag. 283).
1561, novembre 20, Di Venezia — Garcia Hernandez rassi-
cura Filippo II per quanto riguarda l’esecuzione dei suoi
ordini per l’invio.
1561, dicembre 1, Di Venezia — Tiziano annuncia al Re
la consegna della Maddalena (Archivio di Simancas,
Segreteria di Stato, Leg. 1324).
1561, dicembre 15:
« Il 15 dicembre... pagai a Tiziano due scudi ch’egli spese
nel porre il quadro della “ Maddalena ” che io spedii, se-
condo gli ordini di Sua Maestà, per mezzo del Marchese di
Pescara» (Dal Conto di Garcia Hernandez. al Gov. Spagnuolo,
succitato. Cfr. Cavalcasene, op. cit., pag. 286, nota 1).
1562, aprile — Garcia Hernandez parla al suo Signore d’un
piccolo quadro che Tiziano finirà quanto prima per inviar-
glielo.
1562/ aprile io, Di Venetia:
« Tiziano finirà quanto prima un altro piccolo quadro ch’egli
ha eseguito per Vostra Maestà, il quale egli invierà al Maestro di
posta di Milano, per il cui mezzo perverrà più sicuramente ed in
un tempo più breve a Vostra Maestà: ed io gli scriverò in Vostro
nome Che egli lo spedisca col primo corriere che di lì partirà » (Ar-
chivio di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1324, fol. 169. Cfr. Ca-
valcasene, Tiziano, ecc., voi. II, pag. 295).
1562, aprile — Il vecchio pittore pone termine alle due tele di
Cristo nell' orto e d’ Europa portata dal toro, iniziate già intorno
al giugno 1559, e mentre ne dà notizia dell’invio al Re di
Spagna, gli accenna ad una futura Nostra Signora col Bam-
bino in braccio (Lettera di Tiziano al Serenissimo e Cattolico
Re, Archivio di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1336.
Cfr. Cavalcasene, Tiziano e gli Estensi, voi. II, pag. 296).
Il Ratto d’ Europa di Boston (Coll. Gardner) è segnato: titianus p.
Senza data:
«Ad un uomo che portò da Genova insieme coi quadri del “Cristo
in preghiera ” e della “ Europa ” che Tiziano inviò a Sua Maestà,
diedi scudi venticinque e più cinque che furono spesi per porre in
^ordine i detti quadri... » (Dai Conti di Garcia Hernandez, succitati).
1562, maggio — Tiziano dona un quadro di Adone a Vecellio
Vecelli, probabilmente di bottega.
1562, maggio 24, Di Venetia — Tiziano a Vecellio Vecelli:
« Horatio vi manda il vostro quadretto d’Adonis, il quale
è bellissimo, e lo godrete per fino che si attende a fornir
l’altro di nostra donna » (Dall’originale del dott. Jacobi di
Cadore, riportate in Cavalcasene, op. cit., voi. II, pag. 95;
Ridolfi, Le meraviglie, voi. I, pag. 270; Ticozzi, Vite dei pitt.
Vecelli, note a pag. 64).
1564, gennaio — Il pittore, col figliuolo Orazio, commercia in
legnami e provvede al Duca d’Urbino, non solo dipinti,
ma assi di pino e travicelli.
1564, gennaio 6 — Lettera di Tiziano al Duca d’Urbino a
cui invia il legname (in Lettere di illustri italiiani, pub-
— 170 —
blicate da Zanoli-Bicchierai per le nozze Galeotti-Gar:
denas, Firenze, 1854, Le Monnier. Cfr. Cavalcasene, Ti-
ziano, ecc., voi. II, pag. 317).
1564, giugno — Tiziano eseguisce il quadro della Regina dei
Romani, ritratto della sorella di Filippo II e lo invia in
Ispagna, al Re.
1564, giugno 11, Venezia — Garcia Hernandez a Filippo II:
«... Ieri l’altro (Tiziano) mi diede un ritratto della serenissima
Regina dei Romani bene incassato, il quale spedisco con l’occasione
di questo corriere a Don Gabriele De la Cueva, perchè lo rimetta
a V.a M.tà con la prima buona occasione... ».
1564, luglio 15 — Filippo II a Garcia Hernandez:
«Direte a Tiziano che tengo a calcolo la diligenza... che usò
nel ritratto della Regina mia sorella e credo che riuscirà perfetto
come tutte le altre cose compiute di sua mano... ».
1564, agosto 31 — Ancora il Re all’Hernandez, annunciando
l’arrivo in Madrid del ritratto della Regina dei Romani
(Il carteggio proviene dall’Archivio di Simancas, Segre-
teria di Stato, Leg. 136 e 1325. Cfr. Cavalcasene, Tiziano
e gli Estensi, voi. II, pag. 323-25).
1564, ottobre — Dopo sette anni di assiduo lavoro, Tiziano
termina la grande Cena dell’Escorial destinata a Filippo IL
Il Cadorino non si affrettò a consegnare l’opera poiché vedeva
malsicuro il pagamento delle sue pensioni su Milano e la Spagna
(trasandando su quelle di Napoli) e se ne lagnava: « delle tante altre
mie pitture mandate fin hora a V.a M.tà, non ho hauto mai pur un
minimo danaro in pagamento ». D’altra parte Filippo non riuscì
per lungo tempo a soddisfare questo desiderio perchè i suoi ordini
erano delusi dai suoi uificiali. Ottenuto il pagamento, che i teso-
rieri lombardi mutarono avaramente da denaro in natura, il Cenacolo
fu inviato all’Escuria^e.
Poiché la parete era malauguratamente troppo stretta per la
grandiosa opera, i monaci ne amputarono la parte superiore (Sulle
vicende sfortunate di quest’opera, vedi Cean Bermudez, riportato
dal Northcote. Life of Titian. voi. I, pag. 349-50. Cfr. Cavalca-
sene, Tiziano, ecc., voi. II, pag. 329).
Questa pittura è copia dall’originale, dipinto per il Refettorio
di S. Giovanni e Paolo a Venezia, e perito nell’incendio del 1571
(Emortuale de’ Padri de’ SS. Giovanni e Paolo. Cicogna, Iscrizioni
venete, voi. VI, pag. 825, Codex extr. Cfr. Cavalcasene, voi. II,
pag. 319, nota 1). Porta la scritta: titianus. f. c.
1563, luglio 28, Di Venetia — Lettera di Tiziano a Fi-
lippo II:
«... quantunque non mi resta più a fare cosa alcuna di
quelle che ella già si degnò di comandarmi, nondimeno son
per ridurre a compimento fra pochi giorni un quadro di pit-
tura già sei anni da me incominciato con intentione che
V.a M.tà Catholica dopo molte pitture di fauolosa inventione
godesse di mia mano una materia historica di deuotione
per ornamento de alcuna sua sala, et questa è una “Cena di
Nostro Signore con li dodici Apostoli ” di larghezza di braccia
sette et altezza di quatro et più; opera forse delle più fati-
cose et importanti ch’io habbia fatto per V.a M.tà, la quale
quanto prima sarà fornita le inuiarò per quei mezi che le
piacerà di commettermi. Intanto supplico humilmente la
M.tà V.a, per la sua alta pietà che auanti ch’io mora Ella
mi faccia gracia di sentire qualche consolatione e frutto di
quella tratta di tormenti di Napoli già tanto tempo conces-
sami dalla gloriosa memoria di Cesare suo genitore ».
1563, dicembre 6 — - Tiziano, che da parecchio non ottiene
risposta, se ne lagna, professando la sua devozione; parla
della Cena e si raccomanda per le pensioni, al pagamento
delle quali ambisce quale compenso a tutte le sue opere
eseguite per la Corte di Spagna, dato che:
« ...delle tante mie pitture mandate fin . hora a V.a M.tà
non ho hauuto mai un minimo danaro in pagamento » (Am-
bedue le lettere dagli Archivi di Simancas, Segreteria di
Stato, Leg. 1336. Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. II, pa-
gine 303-3°5)-
1564, marzo 8 — Filippo II, da Barcellona, a Garcia Her-
nandez, per [comunicargli due lettere di Tiziano e ordi-
nargli i pagamenti delle pensioni al Pittore e disporre
per la spedizione deir ormai terminato Cenacolo (Cfr. Ri-
dolfi, Le meraviglie dell’Arte, voi. I, pag. 268).
— 172 —
1564, marzo 8, Da Barcellona — Il Re a Tiziano, impar-
tendo anche a lui ordini per la spedizione e rassicuran-
dolo sulle pensioni.
1564, marzo 8, Da Barcellona — Al Viceré di Napoli per
ordinare il pagamento della pensione in grano.
1564, marzo 8, Da Barcellona — Il Re al Duca di Sessa,
governatore di Milano, con le medesime prescrizioni della
lettera precedente.
1564, aprile 16 — Il Garcia al Re. Comunica che Tiziano
rinuncia al diritto nel Credito di Napoli, poiché:
« ...non rammenta, essendo grave di età, dove abbia messe
le ricevute dell’assegnamento che l’Imperatore, di gloriosa
memoria, gli fece ». Dice che la « “Cena di Cristo,” non è ter-
minata come scrisse »;. ma sarà compita entro il mese di
maggio.
1564, giugno 11 — - Ancora il Garcia al Re:
« Tiziano lavora senza posa attorno al “Cenacolo,” eppure
non gli sarà possibile ultimarlo che entro tre. mesi ».
1564, luglio 15 — Il Re al Garcia, affinchè comunichi a
Tiziano il suo gradimento per la
« ...diligenza che usa nel condurre a termine il quadro della
“Cena di Cristo nostro Redentore” e pensi alle precauzioni
necessarie pel trasporto della pittura in Ispagna » (Tutto il
carteggio proviene dagli Archivi di Simancas, Segreteria di
Stato, Leg. 1325 e 136. Cfr. Cavalcasene, Tiziano, ecc., voi. II,
pag. 319-24).
1564, agosto 5 — Tiziano al Re di Spagna, per comuni-
cargli che, dopo sette anni di lavoro, il Cenacolo era
finalmente finito e per pregarlo di voler dare ordini ai
suoi Ministri pel pagamento delle pensioni (Cfr. Ridolfì,
Le meraviglie dell'Arte, voi. I, pag. 249-51).
1564, settembre 20 — Filippo all’Hernandez:
« Sono lietissimo di sapere che Tiziano abbia finito il
quadro della “ Cena di Cristo nostro Redentore ” perchè
tengo per fermo essere riuscito perfetto... », ed aggiunge d’aver
— I73
ordinato a Don Gabriele de la Cueva il pagamento sollecito
delle somme dovute al Pittore.
1564, ottobre Vili — Garcia Hernandez ad Antonio Pery
(lettera già citata):
« ...Il quadro di “ Cristo nella Cena ” che egli ha ese-
guito per V. Maestà, è riuscito, come già ho scritto, una
cosa veramente mirabile, ed anzi, stando al parere de’ mae-
stri dell'arte e di quanti altri lo vedono, è uno de’ più mira-
bili dipinti che abbia mai eseguito Tiziano. Esso è già condotto
a termine ed il pittore doveva consegnarmelo il 15 settembre,
perchè lo inviassi a Genova, e quando partì, dissemi che
ritornando egli me lo avrebbe finito e consegnato. Ma questa
dilazione io sospetto nasca dalla sua spilorceria ed avarizia
che lo trattiene dal consegnarmelo, e lo tratterrà fino a che
non giunga il dispaccio di Sua Maestà che ordini il pagamento
di ciò ch’egli deve avere: e se, ritornando, egli non mi darà
il dipinto, io la intenderò proprio così. M’adoprerò, in ogni
modo, per cavarglielo di mano, e perchè dia principio al
quadro di... San Lorenzo, giacché quantunque egli sia già
si vecchio, esso lavora e può lavorare, e se vedesse denari
farebbe anche più di ciò che la sua età richieda; poiché per
guadagnare, egli fu capace di andare di qui a Brescia, ad
esaminare un certo luogo ove dev’essere situato un dipinto
che vuoisi da lui... » (Archivio di Simancas, Segreteria di
Stato, Leg. 1325. Cfr. Cavalcasene, Tiziano, etc., voi. II,
pag. 220, nota 2).
1564, ottobre 15 — L’ Hernandez a Filippo II:
« Il quadro di “ Cristo Nostro Signore nella Cena ” verrà
ultimato e incassato fra 8 o io giorni... Il pittore comin-
cierà subito, nel medesimo telaio quello del glorioso “ S. Lo-
renzo”...». «Se V.a M.tà deciderà di volere alcuna altra cosa
di sua mano, sarà duopo avvisarmelo in tempo, poiché se-
condo ciò che si dice da persone che bene il conoscono, è
presso i novant’anni, benché non li dimostri e per i danari
farà ogni cosa » (Arch. di Simancas, Leg. 1325. Cfr. Caval-
casene, op. cit., nota 2 a pag. 327).
1566 — Il Consiglio dei Dieci accoglie la domanda e concede
la patente a Tiziano per il monopolio della pubblicazione di
alcune stampe, eseguite da Cornelio Cort e Niccolò Boldrini,
dalle sue più famose pitture (Cfr. Cadorin, Dello Amore ,
— 174 —
pag. 9 e 65). La collezione completa, inviata a Domenico
Lapsonio a Liegi, provoca una entusiastica lettera di ri-
sposta in cui il Maestro è chiamato « primo paesista del
tempo » (Cfr. Gaye, Carteggio, voi. Ili, pag. 242; Cavalca-
sene, op. cit., voi. II, pag. 344-45).
1566 — Tiziano termina il quadro di San Lorenzo, che Filippo II
gli aveva commissionato dal 1564.
Quando il Re commise l’opera ah Pittore, Garcia Hernandez
consigliò il suo Signore ad accontentarsi di una copia di Orazio di
Tiziano dal quadro dei Crociferi. Il consiglio non fu seguito; però
Tiziano inviò poi una replica con varianti da quell’antica sua pittura,
1566, agosto 31 — [Filippo II a Garcia Hernandez; fra
l’altro lo incarica di commissionare a Tiziano « una im-
magine di San Lorenzo... ».
1566, ottobre 9 — Il Garcia scrive ad Antonio Pery (lettera
più volte citata) affinchè consigli Filippo II d’acconten-
tarsi di una copia del S. Lorenzo di Tiziano, dipinto per
la tomba di Lorenzo Massolo, nella chiesa dei Crociferi
a Venezia, tra il 1555 e il 1558.
1566, ottobre 8 — Garcia Hernandez a Filippo II, promet-
tendo d’ordinare a Tiziano il S. Lorenzo (Ciascuna lettera
ha l’originale a [Simancas, Leg. 1335, Archivio Segre-
teria di Stato).
1565, luglio 28 — Lettera di Tiziano al Re di Spagna:
«... in tanto andrò riducendo a compimento la pittura
del “ Beato Lorenzo ”... » (Archivio di Simancas, Leg. 1336.
Cfr. Cavalcasene, op. cit., pag. 335 del voi. II).
1566, marzo 26 — A Garcia Hernandez il suo Re:
« Appresi, giusta quanto scrivete, ciò che vi disse Tiziano,
cioè che in questa quaresima egli finirebbe il quadro di “ San
Lorenzo ” che io desidero... » (Arch. di Simancas, Leg. 1325,
e Cavalcasene, op. cit., voi. II, pag. 345, nota 4).
1566, primavera — Giorgio Vasari, per una nuova edizione
delle sue Vite, fu in quest’anno a Venezia (Cfr. Gaye, Car -
— 175
leggio, pag. 210-219, in cui sono raccolte le lettere di viaggio
dell’Aretino).
Visitato lo studio di Tiziano, narra d’aver ammirato in fattura:
«un “martirio di S. Lorenzo” pel Re cattolico;
«una della “Crocifissione” coi crocifissori in basso per Gio-
vanni d’Anna;
« un quadro cominciato pel doge Grimani, padre del patriarca
d’Aquileia;
« tre quadri grandi per la sala del Palazzo Grande di Brescia,
appena cominciati;
« una donna nuda che s’inchina a Minerva, sullo sfondo di mare
solcato dal corso di Nettuno (opera lasciata incompleta per la morte
di Alfonso I di Ferrara);
« Cristo appare alla Maddalena, a figure al naturale;
« Deposizione al sepolcro;
« Un suo ritratto, finito da quattro anni;
« nostra Donna;
« S. Paolo in lettura, a busto».
(Vasari, Vite, voi. XIII, pag. 43-44).
1566, ottobre — Tiziano, insieme con altri artefici veneti, è
descritto nel Libro della Compagnia e Accademia del Di-
segno di Firenze. Il partito si legge a carte 17 del Libro del
Proveditore, segnato E, esistente nell'Archivio della Fioren-
tina Accademia delle Belle Arti (Vasari, nel Prospetto cro-
nologico della vita di Tdziano, voi. XIII, pag. 67).
Questo in seguito ad una lettera all’Accademia toscana di pit-
tura nella quale il Cadorino e vari colleghi chiedevano d’essere
ammessi a farne parte. L’Accademia accolse ad unanimità i nomi
di Andrea Palladio, Giuseppe Salviati, Danese Cattaneo, Battista
Zelotti, Jacopo Robusti, Tiziano Vecellio, pittori (Vasari, Degli
Accademici del Disegno, voi. XIII, pag. 183).
1566 — Per la chiesa della Pieve, della natia Cadore, Tiziano
ideò la decorazione ad affresco che i discepoli eseguirono sui
suoi disegni.
Gli affreschi, distrutti nel 1813, rappresentavano, quelli della
volta del coro, V Eterno che riceve la Vergine, attorniata da Evan-
gelisti e da angioli, ‘e quelli delle pareti V Annunciazione e la
Natività. Negli archi del coro otto mezze figure di profeti e più
in basso la Vergine addolorata e 5. Giovanni evangelista (. Notizie
— 176 —
compiute nei Manoscritti di Taddeo Jacobi ). Tiziano, già nel marzo
del ’6j ebbe un acconto sui 200 ducati complessivi che gli spetta-
vano, segno che l’opera era molto innanzi (Cfr. Cavalcasene, op.
cit., voi. II, pàg. 368).
1:565, ottobre — Tiziano è a Cadore con parecchi disce-
poli: alcuni di essi firmarono l’atto col quale Fausto
Vecelli, il i° ottobre, veniva nominato notaio. Sul docu-
mento le firme di Valerio Zuccato, Emanuele Andorfer
di Asburgo e Cesare Vecelli (Cfr. Ticozzi, Vite dei pittori
Vecelli, pag. 238; Cavalcasene, op. cit., voi. II, pag. 335).
1566, giugno 18 e luglio 2 — Lettere del Municipio di Ca-
dore che avvisano Tiziano di essere in attesa dei disce-
poli che debbono dar mano agli affreschi della Pieve. Ti-
ziano avrebbe avuto in compenso 200 ducati (Cfr. Ti-
cozzi, Vite dei pittori Vecelli, pag. 318-19; Cavalcasene,
op. cit., voi. II, pag. 353).
1567, marzo 21 — Il Comune di Cadore dispone affinché
siano consegnati a Tiziano 50 carichi di legname da
costruzione come primo acconto del suo credito (Cfr.
Ticozzi, op. cit., notizie complete, da pag. 316 a 339).
1567 — Invia una pittura di Nostra Donna al Duca d’Urbino
che ne era stato il committente.
Lettere di Tiziano al Duca:
1567, maggio 3, Di Venezia:
«... Già molti e molti giorni sono, che per ordine di Vostra
Ecc.tia Ill.ma le mandai col mezo del suo Secretano la pittura
della “ Nostra Donna.” Onde perchè fin hora non ho poi
havuto novella s’ella le sia stata di sodisfattione, son ve-
nuto con queste mie a baciarle reverentemente le mani... »
(Zanoli-Bicchierai, Lettere d’illustri italiani non mai stam-
pate, Firenze, Le Monnier, 1864, pag. 11).
1567, ottobre 27, Di Venetia:
«... Sono scorsi mesi 6 dal io di Vnaggio in qua; ma so-
lamente avendomi trattenuto con parole; ho voluto prender
partito di avvisarne V. Ecc.tia IH. ma con questa, affinchè la
— 177 —
sua infinita liberalità soccorresse al mio bisogno... » (Cfr
Gaye, Carteggio, voi. III. pag. 249; Cavalcasene, op. cit.,
voi. II, pag. 359-60).
1567 — Il nostro Artista dipinge e dona al Papa Pio V ed al
Cardinale Alessandro Farnese le tre tele rappresentanti:
S. Maria Maddalena nel Deserto, il Beato Pietro Martire e
una Immagine di S. Caterina.
Tiziano si era rivolto al Cardinale Farnese, affinchè, per mezzo
del Legato apostolico, intercedesse presso Filippo II di Spagna
che doveva concedere a suo figlio Pomponio la naturalizzazione
spagnuola, che gli avrebbe procurato un reddito di qualche centi-
naio di ducati. Grato per l’interessamento del Cardinale, Tiziano
accompagna il dono con le lettere seguenti:
1567, marzo:
« Havendo compreso per le lettere di V.a S.ia Ill.ma et
R. ma che la sua singoiar cortesia e benignità non si è sde-
gnata d’aver cara la carta ch’io le mandai, ho preso ardi-
mento di venire a farle riverenza con un altro segno di
tributo della mia servitù. Questo è una immagine di “ S.a
Maria Maddalena nel deserto ” in atto di devozione et di
pentimento »... « come pittura di questa mia ultima età, et
fatta da per diletto, supplico V.a S.ia Ill.ma et R.ma a de-
gnarsi di ricevere benignamente»... «Con queste le sarà
presentata insieme un altra pittura, la quale io mando a N.°
S. re et è il “ Beato Pietro Martire .” Se V.a S.a Ill.ma si de-
gnerà esser servita che Sua Santità l’abbia per mezzo suo,
io l’avrò per somma gratia et favore » (Lettera senza data,
ma, secondo il Ronchini, Relazioni di Tiziano coi Farnesi,
probabilmente scritta sul finire del marzo 1567).
1567, maggio 17:
«Già son quasi due mesi ch’io mandai a V.a S.iaIll.ma e
R.ma due mie pitture, una “ S.ta Maria Maddalena ” per
V.a S.ia Ill.ma et il “ Martirio di S. Pietro Martire ” a No-
stro Signore, insieme con le mie lettere, supplicandola a de-
gnarsi di favorirmi nella cosa di Pomponio »... « Nè però
finora ho avuto novella alcuna » (Ronchini, op. cit., pag. 143).
Senza data; ma probabilmente di questo momento.
Lettere del Cardinal Farnese a Tiziano per invitarlo ad
inviare una 5. Caterina e promettergli che il suo desiderio
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3. 12
I
— 178 —
pe.r Pomponio sarà esaudito (Ticozzi, Vite dei pitt. Vecelli,
pag. 317; Cavalcasene, op. cit, voi. II, pag. 363-66).
1566-71 — In questi anni si ha notizia dei commerci che Ti-
ziano esercitava cogli antiquari e coi loro agenti e probabil-
mente è di questo periodo il ritratto di Jacopo Strada, a
Vienna, antiquario alla Corte di Rodolfo II a Praga (Cfr.
Lettere dello Stoppio e Racconti dello Strada , pubblicati dallo
Stockbauer, Kunstbestrebungen am Bayrischen Hof\ Caval-
casene, op. cit., voi. II, pag. 355-57).
1567, dicembre — Mentre il nostro Pittore fa invio del Mar-
tirio di S. Lorenzo che, per la morte di Garcia Hernandez,
da più di un anno giaceva terminato nella bottega dell’Artista,
unisce una Venere ignuda, dipinta nel frattempo, e progetta,
ancora per conto di quel Re, una serie di tele con scene della
vita di S. Lorenzo. Queste ultime avrebbero dovuto essere
dipinte con l’aiuto d’Orazio e d'un discepolo.
1567, dicembre 2, Di Venetia — Tiziano all’« Invittissimo »
di Spagna.
« Dalle lettere di V.a M.tà Catholica scrite al secretano
Garcia Ermando di buona memoria ho compreso il grandis-
simo desiderio che ella ha della pittura del “ Beato Lorenzo ”,
la quale già molti mesi sarebbe giunta in Spagna se non
fosse stata la tardezza et l’indispositione et per la morte
seguita del detto Secretano suo; ma hora la consegnerò al
Consolo della natione che l’indirizzerà a camino; che oltra
di ciò ho inteso che V.a M.tà Catholica desidera d’auer distesa
in pittura tutta la uita del detto Santo, la qual cosa se è così
la supplico a degnarsi d’esser seruita ch’io intenda in quante
parti essa la uoglia et l’altezza, et larghezza de li quadri con
il lume loro, perch’ella potrebbe esser fatta in 6, in 8 et in
io pezzi oltra questa parte della sua morte, la quale è larga
braccia 4 et mezzo et alta 6, et quando haurò inteso la sua
uolontà io meterò ogni opera perch’ella resti presto seruita,
non restando di adoprar in questo Oratio mio figliuolo et
suo seruitore insieme con un altro molto ualente giouine
mio discepolo, acciocché quella breuità ch’ella mi coman-
derà l’opera si eseguisca,.. »...« ...supplicando di nuovo... ad
hauermi per iscusato se per colpa dei suoi ministri ho tar-
— i?9
ciato fin fiora a mandarle la tela del " Beato Lorenzo, ’’ l’auiso
come insieme con detta tela le mando una pittura d’una
“ Venere ignuda,” la quale ho fatto da poi che ebbi fornita
la suddetta fui a questo tempo... » (Archivio di Simancas,
Segreteria di Stato, Leg. 1346. Cfr. Cavalcasene, op. cit.,
voi. II, pag. 369-71).
1568, giugno — Il vecchio Maestro termina tre tele per la de-
corazione della volta della Gran Sala nel Palazzo Pubblico
di Brescia.
Già grave d’anni egli si recò ad osservare il luogo in cui avreb-
bero dovuto essere collocati i dipinti, poi eseguitili, rappresentando
fatti storici dal contratto fissati, li inviò a Brescia, dove i Deputati,
malcontenti, li giudicarono severamente. Dopo lunga contesa, a cui
Tiziano fece intervenire il Bollani, vescovo di Brescia, il Pittore
dovette accontentarsi di 1150 ducati.
Non molto dopo, i quadri allegorici perirono nell’incendio del
Palazzo Pubblico, avvenuto il 18 gennaio 1575 (Brognoli, Guida di
Brescia, pag. 58). Essi rappresentavano, secondo le minute prescri-
zioni del contratto: quello di mezzo sei figure cioè: Brescia, Minerva
Marte e tre Naiadi. « La Brescia doveva stare nell’aria sospesa,
nella più degna et eccellente parte dello spatio in forma di bellissima
donna, con grave, maturo et venerando aspetto, ornato riccamente
il capo, senza corona, però, o regai abito, vestita a lungo all’antica,
di veste bianchissima, cinta di fascia azzurra: doveva avere le braccia
ignude e la mammella destra, aggruppando le vesti sulla spalla
sinistra, e sotto il destro fianco, stendendo il braccio destro, do-
veva porge're verso levante una statua d’oro, simulacro della Fede ».
La mano sinistra di questa fede doveva sostenere una cornucopia...
Il secondo dipinto rappresentava: «Vulcano coi Ciclopi alla fu-
cina ed un leone che cupamente rugge sul dinanzi del quadro ».
Il terzo: « Cerere e Bacco e due Dei di Fiume » (Vedi Zamboni,
Memorie intorno alle pubbliche fabbriche di Brescia, Brescia, 1778,
appendice IV, pag. 132 e seg.).
Non resta memoria che della composizione dei Ciclopi e Vulcano
in una stampa del 1572, eseguita dal Cort.
1564, ottobre 3 — Tiziano firma il contratto per la pittura
di tre tele per la volta della Gran Sala del Palazzo Pub-
blico di Brescia d’argomento storico, indicatogli, e riceve
in anticipo 150 ducati (Il contratto originale è riportato
in Zamboni, Memorie, ecc., voi. IV, pag. 81-86. Cfr. Ca-
valcasene, op. cit., voi. II, pag. 328-29).
— i8o —
1564, ottobre 8, Di Venetia — Garcia Hernandez a Fi-
lippo II (lettera cit.) :
« Tiziano ha condotto al termine la pittura del “ Cena-
colo ” e me la consegnerà non appena è tornato da Brescia
donde egli è atteso di momento in momento... ».
1564, ottobre 9 — Ancora il Garcia al Re (lettera più
volte citata):
« Tiziano è andato a Brescia ad esaminare il luogo in
cui sarà situato un suo dipinto » (Carteggi di Simancas,
Leg. 1325).
1566, gennaio — L’inviato del Municipio di Brescia comu-
nica al suo Governo che due tele son prossime al com-
pimento (Zamboni, op. cit. Cfr. Cavalcasene, op. cit.,
voi. II, pag. 345).
1568, giugno — Tiziano annuncia ai Deputati bresciani che
le tele sono terminate, che ne attende il compenso (Zam-
boni, op. cit.).
1569, giugno 3, Di Venetia — Tiziano a Domenico Bollani:
«... Non è certo questo il premio che io aspettava dalle
loro larghe promesse, et che mi porgeva quel gran concetto,
che io haveva della liberalità loro et tanto più havendomi
essi Signori fatto fare una di quelle pitture ad un modo
secondo Tarbitrio mio, et poi fattomi rifarla al loro modo
senza alcun rifacimento del tempo, et de la spesa in ciò corsa
oltra li molti interessi patiti in viaggio per condurmi a Bre-
scia... Però pregarò di novo V.a S.a Ill.ma et R.ma a degnarsi
di pregarli per sua infinita benignità di contentarsi del do-
vere perchè non resti così macchiato l’honor mio... ond’io mi
contenterò sempre del honesto et del dovere, trattandosi
questo negotio amorevolmente... » (Zamboni, op. cit., Ap-
pendice V, n. 4, pag. 143, e testo a pag. 80. Cfr. Cavalcasene,
Pag- 373-76 del voi. II).
1568 — Tiziano invia al Re di Spagna « hauendo in questi ul-
timi giorni riduto a compimento, la pittura di Nostro Signore
col Fariseo che gli mostra la moneta », sperando di ottenere
ancora « quella benedetta tratta di grano del Regno di Na-
poli, non ancora eseguita mai in tanti e. tanti anni » (Let-
— i8i —
tera a Filippo II, in data 26 ottobre 1568. Cfr. Cavalcasene,
voi. II, pag. 379).
La storia esterna di quest’opera racconta come il Maresciallo
Soult asportasse dalla Spagna questa tela, che ora è nella Galleria
Nazionale di Londra. Il dipinto porta il nome del Maestro: titia-
nus, ma è la prova più evidente di quanto lavorassero per lui gli
allievi (Cfr. Cavalcasene, op. cit., voi. II, pag. 380-81).
1569 — Il Consiglio dei Dieci, su richiesta di Tiziano (del giu-
gno 1567), investe Orazio della Patente di Sensale (Cadorin,
Dello Amore, pag. 9, 11 e 64).
1568, agosto — Il Cantiere di legname, in cui Murano faceva
i propri acquisti fu intestato ad Orazio, invece che a Tiziano
{Manoscritti di Taddeo Jacobi. Cfr. Cavalcasene, op. cit.,
voi. II, pag. 378).
1571 — Dipinge Lucrezia romana, violata da Tarquinio, ed ha
novantacinque anni. Anche questa pittura è cortigianesca-
mente inviata a Filippo IL
1571 — Filippo II trasmette la Patente su Milano, assegnata
a Tiziano, al figliuolo di lui (Gaye, Carteggio, voi. Ili,
pag. 297).
1571, agosto 1 — Ancora per impietosire il Re di Spagna e
indurlo a fargli consegnare la pensione di Napoli, gli manda
la pittura di Lucrezia Romana violata da Tarquinio e in-
siste, il vecchio avaro, sulla sua miseria:
« ...io non so come trouar modo di uivere in questa mia ultima
età la quale io spendo tutta sul seruitio di V.a M.tà Catholica senza
seruir altri, non havendo mai da 18 anni in qua auuto pur un
quattrino per pagamento delle pitture che di tempo in tempo ho
mandato ».
E ancora: « ...stando sicuro che la sua infinita clementia sia
per mostrar di hauer grata la seruitù d’un suo seruitor di età di
nouanta cinque anni... » (Lettera di Tiziano a Filippo II, Archivio
di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1336. Cfr. Cavalcasene, op.
cit., voi. II, pag. 383-84)*
— i82 —
1574 — - Scrive Tiziano in quest’anno d'essere occupato a dipin-
gere la « Bataglia » e una Natività pel solito suo Mecenate
di Spagna. La prima tela non fu spedita a Madrid prima del
Natale 1574. perchè non figura nell’elenco che Tiziano invia,
enumerando i propri dipinti.
Secondo la tradizione Filippo II avrebbe ordinato a Tiziano
un quadro delle medesime dimensioni del ritratto equestre del
padre Carlo V. Il Re stesso avrebbe voluto indicare il soggetto, e chia-
mato Sanchez Coello se ne fece tracciare il disegno. Questo, che
rappresentava Sua Maestà in atto di sollevare il primogenito verso
un angelo che reca palma e corona, mentre un moro è prigioniero
ai suoi piedi, fu inviato a Tiziano insieme allo schizzo del capo del
Re. Sdegnoso, il nostro Pittore rispose al suo protettore che d’or
in avanti non sarebbe stato più necessario andare in cerca d’artisti,
oltremare, dato che S. M.tà n’aveva uno valentissimo in casa
(Jusepe Martinez, Discursos practicables del Nobilisimo arte de la
Pintura, nel Catalogo di Don Pedro de Madrazo, pag. 343. Cfr. Ca-
valcasene, voi. II. pag. 389-90.).
La tela, in cui Filippo II offre il piccolo figliuolo alla Vittoria,
è proprio l’allegoria della Battaglia di Lepanto, ora a Madrid (Prado)
ed ha la segnatura: Titianus Vecellius aeques caes. fectt.
La lettera, di cui sotto, mostra come realmente giunse a Ti-
ziano un pittore dalla Spagna.
1574, dicembre 22, Di Venetia — Tiziano al segretario Antonio
Pery.
Mentre chiede i soliti pagamenti, unisce un memoriale delle
opere eseguite per quella Corte e afferma di lavorare nella pittura
del Presepio « ...hauendo inteso dal pittore che è giunto qui a me in
questi giorni uenuto di Spagna che S.a M.tà desiderarebbe la Na-
tività di Nostro Signore la quale sola le manca tra le sue pitture ».
« Memoriale a Sua M.tà Catholica per Titiano et Horatio
suo figliuolo.
« Primo, che sia posto nel bilanzo la pensione in Milano di Ho-
ratio mio figliolo, acciò senza trauagli et fatiche et interessi possi
goder la gratia fatia da Sua M.tà.
« Item, le pitture mandate a Sua M.tà in diversi tempi da anni
vinticinque in qua sono queste et solamente parte et non tutte in
ciò si desidera dal signor Alons pittor di Sua M.tà sia agionto quelle
che mancano per non racordarmele tutte:
«Venere con Adonio [1556];
«Calisto graveda da Giove [1561);
« Ateon sopragionge al bagno [156 il;
« Andromeda ligada al saso [1556];
« L'Europa portata dal Toro [1562];
« Christo nel horto alla oratione [1562];
«La tentazione de i hebrei con la moneta a Christo [1568],
« Christo nel sepolcro [1561];
« La S. Maria Magdalena [1561I;
«Li tre magi d’Oriente [ 1 56 r ];
« Venus con Amor gli tiene il spechio [-?];
« La nuda con il paese con il satiro [1567];
« La Cena del nostro Signor [1564];
« Il Martirio di S. Lorenzo [1567] con le altre molte ch’non mi
aricordo etc. » (Arch. di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1336).
1575, Natale, 1576, febbraio 27 — Sono le date delle due ultime
lettere che il vecchio Pittore scrisse sulla soglia dell’eternità.
Ancora fece appello alla benevolenza del Re di Spagna per
poter « sostentar come conuiene questo nome di caualiere
tanto honorato et dal mondo così stimato ». Invano, le sue
opere non ebbero mai compenso (Le lettere sono negli Ar-
chivi di Simancas, Segreteria di Stato, Leg. 1336. Cfr. Ca-
valcasene, op. cit., voi. II, pag. 404).
1576, agosto 27 — Tiziano muore a Venezia in questo giorno,
ucciso dalla peste che vi infieriva, a 99 anni. Il 28 agosto ebbe
luogo il seppellimento ai Frari (Cfr. Cadorin, Dello Amore,
pag. 74, 95 e 102; Borghini, Riposo, 1787, voi. Ili, pag. 89).
L’opera. 1
Nella prima pittura a noi nota, il grande quadro della Galleria
di Anversa (fig. 65), raffigurante Jacopo Pesaro, duce della flotta
papale, presentato da Alessandro VI a San Pietro, Tiziano si
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cadico, voi. 51, 1831, p. 335; Gaye (G.), Carteggio inedito d'artisti, voi. 20 e 30, Firenze, 1840;
— 184 —
muove con un impaccio campagnolo che ci richiama, piuttosto di
Giambellino, considerato dalla tradizione suo maestro, l’ingenuo
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Zwei Tizianische Bildnisse der Betliner Galerien (I. Ritr. di Ranuccio Farnese, copia da
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presupposto che Tiziano debba essere nato nel 1489 e non 1477). È recens. del libro di Gronau
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satro e profano con discussione delle altre interpretazioni e bibliografia relativa), in Monatsh. f.
- i85 -
Cima, specialmente nella figura legnosa di San Pietro, conta-
dino in vesti di parata, re del momento, che si trova a disagio sul
Kw., 1910, p. 365; Rickett (Charles), Titian, London, 1910; Hadeln (von D.), Ueber Zeichnun-
gen der friiheren Zeit Tizians, in Jahrb. Preuss. Ksts., 340, 1913, p. 220; Luzio (A.), La Galleria
dei Gonzaga, Milano, Cogliati, 1913; Holmes (C. T.), La « Schiavona », by Titian, in Burl.Mag.
XXVI, 1914-15; Guerrini, La « Schiavona » di Tiziano secondo documenti inediti dell' Archivio M ar-
tinengo Colleoni, in Brixia Sacra, VI, 1915; Cust (Lionel), The Lovers, by Titian, in Buri. Mag.,
XXIX, 1916, p. 37; Hourticq (Louis), La f ontaine d’ Amour de Titien, in Gaz. B. Arts, IV, XIV,
1917, pagg. 288-98; Colvin (Sidney), A portrait by Titian, in Buri. Mag., XXI, 1917; Fuchs
(W. T.), Tizian deutsche Landschaft-Architekturen, in Cicerone, vcl. X, 1918; Hadeln (v. D.),
Carlo Ridolfi: Le meraviglie dell'Arte, con note e commenti, Berlin, Grote, 1914, voi. I, p. 151-
210, 211-218; Bode (von W.), Die « Venus mit der Orgelspieler » von Tizian im Kaiser Friedr.
Museum Berlin, in Amtl. Ber., 1917-18 (XXXIX), n. 5, p. 94; Clerici (G. P.), Tiziano e
l' Hypner otomachia Poliphili e una nuova interpretazione del quadro della Gali. Borghese ( L’amor
Sacro e Profano ?), in Bibliografia, XX (1918), p. 183; Hetzer (Theodor), Die friihen Gemàlde
des Tizian, Basel, B. Schwabe, 1920 v. recens. crit. Hadeln, Kunstchronik, voi. 55, 1910-20,
p. 931); Hourticq, La jeunesse du Titien, Paris, Hachette, 1919 (recens. Rev. Art., 1920, I, 248,
con bibliogr.); Basch(V.), Titien, Paris, Libraire fran^aise, s. d., 1918-1920, con bibliogr.; Scrin-
zi (A.), Un disegno inedito di Tiziano (?); Ricevute inedite di Tiziano pel pagamento della Pala
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Venezia, Studi d' Arte e Storia, voi. I, p. 257 e segg., Milano, Roma, 1920; Borenius (T.), Some
reflections on thè last phase of Titian, in Buri. Mag., 410 (1922), p. 87, con fìg. (Borenius torna
sulla questione della data della nascita di Tiziano e sostiene debba ritenersi sia stata circa il
1478). V. su ciò Waldmann, Zur Frage von Tizians Geburtsjahr, in Kunstchronik, 1921, 21, I
e 11, III; Juhnig Karl (W.), Tizian, Miinchen, Hugo Schmidt, 1921; Tizians « Lukrezia und
Tarquin» der Wiener Akademie, in Zeitschrift fiir bildende Kunst, XXXV, 1921; Perkins (Ma-
son), An unpublished painting by Titian, in Art in America, IX, 1921; Borenius (Tancred),
Some reflections on thè last phase of Titian, in Burlington Mag., XLI, 192 2, pag. 87-91; Wald-
mann (Emil), Tizian, in Berlin Propylaeenverlag, 1922; Zoff (Otto), Tizian, Eine Untersu-
chung iiber die Auflòsung der Klassischen Idee, Miinchen, O. C. Recht, 1922; Gronau (G.), Ueber
einige unbekannte Bildnisse von Tizian, in Z. B. K., 1922 (570 anno), p. 60; Ferriguto (Ar-
naldo), Un autografo del Tiziano e la Pala dei Pesaro, in Antiquarium, periodico mensile, Ve-
rona, febb. 1922; Fischel (G.), Tizian. Des Meisters Gemàlde in 284 Abbild. (Collez. « Klassiker
der Kunst in Gesamt ausgaben »), 4a Auflage, Stuttgart, Berlin, Deutsche Verlags Aust., s. d.
(1922); Lanz (Otto), Ein Tizianportràt in Holland, in Belvedere, I, 1922-3, p. 14-16; Consta-
ble (W. G.), A drawing by Titian, Belvedere, I, 1922-3, p. 14-16; Hourticq (L.), Un nouveau
Titien (« Un frammento della distrutta Battaglia di Cadore, a Bergamo, Accademia Carrara »),
in Rev. Art., 1922, I, p. 182; Hetzer (Theodor), Studien iiber Titian Stil, in Jahrb. f.
Kunstwsch. I, 1923, p. 202; Hadeln-Detlev (Freiherr v.), Eine Zeichnung Tizians, in Jahrb.
d. Preuss. Kunst : XLIII, 1923, p. 106-8; Ingersoll Smonce (Florence), A propos de trois
tableaux du Titien, in G.B.A., 1923, II, 282. ( Ecce Homo di Vienna, Risurrezione di Urbino,
Pellegrini di Emaus al Louvre); Hadeln (D. v.), Zeichungen des Tizian, Berlin, Cassirer, 1924,
Tav. 44 (recens. E. Tea, Libri del giorno, 1924, p. 352, n. 7; recens. Roger Fry, Buri. Mag.,
45°, 1924, p. 160); Gronau (G.), Ein Bild der V erkiindigung von Tizian (Roma, Gali. Ad.),
in Z. B. K., 1924, p. 158; Hadeln (D. v.), Some little known Works of Titian, in Buri. Mag.,
45°, 179, 1924; Fiocco (G.), A historical Titian (la Testa recisa di S. Giov. Batt. su un piatto,
cit. da Ridolfi), Vienna, Collez. Privata, in Buri. Mag., 450, p. 199, 1924; Holmes (sir C.), Ti-
tian's « Venus and Adonis » in thè National Gallery, in Buri. Mag., 440, 1924, p. 16-22; Baumeder
(Englebert), Eine Stadie Tizians fiir die « Schlacht von Cadore », in Miinch. Jahrb. N. Z. J .,
1924, p. 20-5; Fròhlich-Bumm (L.), Five drawings for Titian's altar-piece of St. Peter Martyr,
in Buri. Mag., 450, II, 1924, p. 280; Fischel (O.), Tizian. Des Meisters Gemàlde in 368
Abbildungen, Berlin-Leipzig, in Deutsche Veri. Aust., 5a ediz., s. d. (1924); Mayer (Aug. L.),
Zwei unbekannte Gemàlde aus Tizian Spàtzeit (ritratto di Gentiluomo del 1561, Mater do-
i86 —
suo trono di pietra e mette tutto l’impegno nel persuadere e nel
benedire. La grande base del seggio, scolpita a rilievi marmorei,
velati e granosi, preannunci di morbidezze tizianesche, par la
sezione di un tronco gigante, e sul seggio messo di sghembo la
figura tentenna, fuor d’equilibrio. Corto sembra il Pontefice,
che trascina come un peso la grossa cappa del piviale; e lo sguardo
bonario non giova ad animarne la figura. Di fronte alla sua
tozza e inerte immagine, il profilo del duce s’incide con vigor
di ritratto, senza uno slancio di movimento, un impeto di devo-
zione o di entusiasmo, fermo, in parata.
Ma i colori intensi, talora leggermente fusi, talora messi con
ardire uno accanto all’altro, animano il quadro; la pennellata
libera e potente annuncia un grande avvenire. Già si palesa
la tendenza verso le note accese della tavolozza di Tiziano: il
lorosa ), in Belvedere, 1924, n. 23, p. 184; Peltzer (R. A.), Tizian in Augsburg: Aus das
Schwaehische Museum, 1925, Augsburg, 1925; Leporini (Heinrich), Tizian, Wien-Leipzig,
Hanz, 1925; Tatlock (R. R.), An uncatalogued Titian ( Ritratto d'uomo firm. dat. 1561. Già
nella Coll. Brinsley Marlay, ora in America, Coll. Privata), in Buri. Mag., 470, 1925, II, p. 222;
Burchard (Ludwig), Zwei Papstbildniss Tizians, in Jahrb.M us. Pruss., 46°, 1925, p. 125; Hendy
(Philip), Titian at Hertford House (Coll. Wallace, Londra), in Buri. Mag., 46°, p. 236, 1925, I,
V. pure Buri. Mag., voi. 47, 1925, 20 num. di novembre; V. ancora Buri. Mag., voi. 47,
p. 342, num. di dicembre; *** A Masterpiece of Venetian painting. « The Temptation of
Christ » by Titian at thè Minneapolis Institute of Arts (Estr. Bolletl. Minneapolis, XIV, n. 16,
novembre 1925); Brustolini (Fiore), Tiziano Vecellio e la Pala di Jacopo de' Pesaro ai Frari,
in Cronache d’Arte, 1925, n. 4, p. i66;L onghi (R.), Giunte a Tiziano, ia parte, in L'Arte, 1925,
p. 40-50; Hadeln (D. v.), Another Version of thè « Danae» by Titian (già in Inghilterra, Earl
of Chesterfield), in Burlington Mag., 48°, 1926, I, 78; Bode (W. v.), Eine ncuentdeckte « Venus
mit dem Orgelspieler » (Berlin, Coll. Dr. O. Burchard), in Amt. Ber., 1926, voi. 47, p. 2-5; Gro-
nau (G.), The « Fracastoro » portrait in thè Mond Collection, London, Nat. Gali, (già attribuita
al Torbido, ora attribuito al Tiziano), in Burlingt. Mag., 48°, 1926, I, p. 144; Berenson (B.),
Un portrait de Titien à Budapest (Mus. Naz., Coll. Pallfy, Ritratto di dama), in Gaz. Beaux Arts,
1926, I, P- 153; Ingersoll Smouse (F.), Une oeuvre de la vieillesse du Titien: « Lucrèce et Tar-
quin » et ses deux riliques , in Gaz. Beaux Arts, 1926, I, p. 89; Fischel (O.), Two unknown portraits
of Titian (Ginevra, Coll. Privata; Lucerna, Coll. Fischel), in Art in America, 1925-26, voi. XIV,
p. 187; Venturi (A.), Un'opera dimenticata di Tiziano al Mus. Naz. di Napoli: « Il Fiume»,
in L' Arte, 1926, p. 61; Id. (Id.), La prima opera del Tiziano scoperta nel Palazzo di Gatschina?
(La fuga in Egitto, scop. da Liphart a Gattschina), in La Tribuna, 27 ottobre 1926; Hadeln
(D. v.), An unknow Titian portrait, Berlin, Van Diemen, in Buri. Mag., 490, 1926, II, p. 234;
Venturi (A.), Per Tiziano (V Antiope e Giove della Pinac. di Monaco), in L'Arte, 1926, p. 201;
Holmes (.Sir Ch.), A preparatory version of Titian’s « Trinity of thè Prado, in Buri. Mag.,
voi. 50, 1920, I, p. 53; Kurth (Betty), Ueber ein verschollenes Gemàlde Tizians (Vienna,
Coll, privata, Coppia di pastori musicanti), in Z. B. K., 1926-27, p. 288; Burroughs (Bryson),
The portrait of Alfonso d'Este, by Titian (at M. Met. N. Y., acq. 1926 e quello in copia ora a
Palazzo Pitti, in Bull. Met. Mus., N. York, 1927, p. 98; Poglayen Neuwall (Stephan),
Tizianstudien, in Munck. Jahrb, N. Z., Ili, 1927, p. 59'7o; Hadeln (Detlev v.), Two drawings
by Titian, in Art in America, XV, 1927, p. 127-31.
— 187 —
rosso domina: cupo nella veste di San Pietro che accosta un manto
giallo acerbo, si schiara nei tasselli del pavimento e nello sten-
dardo, che insieme col verde aureo del piviale pontificio rialza il
nero della veste del duce. Nel suo impaccio di principiante, Ti-
ziano palesa le magnifiche possibilità del suo genio quando esce
Fig. 65 — Galleria di Anversa.
Tiziano: Il Condottiero Giacomo Pesaro davanti a San Pietro.
(Fot. Braun).
dal campo della costruzione per abbandonarsi alla gioia di far
vibrare i colori: lascia che i colpi di biacca balzino all’occhio
nelle maniche del Condottiero, e si distinguano le strie del pen-
nello sui guanti chiari; spiega la sua potenza di coloritore nei
rossi dello stendardo che mutan di grado, nel nerazzurro della
veste di Jacopo, nella pioggia d’oro sul verde del piviale pontificio,
nel bianco luminoso del camice, nell’aurea stola che si sgrana alla
luce. Una tendenza verso Giorgione s’accenna solo nella veste
spiegazzata di San Pietro, che tuttavia rivela una fibra ben di-
— i88
versa di pittore, per la complessa rapidità dei cumuli disordinati
e il conseguente variar tumultuoso dei riflessi. Anche il cielo
piatto, con nubi fioche e leggiere, con luci come illanguidite, non
basta a farci includere Tiziano pittore del quadro di Anversa
nella schiera dei seguaci di Giorgione.
* * *
Nel quadro della Galleria di Vienna, La Zingarella (fig. 66),
egli ci si presenta rinnovato, ingrandito dall’ accostamento al
pittore di Castelfranco. Il paese, con un casolare in lume ar-
gentino, la compattezza plastica delle carni di Maria, lo sguardo
pensoso pur senza la profondità di Giorgione, dimostrano che
il quadro fu dipinto da 'riziano appena dopo aver finita la
Venere di Dresda. Per questo appunto egli è vicino come in
poche altre opere all’arte del Maestro.
La Vergine, bellezza rigogliosa, opulenta di forme, senza più
l’ovale raffinato di Giorgione, si stacca da una parete adorna di
zone magnifiche di seta verde oro a piccole righe gialle, rosate,
rosso fuoco, con piegature nitide, alla maniera quattrocentesca.
Ma anche stesa sulla parete, la seta tende a gonfiarsi, come si
gonfia intorno al braccio il manto greve, in accordo con l’am-
piezza delle forme, la compattezza delle superfici vellutate.
L’atmosfera è calma, parca di opposizioni di lume e d’ombra,
ma il contrasto fra l’azzurrino diaccio del manto e il greve
rosso oro della veste fa scaturire la nota sonora prediletta da
Tiziano. La densa vernice toglie alquanto dell’originale fre-
schezza al volto della Vergine, mentre le carni del bimbo sono
di un soave bianco latteo, con tenui sfumature rosa di camelia:
rosee le labbra della creaturina gentile, simile al piccolo Gesù
coi fiori nella Sacra Famiglia di Firenze.
Il turchino freddo del manto di Maria risuona nei colli, nel
cielo acceso dall’ultima luce del giorno, di un rosso che scolora
in oro, come il verde macero dei campi. Ai piedi degli alberi, nella
penombra, una figurina seduta, meditabonda, in posa di roman-
tica malinconia, richiama Giorgione. Il colore si spegne nell’ombra
— 189 —
che avanza col crepuscolo, e la vaga tristezza della sera curva
l’uomo sognante.
Ma sul davanti la luce è calda evviva: trae l’oro dal verde della
tenda, il fuoco dal rosso, l’argento dal bianco drappo di Maria.
Un chiaror di rosa gioca nella trasparenza azzurra del manto,
Fig 66 — Hofmuseum di Vienna. Tiziano: Madonna detta La Zingarella.
(Fot. Wolfrum).
come sulle pareti della casa il cui tetto s’imperla: la bellezza
popolana, florida e calda, della madre dalle chiome brune, splende
accanto alla grazia tenera del putto. China la Vergine, verso
l’adoratore invisibile, gli occhi grandi e fissi; china il Bimbo lo
sguardo velato di una vaga malinconia; e la sua destra non bene-
dice; sembra porgersi a una titubante carezza. Mai visione d’in-
fanzia più incantevole ebbe Tiziano che questa rosellina in boc-
cio, dai movimenti soavi. Il Bambino delicato e bello sembra pen-
sare, col suo sguardo di bontà chino sul mondo: « Quanta tri-
stezza nella vita! ».
— 190 —
Rievocato il putto della Zingarella dipingendo il bimbo che
stringe al petto con trepida tenerezza le rose pòrte da Giovan-
nino, nel quadro degli Uffizi noto col titolo di Madonna delle
rose (figg. 67-68), Tiziano ritrae, con gli occhi vólti ancora a Gior-
gione, il Gentiluomo, creduto Ludovico Ariosto (fig. 69), in un
quadro della Galleria Nazionale di Londra, con una larghezza
Fig. 67 ■ — Galleria degli Uffìzi, a Firenze. Tiziano: Madonna detta delle rose.
(Fot. Brogi).
di fattura e una gamma di colore intensa e ricca, tendente alle
tonalità accese, che già rivelano la posizione del Cadorino di
fronte al Maestro. L’ignoto gentiluomo non vive il romantico
sogno di Giorgione; si appoggia con forza al parapetto, volgendo
l’occhio sicuro verso la folla: riflette nella posa e nello sguardo
uno spirito dominatore. Giorgione aveva già dato l’esempio, a
noi non rimasto, di ritratti veduti da tergo con la testa volta
allo spettatore; Tiziano figura di profilo il busto, di tre quarti
la testa, spiegando in tutta la sua ricchezza la seta rossa di una
manica imbottita e trapunta come nelle altre pitture del pe-
riodo giorgionesco. L’arco ampio del braccio, l’imponente fer-
mezza dello sguardo e deiratteggiamento già rivelano la ten-
denza al ritratto eroico, alla posa studiata e grandiosa.
Nel 1508 il Vecellio decorava di pitture a fresco una facciata
Fig. 68 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Brogi).
del Fondaco dei Tedeschi, a concorrenza di altra dipinta da
Giorgio di Castelfranco, e si vuole che l’opinione popolare gli
decretasse la palma. Oggi quelle pitture sono perdute, ma come
— 192 —
Tiziano frescasse in quel tempo è palesato da tre storie nella
Scuola del Santo, dipinte il 1511. Ivi l’impetuosa natura del
Pittore trova piena affermazione nel movimento drammatico
Fig. 69 — Galleria Nazionale di Londra.
Tiziano: Ritratto detto dell’ Ariosto.
(Fot. Anderson).
che penetra la scena e si sprigiona soprattutto dalla complessità
dei contrasti d’ombra e luce.
L’episodio del bambino che discolpa la madre (fig. 70) for-
nisce a Tiziano l’occasione di rappresentare una folla in cerchio,1
1 II disegno (fig. 71), già nella Raccolta di P. Cosway R. A., a Wellesdey Locher-Lampson,
poi in quella di S. R. Hobbarch a Londra, sotto il nome di Giorgione, è invece il più antico
disegno noto di Tiziano, con lievissime varianti dall’affresco, ad esempio nella veste del gio-
vane drappeggiato entro un ampio mantello, a sinistra; e sorprende per la improvvisazione
pittorica del segno, a tratti densi e veementi nell’ombra, a strappi repentini di luce, che fanno
sentire quanto la pittura la vibrante ricchezza del colore di Tiziano.
Fig. 7 o — Affresco nella chiesa del Santo, a Padova.
Tiziano: Miracolo di Sant' Antonio.
(Fot. Fiorentini).
!
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
3
— 194 —
con molteplici sbattimenti di luce; con varietà di pose che si
fondono nell’ insieme, pur mantenendo, ad ogni figura, la sua
personalità. Due masse cupe ai lati, l’edificio e una collina, dànno
risalto per intensità di contrasti allo scambio di riflessi tra il cielo
torrido e le balenanti figure. Diapason più alto nella scala di luci,
il mantello chiaro del gentiluomo accorrente ripete nella sua ful-
gida campana lo sviluppo a cerchio della composizione.
In un altro campo d’affresco un uomo vibra il pugnale sulla
moglie caduta (fig. 72): lo scorcio della donna, che si contorce
Fig. 71 — Raccolta Cosway a Wellesdey Locher-Lampson.
Tiziano: Disegno per 1’affresco suindicato.
a terra, e il contrasto tra il giallo solare della gonna muliebre
dilagante al suolo, e i lampi argentei della veste attillata sul
corpo del giustiziere, lanciano nella violenza la scena che per
la mossa ritenuta dell’uomo assume compostezza eroica. 1
In un terzo campo (fig. 73) Sant’Antonio guarisce la gamba
spezzata d’un giovane, stendendo la santa mano, e sono so-
spesi 1 cuori degli assistenti intorno alla divinizzata figura del
monaco.
1 II disegno per quest’affresco si vede nella Biblioteca dell’École Nationale des Beaux
Arts a Parigi: in esso i gesti delle figure sono più raccolti, più misurati, e invece dell’albero,
dietro al gruppo, è la scura rupe giorgionesca.
Fig. 72 — Affresco nella chiesa del Santo, a Padova.
Tiziano: Miracolo di Sant' Antonio.
(Fot. Fiorentini).
Fig. 73 — Affresco nella Scuola del Santo, a Padova.
Tiziano: Miracolo di Sant' Antonio.
(Fot. Fiorentini).
— i97 —
Raggiunto il suo primo grande effetto scenico per contrasti
di luce e d’ombra nei tre affreschi di Padova, Tiziano dipinge la
pala di S. Marco (fig. 74) nella sagrestia della chiesa della Salute a
Venezia, rivelandoci il suo genio in una libera visione di sole e
d’atmosfera. San Marco, deificato dall’alto trono, secondo un con-
cetto che Giambellino e Tiziano derivano da Giorgione, torreggia
nel cielo, ma a destra un fascio di colonne intercetta il sole, ani-
mando di vividi contrasti la scena all’aperto. Il nudo corpo di
Sebastiano avanza nel chiaror del giorno; Rocco protende il volto
dall’oscurità che l’avvolge, e l’Evangelista siede un po’ di sbieco
perchè l’ombra. delle colonne cada sopra una spalla e veli del suo
mistero la testa. In quella mutevole atmosfera brillano più intense
le note orientali del rosso e dell’azzurro sulla figura di San Marco,
il verde striato d’oro della seta che appara il seggio, il bianco
argento del drappo di Sebastiano. E dove il contrasto d’ombra
e luce vien meno, nelle immagini dei Santi Anargiri avvolti dal-
l’uniforme chiaror del cielo, Tiziano sceglie, a compenso, i colori
più intensi e violenti: rosso di sangue, rosso di fuoco, giallo oro.
Le figure dei Santi Rocco e Sebastiano mancano di nobiltà, e
quest’ ultima ha un atteggiamento forzato, quasi scontroso; ma
nella posa dei due Anargiri, sorretti dalle ampie vesti a campana
come da un piedistallo marmoreo, si afferma la ricerca tizianesca
di grandiosità, di magnificenza, di parata, e nel gesto di San Marco
è un’enfasi che definisce la posizione di Tiziano di fronte al gior-
gionismo. Le figure di Giorgione hanno i gesti lievi; il San Marco
di Anversa pesa invece con tutto il robusto corpo di campagnolo
sul braccio che s’appoggia al trono, quasi in un’affermazione di
potere ; al silenzio contemplativo di Giorgione succede un impeto,
uno slancio di vita incomposto ma rispecchiante lo spirito anima-
tore di tutta l’arte tizianesca. Come negli affreschi della Scuola
del Santo, il movimento libero e capriccioso di ombre e luci,
la sonante concavità delle nuvole pregne di sole, sono strumenti
al dramma.
La vigorosa solidità corporea del modellato avvicina agli
affreschi di Padova, e specialmente a quello raffigurante San-
Fig. 74 — Sagrestia della chiesa di Santa Maria^della Salute, a Venezia.
Tiziano: San Marco in gloria.
(Fot. Anderson).
— 199 —
t’ Antonio che dà la parola a un neonato, il pastore in ginocchio
davanti alla Vergine e al Bambino in un quadro di Londra (fig. 75),
gentilissima trasformazione della scena tradizionale del Presepe.
Tra due quinte cupe di roccia e d’alberi s’incava il cielo, con
strisce giallognole di nubi all’ orizzontò, come nelle pitture di
Giorgione: e il chiaror biondo del cielo colora le carni delle figure
Fig- 75 — Galleria Nazionale di Londra.^
Tiziano: Sacra Famiglia adorata da un pastore.
(Fot. Anderson)
adunate nel primo piano, in un raccoglimento pensoso che solo
la mossa forzata e brusca di San Giuseppe viene a turbare.
Tiziano cerca soprattutto l’elezione del colore, e si gode rin-
contro dei bianchi d’argento con un azzurrino chiaro, di questo
con un rosso rosa. Ama ancora le tinte orientali, l’azzurro e il
rosa, ma nel corsetto del pastore mette la sua nota prediletta
di un rosso carico, e nel manto di Giuseppe un vibrante giallo
oro. La pasta di colore, densa, compatta, infonde al corsetto
sanguigno, alla boraccia e al volto in luce del pastore, il vigor
200 —
plastico di un primitivo Velazquez; la testa, il profilo spesso, l’o-
recchio ripiegato sembrano impastati di creta giallo-bruna. Il
Bimbo invece, che richiama in forme più minute il Gesù della
Zingarella, soffuso di penombra, raggiunge un grado maggiore
di morbidezza nel suo tono biondo trasparente, appena sfiorato
sulle guance da un tenue rosa. Le superfici del piccolo nudo,
unite nel quadro di Vienna e levigate dalla luce involgente, qui
Fig. 76 — Raccolta di Bridgewater House, a Londra. Tiziano: Le Tre Età.
soffici, vaporose, danno l’ultimo tocco alla grazia carezzevole
del Bimbo che si rifugia tra le braccia materne.
Prossimo d’intonazione al quadro della Galleria Nazionale di
Londra, è il quadro raffigurante le Tre Età nella Raccolta di Casa
Bridgewater (fig. 76), ove l’allegoria si muta in scena d’amore.
Si rifugia lontano il vecchio, macchietta di luce nel paese
fiorito d’oro; a un putto dell’incantevole grappolo di bimbi
spuntan le ali di Cupido; la natura accesa dal tramonto e dal-
l’estate accompagna in coro il colloquio d’amore fra l’uomo
nell’ombra e la bionda fanciulla avvolta di sole. La massa
degli alberi è cupa contro la fiamma del cielo; e in un’oscurità
ardente s’avvolge il giovane, simile al Battista nel quadro del
Campidoglio. L’immagine della fanciulla, cinta di una ghirlanda
201
campestre, esce invece dalla cerchia dell’albero e si oppone, in
luce, all’ombra del pastore. Ella ha preso come per gioco arcadico
Fig. 77 — Galleria Nazionale di Londra. Tiziano: Noli me tangere.
(Fot. Anderson).
i flauti apprestati dal giovane, e sta per provarli, ma s’arresta ad
ascoltar la musica d’amore che parla nell’occhio dell’amante,
carico di passione. Sospesa, affascinata, ella contempla, e tutta
la campagna attorno tace, in ascolto. Il colore, fulvo nell’om-
202
bra sulle carni del giovane e nella valletta silenziosa, s’indora
sulle tonde collinette, sugli arbusti, che avvolgono di brume d’oro
il casolare ancora immerso in un’atmosfera cristallina. Serbata
la fiamma del rosso alla veste della fanciulla, Tiziano dona le
note delicate del rosa, del cilestre, del biondo, alle vesti, alle
aiucce, alle carni dei bimbi immersi in un bagno di sole.
Forse di poco antecedente al Battesimo e alle Tre Età dob-
biamo ritenere il Noli me tangere nella Galleria Nazionale di
Londra (fig. 77), ove le pieghe della veste di Maddalena sono
ancora farraginose e il gruppo di case sull’altura è prossimo
a quello della Venere di Dresda, con le sue luci periate, cristal-
line. In ginocchio, la Santa si protende verso Cristo, portando
con sè, nel fremito delle stoffe, nel lungo fruscio, l’espressione
viva dell’ansia che la trascina; e tuttavia al gruppo manca
l’ardore degli affreschi del Santo e del quadro delle Tre Età:
protagonista della scena sembra piuttosto la quercia gigante
che si estolle di slancio verso il cielo, in una linea obliqua
parallela a quella delle figure, e tutta arde alla fiamma del
tramonto. Sul cielo navigano i cirri sulfurei di Giorgione; le
chiome di Maddalena son fulve, fulvo il terreno coperto d’erbe.
Il mondo di fuoco di Tiziano è creato.
Tra le immagini tizianesche più vicine di spirito a Giorgione
è la Madonna delle Ciliege (fig. 78), col suo lento sguardo velato
di malinconia e di pensiero. Un parapetto, una tenda di broc-
cato, la isolano dal cielo che avvolge del suo chiarore l’opulenta
bellezza. Le carni, lattee come nel piccolo Gesù della Zinga-
rella, assumono una maggior tenerezza di superfici, che al volto
di Maria infonde una sfumatura di orientale languore; e il
drappo, uniforme cornice alla testa di quella Madonna, ondula
qui sulla divina immagine come orlo di campanula azzurra,
con un effetto di suntuosità decorativa ignoto al primitivo Ti-
ziano.
Carezza il Bambino la Vergine con uno sguardo lungimi-
rante che sembra scendere da sfere ultraterrene, come quello
del Cristo della Moneta, e un sogno malinconico vela gli occhi
— 203 —
materni davanti alla gioia del Pargolo che le porge fragole ver-
miglie. E intanto il ricciuto Giovanni, geloso delle carezze di
Maria a Gesù, si avventa verso di lei coi fiori, col rotulo, per
attirarne lo sguardo.
Fu da noi ritrovato, col nome di Paolo Veronese, nel Ga-
binetto di stampe e disegni a Francoforte, uno studio per il
Fig. 78 — Hofmuseum di Vienna. Tiziano: Madonna detta delle ciliege.
(Fot. Wolfrum).
quadro (fig. 79), creato di getto dal segno a penna, che trascina
in un rapido gorgo il gruppo di Madre e Bambino, accen-
nando appena alla figuretta di San Giovanni. Nel disegno, la
Vergine partecipa vivamente all’azione, chinandosi di slancio
verso il Battista con Gesù tra le braccia.
Nuovo nel quadro è il contrasto tra i putti esuberanti di
vita, paffuti e rosei come angioli del Rubens, e la Vergine as-
sorta in malinconico sogno. I due Santi Giuseppe e Zaccaria
— 204 —
guardano in silenzio, e il gioioso impeto di vita che anima le
forme giovanili di Tiziano trasporta soltanto i due fanciulli
bellissimi, gagliardi, vestitici sole. I colori hanno il massimo
Fig. 79 — Museo Staedel di Francoforte.
Tiziano: Studio per il quadro suddetto.
splendore; le luci gaiezza; sul parapetto grigio son fragole e ci-
liege. E’ la festa dei bimbi, della primavera, del maggio fecondo.
* * *
La Sacra Conversazione, tema già caro al Quattrocento
veneto, e in particolare al Cima, è anch’essa trasformata dal
genio di Tiziano. Giovanni Bellini figura, nel quadro di Venezia,
la Vergine tra due Sante, sul fondo di una tenda come sopra un
altare, senza che le Sante escano dal loro ufficio di assistenti al
gruppo divino e di adoratrici; così presentano la Vergine nella
sua Corte sacra, all’aperto, i belliniani, e specialmente il Catena,
che pone in vedetta i Santi accanto a Maria. Solo Giambattista
Cima accenna a uscire da questo schema di presentazione delle
— 205 —
immagini sacre, figurando, nel quadro restituito da Vienna,
il vecchio San Girolamo che muove premuroso verso il piccolo
Gesù, e altrove il Bimbo in discorso animato con San Lorenzo
o intento a esplorare curioso il vaso di profumi tra le mani di
Santa Maddalena. Il silenzio sacro, la compostezza cerimoniosa,
accennano timidamente a rompersi nell’arte del Cima, ma solo
con Tiziano la Sacra Conversazione si risolve in un colloquio
animato tra Vergine e Santi, tra Santo e Santo. Ogni personag-
gio muove verso il vicino o verso il centro, in atto di manifestare
il suo pensiero; la visione della divinità assume un aspetto
drammatico. A questo novello calor di vita risponde l’aspetto
rigoglioso della figura umana: le giovani sante hanno già il
tipo florido, con le carni dorate, i capelli biondi, i lineamenti
delicati e sfumati, che rimarrà con il nome di Tiziano come
contrapposto veneto, tutto colore, al tipo dell’Afrodite greca,
tutto forma plastica. E i vecchi santi, con la barba accesa di sole,
gli occhi grandi e profondi, assumono l’aspetto di nobili profeti,
il cui pensiero si risolva in una straordinaria energia di azione.
Nella Sacra Conversazione (fig. 80) di Parigi, San Girolamo,
patriarca maestoso, sfoglia le pagine del volume che Maurizio
dietro lui scorre con attento sguardo; la Madonna porge il seno
al Bambino, paffuto e florido come i putti della Madonna delle
Ciliege ; fulcro sentimentale del quadro, lo sguardo ardente di
Santo Stefano sale alla Vergine come un appassionato canto
d’amore. Le nubi stesse, che s’appuntano luminose sopra la
testa del Martire, designano in lui il nodo della scena.
Oro e fuoco divampano sulle creste delle nuvole che invadono
come marosi il cielo verdazzurro, e tutto quell'ardore echeggia
nella figura del Santo cardinale, accesa dal riverbero del ber-
retto e del manto di velluto rosso fiamma. Il volto di Stefano
è plasmato dell’oro stesso delle nuvole, monocromo fra l’om-
bra dei capelli bruni e il cerchio solare del camice, da cui sorge
come un fiore la testa ardente, ispirata.
Nella replica di Vienna (fig. 81), pure bellissima, il colore
più greve, i contorni dei Santi Girolamo e Maurizio segnati
— 20Ó —
più duramente sul fondo di cielo, l’atmosfera soffocata, meno
vibrante, men traversata da bagliori, la mancanza di quel
grande triangolo di nubi che s’appunta sopra la testa del Mar-
tire e chiude col suo accento di luce il coro della composizione.
Fig. 80 — Galleria del Louvre.
Tiziano: Madonna col Bambino e Santi.
(Fot. Alinari).
c’inducono a malincuore a domandarci se veramente la bella
pittura sia dovuta alla mano stessa di Tiziano, o sia uscita dalla
bottega del Maestro. Intorno alle chiome del Santo Diacono, e
intorno alle spalle, corre, nel quadro del Louvre, un tremulo
orlo di luce, che manca nel quadro di Vienna; la mano di San
Girolamo, schiarata a Parigi da un bagliore, è, a Vienna, opaca,
e un’ombra greve cade sulla testa del Santo Cavaliere, che nel
quadro del Louvre tutta s’accendeva ai riflessi della corazza e
del cielo. Il ramo di palma, nel quadro di Parigi, segue con
l’arco la cadenza dell’immagine china di Maria, mentre a Vienna,
207 —
immiserito, non è più in rapporto ritmico con le linee della com-
posizione. Ma la differenza essenziale di valore tra i due quadri
è stabilita dalla scala di luci, ininterrotta nella Sacra Conversa-
zione del Louvre, come una scala di suoni che si propaghi per
Fig. 81 — Hofmuseum di Vienna.
Tiziano (?): Madonna col Bambino e Santi.
(Fot. Wolfrum).
tutta la scena, mentre nel quadro di Vienna alcuni particolari
si perdono in una greve e sorda atmosfera.
Nella Sacra Conversazione della Galleria del Prado (fig. 82), le
figure non sono più all’aperto: una parete e un’ampia tenda si
schiudono a svelare, più fulgida tra due argini d’ombra, la luce
del cielo e di una nuvola gonfia di sole. Santa Brigida presenta
un cestello di rose al Bambino, che si volge di slancio come per
offrirne una alla madre; Sant’Ulfo, immagine eroica di guerriero,
guarda con occhio cupo: le quattro figure, più raccolte che nel
quadro del Louvre, compongono una grandiosa costruzione
— 20 8 —
piramidale, su cui s’irradia il sole da quel lembo luminoso di
cielo. Il Bimbo non ha nulla in comune cól piccolo Gesù di Ca-
stelfranco, neppure l’ombra di malinconia che infondeva una
grazia vaporosa ai putti nel quadro della Zingarella e ne\Y Ado-
razione del pastore : è florido, chiacchierino, esuberante di vita,
tutto giocondità di sorriso. Il colore avvolge la bellezza delle
Fig. 82 — Galleria del Prado, a Madrid. Tiziano: Sacra Conversazione.
(Fot. Anderson).
immagini di un apparato regale: una veste di raso rosso, cor-
rusca di lumi d’oro, e un manto cilestre, accostano la tenerissima
cera bionda delle carni di Maria, modello all’arte del vecchio
Palma; i lampi che frecciano l’armatura del guerriero Sant’Ulfo
gridano nell’ombra come squilli di guerra; Santa Brigida, nella
pompa della veste viola e del manto marrone oro, si presenta
orgogliosa della sua calda bellezza. Sul suo capo s’accende di sole
una nuvola, che l’avvolge di luce come la regale Santa Caterina
di Dresda, e dà risalto alla bionda figura tra la nota languida
delle carni di Maria e l’ombra infocata di Sant’Ulfo. Il Cava-
liere è burrascoso, gioconda la Santa: la vita splende negli sguardi,
nelle opulenti forme.
— 209 —
La libertà di pennello, l’intensità dei contrasti d’ombra e
luce, la pienezza di modellato che Tiziano spiega nelle Sacre
Conversazioni del Louvre e del Prado, soprattutto la fiamma
delle passioni umane sul volto di Santo Stefano e di San Giorgio,
inducono a porre accanto a questi due quadri un’opera di essi
Fig. 83 — Galleria Pitti, a Firenze. Tiziano: II Concerto.
(Fot. Anderson).
più alta: il Concerto Pitti (figg. 83-84), capolavoro del periodo
giorgionesco. Sono tre le figure nel quadro, ma tanta è la vita
del monaco suonatore che le altre si allontanano da noi: echi
affievolite di una gran voce calda di passione. Il corpo stesso
del monaco quasi scompare nell’ombra nera della tonaca: vivono
così di una vita sovrannaturale le mani d’acciaio che premono
nervose sulla tastiera, il volto febbrile. È l’onda della musica
che vibra in quella immagine tutta anima e nervi: vivo stru-
mento di armonia. La posa, fissa in tensione, costruisce il volto
con una forza di sintesi mai più ritrovata da Tiziano, ponendone
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
14
210
1 Appunto questa serrata costruzione plastica del volto, la tessitura compatta e densa
del camice che copre il prelato in mantellina, coi nitidi rilievi e le ombre ferme delle pieghe,
l’impeccabile scavo delle labbra arcuate, non ci tolgono ogni perplessità relativa all’attribu-
zione a Tiziano del quadro così profondamente giorgionesco. Anche i rapporti dei bianchi tra
Fig. 84 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
dilatati da un’interna fiamma, si fissa in noi come la più sublime
personificazione della musica e delle sue vertiginose emozioni.
in risalto i tratti essenziali, e stabilisce una potente continuità di
vita tra le mani spasmodiche e l’elettrico sguardo.1 La passionalità
si compenetra all’azione; e il monaco nerovestito, con gli occhi
211
Una data vicina a quella [della Sacra Conversazione del
Louvre, deve, per l’espressione di concentrata passionalità, che la
luce esalta battendo sopra una mano tesa e sopra due ardenti
occhi, assegnarsi al celebre Uomo dal guanto (fig. 85) del Louvre,
mentre viene a collocarsi accanto alla Sacra Conversazione del
Fig. 85 — Galleria del Louvre. Tiziano: L'uomo dal guanto
(Fot. Alinari).
Prado, per il carattere eroico della figura, il ritratto di Genti-
luomo con mano poggiata al fianco, nello stesso Museo (fig. 86),
primo accenno verso il ritratto di grande parata, per la baldanza
del gesto e l’ampiezza maestosa del panneggio.
Rientra nel gruppo l’effigie di Tommaso Mosti, nella Galleria
il camice, la manica e il colletto, riecheggiano le sottili armonie tonali di Giorgione, come la
gamma di gialli aurei nelPimmagine muliebre, più vicina, per la purezza delle sagome ovoidali
e la fissità delle ombre, all’arte del Maestro da Castelfranco che a quella di Tiziano. Il quadro
Pitti rimane dunque ancora per noi un problema che cerca la sua soluzione.
212
Pitti (fig. -87-88), spiccatamente giorgionesca. La veste nerazzurra,
il fondo scuro, sono fusi da un’intonazione grigia, severa e deli-
cata, che s’accorda con la dignità aristocratica della posa, e
Fig. 86 — Galleria del Louvre. Tiziano: Ritratto.
(Fot. Alinari).
prende vita da sprazzi brillanti d’argento sulle guarnizioni di pel-
liccia, sulle trine del colletto, orlate di un sottil filo nero. Questi
ritratti formano un gruppo inscindibile, unito da affinità pro-
fonde: un’esecuzione pittorica larga e sommaria, una rara finezza
di tipo, un’acuta concentrazione di vita e di pensiero nel porta-
mento e nello sguardo.
— 213 —
Nel Ritratto di Hamptoncourt (fig. 89), affine a quello del Gen-
tiluomo al Louvre per la morbidezza di tono, Tiziano accenna a
Fig. 87 — Galleria Pitti, a Firenze. Tiziano: Ritratto di Tommaso Mosti.
(Fot. Brogi).
staccarsi dalla tradizione del ritratto giorgionesco, rappresen-
tando la figura in azione. Messo un dito come segno nel libro
socchiuso, l’ignoto personaggio scruta davanti a sè, con lo sguardo
— 214 —
severo, volgendo la testa a un richiamo. A questo motivo, non
nuovo nell’arte, ma animato da un nuovo senso di vita, Tiziano
non ricorre nel Ritratto del medico Parma (fig. 90), dove l’ener-
gia si sprigiona, senza bisogno di accessori, da un portamento
Fig. 88 — Particolare del quadro suddetto
(Fot. Brogi).
autoritario, da due occhi fulminei, da un pugno che stringe
nervosamente il mantello. Anche le chiome nivee fremono
intorno al volto, e mettono l’ultimo tocco alla pittura di un
carattere tenace e battagliero. Lo sguardo acutissimo, la posa
magniloquente, ci presentano il medico Parma come oratore che
dall’alto arringhi la folla.
— 215 —
Lo spirito giorgionesco, più che in queste due opere, dove
è distrutto dalla vivacità dell’ azione, si trasfonde in un Ritratto
della Galleria di Monaco (fig. 91) dove è raffigurato un Genti-
luomo con mano poggiata all’elsa della spada, in posa ad arco
Fig. 89 — Collezione del Palazzo di Hampton Court. Tiziano: Ritratto.
(Fot. Walter L. Bourke).
che ci richiama il Cavaliere di Malta nella Galleria degli Uffizi.
Ma il quadro di Monaco, legato da una comune impronta spi-
rituale alla serie che s’aggruppa intorno all 'Uomo dal guanto,
è senza dubbio più tardo: la massa della figura tutta s’avvolge
nell’ ombra ambiente, e i contorni si riducono a una sfumatura
di colore.
— 2IÓ —
Come nel quadro del Prado, nella Sacra Conversazione della
Galleria di Dresda (fig. 92), architettura e stoffe lasciano solo
nel mezzo valico alla luce del tramonto che irradia sui due
gruppi triplici dei Santi e della Vergine col Battista e Gesù. I due
gruppi si fronteggiano; avanzano Timo verso l’altro, trascinati
dalla larga corrente di vita che penetra tutte le opere di Tiziano.
Fig. 90 — Hofmuseum di Vienna. Tiziano: Ritratto del medico Parma.
(Fot. Wolfrum).
— 217 —
I contrasti di ombra e sole, di figure controluce e di figure in
pieno giorno, più complessi e meditati che nelle opere prece-
denti, generano un ritmo compositivo più maestoso e commosso.
Così il vecchio Santo medico, che sbuca dall’ombra come leone
Fig. 91 — Galleria di Monaco. Tiziano: Ritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
dal fìtto di una selva, non ha altro compito nel quadro che
d’interporre una zona tenebrosa alle due masse fulgidissime
della Santa biancovestita e della nuvola gonfia di sole, svilup-
pando il ritmo di masse d’ombra e luce proprio a Giorgione. Il
colore veste le immagini di fulgori orientali; la nuvola incan-
descente, che dardeggia i suoi riflessi sulla spalla del Battista
e sul velo della Vergine, avvolge e penetra la veste bianca,
— 2l8 —
il profilo diafano di Caterina, lenta nel passo, regale sposa.
E per la prima volta il centro della scena non è più costituito
da una figura dominante, ma dal rapporto tra due figure: dallo
sguardo pieno d’amore di Gesù Bambino per Santa ( aterina.
I medesimi principii informano il quadro railigurante il
Cristo dalla Moneta nella Galleria di Dresda (fig. 93): colloquio
Fig. 92 — Galleria di Dresda. Tiziano: Sacra Conversazione.
(Fot. Braun).
tra lo sguardo interrogatore di un rude volto nell’ombra e lo
sguardo lento, penetrante, di Gesù. Contrasto di sguardi, con-
trasto di gesti tra la rossa mano contorta del Fariseo, che
stringe la moneta come voglia istintivamente trattenerla, e la
mano diafana del Cristo, che si muove lenta, lieve, come in
sogno. La divinità è espressa, più che dal segno, dal volto nobile
che muove i begli occhi azzurrini sul Fariseo. Quel volto è pallido,
umanissimo, improntato di malinconica dolcezza. Le due imma-
gini si guardano; Cristo non s’inquieta: insegna con la calma di
chi non è tocco dalle cose volgari. Lento è il giro degli occhi, lento
— 2ig —
il moto delle dita: « a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è
di Dio ». I due volti si toccano, le due mani si toccano: la distanza
è immensa fra uomo e Dio.
La stupenda veste rossa del Cristo è ancora dipinta al modo
Fig. 93 — Galleria di Dresda. Tiziano: Cristo dalla Moneta
(Fot. Hanfstaengl).
giorgionesco, ma nel colorire il volto emaciato Tiziano attenua
i trapassi dei piani nel velo della luce, con una elezione pittorica
che preannuncia il Van Dijck. Il rilievo s’attenua; impallidisce
il colore nel velo di luce che avvolge il divino fantasma. Non
è di umana carne quel volto, non di tessuto terrestre; è di sostanza
220
eterea, non macchiata da accenti di colore. Tra le immagini di
Cristo dipinte da Tiziano nella sita lunga vita, nessuna raggiunge
la spiritualità di questa evocata nei sogni della giovinezza, con
un pallore diafano di cera bionda, con languida luce d’occhi,
con uno sguardo calmo e triste, che vien di lontano e rispecchia
hinfinito nella sua arcana lentezza.
*
La più famosa pittura di soggetto profano dipinta dal Ve-
cellio nella sua giovinezza è, come ognuno sa, il grande quadro
Fig. 94 — Museo Borghese, a Roma. Tiziano: Allegoria.
(Fot. Alinari).
Borghese (fig. 94-99): due donne presso una vasca; un amorino
che tuffa le mani nell’acqua come a saggiarne la temperatura;
un lussureggiante paese. Le incertezze delle prime opere più non
si avvertono: Tiziano, sapiente, padrone della forma e del colore,
spiega le proprie tendenze di fronte all’arte di Giorgione, nell’ef-
fetto di luce più libero e complesso, nel suntuoso apparato, nel-
l’opulenta beltà delle immagini. Il sole batte in pieno sulla vasca
e sul gruppo triplice; s’affievolisce nel lontano fondo di mare,
nelle case raggiunte da fiochi bagliori; la massa cupa di un albero
mette in risalto lo splendor delle carni dorate, dei drappi d’ar-
gento e di fuoco; e i rilievi periati della vasca prendon valore dal
contrasto con un arboscello bruno che ne intercetta la luce,
come il nudo muliebre da un ramoscello nella Tempesta di Giorgio
221
da Castelfranco. L’azione, prediletto campo dell’arte tizianesca,
è sospesa: benché la donna ignuda guardi alla dama seduta sull’an-
golo opposto della vasca, le figure vivono a sé, silenziose, nello
scenario magnifico: appunto per questo, forse, si vide nel quadro
Fig. 95 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
un’allegoria. La dama vestita, in posa come per un ritratto, tiene
sul grembo, con la destra inguantata, un mazzolino di rose;
l’ignuda piega verso di lei; e l’arco del corpo impastato con l’oro
di un tramonto veneziano, l’ala cosso oro del manto, che equilibra
l’inclinazione della figura e si mette all’unisono col moto delle
nuvole gonfie di sole, compongono in un ritmo sapiente tutta
222
r armonia della scena. Sul parapetto della vasca, son vasi e patere,
una rosa, foglie di rosa, sparse come nell’ ancona giorgionesca
Fig. 96 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
del Prado, legami di fiori tra le due assorte belle: dietro, tra
ombra e sole, T amorino. Giovani, magnifiche, piene di vita, le
due donne assorte si colorano di una tinta di malinconia che
risuona lontano, nella natura al tramonto.
Il quadro ha il titolo, fissato dagli anni, di Amor Sacro e Amor
profano, ma recenti indagini hanno dato un’interpretazione più
Fig. 97 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
semplice e probabile. Alfonso I d’Este aveva richiesto al Vecellio
un quadro per una stanza da bagno, e il bagno, fin dal Dugento,
era nell’arte considerato simbolo della primavera. Qui le due
— 224 —
donne, Venere e l’ignota Dama, seggono sull’ orlo di una vasca, e
un Amorino saggia la temperatura dell’ acqua. La nuda Venere, pro-
tesa verso la compagna in atto persuasivo, sembra aver appena
chiuso un discorso di esortazioni e di lusinghe; e la gentildonna,
immota, par segua con l’intento orecchio il suono delle parole
Fig. 98 — Particolare del quadro suddetto
(Fot. Brogi).
udite. La primavera spiega le sue magnificenze nel paese folto
d’alberi, e s’incarna nella floridezza radiosa delle immagini. A
sinistra, in un prato, due coniglietti, simbolo di fecondità; lon-
tano, una torre accesa dal tramonto; a destra, un villaggio, un
campanile sommerso nell’ombra della sera: l’ora nostalgica in-
sinua un soffio di giorgionismo nel quadro vestito di tutta la
pompa tizianesca di colore, arricchito da note di luce più rare di
quante siano nei quadri giovanili di Tiziano: il braccio di Venere,
sollevato a reggere il vaso di profumi, riflette il chiaror delle nu-
vole nella sua trasparenza periata, come assai più tardi il volto
225
famoso della Danae nei quadri di Madrid, di Vienna, di Monaco.
Eppure, mentre nelle Sacre Conversazioni il Pittore aveva già
Fig. 99 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
sostituito, ajja parata sacra la scena viva, l’azione, qui ritorna in
parte allo spirito giorgionesco, troncando il colloquio tra le due
Venturi. Storia dell'Arte Italiana IX, 3. jc
— 226 —
donne e- figurandole assorte, come in attesa. Le belle immagini,
il paese lussureggiante, compongono uno scenario decorativo,
un superbo cartello della Primavera.
Anche più vellutato è il colore nel Bimbo col tamburello,
della Galleria di Vienna (fig. ioo), incantevole per la grazia del
Fig. ioo — Hofmuseum di Vienna. Tiziano: Putto col tamburello.
tipo come per la rara eleganza dello scenario, con quei due alberi
tronchi dalla cornice. Ogni cosa divien morbida, accostando la
bianchezza di latte delle carni sfumate appena di roseo: anche le
foglie degli alberi si disfanno sul cielo.
Siede, il bimbetto nudo, su di un grado, nella campagna, e
tocca un tamburello. Il nudo è tenero, soffice; gli occhi son cer-
chiati d’ombra; rade le ciocche ricciute. Si direbbe un uccellino
implume. Come premio del suono, davanti a lui, sotto il banco di
pietra, son caduti due fiorellini, alcuni ramicelli d’alloro, alcune
foglie d’alloro. La luce calda di sole, dietro gli alberi, manda ri-
— 227 —
flessi sulle carni bianche e sugli scarsi capelli d’oro. Nell’Amo-
rino dell’Accademia, Tiziano ha infuso la vita piena e maliziosa
Fig. ioi — Galleria Doria, a Roma. Tiziano: Salomè.
(Fot. Anderson).
dei bimbi che ruzzolano tra mele rubiconde ai piedi della statua
di Venere; nel piccolo musico, una grazia timida e pensosa che
avvince il cuore. In quello crepita il fuoco di un tramonto vene-
ziano; in questo, ogni linea, ogni colore, volge ad eleganza, a
— 228 —
delicatezza. Anche l’obliqua del corpicino impostato di sghembo
completa la grazia decorativa della scena.
Altra opera vicina al quadro Borghese, per lo sguardo astratto
Fig. 102 — Particolare deljquadro suddetto.
(Fot. Anderson).
e leggermente velato di malinconia e la trasparenza delle carni
alla luce, è la Salomè (figg. 101-102) della Galleria Doria, ultimo
SÉ#
strascico di sogni giorgioneschi nell’arte di Tiziano. Salomè è la
Venere del quadro, con l’occhio pensoso, l’inclinazione della per-
sona di lato, in una cadenza più molle, illanguidita, in accordo
Fig. 103 — Galleria degli Uffizi, a Firenze. Tiziano: Flora.
(Fot. Anderson).
con la fantasticheria che aleggia sul volto. Ritrae gli occhi, la
giovane donna, dal profilo puro del Battista: e una fanciulletta,
che la segue e prende il posto della vecchia servente nelle rappre-
— 230 —
sentazioni di Giuditta, ne interroga ansiosa lo sguardo, come a
decifrar l’enigma di quel pensièro ondeggiante, indefinito, ap-
pena tinto di malinconia.
Ogni accento romantico scompare dall’immagine di Flora
(figg. 103-104) altra replica della Venere e della Salomè, in un grado
Fig. 104 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
di sviluppo più avanzato dell’arte tizianesca. Gli occhi ridono
giocondi, la seta della chioma ha fulgori di rame; una lieve tunica
di lino, un broccato di fiamma e d’oro accostano, in contrasti
cromatici d’intensissimo effetto, il caldo avorio delle carni. Fiore
del maggio dai colori ardenti, la Flora degli Uffizi è un brano di
realtà giovanile e radiosa.
Rispecchia il 'tipo di Flora il ritratto supposto di Laura
Dianti con Alfonso d’Este (fig. 105), non già l’esemplare del
Louvre (fig. 106), che secondo noi è libera imitazione dossesca,
— 231 —
ma l’altro della Raccolta Lowenfeld a Monaco, dove le carni
della donna traspaiono come perla nel velo del sole, e i lini della
Fig. 105 — Raccolta Lowenfeld, a Monaco.
Tiziano: La supposta Laura Dianti con Alfonso I cTEste.
manica dànno alla liquida capigliatura d’oro uno sfondo di
abbagliante bianchezza. Tutta la magìa del tono di Tiziano
— 232 —
si spiega nei riflessi colorati dello specchio, dove le forme si
sgranano, affondando nel velluto dell’ombra, e anticipano la
libertà impressionistica del tardo Vecellio. Anche la testa del-
l’amatore, coi lineamenti ammorbiditi dall’ombra, si allontana
Fig. 106 — Da Tiziano: Imitazione del quadro suddetto.
(Fot. Alinari).
avvolta d’atmosfera per lasciar emergere in piena luce l’im-
magine della donna plasmata di sole.
In un’altra replica, che era presso i Duveen (figg. 107-108),
la cosiddetta Laura è nuda, col solo ornamento di un fluido velo
e delle chiome d’oro; Alfonso, nell’ombra dell’albero, e la massa
cupa del fogliame, fan vivere in pieno risalto di luce le carni
rosate e il fiotto niveo del velo.
La Venere del quadro Borghese riappare nell 'Annunciata di
Treviso (figg. 109-110), ove la luce, che erompe dalla nuvola, si
Fig. 107 — - Presso la Casa Duveen. Tiziano: Nuova edizione del quadro suddetto.
diffonde in un chiarore caldo e pacato sulla parete del Tempio
e sulla Vergine maestosa. A questa placidità contrasta l’effetto
teatrale della nuvola, degli strali di luce, dell’angioletto, che
arriva di corsa, saltellando come un passerotto, in un fulgore
argentino di sete e di gigli.
— 234 —
Lo sviluppo del movimento, la creazione pittorica della folla,
separano più 'inettamente Tiziano' dallo spirito dell’arte giorgio-
nesca nel 1518, ne\Y Assunta dei Frari (figg. 111-118). L’emo-
zione agita gli Apostoli' che vedon Maria staccarsi dalla terra,
già in alto, portata dai cherubi verso il lampeggiante nugolo
dell’ Eterno: adunati nel breve spazio, contro un orizzonte di
Fig. 108 — Particolare del quadro suddetto.
fiamma, essi dan l’impressione di una folla: chi si raccoglie, chi si
commuove, chi prega, chi si meraviglia, chi si esalta in uno slan-
cio d’amore. L’atteggiamento dell’Apostolo in primo piano, visto
da tergo con le braccia protese e un piede staccato dal suolo,
come per slanciarsi dietro la Vergine, per trattenerla con un
grido di amore, riassume l’impeto che trascina l’intiero gruppo.
In un alone d’angeli sale la Madre di Dio, ardente, monumentale,
come da amor portata. La corona di bimbi è il serto della ma-
ternità. Naviga l’Eterno nella luce, scendendo, sorretto da angeli,
incontro a Maria. I colori parlano: oscuri contro luce, gli Apostoli
ricevon sprazzi di sole, così come fra il turbamento balena il
raggio della speranza; gli angioletti son già avvolti in una festa
— 235 —
di luce; dietro Maria, dietro l’Eterno, l’atmosfera assume un
colore caldo, vibrante: risuona una trionfale sinfonia di ottoni.
Fig. 109 — Cattedrale di Treviso. Tiziano: L'Annunciazione.
(Fot. Alinari).
L’accordo tra le singole figure compone un effetto scenico
grandioso e travolgente: la folla degli Apostoli è una, e in quel-
l’unità ciascuno ha un atteggiamento proprio, un suo grido d’am-
mirazione, di entusiasmo religioso, di dolore; e la figura della
Madre, monumentale, immensa, vela dell’umanità gonfia di
vento, non grava col suo passo nell’ aria: svolgendosi ad elica, si
slancia anzi verso l’alto, decisa. Il clamore della luce l’accoglie,
Fig. no — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Alinari).
le apre la via verso l’Eterno. Giù nell’ombra della terra, gli Apo-
stoli, supplichevoli, gementi, esaltati, si protendono a quella gran
vela che sale. E la ricchezza dorata del colore, la composizione
grandiosa, lo slancio del movimento, la trattazione sommaria di
ogni figura, voluta perchè la sua personalità non emerga troppo
Fig. in — Accademia di Belle Arti, a Venezia.
Tiziano: V Assunzione della Vergine.
(Fot. Alinari).
— 238 —
dalla folla, presentano, nell’ Assunta dei Frari, Tiziano libero da
influssi di scuola, padrone, per la sua vita intera, non solo di se
stesso, ma della pittura veneziana contemporanea.
Contrasti di luce e d’ombra in un paese magico, festività di
scena trasportata nella vita, fuor del mondo di sogno di Gior-
gione, collocano vicino al gran coro dell 'Assunta un lieto gruppo
Fig. 11 2' — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Brogi).
familiare;seduto nei campi all’ora del tramonto, mentre pastori
e mandriani sospingono i greggi verso le case lontane, e intorno
s’addensa l’ ombra della sera: la Sacra Famiglia con Santa Cate-
rina, nella Galleria Nazionale di Londra (fìg.119). Tiziano non
ci presenta in Santa Caterina la magnifica sposa di Dresda; non
ripete la scena tradizionale del fidanzamento con l’ anellino
d’oro: ci dà un brano di vita intima, una visione di sana gioia:
mentre Giovannino offre fiori e frutta alla Vergine, la fresca
fanciulla, inginocchiata accanto a Gesù che riposa sul grembo
Fig. 113
Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
Fig. 114 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
— 241 —
materno, lo contempla, lo vezzeggia, lo culla tra le braccia, si
trastulla con lui. Non è la voluttuosa giovane del Correggio; è
una giovinetta snella che scherza con un bimbo, lo contempla,
si gode, occhi negli occhi, l’aspetto innocente , la grazia del piccolo
essere. I toni aurati di Giovanni, della Vergine, del paese, danno
Fig. 115 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
risalto al giallo cedrino della veste di Caterina, giallo acerbo, ca-
noro come la sua fresca età. Nel cielo, tra cumuli di nubi accese,
in un crepitante braciere, un angioletto curioso conclude la dia-
gonale che traverso il gruppo sacro conduce a Giovannino, pa-
storello col volto affocato nell’ ombra ardente dei boschi.
La luce penetra dappertutto; infonde al quadro la vita.
Schiarate le chiome verdi al limitare di una boscaglia, scroscia a
torrenti dalle nuvole azzurre come vapori assembrati per l’afa;
dilaga nella vallata chiusa tra montagne azzurre, e sul piano color
di messidoro, sul gregge, sugli armenti, sui pastori, fiotti, essi
!
i
Venturi, Storici dell' Aite Italiana , IX, 3.
16
Fig. 116 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
— 2 43 —
stessi, di luce. Già il paese si oscura; la sera inoltra fra gli ultimi
crepitìi del tramonto.
Le carni non sono più ossee: il sole avviva il pallor della
Vergine vestita d’azzurro, il roseo Bambino, il bruno acceso Bat-
tista. La tunica di Maria, alleggerita dalla luce, divien morbida
Fig. 117 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
seta; la veste di Caterina, in primo piano, s’illumina di un freddo
riflesso, d’effetto quasi irreale nel contrasto alle note calde del
fondo, mentre la tunichetta di Giovanni s’oscura per intonarsi
all’ombra fulva del volto e dei riccioli. In distanza, sui greggi,
sui pascoli, tra le montagne azzurre, il ritmo di luce e d’ombra
sempre più si complica, s’affretta; rende l’ansia della terra al ca-
dere dell’ombra, negli ultimi fuochi del giorno.
In questo tempo, prossimo alla gran festa dei Baccanali
(fig. 120), Tiziano dipinge l’ Amoretto dell’Accademia di Vienna.
Appostato sul davanzale di una loggia, il malizioso arciere appre-
sta l’arme, sogguardando: dietro, s’innalza un gruppo di casolari
Fig. 118
— Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson)
— 245 —
sopra un monticello, ultimo richiamo al fondo della Venere di
Dresda; due negri pini, in vedetta davanti al villaggio, si proten-
dono verso il piano. Il sole al tramonto illumina la vetta di una
casa, come nella Venere ; schiara la fronte convessa di Cupido, le
guance, il corpicciolo rosato, l’ala azzurro bianca; s’accende in
Fig. 119 — Galleria Nazionale di Londra.
Tiziano: Madonna col Bambino, San Giovanni e Santa Caterina.
(Fot. Anderson).
un grande nugolo sopra il torbido cielo estivo. Si sente ancora
un’eco di poesia nostalgica, un’eco di Giorgione, nei due grandi
pini che guardano in malinconica maestà al piano; ma tutto il
brio e la vita dell’arte tizianesca sono infuse nel taglio bizzarro
della scena, negli occhi di ladroncello che guardan di soppiatto,
maliziosi, in quelle penne arruffate delle ali, dipinte come scher-
zando da un pennello intriso di luce.
Più s’avvolge d’ombra il Cupido che passa a volo, stringendo
tra le paffute braccia la faretra, in un disegno attribuito a Gior-
gione (fig. 121), presso le signorine Luisa e Lucia Cohen. Scende
— 246 —
a volo, di sbieco, quasi portato da un raggio, l’incantevole fan-
ciullino, e par che l’ombra di una nube formi le carni soffici, i
lineamenti di velluto. Le ali, indicate a tratti radi e fulminei,
Fig. 120 — Accademia di Vienna. Tiziano: Cupido.
(Fot. Wolfrum).
si perdono nel sole che gioca con l’ombra sul corpo delicato,
sulla gran fronte convessa, nell’occhio ove affonda e trema la
luce del sorriso.
Un altro Cupido (fig. 122), indicato dai suoi possessori col
nome del grande Cadorino, è in atto di suonar la mandola: in
vesti d angioletto, con occhi ardenti nell’ombra, atteggiato
Fig. 12 1 — Signorine Luisa e Lucia Cohen (presso le), a Londra.
Tiziano: Disegno d’un Cupido.
— 248 —
anch’esso di sghembo, nella mossa leggiadrissima di uccelletto
appollaiato sopra un ramo, si raccoglie intorno alle curve dello
Fig. 122 — Conte di Yarborough (presso il), a Londra.
Tiziano: Cupido che suona la mandola.
strumento, su cui posano, lievi come fiocchi d’oro, le mani
paffute. L’ombra calda l’avvolge, e in quell’ombra, che fa più
ricco il tessuto splendente delle carni, le ali si agitano brevi
incerte, nebulose di luce.
— 249 —
La Festa di Venere e il Baccanale a Madrid, il Bacco e Arianna
di Londra, compiuti a breve distanza di tempo l’uno dall’altro,
affermano il nuovo stile di Tiziano nelle opere di soggetto mito-
logico. Abbandonato ogni criterio di simmetria, ogni atteggia-
mento romantico giorgionesco, il pittore rappresenta scene di vita,
corse al piacere, sfrenate e pur fresche e gioconde. Tutte le figure
son concepite in movimento; tutte le forme scorciano, ondulano,
si slanciano, per fornire piani curvi alla luce che guizza, ai colori
che splendono di non mai più raggiunta ricchezza.
Straripa, nel primo quadro 1 (figg. 123-124), dai prati verdi
oro, sotto il gran mazzo d’alberi, la folla degli amori; altri svo-
lazzano, nuvolette rosee, tra i rami dei meli, e gettano i frutti
ai piccoli vendemmiatori affaccendati. L’azzurro, nelle sue grada-
zioni dal turchino al cilestre, ovunque ride: son di un turchino
intenso i frutti sacri a Venere, la veste di una donna, le case,
i colli, un drappo steso a terra; cilestri le ali dei bimbi, come
lembi d’azzurro caduti dal cielo. La rotondità delle mele, il
rosso e il biondo delle mele, si rispecchiano nelle guance dei fan-
ciulli giocondi e sodi, con le testine scarmigliate dalla corsa.
In un primo piano, due giocano a palla con le frutta, due
altri riempiono un meraviglioso cestello rosso e oro adorno di
gemme e di cammei. Tiziano gioca con i suoi putti; torce come
1 V. la descrizione di Filostrato nelle Immagini : « Voi vedete gli Amorini attendere a
raccoglier le mele; e se il loro grande stuolo vi maraviglierà, pensate che essi sono i figli delle
Ninfe... Il giardino è leggiadramente circondato da viali, il verde tappeto de’ prati par che
v’inviti a trattenervi qui, mentre i dorati pomi fan mostra, tra i rami, dei lor colori rossi e
gialli e muovon l’appetito agli amorini.
« Le variopinte loro vesti giacciono neglette a terra, e in testa non portano ghirlande, perchè
la folta capigliatura è il loro più bello ornamento. Hanno l’ali dorate, e di color cilestro o
porporino, e ti par quasi di udirle, con dolce armonioso ronzìo, fender l’aria . I panieri, entro
cui essi gettano i pomi, sono di corniola, di smeraldi o di perle: un’opera diresti di Vulcano.
Di questi alcuni danzano, altri corrono di qua e di là, altri o dormono o si riposano, altri si
cibano di pomi, che van cogliendo senza alcun bisogno di scale, poiché tutti sanno levarsi a
volo sugli alberi.
,’« Sopra un piedistallo di pietra, d’onde scaturisce un’acqua azzurrina che innaffia gli al-
beri, è collocata la statua di Venere, forse posta dalle Ninfe in premio d’averle fatte madri
degli Amorini. Nè l’argenteo specchio, nè quel sandalo e l’auree fibbie sono colà posti a caso;
ma come la stessa iscrizione ce ne avverte, son tutti doni delle Ninfe a Venere; alla quale
gli Amori offrono i loro pomi, e par che la preghino di voler loro conservar sempre così fio-
rente il loro giardino » .
— 250 —
viticci i riccioli fulvi e oro, getta drappi multicolori sull’erba;
lancia alla corsa una frotta di monellucci dietro un coniglio
Fig. 123 — Galleria del Prado, a Madrid. Tiziano: La festa di Venere.
(Fot. Anderson).
impaurito; fa sprizzar da ogni colore, dalla diafana luce, dai lam-
peggianti occhi, da ogni moto, la gioia.
Come nella Festa di Venere, nei Baccanali (figg. 125-126)
cantano gli azzurri del cielo, dei colli, delle vesti femminee. Una
nuvola bionda accende un razzo nel cielo. Le carni degli
uomini, ramigne, trasudano fuoco in quell’ardor di tramonto,
e dànno valore al prezioso lume bianco rosato che penetra i corpi
femminei; le ombre e le luci, più mosse, più libere, accompagnano
in coro il tripudio di un’umanità giovane e felice nella lussureg-
251
giante natura. Risplendono le vesti per le multiple venature del
raso; le fronde degli alberi a destra, attorno l'ebbro Sileno, prendon
fuoco al torrido tramonto; brillano vasi di bronzo e patere; un’an-
fora di cristallo a metà riempita di vino riflette la gran luce della
nuvola; lontano passa run veliero, ala d’argento al sole. Una
Fig. 124 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
baccante nuda, in un angolo, la testa riversa sul braccio, come
folgorata dal sonno, tende il bel corpo procace — quanto lontano
dalla Venere di Giorgione! — nell’involucro niveo del drappo,
che preziosamente accosta le carni biancorosee, il volto vermiglio
nell’onda del sangue, con arse labbra schiuse al respiro.
Centro luministico del primo piano è un gruppo di donne
in contrasti abbaglianti d’ombra e sole. Una di esse tende la
patera a un baccante che le mesce il vino, e tutta in un riso di
luce, che affila il volto e imperla spalle e seno, irradia dagli occhi
la gioia della vita, l’intensità del piacere purificato da giovinezza.
Penetrata di luce, diafana nel sole, come se il corpo tutto si pia-
— 252 —
smasse nel baglior della nuvola che ascende sul cielo, la bella
ninfa è il centro della scena, l’incarnazione della letizia che pene-
tra esseri e cose. I corpi giovanili, scaldati dal sole, danzano nella
natura in festa; cantano l’inno alla vita. 1
Sempre più diviene vertiginoso il movimento della composi-
zione, sempre più rapido e intenso il contrasto di luce e d’ombra
Fig. 125 — Galleria del Prado, a Madrid. Tiziano: Baccanale.
(Fot. Anderson).
e sgranato il colore, nell’ultimo dei quadri, Il Corteo di Bacco e
Arianna (fìgg. 128-129). La folla dei fauni e delle baccanti si
riversa dall’ombra cupa del bosco in una rapida obliqua dietro
1 II riso di luci diffuso nel paese e sulle figure dal cielo lampeggiante accosta ai Baccanali
del Prado uno dei più gentili idillii familiari della giovinezza di Tiziano, la Madonna del Co-
niglio (fig. 127) al Louvre, ove tutte le forme diventan lievi a quel chiarore, tutto traspare e
trilla di gioia: la veste giallo-verde di Caterina, il paniere dorato, il Eimbo che scivola festoso
dalle braccia della Santa e raccoglie la luce nel velo delle carni periate.
— 253 —
il carro di Bacco, che turbina nel cerchio del manto rosso come
in una gran nube di fuoco, mentre sera e tramonto lottano nel
cielo. Nella Festa di Venere, le nuvole eran screziature dell’az-
zurro, basse e leggiere, alla maniera giorgionesca; nel Baccanale,
un solo nugolo, gonfio di sole, invadeva il cielo della sua luce
come di un fiotto di gioia; nel Corteo di Bacco e Arianna, razzi,
globi di nuvole, che in basso bevono il fuoco del tramonto e
in alto attingon l’argento notturno alla luna invisibile e allo
Fig. 126 — Particolare del quadro suddetto
(Fot. Anderson).
stellato diadema di Arianna, imprimono al fondo di cielo una
vita lampeggiante, fantastica.
Le figure in primo piano, i due fauni e il putto, si plasmano
di fuoco nell’ardor del tramonto; più lontano attenuano, schia-
rano il tono nella luminosità dell’oro. Le due luci si fondono col
raggio tremulo della luna nel corpo della ninfa suonatrice di cem-
balo, nella tunica di un azzurro sidereo, arrovellata dal vento,
metallica: la manica di Arianna, contro luce, è un vortice d’ar-
gento, un meraviglioso gorgo lunare, in contrasto con la chioma
fulva e il volto intriso d’oro. Bacco, che s’invola dal carro nella
gran nube di fiamma rapita al tramonto, rispecchia nel volto
appassionato, nello slancio fantastico, il movimento della terra
— 254 —
e del cielo. Sul primo piano, in un angolo, l’anfora d’oro cupo,
sopra un drappo di un giallo chiaro e acre come quello della
veste di Santa Caterina nella Sacra Famiglia di Londra, ripete
nel contrapposto esaltante di una nota calda e piena e di una
Fig. 12 7 ■ — Museo del Louvre. Tiziano: La Madonna del Coniglio.
nota acerba di colore, il contrapposto di toni tra gli ultimi fuochi
del giorno e l’argento lunare.
Circa il tempo in cui Tiziano dipingeva il Baccanale del Prado,
diede alla Venere Anadiomène della Galleria Bridge water a Lon-
dra (fìg. 130) il tremulo sguardo ridente e il volto fine della gio-
vine suonatrice di flauto, al centro di quel quadro. Velato ap-
pena di bionde e rosee nubi leggiere l’azzurro del cielo, accennata
la profondità abbrividente del mare, Tiziano sprigiona tutta
l’armonia del quadro dalla curva di un florido corpo che s’inarca
tra acque e cielo. Il genio di Sandro Botticelli nel quadro Uffizi
faceva della Nascita di Venere una poetica allegoria, figurando
— 255 —
la dea portata dall’onda in una conchiglia marina, tra ninfe e
zefifiri, sotto una pioggia di rose; Tiziano rievoca l’atteggiamento
classico di Afrodite che strizza le chiome, trasformandolo col suo
caldo alito di vita, animando la trionfale bellezza col raggio
Fig. 128 — Galleria Nazionale di Londra. Tiziano: Bacco e Arianna.
(Fot. Anderson).
tremulo dello sguardo e col riflesso che sale al diafano volto
dal mare: una conchiglia, posata sull’onda come i fiori sul trono
delle Vergini, allude solo all’antica leggenda. Un cenno basta a
Tiziano per animare di un caldo soffio di poesia la scena: e qui
basta il taglio della figura all’altezza delle ginocchia, che ci fa
apparire come sospesa tra cielo e mare la bellissima nuda. Dal
colore che s’indora nel corpo tornito e s’accende nel volto al
fiotto del sangue, dalla luce che vibra nella bionda nudità del
— 257
braccio e si disperde in bagliori alati sull’ovale appuntito e sen-
sitivo, Venere, regina del mare, trae la sua fascinatrice bellezza.
Tiziano: Venere Anadiomène .
Dorata e splendida, nel manto fulvo delle chiome, sorge la dea
da un fluido verdazzurro di cielo e di acque.
* * *
Nei quadri religiosi contemporanei, le figure sono in minor
numero, più grandiose, più solenni. Nel 1520 Tiziano dipinse la
pala della chiesa di San Domenico in Ancona (fig. 131), esten-
Venturi, Storia dell' Arte Italiana, IX, 3.
17
— 25« -
dendo all’intera composizione il movimento a spira che librava
V Assunta dei Frari nello spazio. Le figure hanno un’intensa
realtà plastica, di statue a tutto tondo; ma la linea snodata della
composizione e la mobilità delle ombre e delle fiammeggianti
luci le alleggeriscono, le sollevano nell’etere luminoso. Ogni ac-
cenno di sogno romantico è svanito: non scherza più la luce
come nella Festa di Venere e nei Baccanali; non s’attenua in
mobili veli come sul volto di Venere Anadiomène, per dare alla bel-
lezza il tremulo raggio degli astri, ma lampeggia nell’ombra che
s’addensa tra i nugoli; lacera le tenebre intorno alla terra som-
mersa, sprofondata nella caligine, oppressa dall’afa di un tramonto
estivo. San Francesco spasima nell’ombra, irrigidito, teso in uno
slancio di fede; nell’ombra è il divoto in ginocchio; le luci del tra-
monto folgorano la grande, figura del vescovo che accenna al suo
protetto la visione divina, e ne fanno il protagonista del quadro.
Guizzano i baleni sulla mitra e sul camice argenteo, in accordo
col gesto balenante, che sembra staccar la commossa immagine
da terra per lanciarla su negli spazi eterei, su per la fiammeg-
giante scala di nuvole, verso il gruppo divino. A quel grido dalla
terra risponde un grido dal cielo: lo slancio di Gesù preso da en-
tusiasmo, pronto a spiccare il volo dal grembo materno/ Gesù e
il Santo Vescovo Nicola sono ai due capi di una stessa obliqua,
entrambi nella più intensa irradiazione luminosa; e trascinano lo
sguardo con il loro fulgore, mentre in un’ombra di fuoco è il volto
di San Francesco, sitibondo d’amore, fisso agli angioletti che reg-
gono le corone di gloria. Solo in queste due immagini di putti,
leggiere e diafane, Tiziano ritrova la grazia scherzevole dei dibat-
titi d’ombra e luce. In tutto il resto del quadro incombe un senso
patetico, della luce in contrasto con l’oscurità. Un campanile
sorge dall’ombra presso un gruppo di case, come albero di nave
sommersa; un lampo che squarcia le tenebre è la distesa del mare;
l’albero proteso verso la luce, che rifletteva la pace della terra
sognante nei paesi di Giorgione, qui riassume, in un tronco spez-
zato e contorto, in due grandi foglie preda al vento, il soffio di
vita intenso, quasi tragico, che pervade la scena.
Fig. 131 — _Chiesa di San Domenico in Ancona. Tiziano: Pala d’altare.
(Fot. Alinari).
— 2Ó0 —
L’effetto burrascoso, di ombre squarciate da luci, si ri-
pete nel grande trittico della chiesa dei Santi Nazaro e Celso a
Fig. 132 — Chiesa dei Santi Nazaro e Celso a Brescia. Tiziano: Pala d’altare.
(Fot. Alinari).
Brescia (fig. 132), raffigurante al centro Cristo risorto ; nelle ali
San Sebastiano e V Annunciata, due Santi col divoto e Gabriele.
Ancora si snoda a spira la composizione, e l’effetto notturno è più
Fig. 133 ■ — Pinacoteca Vaticana. Tiziano: Pala d’altare.
(Fot. Anderson).
— 2Ó2
intenso che ad Ancona; in un ultimo crepitìo sta per spegnersi
il fuoco del tramonto. Dietro il Cristo si addensa la notte, e
Fig. 134 — - Particolare del quadro suddetto
(Fot. Anderson)
in ombra rimangono le immagini dell’Annunciata e di Seba-
stiano a destra, mentre la veste dell’angelo, a sinistra, è tutta
nel fulgore argenteo del vessillo, e le armature di San Giorgio
e del soldato presso la tomba lampeggiano fra le tenebre. Il
— 203 —
focolare di luce è unico e imprime al trittico una serrata unità
scenica.
Deiranno seguente, 1523, è l'ancona del Vaticano: V Appari-
zione della Vergine a sei Santi (figg. 133-135). E anche qui, come
Fig. 135 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Brogi).
nelle due precedenti, Tiziano fa dell’ombra rotta da vibrazioni di
luce tanto più sonore quanto più contrastate, uno strumento di
fasto pittorico e di enfasi monumentale. Una vasta esedra, o
meglio il fondo di una nicchia in rovina, aduna l'ombra intorno
alle sei immagini, che ora v’affondano, come i Santi Francesco e
— 264 —
Antonio, ora ne emergono, tra barbagli violenti di luce, riflessi
d’oro e d’incendio. Par che la gran conca si spezzi al fiotto
delle nuvole che trasportano verso la terra la Vergine e i due an-
gioletti: fra il tempio diruto e il semicerchio della divina ghir-
landa l’occhio intravede per uno spiraglio un lembo di cielo
striato di fuoco dal tramonto, un lembo deserto di terra e di mare.
E sembra che l’umidità marina entri con l’ombra verdognola,
salmastra, nella conca dell’abside a sommerger le forme di
Antonio e di Francesco, a combinarsi con l’oro in una preziosa
patina bronzea sulla bionda immagine della Santa, smorzandone
i colori in un effetto quasi monocromo d’incomparabile splen-
dore, per lasciar emergere in un caldo rosa di carni il corpo mor-
bidissimo di Sebastiano, e vibrare, in clamorose note metalliche
sulle teste cupree, sul manto rosso, sulla dalmatica rossa e oro
dei Santi Pietro e Nicola, la vampa del tramonto. Come nel
quadro d’Ancona, la luce avvolge del suo fulgore la figura gran
diosa del Vescovo, che avanza nella gran pompa delle stoffe
cariche d’oro, col libro sacro e il pastorale, forte, entusiasta pa-
store di anime, gridando dagli occhi ardenti la fede. Le altre
figure si volgon d’angolo; sfuggono, emergendo e rientrando
nell’ombra, ma la sua vasta mole tutta si spiega nella luce,
argine sicuro, pilastro saldo della chiesa.
A questo gruppo di opere si congiunge per il movimento a
spira della composizione il gigante San Cristoforo (fig. 136), di-
pinto a fresco nel Palazzo dei Dogi. L’obliqua della clava, che
traversa tutto il campo del quadro e si perde ai nostri occhi nella
profondità del mare e del cielo, è il perno della roteante immagine;
la voluta del manto azzurro che s’ingolfa sul capo del Bimbo dà
l’ultimo tocco alla faticata spira della composizione. I muscoli
turgidi, lo sforzo eroico, dicono che il Vecellio ha avuto, traverso
le opere di Giulio Romano a Mantova, un’impressione dello
scultorio atletismo di Michelangelo, palese anche nel San Seba-
stiano del trittico di Brescia. Ma le caricature michelangiolesche
del Palazzo del Thè, animate dal genio di Tiziano, accese dalla
fiamma del suo colore e dall’impeto della sua vita, più non si
Fig. 136 — Affresco in palazzo ducale, a Venezia.
Tiziano: San Cristoforo.
(Fot. Anderson).
— 266 —
riconoscono modelli a questa interpretazione di una forza sel-
vaggia pervasa dalla grandezza della fede.
Si torce il colosso, nella immane fatica di reggere il peso del
Redentore, e si volge al Bimbo, rannicchiato nella sua camiciola
nivea sulle potenti spalle; lo interroga con lo sguardo: « Chi
sei tu, piccolo essere, che gì avi come una montagna sulle mie
(Fot. Alinari).
spalle d’ Atlante? ». Col braccio teso al cielo, con l’indice teso al
cielo, risponde il Bimbo: «Io sono il tuo Dio; il mio regno è sopra
la terra, la mia forza è eterna. Tu sei un gigante, ma la tua forza
bruta non può vincere la forza divina dello spirito; tu conduci
in salvo gli uomini di là dalle acque, io conduco in salvo gli
uomini traverso le tempeste della vita ». Piccolo è il bimbo, e la
camiciola succinta dà l’ultimo tocco alla sua grazia d’infante, ma
nella sinistra che s’aggrappa alla tunica del colosso come a un
cuneo di roccia, in tutto lo slancio del corpo, che fa contrappeso
all’inclinazione delle spalle di Cristoforo e agisce come leva su
quella gran massa piegata, nel braccio teso al cielo con gesto d’im-
— 267 —
perio, è espressa la forza vittoriosa del dio. Ricordate il gruppo
di San Crisioforo e Gesù nell’ancona di Giambellino ai Frari?
Il Gigante non si curva sotto il peso del Bimbo, che s’appoggia
con manine esitanti al capo lanoso e si veste delle timide grazie
di un figlioletto della terra. Mite, quieto, composto come in un
seggio, volge di lato il carezzevole sguardo; Cristoforo fissa gli
occhi al cielo. Ma Tiziano, con l’unità della spira che abbraccia
il gruppo, col diretto colloquio di due sguardi che s’addentrano
uno nell’altro, fa rivivere nel cielo di Venezia, tra i fuochi del tra-
monto, l’antica leggenda.
Nella Deposizione del Louvre (fig. 137), tutte le figure, rac-
chiuse entro la curva di una elissi, si curvano verso il cadavere
al centro. Le luci si sbattono attorno, violente, mentre sfumato
nell’ombra è il torso di Cristo, così come il dolore che urla si com-
pone all 'approssimarsi del Dio. Lingue di fuoco dardeggiano al-
l’orizzonte; s’accende la testa di Maddalena nell’ombra fulva del
velo di chiome; Giovanni è tutto in una gamma di rossi, dal manto
al volto contratto; sembra tinto di sangue il sasso del sepolcro.
Le nubi rosse nel cielo, i rossi riverberi sulla terra, lanciano la
scena in una violenza sanguigna.
* * *
Si stacca da queste composizioni pirotecniche, per il suo re-
spiro grave, la pala di Ca’ Pesaro (fig. 138), che è la più solenne
attuazione di ritmo architettonico nell’arte di Tiziano: il mag-
gior effetto di monumentalità ottenuto da un equilibrio pro-
digioso di masse d’ombra e luce. Le figure, i gruppi di figura, com-
pletano le masse di pietra; compongono un’architettura entro
l’architettura del tempio aperta sul cielo: la Vergine col Bambino
siede in trono al sommo della scala, compresa nello spazio tra il
piedistallo della colonna e l’alta base del seggio; ne ripete l’in-
clinazione il Cavaliere con lo stendardo; San Pietro, col suo gran
libro in luce, con la sua tensione obliqua, fa da contrappeso alle
due masse inclinate. Gruppi di adoranti in ginocchio, negli an-
goli, si fondono in masse compatte come i gradi dei trono: e
— 268 —
San Francesco, teso in un ascetico slancio di adorazione, lega
con l’acuta sagoma il gruppo dei suoi protetti a Gesù che si
Fig- 138 — Chiesa de’ Frari, a Venezia. Tiziano: Pala di Ca’ Pesaro.
(Fot. Anderson).
presenta come un trionfatore sotto il baldacchino del velo ma-
terno. Tutto è misurato sopra un ritmo grave e solenne: il grande
stendardo rosso e oro, vela adriatica al sole, rialza di un colpo
— 269 —
la linea della composizione, e persino la chiave di Pietro, sui
gradi, diviene elemento di metro. In alto, la nube con gli an-
gioletti equilibra, di qua dalle colonne, la massa delle nubi
nel gran vuoto del cielo. Cupe, grevi, si contrappongono al
chiaror biondo delle nuvole accese all'orizzonte dal sole e
proiettano ombre sul fusto delle colonne; ma un razzo di luce
vi s’insinua e scoppia in fuochi d’artifìzio attorno ai due che-
rubi che svettano con la croce sulle nubi, paffuti e roridi, ani-
mando tutto il quadro col loro cinguettìo di rondini, su in alto,
sopra il coro solenne dei Santi.
Giorgio da Castelfranco, nella pala della chiesa di San Libe-
rale, non rompe la frontalità della composizione, costrutta
intorno all’asse del quadro e su piani paralleli al piano della
cornice ; il Vecellio, grande novatore scenografo, sposta dal
centro l’asse compositivo, segnando, col trono a base altissima,
rinsaldato dal piedistallo di una colonna, e con le figure che
intorno s’aggruppano, la diagonale netta della tela. E poiché
la linea diagonale suggerisce profondità, l’aria circola attorno
tutte le figure, liberamente, e lo spazio imprime un suggello
di grandezza, d’impeto eroico, alla scena. Accentuano lo slancio
fantastico le due colonne, che continuano senza fine verso il
cielo, come due canne d’organo sonore.
* * *
Circa il 1525, riprendendo, per la cattedrale di Verona, il
tema àe\Y Assunta (fig. 139), Tiziano torna all’abbagliante sce-
nografia della pala di San Domenico in Ancona. Nel quadro
de’ Frari, un apparato di festa circonda la Vergine trionfatrice
nel suo serto di fiori celesti: l’Eterno scende verso di lei; la ferma
luce dell’Empireo l’attornia; gli angioletti cantano osanna. Stac-
cata, assorta in Dio, volge gli occhi radiosi in alto, alla luce
che l’attrae: il grido della terra, l’impeto d’amore degli Apostoli,
non giungono alla sua anima rapita. Nel quadro di Verona, in-
vece, più legato alla tradizione dalla presenza del sarcofago, più
ardito nello scoppio di luci, Maria, trascinata da nembi, sola
— 2 JO —
nella vampa del cielo ove si perdon testine di cherubi, volge
agli Apostoli lo sguardo velato di pietà. La Madre divina, già
Fig. 139 — Cattedrale di Verona. Tiziano: V Assunta.
(Fot. Anderson).
lontana dalla terra, le volge l’ultimo addio. Ha gettato il suo
cinto a Tommaso e, giunte le mani, addita 'ai fidi di Cristo
la via consolatrice della preghiera. Non ha più la maestà, la
Fig. 140
Tiziano: San Giovanni Elemosinario
(Fot. Anderson).
— 272 —
possanza di forme, l'impeto travolgente àe\Y Assunta de’ Frari;
più piccola, più umile, porta ancora nei lineamenti le tracce della
sofferenza umana, l'ombra della pietà. E l'atmosfera squillante
del quadro de’ Frari si ottenebra in nugoli di tempesta: arde
come un rogo la terra, nell’ora dell’addio. Gli Apostoli s’irra-
diano dal sepolcro all’ esterno, in una travolgente espressione di
forza centrifuga, come respinti dall’orlo di un vulcano; e colle-
gando rimmagine di Pietro, centro del coro, all 'Assunta sulle
nuvole, la spira della composizione si snoda rapida fra terra e
cielo. Riflessi che s’incrociano da figura a figura, scoppi di luce
sui volti ardenti e nell’ombra delle nuvole, squillano nell’etere
come grida di addio.
L’atmosfera agitata dell’ A ssunta di Verona circonda l’effigie
di San Giovanni Elemosinano (fig. 140), dipinta nella chiesa di
quel titolo a Venezia. Il vegliardo, alto, solenne, siede di sghembo
sopra uno stilobate, e porge la moneta a un viandante appiat-
tato nell’ombra, in un angolo. Nell’angolo opposto un chierico
sostiene la croce, il cui vertice prosegue l’obliqua della figura
ondeggiante sul vuoto, nel cielo burrascoso. È ancora la diago-
nale del quadro, come nella Madonna di Ca’ Pesaro, ma senza
quel saldo sostegno di masse architettoniche, più slanciata, più
ardua, più tesa.
Nel Martirio del domenicano San Pietro (fig. 141), distrutto da
un incendio, tutte le qualità di movimento, di colore, di luce, che
valgono a infondere una suprema grandezza scenica alla pala di
Ca’ Pesaro, erano volte all’effetto drammatico. Anche dalla copia
nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia immaginiamo
quale violenza d’impressione dovessero sprigionare i torrenti di
luce che scrosciava^ dall’alto, i mulinelli degli alberi orlati di
fiamma, il turbine che travolgeva piante nubi uomini tra i fuochi
del cielo e la crudeltà della terra. Così nella Battaglia di Cadore
(fig. 142), non solo i soldati ma le montagne intere si torcevano
in convulsioni vulcaniche.
Invece nella Presentazione al Tempio (fig. 143-144) (Acca-
demia di Venezia), Tiziano non si preoccupa nè di movimenti nè
Fig. 141 — Incisione di Martino Rota: Martirio del domenicano San Pietro.
ì
!
Venturi, Storici dell'Arte Italiana, IX, 3.
l8
— 274 —
♦
di drammi, ma soltanto delle diverse rifrazioni della luce e del
colore sulla folla, sulle cose, sul paese, creando una sinfonia
calda e sonora, semplice e pure ricchissima, con profondità e
varietà di vita esposta chiaramente alla luce del sole. Più che
forse in ogni altra sua opera qui egli si attiene alla tradizione,
Fig. 142 — Galleria degli Uffizi, a Firenze. Copia da Tiziano: Battaglia di Cadore.
.(Fot. Alinari).
la continua, la sviluppa: molti degli elementi, persino la fa-
mosa vecchia seduta sui gradi, erano già nel quadro di G. B.
Cima a Dresda, dove il candido Vicentino, pur mantenendo
le sue grazie primitive alle figurine e al paese minuto e fram-
mentario, si studia d’ingrandir la visione con l’alta massiccia
scalea. Sale col cero, come nel quadro del Carpaccio a Brera,
la fanciullina timida, a capo chino; l’accompagnano la fa-
miglia, un piccolo stuolo d’amici, tra cui due Orientali, per dar
- 275 —
colore locale all’ambiente, fornito anche in distanza di qual-
che magro ombrello di palma.
Tiziano, pur mantenendo nelle sue linee generali la scena,
svolge quelle linee con maestosa ampiezza, e infonde alla com-
posizione, mediante il dominio assoluto dell’orizzontale, un
ritmo scandito con lentezza, maestoso. Per attenersi vieppiù
alla gravità di questa linea, divide in due rampe la scala va-
stissima che conduce al tempio, dietro cui s’apre una via con
Fig. 143 : — Accademia di Belle Arti, a Venezia.
Tiziano: Presentazione della Vergine al tempio.
(Fot. Alinari).
palazzi retti da colonne romane e aperti sullo sfbndo montano
del Cadore. Nessun ricordo d’Oriente, solo un accenno classico
nella piramide sormontata dal globo. La cerimonia si* svolge a
Venezia, e sono i magnati veneziani, dame in vesti di gala,
senatori e procuratori di San Marco, che inoltrano verso il tempio,
al seguito di Maria: vi si frammischia il popolo, e infonde la
nota viva alla scena: mendicanti che implorano e ricevono ele-
mosine, vecchie e popolani, un fanciulletto spaventato da un
cagnolo, una bimba appoggiata ai gradini, intenta, sospeso
il respiro, alla Vergine che sale. Nell’alto delle case le finestre
si spalancano: s’affacciano dall’ombra alla luce gruppi di cu-
riosi. Maria è sul vasto ripiano della scala che la isola dalla
folla; ha messo un piede sul primo grado della seconda rampa;
con la destra solleva la veste, ripetendo il gesto caro ai tre-
centisti, dimenticato dal Cima e dal Carpaccio. Ma non è la
donnina compunta del Cima che sale a testa bassa, intenta
a tener diritto il suo cero ; non s’inginocchia davanti al gran
Fig. 144 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
sacerdote come la verginella del Carpaccio ; si tiene eretta,
solleva un braccio eloquente; nella sua grazia di fanciullina,
nelTumile semplicità della veste e delle trecce d’oro, domina
la scena. Il suo gesto tranquillo è pieno di grandezza; gli occhi
guardano in su, al sacerdote: ed è l’alto veglio che trema da-
vanti all’apparizione di luce. Nessun artista prima di Tiziano
seppe, nessuno saprà dopo, unire nella figura della bimba
— 277 ~
tanto fascino di puerizia e tanta grandezza di ritmo. Le guance
rotonde, morbide, fatte per la carezza, le disadorne vesti che
il magnifico Tiziano ha serbato a Maria, fiore dei campi, si
trasfigurano d’un tratto per il miracolo di un passo lento, di
Fig. 145 — Galleria del Prado.
Tiziano: Ritratto di Federico Gonzaga.
(Fot. Anderson).
un gesto dolce e sicuro, di una posa diritta, messa in valore dal
fusto della colonna che prosegue la linea della figura, soprat-
tutto dalla luce che circonda di un alone argenteo Lintiera
immagine. La luce, strumento massimo dell’arte di Tiziano,
compone la suprema ricchezza di Maria, piccola figlia del po-
polo, tra i magnati della repubblica e del tempio.
— 278 —
Nei ritratti di questo periodo, il sognatore che aveva tra-
sfuso nell’effigie di Tommaso Mosti e dell 'Uomo dal guanto la
Fig. 146 — Galleria Pitti. Tiziano: Ritratto di gentildonna, detta La Bdla.
(Fot. Anderson).
vita romantica di Giorgione, lascia il posto all’osservatore. Se
ancora Tiziano idealizza l’immagine, trasformando la realtà in
una speciale splendente vibrazione di colore, mira tuttavia a
interpretare con sicura penetrazione il tipo, che si presenta
— 279 —
in tutta la sua concretezza, eroico per fasto cromatico. I ri-
tratti di Federico Gonzaga (fig. 145), nel Prado, e di Eleonora
Gonzaga , duchessa d’Urbino, nella Galleria Pitti (fig. 146-147),
obbediscono a un principio comune: il fondo unito, di appa-
renza atmosferica, consente alla figura di rilevare gradatamente,
e pur con piena vivacità; il taglio di essa giunge alle gambe.
Fig. .147 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
perchè meglio si concreti l’immagine nella baldanza o nella
grazia aristocratica dell’atteggiamento. Sopra una base di grigi
e di azzurri, signorile e severa, il volto di Federico Gonzaga,
teso in un’espressione di trasognata lentezza, la mano con
unghie periate, il manto del barboncino, delizia del pennello
tizianesco, acquistano un incomparabile splendore.
Flora personificava il tipo di bellezza nelle opere appena
successive al periodo di formazione; l'ignota dama battezzata
dalla tradizione col titolo di « Bella » e ritenuta Eleonora Gon-
— 28o —
zaga, duchessa d’ Urbino, rappresenta in tutto il suo fulgore
il tipo prediletto da Tiziano circa il tempo dei Baccanali. La
testa è più piccola, il volto più ovale, la forma ampia ancora,
ma agile, animata da una fibra d’acciaio: una magnifica energia
di vita si sprigiona dal portamento altiero del collo e della cin-
tura; un fulgor di sole s’accende nelle iridi limpide. Gli sbuffi
Fig. 148 — Galleria degli Uffìzi. Tiziano: Venere.
(Fot. Anderson).
di velo, come fiocchi di neve sulla veste siderea, le trecce e
le ciocche di un biondo metallico frammiste alla capigliatura
bruna, l’accordo vibrante dell’azzurro e del viola con l’oro e
con l’argento nella veste di velluto greve, dove la fiamma del
giorno di Tiziano si converte in un azzurro di sera, comple-
tano, con la magìa di un tono supremamente raffinato e ricco,
il fascino deH’immagine. Tutto mette in rilievo la dolcezza delle
tenere carni, del fiore sbocciato fuor dalle sete, dai velluti,
dall’oro.
Riappare la stessa immagine, abbandonata con grazia in-
dolente sulla bruma argentea dei lenzuoli, nella Venere degli
— 28i —
Uffizi (figg. 148-149), contrapposto tizianesco, tutto vita e senso,
alla Venere di Giorgione, casta nella profonda calma del sonno. Ti-
ziano, col suo vivo intuito di realtà, trasporta la dea dall’aperto
dei campi, ove l’arte italiana aveva sempre amato rappresen-
tarla come vivente allegoria della natura, in un interno di si-
gnorile casa fiorentina, nell’intimità dell’alcova. Sollevato dai
guanciali, il corpo scivola dall’alto sull’argentea neve dei lini,
Fig. 149 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Brogi).
nella posa stessa della Venere di Giorgione; solo il braccio sinistro
poggia ai cuscini invece di sorreggere il capo. Tanta affinità di
posa e di motivi — anche la tenda di velluto rosso par sosti-
tuire l’ombrosa roccia di Giorgio da Castelfranco — mette in ri-
salto la differenza di visione. Mentre le forme ondate della Ve-
nere di Dresda mantengono una ferma solidità plastica, le forme
della Venere Uffizi sembran fluire con la luce bionda nell’atmo-
sfera morbidissima dell’interno; e tra i due corpi è la stessa dif-
ferenza che tra il lenzuolo scintillante di Dresda, solidificato in
cumuli di neve, e i drappi di velo che accolgono la soffice nuda
di Firenze. Ugualmente, il colore non ha più la compattezza di
— 282 —
Giorgione o del primitivo Tiziano: si è fatto lieve come la forma,
sgranato da penombre, sottile così da lasciar trasparire la trama
della tela. Tutta bionda, dal velo dei capelli alle carni delicate, la
bella adagia il volto nella cornice lieve di riccioli, sul liquido velo
delle chiome: le trecce d’oro le forman diadema: una perla rac-
coglie nel suo splendore tutta la luce del nudo. Le piccole nari
vibranti, la bocca arcuata, gli occhi che errano lenti in un umido
velo, le fluide linee del corpo, fanno della Venere tizianesca un
fiore di vita saturo di voluttà. E la suntuosa alcova, il cagno-
lino, le ancelle che traggon vesti da un forziere, lo splendore
cupo dei parati, offrono alla Veneziana bionda di carni e di ca-
pelli un fondo reale, che non turba, ma esalta, poiché nulla può
esser volgare in tanta ricchezza di gioventù e di ambiente.
Concepire come ritratto una Venere nuda, e saper dare alla
realtà ritrattata una nobiltà che non deriva da nessun senti-
mento accennato, ma solo dall’arte del colore: ecco l’afferma-
zione del genio.
* * *
Certo, se quella realtà fosse apparsa all’osservatore meno
evidente e precisa nei particolari, meno rotonda nei rilievi,
più suggerita, più avvolta da penombre, avrebbe avuto un
fascino maggiore, e anche una maggior impronta di nobiltà.
Ciò comprese Tiziano, e vide che il mezzo per raggiungere la
visione nuova era uno solo : graduar nel colore sempre più la
luce e l’ombra, in modo che una forma non cominciasse mai
e non finisse in un punto preciso, ma ogni immagine vibrasse
in un movimento prolungato, continuo, oscillante, come ap-
punto è proprio dell’onda luminosa. Non più il segno, ma sol-
tanto la massa ; e la massa in penombra doveva apparire allo
spettatore come etereo fantasma.
Da questo principio, che talvolta è trascurato anche dal
tardo Tiziano per un tenace senso di chiarezza e di realtà, trag-
gono vita molti capolavori degli ultimi quarantanni, a comin-
ciare dal ritratto di Carlo V col cane (figg. 1 50-151), nel Museo
Fig. 150 — Galleria del Prado, a Madrid.
Tiziano: Ritratto di Carlo V.
(Fot. Anderson).
— 284 —
del Prado, ove l’atmosfera satura di colore avvolge il pallido
sovrano nella sua veste di bianca seta, e il cane fulvo come la
terra di Spagna arsa dai venti del deserto. Dall’immagine esangue,
Fig. 15 1 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
con occhi allucinati e bocca di fiera, anelante, irradia un fluido
misterioso di vita nella calda atmosfera.
Un principio affine, se pure il risultato rimanga senza para-
goni inferiore come potenza evocatrice di una vita umana tra-
sformata dalla luce in fantasma, è seguito da Tiziano nel ritratto
del cardinale Ippolito de Medici in costume ungherese (fig. 152)
(Galleria Pitti) . Si sente la truccatura, nell’immagine del bel gen-
tiluomo in parata, ma un’armonia meravigliosa l’avvolge, di grige
penombre che disfanno la veste in fioche trame di velluto.
Immerse in un’atmosfera d’ombra che sgrana i tessuti e
fonde in un tono vibrante e ricco i colori saturi d’oro son le
— 2^5 -
figure in un quadro dipinto poco dopo il ritratto di Carlo V :
l’ Allegoria in onore di Alfonso d’ Avalos, marchese del Guasto
(fig. 153). Anche il colore preannuncia l’ultimo stile pittorico
Fig. 152 - — Galleria Pitti.
Tiziano: Ritratto del Cardinale Ippolito de ’ Medici.
di Tiziano : il rosa svanisce nell’oro, i grigi s’imbiondano, le
carni prendon toni d’oro vècchio : l’atmosfera penetra le tinte,
le unifica, le conduce a un effetto quasi monocromo. La ninfa
stessa coronata d’alloro preludia al tipo di una ninfa nel qua-
dro di Venere che benda Amore. La segue un genietto con
il fascio simbolico di verghe, un piccolo Cupido ricciuto, che
— 286 —
è tra le note più tenere della musica di Tiziano, nella grazia
dei gesti molli, della boccuccia schiusa.
E si oppone alle masse luminose delle donne e di Amore
Fig. 153 — Museo del Louvre. Tiziano: Allegoria in onore di Aljonso d'Avalos.
(Fot. Alinari).
il lampo d’acciaio del bracciale d’ Alfonso, impostato di spi-
golo, in un folgorante contrasto, che si ripete fra la donna
coronata, il cielo notturno, il cestello di frutta e fiori. È questo
il brano pittorico che più rivela il genio, in un magico errar
di luci notturne tra le nubi, sopra un volto che affiora dal-
— 287 —
l’ombra con grandi occhi lucenti, nella ruota di un cesto che
s’aggira* con le sue roride corolle, entro un misterioso fluido
lunare.
* * *
Nel ritratto di Francesco I, al Louvre (fig. 154), la fantasia
idealizzatrice si attenua ; s’accentua la vivacità della presen-
Fig. 154 — Museo del Louvre. Tiziano: Ritratto di Francesco I.
(Fot. Al inari).
t azione, la sicurezza dell’indagine psicologica. L’immagine del
monarca, certo tratta da una pittura di maestro francese, è
un carattere sorpreso con istantanea rapidità. Severo nel suo
fasto l’abbigliamento di Carlo V nel quadro del Prado; chias-
soso quello di Francesco I, con l’aureola nivea dell’orlo di piume
— 288 —
al grande cappello nero, e il fulgore della veste di seta rosa.
Luce e colore vibrano, squillano, in accordo col brusco movi-
mento della testa, fìssa, come al chiaror di un baleno, sullo
schermo della tenda nella mobilità del suo riso. Francesco I
F.g. 155 — Galleria degli Uffizi.
Tiziano: Ritratto di Francesco della Rovere, duca di Urbino.
(Fot. Brogi).
in gran pompa mondana, sotto il cappello piumato, è la ma-
schera del gaudente nella posa spavalda, nell’irresistibile riso
satirino che sprizza dai lineamenti contratti, dai pungenti oc-
chietti. Le rapide luci che freccian la veste rosa e la tenda
verde cupa sembran diffondere l’eco di una risata sprezzante
beffarda.
Francesco Maria della Rovere, il condottiero, ci si presenta,
nel quadro Uffìzi (fìg. 155), in un apparato eroico, tra lampi
— 289 —
metallici che risuonano dalla sua ricca armatura all’elmo piumato
e al fascio delle insegne, separato dall’immagine ferrea per una
zona di velluto e immerso nell’amosfera nebulosa di un interno.
Non cura, Tiziano, di definire l’ambiente; esclude ogni oggetto
Fig. 156 — Galleria degli Uffizi.
Tiziano: Ritratto della Duchessa di Urbino.
(Fot. Anderson).
che possa distrarre l’attenzione dal suo tema eroico; lo sfondo
è solenne appunto perchè nudo, austero, appena accennato nella
sua profondità sonora, che ripercuote intorno al duce i lampi,
i clamori del ferro e dell’acciaio.
Più definito, ma di poco, è l’ambiente nel ritratto della
Duchessa tV Urbino (fig. 156), seduta sul fondo grigio di una
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
19
— 290 —
parete, presso un tavolo con pendola e cagnolino. Superba,
imperiosa, nella magnifica veste, la gran dama sembra si pre-
pari a un ricevimento solenne. Il lume che penetra dalla fine-
stra aperta sul paese e sul cielo pone in delicato risalto, tra
la parete grigia e l’argentea seta del corsetto, la bianchezza
morbida delle carni; e il velluto nero della veste, sparsa di nodi
d’oro come di lucciole splendenti, l’acconciatura nera e oro,
aggiungon risalto alla gamma preziosa dei bianchi : il bianco
smorzato delle carni, il bianco niveo della seta, il bianco iri-
descente della perla. Alla beltà sfiorita s’accorda il paese triste,
smarrito nell’ombra, il fuoco semispento delle nuvole.
Ma solo una tenda verde cupo avvolge d’ombra l’immagine
d 'Isabella d'Este (fig. 157) (Vienna, Hofmuseum), che ne esce
come formata d’un fluido di luce, sotto la raggiera siderea del
turbante. L’argento, l’oro, l’azzurro mare coloran le vesti della
giovane donna, il cui sguardo diritto, fermo, scintilla di una po-
tente energia di vita. Nella perla appesa all’orecchio, e nell’iride
opalina, Tiziano concentra tutta la luce che emana dalle vesti
fulgide, dal bianco ermellino, dalle carni bianco rosate.
La Piccola Strozzi (fig. 158), nel ritratto di Berlino, del 1542,
appare invece tra una parete scura e un’ampia finestra aperta sul
paese. Ma il paese è avvolto d’ombra; va morendo il gicrno
in un chiaror vespertino che dà pieno valore alla pura luce dei
bianchi e dei biondi nel gruppo di bimba e cagnolo. Pur-
troppo il quadro ha sofferto: il bianco del raso ha perduto la
coesione dell’effetto, e si vedono i colpi di luce un po’ staccati.
Un casco di riccioioni d’oro copre la fronte: l’azzurro in-
tenso s’affonda negli occhi: la piccola gran signora porge una
ciambella al suo tranquillo cagnolo bianco pezzato di giallo
fulvo. Danzano due Amorini nello specchio del davanzale,
scoperto da un drappo di velluto rosso ; di là dalla finestra,
la chioma verde della boscaglia finisce in un mare d’azzurro :
azzurro di colli, azzurro di cielo.
Nel suo camicione di raso bianco, con le scarpette bianche,
un braccialetto di perle, una collana di perle, la bambina sembra
Fig. 157 — Hofmuseum di Vienna.
Tiziano: Ritratto di Isabella d'Este.
(Fot. Wolfrum).
— 292 —
una piccola sposa agghindata a festa. Un ricco fermaglio adorna lo
scollo della veste; una catena a roselline di smalto bianco, rosso,
azzurro scende sin quasi ai piedi. È un preannuncio, nelle tenere
Fig. 158. — Galleria di Berlino.
Tiziano: Ritratto della figlia di Roberto Strozzi.
(Fot. Hanfstaengl).
tinte, nell'accordo perlaceo dei bianchi, nella grazia signorile del-
l' immagine, ai deliziosi principini di Antonio Van Dych.
Quel capriccio di sposina, gioiello di casa Strozzi, è coperto
di gemme. Anche il cagnetto sente la gran degnazione dell’ari-
stocratica fanciulla.
Quando, circa un anno dopo, Tiziano dipinge il ritratto di
Pier Luigi Farnese nel Palazzo Reale di Napoli (fìg. 159), spri-
— 293 —
giona un effetto abbagliante dal contrasto fra gli scrosci di
luce sulla seta argentea della veste, quasi di liquefatte nevi
montane, e la potente plasticità della testa e delle mani, ossute,
Fig. 159 — Palazzo Reale di Napoli.
Tiziano: Ritratto di Pier Luigi Farnese.
(Fot. Alinari).
grevi, formidabili come quelle modellate da Sebastiano del
Piombo durante il periodo michelangiolesco. Nello scatto della
fulgidissima piuma, nelle volute dell’elsa di spada, vive un senso
energetico della massa luminosa e della linea tradotta in guizzo
di luce, che avvicina Tiziano a Michelangelo più che in qual-
siasi altra opera, più che nei nudi atletici. Le mani, in riposo,
Fig. 160 — Galleria del Prado, a Madrid.
Tiziano: Allocuzione del Marchese del Vasto ai soldati.
(Fot. Anderson).
— 295 —
quasi in abbandono, svelano un’interna forza invincibile, e il
volto bruno, che in un violento riverbero di sole s’affaccia dal-
l’ombra del fondo, ha una grandezza ardente e barbara.
Nessuna traccia invece del formalismo michelangiolistico
che raggiunge il Vecellio traverso Sebastiano del Piombo, nel-
V Allocuzione del Marchese del Vasto (fig. 160), tra gli esempi
Fig. 161 — Hofmuseum di Vienna. Tiziano: Ecce Homo.
(Fot. Wolfrum).
maggiori del luminismo tizianesco in questo periodo. È il ritratto
in azione, il ritrattocartello, in una forma monumentale. Nel co-
lore domina il rosso: dal manto del condottiero alla veste del-
l’alabardiere in primo piano, veduto da tergo, al fuoco soffo-
cato delle nuvole: come nel ritratto di Carlo V a cavallo, il rosso
accompagna il discorso del Duce alla soldatesca; squilla una fan-
fara di guerra. Il condottiero macchinoso, tronfio, il paggetto
che guarda distrattamente alla folla, con lineamenti marcati
da grevi ombre, metterebbero il quadro tra le cose inferiori di
Tiziano, se noi non vedessimo apparire, come suscitata dal gesto
dell’oratore, una folla confusa, immensa, smarrita fra le te-
Fig. 162 — Galleria Nazionale di Napoli.
Tiziano: Ritratto di Paolo III Farnese.
(Fot. Brogi).
come una folla di Rembrandt. Il taglio stesso delle figure tronche
dalla cornice aumenta il fascino dell’apparizione. L’ombra av-
volge la soldatesca, boscaglia rumoreggiante, da cui si appun-
tano al cielo lunce ed alabarde. A quella foresta i lampi delle
armature, delle picche, degli elmi infondono un moto di bur-
— 296 —
nebre della sera e i fuochi del tramonto, vaga e fluttuante come
il sogno. Non si distinguon le forme, non i volti, nella massa cupa
che si perde lontano, rotta da bagliori d’incendio, misteriosa
rasca.
— 297 —
Compiuto nel 1543, con un effetto teatrale di moli marmoree,
di folle agitate, di stendardi e di armi tra sprazzi di sole, YEcce
Homo deH’Hofmuseum di Vienna (fig. 161), Tiziano dipinge.
Fig. 163 — Galleria Pitti. Tiziano: Ritratto dell’ Aretino.
(Fot. Anderson).
forse non direttamente dal vero, il ritratto di Paolo III (fig. 162)
nella Galleria di Napoli, che per il frastaglio nervoso dei piani
e il conseguente gioco di lampi sulle stoffe, come per la scat-
tante secchezza di una mano, preludia all’arte apocalittica del
Greco. Più che nella testa dallo sguardo indagatore, fermo,
incisivo, la grandezza pittorica del Vecellio si palesa nel lo-
gorìo del velluto rosso all’azione della luce, e nella elettrica
— 2g8 —
irradiazione delle dita tra i raggi d’ombra e sole della stola. Un
senso tragico della vecchiaia si sprigiona da quella mano lunga, dis-
seccata, macera, che esce dall’ampiezza maestosa della manica.
Tra i massimi esempi dell’arte di sorprendere un carattere è
invece il ritratto dell 'Aretino (fig. 163). Lo stesso paludamento,
ampio, chiassoso, frecciato di luci, si mette all’unisono col volto
spavaldo, lo sguardo crudele, la bocca maligna. Sembra ch’egli
si prepari a lanciar contro Tiziano pittore del ritratto la sua
freccia avvelenata: « Certo esso respira, batte i polsi e move
lo spirito nel modo ch’io mi faccio nella vita. E se più fossero
stati gli scudi, che glie ne ho conti, in vero li drappi sarieno
lucidi, morbidi e rigidi come il raso, il velluto e il broccato ».
Le squillanti pennellate sembrano indizi di negligenza e di
fretta al violento letterato, che Tiziano quasi settantenne ha
animato di una volontà gigante e aggressiva, accentuando i
lineamenti, gonfiando come stendardo il manto, saettando
sprazzi di luce dalla elettrica pennellata.
Il mascarone 1 si presenta in aria di sfida, d’imperio, di tra-
cotanza. Il sole schiara la faccia sanguigna, le labbra male-
diche, batte sul manto di raso a sprazzi, lampeggia sulle co-
stole delle pieghe; e indora la collana a grossi cerchi d’oro
vecchio, la veste pure d'oro vecchio. È la luce a lampo, è lo
sfarzo del letterato potente, è l’eloquenza del male.
* * *
Nel Cristo coronato di spine, al Louvre (fig. 164), il miche-
langiolismo, di cui è prova anche il gigante ritratto aretinesco,
si accentua: un dorso nudo è una montagna di carne, e i
rilievi turgidi dei muscoli lo mettono all’unisono col bugnato
del palazzo, che sembra tratto dalle architetture del Sanmi-
cheli a Venezia e a Verona. Sull’architrave torreggia un busto
di Tiberio, che dà l’ultimo tocco alla potenza romana della
massa. Tutto divien turgido, massiccio, erculeo: edifici e persone,
1 V. lettera dell’oratore dei Gonzaga.
Fig. 164 — Museo del Louvre. Tiziano: Incoronazione di spine.
(Fot. Alinari).
Fig. 165 — Galleria Borghese di Roma. Tiziano: Sansone.
(Fot. Anderson).
— 30i —
e a un tempo la composizione mira ad effetti di violento dina-
mismo. Nell’ombra del fondo è un tumulto di corpi divinco-
Fig. 166 — Galleria Nazionale di Napoli. Tiziano: II Fiume.
(Fot. del Ministero della Pubblica Istruzione).
lantisi, di braccia levate, un incrocio di lampi prodotto da va-
rietà di pose, da molteplicità di angoli.
A questo periodo di più diretto michelangiolismo, coinci-
dente secondo ogni verosimiglianza con la sosta di Tiziano a
Roma, appartengono due nudi atletici: il Sansone della Galleria
Borghese (fig. 165), e il Fiume della Galleria di Napoli (fig. 166),
— 302 —
di recente tolto alla sala delle opere carraccesche e messo in
onore nella sala di Tiziano. 'L'Èrcole del Belvedere per la po-
tenza della mole corporea, i nudi di Michelangelo per l’effetto
dinamico, sono i soli paragoni che i due colossi trovino nell’arte,
specialmente il secondo, per il contrapposto di energie prodotto
da incrocio di gambe e braccia e dallo sforzo del capo taurino,
quasi costretto da gravame a reclinarsi. Ma la forma vive in
entrambi i quadri specialmente per virtù di colore, per la pen-
nellata che tutta l’immerge nella luce di un aureo tramonto.
L’Ercob della Bibbia, nel quadro Borghese, è avvinto alla
colonna sommersa nell’ombra, e tutto si tende per franger le
catene. L’impressione di Michelangelo, anzi degli Schiavi per
il monumento di Papa Giulio, è evidente in questa figura di
lottatore che si prepara allo slancio, come è evidente quella
degli Ignudi nel quadro del Museo di Napoli. L’ombra si ad-
densa, in entrambe le opere, attorno al nudo ciclopico, e ap-
pena una luminosa nebbia trasforma in velluto i blocchi di
marmo nel quadro di Roma, i sassi e la riva del fiume nel
quadro di Napoli. I tocchi argentini sui denti e le punte della
mascella spezzata, accanto al Sansone Borghese, riappaiono
sulla bocca dell’anfora che il Fiume rovescia e sui fiotti di li-
quida madreperla. In entrambi i quadri la testa si reclina nel-
l’ombra, a contrasto col nudo soleggiato. E il corpo gigante,
che per Annibaie Carracci sarebbe stato un 'accademia, diviene,
tra i vortici di luce tizianeschi, un’eroica visione. Michelan-
gelo rappresentò un Fiume quasi personificando una corrente
impetuosa ; Tiziano, per magìa di colore e di tono, svolse in
un gorgo di luce l’immagine del colosso creatore sul pendio
del monte da cui traggon .vita le acque.
* * *
Nel ritratto di Paolo III tra i nipoti (fig. 167), Tiziano, prima
di Velazquez, intona una prodigiosa sinfonia di rossi, con l’ama-
ranto scolorito della mantellina papale, il rosso cuoio del bal-
dacchino, il rosso di lacca del tappeto, il rosso aurato della
— 303 —
mantella di Alessandro Farnese, il rosso purpureo del berretto
del Cardinale, il rosso fulvo della pelliccia, il rosa della panto-
fola pontificia.
Tiziano improvvisa. Si ferma a impastar la pallida testa
Fig. 167 — Museo Nazionale di Napoli. Tiziano: Ritratto di Paolo III con i nepoti.
(Fot. Anderson).
del vecchio, a rendere l’astuto sguardo pungente, e poi scopre
col sole le pieghe della mantellina amaranto svanito; modella
appena la mano che esce dal grande involucro della pelliccia
d’ermellino; a pennellate fulminee diffonde il sole sul camice di
- 304 -
raso bianco e vi riflette il rosseggiare del baldacchino, del tap-
peto, dell’abito cardinalizio di Alessandro Farnese. Il rosso tra-
suda da ogni cosa, anche dalla casacca scura, dalla pelliccia del
Fig. 168 — Galleria di Napoli.
Tiziano: Ritratto di Pier Luigi Farnese.
(Fot. Anderson).
cavaliere Ottavio. È il calore di Tiziano che scalda, impasta,
avviva. Ma la luce inargenta i contorni ; lampeggia sull’elsa
di Ottavio ; s’ingialla nel rosso della mantellina papale, nelle
piume del berretto.
Ed ecco tutto l’ardore del rosso smorzarsi, estinguersi, il
timbro affievolirsi, avvicinandosi al centro della scena, al Pon-
— 305 —
tefice, rudere umano incenerito dagli anni: la stessa luce d’ar-
gento che contorna la mantellina divien nivea, i bianchi azzur-
reggiano; il camauro stinto ha perduto il suo colore; il tono
delle carni è pallido, fioco: tutto il centro di quella grotta af-
focata s’intirizzisce, come il sangue esausto nelle vene del vecchio
alle soglie della tomba. Va spegnendosi il fuoco dei rossi; l’esile
persona s’incurva, mucchietto di cenere che sta per crollare al
suolo. Ma ancora arde una favilla di volontà nell’occhio lungi-
mirante e acuto; tutta la vita della figura disfatta par si rac-
colga nello sforzo visivo dello sguardo.
Infine, raffigurando per la seconda volta Pier Luigi Far-
nese (fig. 168), il genio di Tiziano crea il più spettacoloso ritratto
araldico che il mondo abbia mai veduto. Nessuna definizione
di ambiente, ma vaste superfici cromatiche abbagliate: stendardo,
volti, armature. Presso un alfiere che tiene il vessillo di Santa
Madre Chiesa, sembra un gonfalone di vittoria Pier Luigi, l’eroe,
che dal campo folgora i nemici. La stoffa rossa dello stendardo,
spiegata dietro la testa irsuta, barbarica, prolunga nello spazio,
oltre i nostri sguardi, la massa tortile della figura spianata
dall’ombra.
Sanguigno, il condottiero fissa con occhio implacabile. È in
armi, e la corazza dardeggia lampi, mentre la testa dell’alfiere
s’addentra nell’ombra con l’elmo ageminato d’oro. Come il cielo
al tramonto nel ritratto equestre di Carlo V , il rosso gonfalone
crea l’atmosfera della battaglia intorno a Pier Luigi Farnese,
che volge al nemico, in una luce di lampo, la testa di sparviero,
i grandi occhi fulminei.
Anche quando dal campo del ritratto Tiziano passa alla
pittura mitologica, dipingendo la Danae di Napoli (fig. 169) per
il sensualismo di Ottavio Farnese, esorbita pienamente dallo
scopo per immedesimarsi nella natura luminosa. Le carni della
dea come la pioggia d’oro hanno una sola qualità, la luce: una
luce greve dorata che costituisce lo spazio racchiuso nel quadro.
La rosea iddia s’imbionda ai riflessi d’oro diffusi nell’atmosfera;
nella maschera d’ombra che avvolge metà del volto traspaion le
Venturi, Storia dell’Arte italiana, IX, 3.
20
— 306 —
chiome e la madreperla deirocchio; anche la testa di Cupido
(fig. 170) è oscurata dalla nuvola, e brillano in quell’ombra gli
occhi accesi di subite luci. Immagini e atmosfera si scambiano
Fig. 169 — Galleria di Napoli. Tiziano: Danae.
(Fot. Brogi).
riflessi, si compenetrano in una visione del mondo alleggerita e
nobilitata dalla luce. 1
* * *
L’impressione da Michelangelo è sempre evidente nelle tre tele
della chiesa della Salute a Venezia; il Sacrificio d'Àbramo (fig. 171),
1 Circa al tempo in cui Tiziano dipinse la Danae di Napoli pensiamo risalga il Tobioln della
chiesa di San Marziale a Venezia, per la rotondità delle forme, il volger serpentino dei panneggi,
la ricchezza del colore che si sgrana nell’oro. La composizione si svolge lungo la diagonale del
quadro, che unisce alle immagini la massa scura dell’albero; e le grandi ali dell’angelo, tese
in linea obliqua, l’ampia striscia bionda delle nuvole, criniera pregna d’oro solare nel cielo
vespertino, guidano lo sguardo per una veloce discesa. Dell’albero non si vede la vetta tronca
dalla cornice, come la punta delle grandi ali: ne risulta un effetto più rapido di movimento, come
di corrente impetuosa, in accordo con la fiamma eroica che accende, sotto il vello leonino, la
bella festa dell’angelo. Come nella Danae, il colore, perduta l’antica compattezza, brilla tra-
verso il velo di un’atmosfera satura d’oro, e solo il vasetto di madreperla e le scaglie azzur-
rate del pesce splendono di luce argentina. S’indora alla luce e sanguina nell’ombra la tunica
dell’Arcangelo, genio delle tempeste, dal volto angosciato e le chiome piene di fremiti; l’oc-
chio brilla dietro un umido velo come di lacrime.
Fig. 170 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Alinari).
— 3oS —
l’Assassinio di Abele (fig. 172), Davide vincitore di Golia (fig. 173),
ove le forme s’inturgidano tra enfatici panneggi, e i corpi di Abele
Fig. 171 — Sagrestia di S. Maria della Salute, a Venezia.
Tiziano: Sacrificio di Abramo.
(Fot. Anderson).
e Caino si attorcono a spira nell’aria cupa, sotto la~colonna tortile
di fumo che si leva dall’ara. Ma nonostante lo sforzo delle pose,
la gonfiezza delle masse, lo studio palese di macthina, la visione
tizianesca si attua anche qui soprattutto nella luce, che smorza
— 309 —
il colore e sprizza a lampi, a barbagli, scroscia a torrenti, dai
tumidi cieli.
Nel tempo in cui Tiziano dipingeva il soffitto della sagre-
stia annessa alla chiesa veneziana di Santa Maria della Salute,
Fig. 172 — Sagrestia di S. Maria della Salute, a Venezia.
Tiziano: Caino uccide Abele.
(Fot. Anderson).
rievocando le grandi masse e le tortili composizioni miche-
langiolesche, eseguì anche un quadro, oggi annerito, che porta,
nella Galleria Pitti, il nome di Andrea Schiavone. Figura San-
sone che uccide il Filisteo, in un vasto scenario di bosco e di
— 310 —
montagne (fig. 174). L’ombra degli alberi, cupa, incupita anche
dal tempo, si squarcia per lasciar valico alla luce di un cielo
ardente invaso da fiotti di nuvole di un caldo biancore; e da
Fig. 173 — Sagrestia di S. Maria della Salute, a Venezia.
Tiziano: David e Golia.
(Fot. Anderson).
quel fondo, che irradia riflessi argentei sul corpo del caduto,
si stacca, in un’ombra di fuoco, la massa enorme dislocata del
torso di Sansone. Torreggia la mole michelangiolesca, contro-
luce, in un soffocato ardore d’incendio, tra la fiamma argentea
del cielo e dell’uomo atterrato: e in questo contrasto di toni,
come nelle carni del gigante intrise d’oro, e nelle mani del Fi-
listeo, morbide, vaporose, modellate in un plasma di luce, è
tutto lo spirito dell'arte di Tiziano. La terra è avvolta da
Fig. 174 — Galleria Pitti. Tiziano: Sansone uccide un Filisteo.
un’ombra fulva, e il drappo color di ruggine che s’aggira in-
torno ai fianchi di Sansone, s’intona a tutto quell’ardore : il
moto dei muscoli, ispirato dalle forme michelangiolesche, divien
fluido come guizzo di luce che si propaghi sotto l’epidermide
argentea del Filisteo. E se il fogliame a destra, per l’ombra
cresciuta, s’intaglia troppo crudamente nel chiaror del cielo,
— 312
la massa degli alberi in distanza sembra disfarsi nell’oro delle
atmosfere di Tiziano, e la morbida ricchezza del suo colore
appare intatta nella cerva ai piedi dell’albero, in una breve
radura corsa da un fiotto di luce, come rivo d’oro ove si
sciolga la biondezza del manto. Basterebbe quel meraviglioso
brano dell’opera oscurata a rivelarci Tiziano.
.* * *
Del 1548 è il ritratto di Carlo V nella Galleria di Monaco,
(fìg. 175). Siede l’Imperatore in una loggia, sullo sfondo di una
colonna e di un broccato, in una poltrona di velluto rosso.
Finita la tumultuosa giornata, raccolto nel silenzio, sente il
suo regale isolamento, la sua deserta tristezza.
Siede solo davanti a se stesso, solo accanto al suo spec-
chio : il cielo al tramonto, la campagna autunnale. Il fasto
del paese, il fasto dell’ambiente, si colorano di malinconia: e
la posa rigida dell 'Imperatore, che riecheggia nelle sagome del
pilastro e della colonna interrotti, mette in risalto la inson-
dabile tristezza dello sguardo. Forse in nessuna altra opera
Tiziano, grande creatore di apparati e di tipi, svelò l’essere
intimo dei suoi personaggi con tanta sublime penetrazione.
Il tappeto rosso squillante è il solo grido di colore in que-
sto quadro dai toni bassi, pallidi, spettrali. Anche il rosso della
poltrona sbiadisce nel viola con luci d’argento. E l’oro del broc-
cato è fioco, spento, in armonia col pallore del volto esangue.
Un barlume cinereo raggiunge lo stilobate dal cielo screziato
di brume multicolori — lilla biondo grigio : — nel tramonto di
un giorno umido e tempestoso. Il paese, definito nelle opere
giovanili, ora, sommerso nell’atmosfera, si fonde col cielo in
un fluttuar di vapori : regno di fantasia, triste nella sua ric-
chezza come rimmagine imperiale nel suo ambiente dorato.
Il colore, traverso le più ricche mistioni di note policrome,
si riduce a due note fondamentali, in contrasto: grigio e rosso,
il rosso del tappeto, rosso di sangue rappreso, rosso che grida,
e un tono grigio sfumato dal biondo al cinereo, morente. Dalla
Fig. 175 — Galleria di Monaco. Tiziano: Ritratto di Carlo V.
(Fot. Hanfstaengl).
— 314 —
violenza di quel contrasto scaturisce il dramma della vita di
Carlo V nella immortale pagina di Tiziano.
Invece, dipingendo Carlo V alla battaglia di Miihlberg (fig. 176),
Fig. 176 — Galleria del Prado a Madrid.
Tiziano: Ritratto di Carlo V alla battaglia di Miihlberg.
(Fot. Anderson).
il Vecellio evoca un fantasma eroico immerso in una luce di
sangue. Avanza il nero cavallo con fornimenti d’argento e
d’oro e con un gran pennacchio rosso. Il pallido Imperatore,
— 315 —
in corazza d’argento e cimiero di penne sanguigne, guarda fisso di-
nanzi a sè, tenendo in pugno la lancia che s’appunta al nemico.
Carlo V ha oltrepassata la boscaglia; inoltra sul prato già
coperto dalle ombre della sera ; sembra irrigidirsi sul cavallo,
sulla gualdrappa spiegata a festoni, come ala di rubeo vam-
piro. Il sole è calato all’orizzonte ; è l’ora del tramonto, e tante
giovinezze umane hanno detto per il Monarca addio alla vita.
Sul campo è il silenzio, ma di lontano forse giungon le roche
voci a dir Ave al tristo imperatore. Un pallor mortale ne copre
il volto : è la sera, la notte che avanza, con quelle voci funebri,
quel murmure della morte. Gli ultimi fuochi del giorno man-
dan riverberi sulla corazza del duce e schiarano la terrea faccia.
S’impenna il cavallo nero; inarca il collo e l’irta criniera; ri-
calcitra alla sorda minaccia di quel cielo chiuso.
Tiziano ebbe davanti 11 Cavaliere della Morte di Alberto
Diirer. Qui non circondano il Cavaliere spettri e demoni, ma
sembra che debbano uscire di tra i rami della boscaglia, dai
cespugli, dall’azzurro che si spegne.
* * *
L’atmosfera triste che avvolge la visione di Carlo V a ca-
vallo nel ritratto del Prado vela anche la scena di sensualità
e d’amore nel quadro della stessa Galleria raffigurante Venere
e il Suonatore d’organo (fig. 177). Distesa sul letto come nel
quadro Uffizi, la biondissima dea giocherella distratta con un
cagnolo; il Suonatore, con le mani sulla tastiera, si volge e vede
la personificazione dell’armonia in Venere, personificazione del-
l’amore e della vita. L’organo e le tende isolano l’alcova dal
paesaggio che s’apre silente e malinconico sotto un torbido
cielo, tra filari di cipressi. Le ultime luci del giorno schiarano
l’orizzonte, ma sulla terra scende con l’ombra il sopore not-
turno, illanguidendo di voluttà gli occhi di Venere e del mu-
sico : gli sprazzi di sole, che abbagliavano vaste zone croma-
tiche nelle primitive opere di Tiziano, si mutano in tremolii
sempre più fievoli, sempre più radi quanto più lo sguardo si
dilunga per la veduta campestre, verso 1* orizzonte profondo.
Non il pieno sole, il clamor della gioia, domina, ma un’atmo-
sfera velata e morbida, dove la luce, che sembra splendere
dietro lievi cortine di nuvole, infonde alle cose un senso di
raccoglimento e d’abbandono.
Sulla coltre violacea risaltano il bianco vellutato del nudo,
la rosea trasparenza della mano; e l’opalina luce dei guanciali
Fig. 177 — Museo del Prado. Tiziano: Venere e il Suonatore d'organo.
(Fot. Anderson).
dà risalto alla biondezza del volto, dipinto con una pennellata
delicatissima, ariosa. La veste gialla, il bosso dell’organo, cir-
condano di un’atmosfera calda il Suonatore; mano e volto sono
intrisi di atomi d’oro. Le luci che convergono al centro dell’or-
gano traducono nel loro squillo l’impressione stessa del suono,
e si smorzano lontano nel murmure degli zampilli di una fonte,
nelle vene esili dei tronchi sotto un velario di nuvole.
Molte repliche sono sparse in Europa dell’opera di Tiziano:
la migliore è nella Galleria di Berlino. In altre si nota la colla-
borazione di bottega, ad esempio nel quadro appeso alle pareti
della stessa grande sala del Prado (fig. 178), ove è il capola-
— 317 —
voro citato. Un Amoretto sostituisce nella replica il cagnolino;
due amanti passeggiano nel viale, abbracciati.
Ma nel prototipo i toni, anche delle carni, sono più acquei,
velati ; la luce è assopita da una grigia cortina di nuvole, e
l’ombra cala funebre sugli alberi, sulla campagna attristata
da un velo di pioggia, dall’umido velo che infonde splendore
Fig. 178 — Museo del Prado: Venere e il Suonatore d'organo.
(Fot. Anderson).
al corpo, al volto di Venere. Nella replica, il cielo fiammeggia,
il paese è ridente ; nel prototipo, l’atmosfera allevia il colore,
gli infonde spiritualità, avvolgendolo di vapori. La natura triste,
il cielo gravido di pioggia, la terra che la sera imminente av-
volge di mistero e come d’angoscia, trasfigurano la scena di pas-
sione. E il colore, nell’ombra ardente, non è più che un tremolìo
di soffocati lumi d’oro.
* * *
La potenza idealizzatrice dell’ombra, che è principio di vita
ai ritratti di questo periodo dell’arte tizianesca, vien meno al
ritratto di Lavinia (fig. 179), dipinto verso il 1550. Ciò che
— 318 —
importa al Pittore di mettere in evidenza nel quadro di Ber-
lino è la bellezza, la gioventù, la ricchezza della figlia, che
sullo sfondo montano del Cadore avanza, innalzando come voto.
Fig. 179 — Galleria di Berlino. Tiziano: Ritratto di Lavinia.
(Fot. Hanfstaengl).
sopra un vassoio d’argento, frutta e fiori, simboli del suo ri-
goglio e del suo splendore. Vista di tre quarti, volge il capo a
sinistra, come a cercar lo specchio degli occhi paterni. Con gli
occhi a mandorla, con le tumide labbra, la bionda fanciulla,
adorna di rasi e di perle, si volge e sospira. Frutta e fiori le
augura il padre, frutta e fiori alla figlia canefora. Il cedro nella
fruttiera inizia la scala del biondo, che s’accende nelle carni so-
— 3ig —
leggiate, nel broccato d’oro delle vesti, e manda riverberi sul
baldacchino rosso. Il paese è già nell’ombra, ma la figura rac-
coglie l’oro del sole.
Circa lo stesso tempo, nell’ Autoritratto di Berlino (fig. 180),
Fig. 180 — Galleria di Berlino. Tiziano: Autoritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
Tiziano mira all’energia della massa uscente dall’ombra nella
veste d’argento. Sopra un fondo verdastro, spicca la testa ac-
cesa da un ultimo fuoco. Tutto il calore del quadro, tutta la
forza, è nella testa di vecchio, sulla quale sembra passar una
vampa, in contrasto coi tocchi d’argento sulla seta madreper-
— 320 —
Iacea della veste e i chiarori lunari che strisciano sul tappeto.
Mentre è curata la determinazione della testa e dell’intera
massa del busto, le mani sono appena indicate, e appena ne è de-
derminato il gesto.
Poggia il Grande una mano sopra un tavolo, l’altra sopra
Fig. 181 — Museo del Louvre.
Tiziano: Ritratto (di Gentiluomo.
(Fot. Alinari).
un ginocchio, e alza il capo, e guarda come scosso da un ru-
more. Lo sguardo è intento; la posa quasi di sfida. « Perchè mi
turbate? Chi siete? Che volete? Io sono Tiziano Vecellio, vec-
chio, pieno di forza, di ardore, vittorioso del tempo. Penso alle
visioni multicolori della vita ».
* * *
Dipinto invece in un’atmosfera d’ombra e di tristezza il pen-
soso Gentiluomo del Louvre (fig. 181), una delle sue maggiori
creazioni luministiche, il Vecellio ritrae, nel quadro del Prado,
Fig. 182 — Museo del Prado. Tiziano: Ritratto di Filippo II.
(Fot. Anderson).
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
21
— 322 —
Filippo II (fig. 182) esangue e gracile, tra i fulgori della corazza
d’argento a fregi d’oro, delle calze di raso niveo. Tutta l’arte di
Tiziano è volta qui a magnificare il potente col lusso più raro:
le armi uscite da una bottega d’orafo, la seta, il raso, il velluto
Fig. 183 — Galleria del Prado.
Tiziano: Ritratto d 'Isabella di Portogallc.
(Fot. Anderson).
tessuti da Aracne, le penne rapite a uccelli paradisiaci: tutto è
fresco, argenteo, puro, splendente; tutto rispecchia eleganza,
finezza di re: la fulgida armatura si fa tenue, delicata, perchè la
sopporti quella gracile vita. L’ombra circola attorno al centro
splendente, e la luce dà fulgore, fascino, ricchezza, alla figura
— 32 3 —
molle nonostante l’abbigliamento di guerra. Le fate hanno ve-
stito il semidio: la natura non gli ha dato lineamenti belli, ma
l’arte gli dona bellezza. Tutto quel che tocca, che lo veste, che
l’attornia, emana luce.
Fiore cresciuto nelle serre imperiali di Castiglia, Isabella di
Portogallo, nel ritratto del Prado (figg. 183-184), ha poco sangue,
Fig. 184 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
carni scolorite sotto il biondo acceso della chioma. I capelli for-
mano un casco d’oro all’anemica Imperatrice; le perle degli
orecchini e della collana prendon luce dal volto bianco, appena
tocco di porpora sulle guance; la camicia filigranata d’oro ri-
chiama la cera del volto smagrito. E la veste di seta, di un rosa,
tenue, smorto, che nella luce svanisce, s’intona alla persona de-
bole; ma ecco la Corte a metterle una sopravveste di velluto
amaranto, a grandi zone trapunte d’oro e di perle, eccola sten-
dere dietro la testa delicata un baldacchino rosso svanito, con
aquile imperiali. Tiene un libro d’oro nella sinistra, la pallida
regina; lascia cadere in abbandono la destra.
S’apre la finestra: è l’aurora, è il mattino di Isabella in
Fig. 185 — Galleria Pitti.
Tiziano: Ritratto di Ippolito Riminaldi.
(Fot. Brogi).
maestà. L’Imperatrice si schiude, bianco convolvulo, alla prima
luce del giorno. Nella veste di lusso bizantino, stillante di perle
come di gocce di rugiada, che pensa la debole donna imperiale?
Dietro i monti si alza il sole tra fredde nubi, e una luce
fredda s’indora nei capelli e sulle stoffe; sorride tenue sul volto
d’isabella, d’un sorriso stanco.
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Il fondo è solo aria e penombra dietro l’immagine del così
detto Inglese (figg. 185-186), forse Ippolito Riminaldi, tra i ca-
polavori di Tiziano. L’abito, che nei ritratti imperiali contri-
buiva alla pompa della figura, qui si spiana, ombra nera nell’am-
biente vaporoso; e il fondo mette come una nebbia d’alone in-
torno alla testa pallida, che assorbe nelle carni sfumate, negli
Fig. 186 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Brogi).
occhi di perla, acuti, lincei, tutta la luce di quell’atmosfera
grigia. La virtù pittorica giunge ancora più in là che nei ritratti
precedenti, suscitando dalla caligine del fondo, con gradazioni
musicali di tono, il volto nebuloso, l’umida luce dell’iride. L’esu-
beranza di vita, la massa imponente, il colore fastoso dei ri-
tratti giorgioneschi di Tiziano, son superati per darci un’appari-
zione immobile di raffinato superuomo col mezzo di un’atmosfera
fredda e trasparente. La ricchezza non è qui nelle vesti suntuose,
nelle gemme splendenti: è nella stessa preziosa sostanza di luce
che forma le carni, gli occhi umidi e limpidi. 1
Di una simile atmosfera si vale Tiziano nel dipingere V Ultima
Fig. 187 — Galleria Lazzaroni, a Roma.
Tiziano: Ritratto d 'Ippolito Riminaldi.
Cena del Palazzo Ducale d’Urbino (fig. 189). Le immagini man-
cano di nobiltà nei grossi panni, nei gesti enfatici; ma la nebbia
1 Più tardo è un ritratto dello stesso personaggio nella Raccolta Lazzaroni (fig. 187), ove
Tiziano ha ricordato l’opera precedente, mostrandoci il Riminaldi in veste nera, un po’ più
volto a destra, e aggiungendo alla figura, idealmente campita in un fondo atmosferico a Fi-
renze, un parapetto con libri. Le proporzioni sono più allungate, l’aspetto men giovanile, ma il
— 327 —
di luce che dall’aperto penetra nella sala, attenuandosi traverso
un complesso meccanismo di finestre annicchiate e di grossi
pilastri, sublima esseri e cose con la sua essenza divinizzatrice.
Cristo solleva una mano con l’ostia sacra: gli Apostoli si agitano
commossi intorno alla mensa: e il sacro mistero s’annuncia in
quel pulviscolo di sole che annebbia e allontana dai nostri occhi
Scritta nel verso del ritratto di Ippolito Riminaldi.
il tempio di là dalla finestra, e circola nell’ombra delia stanza,
intorno alle immagini oscurate dall’ombra del dubbio. Finché
gli Apostoli accanto alla finestra svaniscono nella caligine, masse
nebulose come le ultime forme apparse agli occhi di Tiziano,
la Madonna Mond, Y Autoritratto del Prado.* 1
* * *
Mentre nella Cena e nel ritratto dell’ Inglese il colore s’ab-
bassa, si smorza, vinto dall’effetto di luce, nella Venere allo
specchio della Galleria di Leningrado (fig. 191), e in altre opere
di soggetto mitologico, la luce mira soprattutto a render più in-
tenso e splendente il colore. Un Cupido sostiene lo specchio da-
vanti a Venere, che vi si contempla drappeggiandosi nel manto
di fuoco, tra una coltre a righe bianco oro e verde oro e un
baldacchino di velluto verde; un altro Amoretto porge di slancio
volto è ancora plasmato in una sostanza lieve ariosa, che sembra prender luce dai chiari occhi di
perla. Dietro la tela leggesi: Inppolitus Riminaldus (fig. 188).
1 Contrasta con questa visione atmosferica della forma, che è il più chiaro preludio alla tarda
maniera del Pittore, l’altra opera dipinta per la cappella del Palazzo Ducale d’Urbino, il Cristo
risorto (fig. 190I. L’ombra del dubbio avvolge la Cena; una fanfara di luci squillanti celebra il
trionfo sulla morte. E l’ombra che sgrana le forme fa sembrare il primo quadro assai più tarda
opera del Pittore.
Fig. 190 — Palazzo Ducale d’Urbiuo. Tiziano: Cristo risorto.
(Fot. Anderson).
— 330 —
un diadema di fiori, corona di bellezza alla dea. Tema del quadro
è il contrasto fra la bionda luminosità delle carni e l’ombra
Fig. 19 1 — Romitaggio di Leningrado. Tiziano: Venere allo specchio.
(Fot. Hanfstaengl).
greve dei velluti, in cui lampeggiano sprizzi di fuoco, ardon
scintille gemmate. Da quell’ombra, come da una calda grotta,
escono il biondo nudo, il volto acceso sotto la chioma d’oro
— 33i —
freddo: il rosa delle dita splende sulla bianchezza soffice della
mano e del seno. Affaccendati, presi da entusiasmo, gli Amori,
paggetti di Venere, porgon corone alla bella; reggon lo specchio in
cui si riflette, più mossa e brillante, la visione di luce. E tornano
a dilatarsi come nelle prime opere di Tiziano le zone cromatiche
per celebrare nella incomparabile magnificenza del tono il trionfo
di Venere, dea di bellezza.
Il quadro della Galleria di Cassel (fig. 192), raffigurante Gio-
vanni .Francesco d’ Acquaviva duca d’ Atri, è un nuovo superbo
esempio di ritratto impresa. In uno scenario teatrale di cielo e
di monti, s’innalza il gentiluomo, una mano sul fianco, l’altra
sulla lancia che traversa in altezza tutto il campo del quadro; e
il suo piglio spavaldo riceve l’ultimo tocco dal berretto di sbieco
e dalla piuma rossa a cresta di gallo. Un cane s’aggira lento,
a passo pesante, attorno il personaggio, e un delizioso Amorino,
urtato dalla lancia, tentenna guardando con occhio stupefatto
il cavaliere in vesti flammee, che il Pittore scenografo ci descrive
con tocchi sfavillanti di brio caricaturale. La figura, non immersa
nell’atmosfera ma ritagliata sul fondo pittoresco di cielo nubi-
loso e di acque e monti disfatti da luce, è una sorprendente
eccezione in questo periodo dell’arte tizianesca. Tutto deve
servire al risalto del personaggio nel vasto cartello-impresa, e
come egli è una spettacolosa comparsa nella sua squillante
gamma di rossi, così paese e cielo compongono uno scenario
teatrale, posticcio, dove anche il movimento del gran velo di
nuvole si mette all’unisono con la posa arrogante del capo e
col pennacchio della grossa piuma.
Nel grande quadro del Prado, la Gloria (fig. 193), l'ef-
fetto scenografico dà quasi le vertigini. È una composizione
di corte, l’apoteosi della famiglia di Carlo V portata da angeli
verso la Trinità, e Tiziano la celebra con squilli trionfali di sole.
Due note di colore dominano, biondo e azzurro, il biondo della
luce, che scroscia dall’alto a torrenti, con la colomba; l’azzurro
del cielo, che riecheggia ovunque, dai manti cilestri di Cristo
e dell’Eterno al manto turchino della Vergine, alle vesti dei
m:
Fig. 192 — Galleria di Casse 1.
Tiziano: Ritratto t.i Giovanni Francesco d' Acquaviva.
(Fot. Braun).
Fig. 193 — Museo del Prado. Tiziano: La Trinità.
(Fot. Anderson).
— 334 —
Santi, alle ali angeliche. Sprazzi di sole trafiggon le nubi e for-
mano i raggi della gran ruota di Beati, che sembrano prendere
d’assalto il cielo sollevando verso la Trinità i loro simboli con
uno slancio non immemore del Giudizio michelangiolesco. Splen-
dono le carni plasmate d’oro solare, sfavillan le chiome, cangiano
Fig. 194 — Museo Wallace, a Londra. Tiziano: Perseo libera Andromeda.
i colori nel violento raggiar di luci, mentre la Vergine sola,
chiusa nel manto per sottrarsi a quello sfarzo e a quel clamore,
chiusa nel velo della sua umiltà, inoltra verso il gruppo divino.
E tace d’un tratto, con l’immagine raccolta, tutto il fra-
stuono, tutto il grido di luci verso l’Empireo.
* * *
L’ombra torna ad avere il predominio, e in essa a sgranarsi
e alleggerirsi il colore, nel quadro di Perseo che libera Andromeda ,
del Museo Wallace di Londra (fig. 194). Il cielo fumiga, come le
— 335 —
acque agitate dalla furia del mostro, e la fiamma del sole, che
scende verso l’orizzonte a gradi, a scaglioni, precede l’eroe
acceso dai bagliori della veste rosso oro e della gonnella aurea,
come nugolo dai riflessi di un tramonto rovente. Spicca sul-
l’ombra il corpo bianco argento di Andromeda, imporporato
dal sole nel volto, sospeso con tanta leggerezza alle catene che
Fig. 195 — Galleria del Prado. Tiziano: Danae.
(Fot. Anderson).
sembra stia per involarsi da terra. Il colore estinto, la luce che
traversa di bagliori l’aer torbido, evocano gli effetti fiabeschi di
Jacopo Tintoretto.
Nella Danae di Madrid (figg. 195-196), replica libera della
precedente di Napoli, la luce respinge l’ombra, erompendo con
impeto di razzi dal velluto della nuvola che cela Giove. L’ombra
s’accorcia, si restringe, s’apre un valico di tenebre fra il corpo
radioso di Danae e il torrente aureo che scroscia dall’alto.
Tutto il fuoco di un torrido messidoro nel nembo lacerato d’im-
provviso, tutta la calma di un’estatica pace nella bionda iddia
che trae vita da quel fulgore. Par si spalanchi il padiglione di
velluto entro cui si stendono, in una conca di luce, le coltri
d’argento e il roseo corpo di Danae, mentre la figura della
servente, a contrasto, sembra scaturire dal cozzo di tenebre e
lampi, in quel cielo d’uragano. La Venere degli Uffizi, in tutta
la pompa dell’oro tizianesco, era un ritratto di bella donna sen-
suale e civettuola; la Danae, in posa affine, con lo stesso ca-
gnolo accanto, presso la volgare vecchia raccoglitrice di monete,
Fig. 196, — Particolare della Danae.
(Fot. Anderson).
è la dea trasfigurata dall’essenza eterea della luce. Il bel corpo
è formato di sostanza immateriale, e tutto quel che lo tocca è
splendore: il ruscello argenteo dei lini, la matassa d’oro del
Gagnolo, la seta dei guanciali. L’arte di Tiziano pittor della luce
non fu mai più grande che in questa evocazione di forma rag-
giante nell’ombra. Anche l’imprimitura è leggerissima; traspa-
rente nella sua morbida grana, il colore.
Il quadro, come quelli di Venere allo specchio e di Venere e il
Suonatore d’organo, tanto soddisfece il Vecellio che egli ne diffuse
repliche libere, una, nella Galleria di Vienna, prossima (fig. 197), ma
di grado inferiore, a quella di Mrdrid. Ivi il contrasto fra la nube
Fig. 197 — Galleria di Vienna. Tiziano: Danae.
(Fot. Hanfstaengl).
Nella seconda replica, a Leningrado (fig. 198), opera di bot-
tega, gli effetti sono smorzati; il baldacchino ricade floscio:
i valori di tono son lontani dalla meravigliosa giustezza del
prototipo. Tuttavia il raggio della luce tizianesca splende ancora
sul volto della dea.
Prossimo di tempo alla Danae è l’ovato della Galleria di
Monaco, Giove e Antiope (fig. 199), ritenuto del Veronese, forse
appunto per la bella novità decorativa. Ma la composizione
— 337 —
tempestosa e la calma solare della forma diminuisce, e l’oro
della nuvola si diffonde in nebbie di velluto. Il baldacchino del
letto, di un rosa svanito, nell’addentrarsi si fa scuro, e riceve
la bella testa sospirosa di Danae, per metà ombrata, così che
la sclerotica dell’occhio risplende, e i capelli d’oro s’avvivano.
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
22
— 338 —
stessa delle morbide forme, che si abbandonano entro la curva
della cornice e si fondono una nell’altra, è lontana dalle com-
posizioni a piani sfaccettati, a cartocci brillanti, che nell’arte
di Paolo riflettono la fantasia di un raffinato decoratore e anti-
cipano i frastagli settecenteschi. Qui il morbido pennello forma
le masse a larghe indolenti ondulazioni, in un’atmosfera calda e
quasi madida di luce. E quella luce, sui due volti accostati, al
Fig. 198 — Galleria di Leningrado. Bottega di Tiziano: Replica della Danae .
(Fot. Hanfstaengl).
centro della tela, si trasforma nel sorriso tizianesco denso di
sensuale dolcezza, ignoto alla serena indifferenza di Paolo per
ciò che esprime passione, nella gioia e nel dolore.
11 quadro è dipinto sulla tela spigata, direttamente, senza
imprimitura, e serba intatti la trasparenza e il calore del pennello
tizianesco nella Danae. Il contrasto tra la mota aurea che nel
quadro di Vienna impasta la servente sotto la pioggia d’oro, e la
diafana e calda bianchezza della ninfa, si ripete qui fra Antiope
e il fauno; in entrambe le opere, una mascheretta d’ombra,
idealmente lieve, cala a metà del volto, attorno l’umido splen-
dore dell’occhio.
— 339 —
Fig. igg — Galleria di Monaco di Baviera.. Tiziano: Giove e Antiope.
figurava un bosco popolato di pastori, un Amoretto arciere in-
tento a scoccar frecce sulla ninfa sorpresa dal satiro; nel quadro
di Monaco, invece, richiamano le vicende degli amori di Giove
soltanto le due orecchie faunesche e i due cornetti, che ripetono,.
Il Correggio, colorendo il quadro del Louvre, pone la ninfa
spiata dal satiro in un vasto scenario di bosco parato d’oro
dall’autunno; Tiziano stesso, nel dipingere la sua prima Antiope,
— 340
con i dentini aguzzi fra le labbra schiuse della donna, con i
pendenti di perle e la sclerotica dell’occhio, il trillo d’argento
caro al Vecellio.
Lasciato il mondo della mitologia, Tiziano dice una frase di
un canto d’amore, colta a volo: trasforma il suo quadro in un
Fig. 200 — Galleria del Prado. Tiziano: Addolorata.
(Fot. Anderson).
sorriso di umanità felice; presenta due busti racchiusi nello
spazio di un breve ovato, come un frammento di scena amorosa
riflessa dalla velata superficie di uno specchio, nell’intimità di
un’alcova. Un raggio di sole cade in un caldo nido di guanciali e
di stoffe, svelando ai nostri occhi la diafana Antiope, la perla.
L’ombra, vinta da luce nell’ovato di Monaco, domina ne\Y Ad-
dolorata del Prado (fig. 200), che protende dalla nebbia grigia
— 34i —
del fondo il volto affilato, nel suo aureo pallore. Anche il rosso
della veste si estingue nel viola; anche le labbra diventan mo-
relle; solo il manto turchino rompe la voce lamentevole del co-
lore fioco, morente. Finché Cristo che appare alla Madre, nel
Fig. 201 — Galleria del Prado. Tiziano: Prometeo.
(Fot. Anderson).
quadro di Meldole, si presenta come una visione, davvero ultra-
terrena, di forme sommerse nei fiotti della luce e dell’ombra.
* * *
Prometeo e Sisifo, sole rimaste delle quattro tele inviate in
Ispagna nel 1556, ricordano il periodo di tendenza michelangio-
lesca per l’eroico atletismo delle forme, ora avvolte in un’atmo-
— 342 —
sfera più cupa e tempestosa. L’enorme corpo di Prometeo (fig. 201),
massa di fango e d’oro; la roccia coperta dal drappo di un rosso
svanito, di un oro sanguigno, il negro avvoltoio, roteano, tragico
Fig. 202 — Galleria del Prado. Tiziano: Sisifo
(Fot. Anderson).
vortice, nell’aria tempestosa. Anche i monconi del ceppo prendon
fuoco in quell’aria fosca e ardente: le catene, l’occhio dell’avvol-
toio, l’occhio del serpe, mandan faville. Una forza vulcanica scon-
volge la terra, trascina il gigante in catene, coi muscoli gonfi
dalla inutile lotta, eroe non vinto, in un’atmosfera di fuoco.
— 343 —
Più s’addensa l’ombra nella grande tela di Sisifo (fìg. 202).
Le fiamme d’ A verno sembran salire dal suolo, su per la roccia
già avvolta di tenebre, su per il corpo del curvo gigante. La
groppa della montagna, le nuvole, l’alta figura, compongono il
quadro di notte e di fuoco.
Ancora un effetto simile di tragica scenografia nel San Gi-
rolamo (fig. 203) di Brera, ove i cunei di roccia e la figura del
vecchio si dispongono in tante linee parallele al pendìo sco-
sceso del monte, e questo, come nel Sisifo del Prado, segue la
diagonale del quadro. Un senso epico di lotta scaturisce dalla
opposta direzione delle luci, scroscianti col fragor di un torrente
dalla vetta della montagna, dietro l’ombra del bosco, per ascender
fulminee lungo il corpo del Santo, che sembra dar l’assalto alle ri-
pide scogliere dominate dalla croce. E i rami secchi della bosca-
glia, l’arido corpo del penitente, la barba selvosa, prendon fuoco
alle luci dell’uragano.
Nel Museo di Bayonne è uno studio di quadro (fig. 204) che
riuniva le immagini dei Santi banditori della parola di Dio dal
deserto: il Battista e Girolamo , opera contemporanea al quadro
di Brera. Il pittore, abbozzato un viluppo d’alberi, figura, a
destra, il Santo eremita seduto, con le braccia in croce, quasi
affascinato dal Crocefisso; a sinistra, in ginocchio, il Battista
col viso contratto rivolto al cielo, gli occhi appuntati da spa-
simo, il manto sbattuto dietro le spalle dal vento. Come nel
quadro di Brera, gli alberi giganti propagano il grido di strazio
delle figure sperdute nella tempesta: e il tratto a penna, che af-
fonda in un’ombra di spasimo gli occhi del Battista, tortura i
tronchi attorti in una agonia violenta, in un’espressione di spa-
simo fisico che non ha l’eguale neppure nei tragici alberi del
San Girolamo.
Ed ecco apparire la Santa Margherita del Prado (fig. 205),
in un vasto scenario di scogliere, di cielo e di mare, nell’atmo-
sfera densa e turbinosa delle opere tarde di Tiziano, sempre più
densa e sempre più fusa con esse nell’avanzar del tempo. Le
braccia a ruota, l’arco del corpo, fan della Santa il centro di
Fig. 203 ■ — Galleria di Brera, a Milano. Tiziano: San Girolamo
(Fot. Anderson).
— 345 —
un vortice aereo, da cui la veste trae il tono verde oro predi-
letto dal vecchio pittore, nota fondamentale della Sapienza di
palazzo Venezia come dell’ultima opera, la Deposizione dell’Ac-
cademia. Quel verde si diffonde con la nota fulva del drago
Fig. 204 — Museo di Bayonne.
Tiziano: Disegno del Battista e di San Girolamo.
nell’atmosfera grigia che avvolge il paese. La luce del giorno è
quasi spenta; e le case lontane di Venezia, di là da uno specchio
verde di mare, fumigano come i resti di un rogo semispento e
lontano. La Santa, affascinata dal mostro, rotea al centro di un
mulinello, nel paese burrascoso.
Fig. 205 — Galleria del Prado. Tiziano: Santa Margherita.
(Fot. Anderson).
<* ? WW
— 347 —
Le ombre s’addensano nel Martirio di San Lorenzo (fig. 206),
(chiesa dei Gesuiti a Venezia), allucinante visione di bagliori nella
notte: di loggiati che dagli intercolunni irradiano fiamme, di
statue galleggianti in un fluido di tenebre, di umane forme, che
s’agitano nell’ombra per lasciar emergere all’improvviso chiaror
Fig. 206 — Chiesa dei Gesuiti, a Venezia. Tiziano: Martirio di San Lorenzo.
(Fot. Anderson).
— 34$ —
di un rogo il Martire e gli aguzzini. Scoppi di luce e diffuse
chiarità alonari compongono uno dei più potenti notturni di
Tiziano.
L’ombra densa nel quadro di San Lorenzo è lacerata da con-
tinui lampeggiamenti nei due quadri gemelli di casa Bridgewater
Fig. 207 — Bridgewater House, a Londra. Tiziano: Diana e Calisto.
a Londra: Diana e Calisto , Diana e Atteone. I corpi delle ninfe,
nudi, allungati secondo il modulo di eleganze diffuso dal Par-
migianino e dal Bronzino, si plasmano in un’atmosfera estiva,
greve, satura di vapori d’oro, che dà volume e splendore alle
forme.
Nel primo quadro (fig. 207), due gruppi si fronteggiano: Diana
tra le ninfe che sembrano portarla in trionfo, e Calisto svelata
dalle compagne; sopra un pilastro si vede un putto con anfora;
sul cielo infocato, chiome d’alberi e drappi grondanti. I corpi
— 349 —
son fulvi, fusi in oro e bronzo; anche il baldacchino giallo, dietro
la dea, rosseggia nell’ombra. Sotto la canicola stanno i bei gruppi
di ninfe arsi dal sole; e l’ombra sfiora come velo d’acqua Ca-
listo, mentre sul cielo sfumato di bianco, di rosa e d’oro, il putto
Fig. 208 * — Bridgewater House, a Londra.
Tiziano: Diana spiata da Atteone.
della fontana sembra una bolla di luce; una bionda nuvola accesa
di sole.
Riflessi e ombre lottano equilibrandosi entro un’atmosfera
madida di vapori anche nel quadro raffigurante Diana spiata
da Atteone (fig. 208). Una serva mora veste la dea, ripetendo
l’opposizione di bianco a nero cara a tutti i .grandi pittori, da
Piero della Francesca a Manet; l’ombra dell’arcata, cupa sulla
torrida caligine del cielo, gioca, tra fiotti di sole, sui corpi delle
— 350 —
ninfe, molli, sgranati, come disfatti dall’atmosfera ardente. E il
mazzo flammeo degli alberi, il pilastro a larghi macigni, bar-
cone cupo e il drappo sventolante, compongono, a due secoli di
distanza, una scenografia piranesiana, una veduta classica dove
luce e ombra sono i principali attori.
Con le due tele di Bridgewater House forma quasi gruppo
YOrfeo (fìg. 209), attribuito al Padovanino, oscurato nel fondo
e un po’ guasto, ma così fulgido nell’oro delle carni, così morbido
nel modellato da rivelar chiara la sua origine dallo stesso Ti-
ziano. Siede sopra un masso, all’ombra di un albero, il giovane
apollineo, e suona la viola: lo ascolta un gruppo di animali, fermi,
imponenti, come inchiodati da magnetismo al suolo. Alla fauna
reale Tiziano ha frammista una fauna fantastica: tra il leone, la tar-
taruga e la cerva, si vedono un lioncorno e un drago, e il leone
stesso par tratto dall’araldica, dal leggendario leone di San Marco.
Le forme dell’efebo han. l’elegante lunghezza dei nudi di
Diana e delle ninfe nei quadri di Bridgewater House a Londra,
vicini zWOrfeo per l’affilatezza delicata del profilo e il forte di-
stacco tra ombre e luci, che si accentua nella pittura del Prado
per l’oscuramento del fondo. Due masse in pieno sole, l’aureo
nudo giovanile e il niveo lioncorno, si equilibrano ai due estremi
del gruppo disposto in linea trasversa: tra quelle due sponde,
si dibatton chiarori nell’ombra; sgorgano rivoletti di luce dal
tizianesco drappo di un rosso stinto; nella massa fosca del drago
s’accende qualche macchia sanguigna; la giubba del leone on-
deggia in vellutata penombra sul cielo denso di vapori all’oriz-
zonte, greve nell’afa di un tramonto estivo.
Il corpo agile e bello di Orfeo trova sostegno nel braccio
sinistro irrigidito, in una linea tesa che è tra le massime espres-
sioni di forza nell’arte del grande veneziano. La luce esalta l’ele-
ganza delle forme ignude; falca il contorno dell’orecchio e della
mandibola con un aureo riflesso di sole. Si china il tenue profilo
nell’ombra delle chiome e del serto d’alloro; dall’acuto sguardo
sembra scaturire l’onda stessa della musica, che affascina le
fiere e vela d’incanto l’occhio della cerva. Par lacrimi il leone;
Fig. 209 — Museo del Prado, a Madrid. Tiziano: Orfeo.
— 352 —
l’unicorno è pensoso; la testuggine protende il capo dall’invo-
lucro; la cerva aspira l’aria col suono. La luce, investito il torso
Fig. 210 — Galleria di Monaco. Tiziano: Madonna col Bambino.
(Fot. Hanfstaengl).
di giovane dio greco, si ritrae perchè il mistero dell’ombra meglio
diffonda il fluido magnetico di quello sguardo.
— 353 —
Le oblunghe forme di Diana nei quadri di Bridgewater House
riappaiono nella sorridente Madonna della Pinacoteca di Mo-
naco (fig. 210) . L’alta figura è isolata dal paese per una cortina
rosso cupa; il riflesso del tramonto, che l’investe di sbieco, arde
nel velo cangiante come l’aria, logora i tessuti delle vesti e in-
tenerisce le carni monocrome, dorate. Invece del nimbo, una
Fig. 21 1 — Galleria del Prado. Tiziano: Deposizione.
falda di luce, una scintilla rapita al sole, è sospesa sul capo
della Vergine. La rossa veste scolora; s’imporpora il volto di Gesù,
lioncello che s’aggrappa alla veste materna con piglio di lotta-
tore. L’ombra scende sulla terra, nel velluto delle erbe folte,
ma dietro le case evanescenti e le chiome scapigliate degli alberi
arde il gran rogo del cielo.
Nella Deposizione del Prado (fig. 211), par che la cerchia
delle figure prenda forma dall’uragano; s’aggiri tra vortici di
nubi e di fiamma. Dal centro all’esterno sempre più si sgranali
le carni nel pulviscolo del sole al tramonto; si disfanno i drappi
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
— 354 —
nei vapori delle nuvole. Cristo grava sul vuoto del sepolcro, e
intorno a quel centro s’aggirano le figure: la Vergine afferrata
al braccio del figlio come volesse strapparlo alla morte, Giu-
seppe d’Arimatea e Nicodemo, che è il vecchio Tiziano, Mad-
dalena, seguita nel suo slancio da un fluttuar di nubi. Corre
e par che voli; biancovestita esce dalle nuvole nel suo aureo
pallore.
Un effetto simile, di tenebre lacerate da scoppii di luce,
di fumiganti atmosfere dove si fondono mille echi soffocate
di tinta in una tonalità grigia e oro, calda e velata, è raggiunto
da Tiziano nell’ Annunciazione della chiesa di San Salvatore
a Venezia (fig. 212). L’ombra affocata che invade la stanza
colora di sè figure e ambiente, scaldando il pavimento rosso
e bianco e avvolgendo in una calda nube l’angelo nella sua
veste bionda, nelle grandi ali aurate.
Calano dall’alto, col torrente di fuoco, gli angioletti, spiriti
della luce; s’affacciano a guardare; rimbalzano come per la vio-
lenza del getto di fuoco. E le vesti della Vergine si struggono
a quel calore, fluiscono in rivoli flammei.
Nelle ali di Gabriele si fondono tutti i colori; nel bianco
della manica tremano i riflessi dell’iride. Le nubi d’oro hanno
invaso la stanza: il cielo ha invaso la dimora della Eletta di
Dio. E da quella nube flammea, l’angelo, figlio del fuoco, si
protende a Maria.
Come nei quadri della Deposizione e dell’ Annunciazione, ove
i drappi e le carni di un aureo pallore si fondono col bigio e
l’oro delle nuvole, la tavolozza tende al monocromo neH’imma-
gine della Sapienza entro un ottagono del soffitto della biblio-
teca di Palazzo Reale a Venezia (fig. 213), sospesa nel cielo col
blocco dorato di nuvole che forma trono. Scoppiettan d’oro le
nuvole a vortici, e a quei bagliori si scaldan le carni, svanisce il
rosso del manto. Il colore non ha più squilli, dominato dalla
luce; le carni son quasi monocrome, di un olivigno dorato, basso.
La voluta del rotulo che si torce nel sole, i riccioli come grumi
di luce e le bacche auree dell’alloro, son le note squillanti nella
I
Fig. 212 — Chiesa di S. Salvatore, a Venezia. Tiziano: Annunciazione.
(Fot. Alinari).
356 —
calda gamma del tono. Perduta ogni solidità corporea, la forma
del putto, che s'arrotonda nell’ombra verde oro della tavola,
Fig. 213 — Palazzo Reale di Venezia. Tiziano: Sapienza.
(Fot. Alinari).
mantiene solo il volume, così morbido e leggiero, che sembra
dileguarsi dove un baglior d’oro lo raggiunge. Scoppietta di luci
il gruppo, rotondo e lieve, staccato dalla sua base di cielo verde
mare come una rosa di luce.
— 357 —
Così, tra fluide masse di acque, di nubi, di veli, si svolge il
Ratto d'Europa nella Raccolta Gardner a Boston (fig. 214). Allo
scenario composto da Paolo Veronese in palazzo ducale a Ve-
nezia, abbagliante per sfarzo decorativo e splendore cromatico,
Fig. 214 — Raccolta Gardner, a Boston. Tiziano: Ratto di Europa.
Tiziano contrappone uno scenario indefinito e mutevole, tutto
crepitii di fiamme e bagliori d’oro, una visione, come lampo
rapida, di forma creata dalla luce.
Al tempo stesso in cui dipingeva il Ratto d'Europa, egli mo-
dellava di getto, sopra un fondo azzurro e oro di cielo e di
mare, il Tritoncello che forse ancora si nasconde nel Museo di
Budapest (fig. 215), fra i tesori della Raccolta Palffy, sotto il
nome di Antonio Meldola, detto lo Schiavone. La vampa del
tramonto, che si cela dietro i veli di nuvole inceneriti, colora il
minuscolo quadro; freme nell’azzurro del mare; crepita nelle
rosse ali, nei fiorellini di campo, ardenti come brace viva tra l’erba
- 358 -
del cornucopio. Quel fuoco, che s’impasta con l’oro delle carni
•e più s’accende nell’ombra delle guance paffute, è il tono stesso
di Tiziano, l’elemento che forma ogni creatura uscita dal suo
pennello. Nell’atmosfera greve, sulle onde marine, sul manto
Fig. 215 — Galleria di Budapest. Tiziano: Piccolo tritone.
verdemare, sulla coda del Tritoncello, corrono i brividi argentei
che il Vecellio ama sprigionare come trilli dalla calda armonia
delle sue tele.
S’inarca, il robusto figlio del mare, nello sforzo di reggere
il cornucopio e d’inclinarlo col nudo braccio di carne vera e
morbida, tutto onde e fossette. Fresco fieno e rossi fiori di
campo ha raccolto il fanciullo nei prati della riva per farne
— 359 —
omaggio al mare; locchio seminascosto dall’ombra segue lo
scroscio delle erbe e dei fiori. Trascinato dalla grazia del sog-
getto, Tiziano segna scherzando gli sprizzi rossi dell’ala; torce
come piuma d’argento la coda del piccolo Tritone. Corre veloce
il pennello; spumeggia e crepita il colore, quasi tutto il moto
delle onde e dei venti fremesse intorno al genietto del mare.
Fig. 216 — Museo del Louvre. Tiziano: San Girolamo.
I bagliori che si sprigionano con violenza dalle tumide atmo-
sfere della Deposizione al Prado, dell’ Annunciazione di Napoli, del
Ratto d’Europa e del piccolo Tritone, appena rompono di qualche
scintilla la cupa grotta d’ombre in cui si perde il San Girolamo
del Museo del Louvre (fig. 216), rossa fiaccola accesa alla luce del-
l’occhio di sole, che arde lontano, dietro nere frondi d’alberi, in un
tragico alone di fuoco. Il dominio è dato all’ombra, come nelle
due Crocefissioni dipinte a breve distanza di tempo da Tiziano:
il grande quadro della Pinacoteca d’Ancona e l’altro nella Sala ca-
pitolare dell’Escuriale. Il Crocefisso d’Ancona (fig. 217), adorato
Fig. 217 — Pinacoteca' di Ancona. Tiziano:' Croce fisso.
(Fot. Anderson).
Fig. 218 — Sacrestia deiTEscuriale. Tiziano: Cristo in croce.
(Fot. Anderson).
— Chiesa dedicata alla Madonna della Salute, in Venezia.
Tiziano: La Pentecoste.
(Fot. Anderson).
Fig. 219
— 3 63 —
da San Francesco, s’innalza tra San Giovanni e la Vergine,
in un cielo notturno lacerato da rossi lampi, come da fiotti di
sangue, e sembra avanzare, portato dalla luce, in una sanguigna
aureola di martirio; il Crocefisso dell’Escuriale (fig. 218) è solo,
in un cielo di tempesta dove s’accavallano le nubi come marosi
nella notte, tra solchi di lampo e bagliori di luna e di tramonto.
Solo s’innalza il Martire sopra la terra, e un raggio di luna, che
lo raggiunge, incide nell’ombra mortale del volto il profilo scul-
torio. Grande, solenne, è l’immagine divina, che ad Ancona si
perdeva, piccoletta e affusata, nel vasto scenario di cielo; e il lume
di luna si stende calmo sul torace possente, sulle muscolose braccia.
L'ombra diffusa dalla tempesta sul volto chino si ritrae dal corpo
di Cristo, che s’innalza, labaro luminoso del mondo, nel cielo cupo,
sopra la terra inghiottita dalle tenebre.
Di qualche anno più antica, la Pentecoste , nella chiesa della Sa-
lute a Venezia (fig. 219), è tra le rare opere tarde di Tiziano che
abbiano un ambiente architettonico. Qui anzi l’ambiente, una
cappella aperta da arco trionfale, è così ampio, slanciato e sonoro,
così solido nella sua ossatura, da impedire l’assorbimento di
ogni forma nel principio d’atmosfera e di luce. Si sottrae a quei
principi l’archivolto, definito in ogni sua parte, con regolarità
quasi meccanica, a contrapposto col libero movimento delle
figure.
Una folla s’addensa attorno la Vergine e s’agita in un im-
peto di entusiasmo e di fede sotto il grande ventaglio di raggi
che si sprigionano dalla colomba. Le figure stesse, protese, con
le braccia in alto, sembrano continuare quei raggi, e San Pietro,
che indietreggia colpito in pieno dalla luce, emula le forme
michelangiolesche per l’atteggiamento dinamico. La nota più
alta del quadro è in quell’impeto dei raggi, tra i quali due
delle Marie appaiono diafane, come traverso un velario traspa-
rente di luce.
Quando, al tempo stesso della Pentecoste, Tiziano compose
la Cena dell’Escuriale (fig. 220), ricordò il Cenacolo di Leonardo
nei gruppi animati degli Apostoli, specialmente in quello tri-
— 364 —
plice a destra di Cristo, e nell’isolamento della immagine divina
sul fondo di paese, vasto, annebbiato, lontano. Anche qui,
Fig. 220 — Sale capitolari dell’Escuriale. Tiziano: Ultima Cena.
(Fot. Anderson).
come nella Pentecoste, una massiccia architettura forma base alla
scena, ma essa è ora tronca dalla cornice, e le grandi colonne
Fig. 221 — Galleria Borghese, a Roma. Tiziano: Venere benda Amore.
(Fot. Anderson).
tortili sono raccordo naturale di movimento e luce tra fondo
e figure. Splendono ovunque i bianchi madreperlacei, nella to-
vaglia, nei tovaglioli sparsi, nelle chiome dei vecchi; s’attenuano
nei fusti delle colonne, come enormi ceri. Davanti alla mensa,
in primo piano, un cesto di pani, un tovagliolo, un bacile in cui
beve una gazza, squillan le note d’argento, di rame e d’oro, sparse
nel quadro.
Come Leonardo, il Vecellio ha scelta l’ora del crepuscolo.
Fig. 222 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Brogi).
La fiamma del tramonto, ardente nei fondi tizianeschi, è qui
solo un barlume roseo sotto la cenere della caligine che a fiotti
scende dal cielo.
* * *
In un plasma di fuoco si formano invece figure e cose nel
quadro della Galleria Borghese, rappresentante Venere che benda
Amore (figg. 221-222), ove la ninfa con l’arco, più dell’altra
lontana, avanza verso la dea come nube accesa dal tramonto;
— 366 —
e par che il volto non di carne si formi, non di colore, ma dei
vapori di un incendio, nella gran fiamma del cielo. Polvere iride-
scente son le alette degli amori: e sembra che al solo tocco
di un dito debba sfaldarsi quel lieve tessuto di luce.
Ugualmente sfioccato è il tessuto argenteo del camice di
Fig. 223 — Galleria Borghese, a Roma. Tiziano: San Domenico.
(Fot. Anderson).
San Domenico, nella sala della Galleria Borghese (figg. 223-224),,
ove è il quadro di Venere che benda Amore. A mezza figura
il monaco, chiuso nella cappa nera, con l’indice teso, si volge,
come dall’alto di un pergamo, alla folla. E vive in un’atmo-
sfera greve, di un grigio affocato, la figura d’inquisitore, schia-
— 367 —
rata quasi da bagliori di rogo, fanatica, con occhi febbrili e
cupi. Sempre più i drappi tendono a dissolversi nell’atmosfera,
densa intorno alle forme come bitume che prenda fuoco, nel
San Sebastiano del Romitaggio (fìg. 225), forma gigante in un
caos di luci, e nel quadro di Cristo portacroce, al Prado (fìg. 226),
la cui veste par tessuta di gorghi d’aria iridescenti. Un passo
Fig. 224 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
ancora più innanzi nella complessità e nella libertà del tocco
è segnato dal grande quadro raffigurante Giuditta, nella Raccolta
Nicholson a Londra (fig. 227). La testa dell’eroina, troppo levi-
gata, ha perduto alquanto della sua morbida luce, ma un fanta-
stico splendore scaturisce dal bianco della veste, con misteriose
mescolanze di colori, dalla brace viva che arde nel rosso velluto
del moro, dai grumi stessi di sangue e di fango che intridono
la testa mozza. Tiziano, mago della luce, preannuncia effetti
Fig. 225 — Galleria del Romitaggio, a Leningrado.
Tiziano: San Sebastiano
(Fot. Hanfstaengl).
— 369 —
rembrandtiani nella complessità del tocco che plasma la testa
macabra di Oloferne e nei riflessi argentei della tenda sulla
fronte e il profilo del moro, come riflessi di luna che tremino
sulle acque nere di un canale nel silenzio notturno.
Quando Tiziano dipinse il quadro raffigurante Ninfa e
Fig. 226 — Galleria del Prado. Tiziano: Cristo portacroce.
(Fot. Anderson).
pastore (fig. 228), a Vienna, raggiunse, più forse che in qualunque
altra opera, l’espressione del volume atmosferico nelle immagini
sfumate. In un crepuscolo estivo, la ninfa riposa sopra una
pelle di fiera, nell’aperta campagna. Dietro, il pastore, che stava
traendo dal flauto la canzone alla figlia del bosco, fa sosta per
guardarla, per avvicinare la testa inghirlandata alla bella, che
volge gli occhi dietro sè come sentisse quello sguardo. La sen-
sualità è nell’aria, nella sera di quel giorno bruciato dal sole,
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
24
— 37° —
nella luce che cade a fiocchi, a grumi, come a falde di cenere
infocata, sulla terra arsa.
Dietro la ninfa il cielo s’intorbida di vapori caldi, e par che
nell’aria si dibattan bagliori contro ogni asperità del terreno.
Fig. 227 — Raccolta Nicholson, a Londra. Tiziano: Giuditta.
È una danza, un tumulto di bianchi rosati, di violacei, di verdi
secchi, arsi, di fulvi dorati. E nel vespero afoso, nel barbaglio di
luci, sotto quella pioggia di cenere calda che cade come in un
vasto braciere, tra quei resti dell’incendio del giorno, le imma-
gini illanguidite si formano di ardenti vapori.
Anche il Paradiso Terrestre, sotto un gran cielo invaso da
notti di nuvole grigio argento, nel quadro del Peccato (fig. 229),
— 37i —
a Madrid, è una mistione prodigiosa di tinte con bianchi rivoli
di luce sui picchi lontani, come di metallo fuso dal calore estivo.
I frutti del melo, i grandi fiori di velluto rosso cupo presso il
corpo luminoso di Èva, rispecchiano la fecondità esuberante
della terra.
Colorite di rosso rame le carni di Adamo, del rosso oro che
Fig. 228 — Galleria di Vienna. Tiziano: Ninfa e pastore.
(Fot. Anderson).
splende nelle mele il volto e le braccia del piccolo demone paf-
futo, Tiziano converge alle bianche forme di Èva tutta la luce
dorata del giorno. Il volto morbido con grandi occhi languenti
è tutto nei riflessi e nelle ombre delle nuvole, diafano come perla
sul cielo perlaceo.
Adamo contempla, affascinato, e il demonietto con premu-
rosa grazia porge il pomo a Èva, frutto della terra, dorato,
magnificato dal sole. Nel volto anelante, nei grandi occhi so-
Fig. 229 — Galleria del Prado. Tiziano: Il Peccato.
(Fot. Anderson).
atletico, abbronzato dal sole, giunonica Èva. Il demone prende
la forma di un Cupido, di un vago fanciullo dorato dal sole,
— 372 —
spirosi, nelle bionde carni accese di luce, Èva, madre dei vi-
venti, personifica la forza feconda di quel suolo fiorito.
È la rappresentazione dell’albore della vita umana : Adamo
— 373 -
e la giunonica beltà par traversata da raggi. Un’ombra traspa-
rente e calda vela gli occhi, carichi di languore. Corrono nubi
sul cielo, ma i monti stillano azzurro e argento, i fiori spun-
tano, la volpe s’accoscia presso Èva.
In una giornata estiva il nudo corpo della madre si veste
di sole, mentre tutto ride attorno : la terra e l’aria. Vengon
le nubi portate dal vago rubicondo demone; ma egli è un
fanciulletto, e la sua coda serpentina si confonde coi rami del-
l’albero della vita. La vita è bella, sana, forte; il giorno è lumi-
noso: chi può pensare all’inganno, ah’oscurarsi de] giorno?
Dipinto, in un dibattito intensissimo di luci, il suntuoso
ritratto dello Stradano a Vienna (fig. 230), Tiziano 'evoca se
stesso, nella tela del Prado (fig. 231), non ad alto rilievo, ma come
fantasma ombrato, irrigidito, in una vita interna di veggente.
La maestà del pensiero illumina sul fondo scuro il volto del
vegliardo, pallido, ardente, nella sua grana d’oro. Non, come
a Berlino, trova la forza per insorgere : la vecchiaia ha ingial-
lito e increspato il volto e le carni, ha spenta la fiamma del-
l’occhio; ma la mano, sfatta, plasmata in una massa d’oro,
tiene ancora, fra le deboli dita, il pennello glorioso. Il volto
è monocromo; la barba cade all’ingiù; l’occhio è fisso; la luce
schiara la fronte, i grandi lineamenti logori. Quel giallore della
vecchiaia, quell’assopimento dell’essere sul fondo grigio verdo-
gnolo, quell’abito nero, diffondono un’atmosfera di silenziosa
tristezza. La luce stessa che penetra l’immagine è la luce di
un cielo denso d’acqua. Tiziano, che ha sfolgorato il sole, entra
nell’ombra.
I J Incoronazione di spine, a Monaco (fig. 232),. è quasi una
replica dell’ Incoronazione di Parigi, con le stesse figure, gli
stessi atteggiamenti, gli stessi incroci di verghe, la stessa col-
locazione sopra una scalinata a triplice grado: solo assottigliate
e allungate le proporzioni delle immagini. Ma se la falsariga
della composizione è la stessa, lo spirito è mutato. Il palazzo
dalle muraglie ciclopiche, all’unisono coi muscoli erculei degli
aguzzini e del Cristo e con il romano busto imperiale, è dive-
— 374 —
nuto una tetra arcata di carcere aperta sopra il cielo tumido
pauroso, con vortici di nuvole incandescenti. Al Louvre, il
portale addensava ombre dietro il gruppo degli aguzzini, che
qui invece s’immergono, indietreggiando, nell’atmosfera soffice
Fig. 230 — Galleria di Vienna. Tiziano: Ritratto di Jacopo Strada.
(Fot. Wolfrum).
e tumida delle ultime opere di Tiziano. Da un candelabro in
alto, sopra il manigoldo con la testa nell’ombra del fondo,
scoppiettano faci. E anche la luce serpeggiante fra le nuvole
nel cielo torbido par luce di bitume che stia prendendo fuoco.
Fondono al riverbero delle torce i tessuti, che nel quadro del
Louvre erano sete, maglie, tele resistenti; e un pilastro risplende
come coperto di scaglie madreperlacee dai apidi tocchi de
pennello. La gamma delle luci è più complessa e appassionata
che nel quadro del Louvre, in questa visione di bagliori nella
Fig. 231 — ■' Galleria del Prado. Tiziano: Autoritratto.
(Fot. Anderson).
notte, ora violenti come coltellate, ora languidi come carezze
dolorose, ora capaci di suggerir l’intuizione di uno spazio infi-
nito, e ora modestamente limitate a fissar la natura di un breve
oggetto, l'ascia del duce o l'elsa perlacea della spada.
Fig. 232 — Galleria di Monaco. Tiziano: Incoronazione di spine.
(Fot. Hanfstaengl).
— 377 —
Il Cristo, gigante torturato al Louvre, dove la scena sem-
bra ispirata alle Vie Crucis del Diirer, qui si abbandona, mite
e affranto; alla luce delle fiaccole, fra le tenebre, piega il capo
l’Agnello di Dio. Dalle faci, alte nell’ombra notturna, cade una
Fig. 233 — Galleria Nazionale di Londra. Tiziano: Madonna.
(Fot. Dixon).
luce argentea, madreperlacea, sul drappo sanguinante, sulle
carni sanguinanti. Il manigoldo di sinistra s’inarca nello strin-
ger la verga sul capo della vittima, e così indietreggia quello
che gli sta di fronte, nell’ombra. Par che movano a danza bar-
bara, i feroci. La luce cade in larghe falde d’oro sulle maniche
del comandante ; ribolle d’argentei chiarori nell’azzurro del
- 378 -
corsetto ; striscia di bianco il gonnellino rosso morello. E la
testa canuta del manigoldo a destra, nei riflessi di fuoco, sem-
bra una fiaccola ardente. Tutto è fatto col pennello intriso del
color delle faci, tra il fumo e le tenebre. Nél mezzo arde la face
vivente del Cristo.
Più che in ogni altra opera Tiziano dissolve la concretezza
Fig. 234 — Chiesa arcidiaconale di Pieve di Cadore.
Tiziano: Madonna allattante, Sant' Andrea, San Tiziano vescovo
e Tiziano Vecellio adoranti.
della forma per tradurla in nebulosa di luce, nella Madonna al-
lattante di Casa Mond (fig. 233). Ivi il tessuto delle carni e delle
vesti s’intenerisce e si sfiocca; l’azzurrino della veste di Maria
volatilizza, e il drappo che le avvolge spalle e capo riverbera
fuoco sulle gote del fanciullo, arrotondate nei vapori d'oro del-
l’atmosfera. Non v'è più limite tra l’ambiente indefinito e le
immagini che sembrano continuarsi nell’atmosfera grigio oro,
in un incessante scambio di luci colorate, pigre, senza più vio-
lenze o squilli, morbidissime.
— 379 —
Il quadro più affine alla Madonna Mond si nasconde ancora,
misconosciuto, nella chiesa di Cadore (fig. 234-237). Figura la
Fig. 235 — Particolare del quadro suddetto.
Vergine col Bambino in grembo, ai lati, Sant’ Andrea con la croce e
San Tiziano; in fondo a sinistra, il Pittore stesso, di profilo, no-
— 38° —
vantenne, in veste nera, berretto nero, come nell’ Autoritratto
del Prado, assiste il Santo vescovo, di cui tiene il pastorale.
Uquadro è dipinto senza imprimitura, con pennellata leggiera
e fluida, che sprigiona da ogni tocco luce. Il velo e la gonna
Fig. 236 — Particolare del quadro suddetto.
della Vergine sono del bianco verdognolo, acqueo e diafano,
proprio all’ultimo Tiziano; il corsetto è di un rosso svanito che
evapora nell’oro; l’orecchio è modellato in una grana di colore
intrisa di sangue e d’oro. Il volto, velato, vaporoso, si piega con
una ineffabile dolcezza di sguardo, una divina sfumatura tra il
— 3«i —
sorriso e il sospiro, a contemplar il Bimbo florido, che sugge il
latte e abbandona fidente una manina bruna, tenero fiocco, sulla
mano materna. Come una bolla d’oro affonda il Bimbo nel tes-
Fig. 237 — Particolare del quadro suddetto.
suto opalino della veste di Maria, e il fiotto del sangue invermiglia
il volto paffuto.
Con la gran croce ora sommersa nell’ombra addensata del
fondo, si china Sant’Andrea ansioso verso il gruppo sacro, e
raggio di luce che trema sulle grandi palpebre abbassate
— 382 —
comunica al volto plasmato d’oro, nubiforme come nel quadro
Mond, il brivido dell’emozione sacra. Composto, dall’altro lato,
prega, ammirando, il Santo Vescovo, accompagnato nella pre-
ghiera dallo scroscio argenteo del piviale con fastosi orli figu-
rati. Ultimo inoltra il vecchio Tiziano: egli, che ha sprofondato
10 sguardo nella tomba di Cristo accanto alle pie figure della
Deposizione al Prado, prende, novantenne, il pastorale del Santo
patrono per adorare un’ultima volta, egli, cantore della mater-
nità, la madre divina e il pargolo, fiore della sua terra alpestre. 1
La luce del pastorale argenteo trema, la bianca linea trema:
la mano dal vegliardo non ha più fermezza.
* * *
L’ultima pittura, il grande quadro della Pietà nell’Acca-
demia di Venezia (fig. 238), fu, come è noto, compiuta dal
Palma Giovine. Ma l’opera monumentale sfolgora ancora la
luce del genio.
Tiziano non rappresenta la campagna, il sepolcro; apre ai
nostri occhi come un grande prospetto di giardino cinque-
centesco con una nicchia tra due statue di profeta e di sibilla
sopra un piedistallo di foggia leonina: i conci grezzi, scabri, si
prestano alle variazioni luminose, qui attenuate, fioche, acquee;
e la conca profonda raccoglie la luce, ne prolunga l’eco. Non
splende la fiamma rossa di tramonto o di faci, prediletta da Ti-
ziano, sulla scena avvolta in un’atmosfera acquea, verde e oro,
come nel riflesso dei muschi e delle pietre musive.
Del grande quadro, il Palma Giovane ha dipinto la grossa
Sibilla Ellespontica e l’angioletto portaface; ha colorito anche
11 San Girolamo, che è l’immagine stessa di Tiziano nel quadro
del Prado, diminuita dalla traduzione. In ginocchio, il vegliardo
1 II quadro è velato da vecchia polvere: la tenda verde del fondo è in gran parte scomparsa;
il profilo dell’autoritratto, alquanto indurito; ma s’imprime in noi la certezza del nome di
Tiziano. Anche il rosso morello delle labbra di Maria, -la frangia di brace e d’oro, appena a
tratti visibile sull’orlo della tenda, gli sprazzi di fuoco tra i ricami del piviale, e l’occhio ardente
del rubino sulla mitra del vescovo, e i meravigliosi anelli, e il baculo d’argento, son trame
tessute di luce dal mago del colore nell’ultimo dono prezioso da lui fatto alla propria terra.
- 3«3 -
fissa il volto divino; par voglia strappare ai sigillati occhi del
Redentore il segreto d’oltretomba.
Nonostante i ritocchi, si vede l’opera dello stesso Tiziano
nel Cristo, il cui nudo esce luminoso dall’ombra ; la Vergine,
Fig. 238 • — Accademia di Venezia. Tiziano: La Pietà.
rielaborata dal Palma, rimane alquanto opaca. Ma la statua
di Mosè, disfatta nell’aria come la Madonna Mond; l’ imma-
gine di Maddalena, che vola tutta nel fremito delle chiome
e della veste verde oro, il meraviglioso putto portanfora, con
ali che più non si vedono come forma, tanto rapide e lievi si
dibatton nell’aria; le foglie lacerate dalla luce, sul timpano
dell’edicola, mostrano ovunque la mano del grande vegliardo,
intenta a tracciare col luminoso pennello, alle soglie della tomba,
il poema della morte. Egli è ancora il grande scenografo; ma
— 384 —
non ricerca più gli effetti abbaglianti; la sua luce violenta si calma
e s’irretisce, quasi in immobilità di morte. Così a novantanove
anni Tiziano cessava la vita mortale per continuare sempre più
gloriosa, sempre più grande, la vita immortale. 1
* * *
Tiziano Vecellio, nell’esordio a noi noto, il quadro di Gia-
como Pesaro presentato da Alessandro VI a San Pietro, entra
nel Cinquecento con lo squadro amplificato delle forme. Come
davanti a San Marco appaiono sulle monete veneziane i’dogi in
ginocchio, col gonfalone della Serenissima, così davanti al trono
(i) Non pubblichiamo il catalogo delle opere di Tiziano, avendo discorso particolar-
mente di una gran parte di esse. Di altre, non ricordate, diamo l’elenco. (Non vi si troveranno
indicazioni di opere edite nei Klassiker der Kunst, 5a edizione, perchè da noi non ammesse
quali opere di Tiziano medesimo):
Alnwich Castle, Duca di Northumberìand: Famiglia Cornato.
Berlino, Collezione Koppel: Santa Caterina.
Besan^on, Galleria: Ritratto di Perrenot Granvella.
Boston, Mrs. Gardner: Ratto d'Europa.
Escuriale.. Sagrestia: Cristo nell’Orto.
Firenze, Uffizi: Ritratto del Prelato Beccadelli.
— Pitti: Ritratto di Andrea Vesalius (?).'
— » Ritratto di Don Diego de Mendoza (?).
Kopenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek: Ritratto (primitivo).
Londra, Lord Lascelles: Morte di Atteone.
Luzern, F. Steinmeyer: Ritratto di Antonio Anseimi.
Madrid, Galleria del Prado: Ritratto di un Cavaliere di Malta.
— — Cristo nell’Orto.
■ -La Religione soccorsa dalla Spagna.
Frammento del Noli me tangere.
— — - Cristo e Simone Cireneo (0,98 X 1,16).
Munchen, Alte Pinakothek: Vanitas.
Napoli, Museo Nazionale Ritratto del Cardinale Alessandro Farnese.
Ritratto di Filippo II.
Parigi, Museo del Louvre: La Cena in Emmaus.
— - — Giove e Antiope.
Venezia, San Sebastiano: San Niccolò da Bari.
— San Lio: San Giacomo.
— S. Maria della Salute: Evangelisti e Padri della Chiesa (entro tondi).
— San Rocco: Annunciazione.
— San Salvadore: Trasfigurazione.
— Galleria dell’Accademia: San Giovanni Battista.
— Palazzo Ducale: Il Doge Grimani adorante la Fede (in parte).
Vienna, Hofmuseum: Ritratto di Gio. Federico di Sassonia.
— • — Ritratto di Benedetto Varchi.
Roma, Pinacoteca Vaticana: Ritratto del Doge Niccolò Marcello.
Trento (già a), Casa del Barone Valentino de’ Salvadori: Ritratto di Cristoforo Madruzzo.
— 385 —
di San Pietro, posto sopra una base figurata del Paganesimo,
s’inginocchia Giacomo Pesaro presentato dal Pontefice. Ma seb-
bene i personaggi non riescano a comporsi neH’ambiente irreale
sullo sfondo del mafe, il Pittore s’innalza per metro cinque-
centesco in quella pala votiva, come per la potenza del colore,
che a Venezia si veste di sfarzo orientale. Forte, coi suoi Santi
imponenti cresciuti tra le rocce del Cadore, con le Madonne
e i putti, fiori delle Alpi, Tiziano s’imbatte in Giorgione, il
raffinato, il poeta, il musico della pittura. E si accorda con lui;
sente come il tono del colore sia il mezzo artistico più adatto
alla rappresentazione del movimento, poi che esso contiene in
sè gli elementi di vibrazione proprii dell’onda luminosa. Ma
l’atmosfera di sogno delle figure create da Giorgio di Castel-
franco non era propria a Tiziano: ed ecco che egli lancia i suoi
protagonisti nel dramma. Non la stasi solenne, nel silenzio del-
l’adorazione, nella luce del crepuscolo, nelle penombre miste-
riose: Tiziano ha bisogno di respirare a pieni polmoni, di farsi
largo, di far squillare i colori. Quando interpreta Giorgione nella
Zingarella di Vienna, nel San Marco della chiesa della Salute,
e in altri quadri, si sente come a fatica la sua forza rusticana
si adatti alla preziosità della tavolozza giorgionesca, come le
sue tinte calde, i suoi rossi di fuoco rompano la pace di quei
toni, e le sue forme piene di baldanza, di grandezza, di movi-
mento drammatico, escano dalle linee lievi, dalle piume giorgio-
nesche, e sempre più si accentuino, s’ingagliardiscano, si faccian
sonore. Ben presto Tiziano, accentuando le forme, fa sprizzare
da esse scintille di vita; e forma i suoi tipi di bellezza, le sue
gagliarde figlie del sole.
Passa di contro alla greca Afrodite dalle carni di marmo
pario, la Venere di Tiziano, temprata dal fuoco, nata fra gli ori
e le gemme della casa del sole, nell’amore e nella voluttà. La
modernità, in tutta l’arte di Tiziano, scorre come sangue caldo,
pulsa forte dal suo cuore. L’aria circola, e, dalle bianche nu-
vole trasportata nel cielo azzurro, inonda la terra, carezza le
figure, le immerge in sè; e corre nei paesi fecondi, li rinfresca,
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
2j
- 386 -
li allieta. Scorre come vivo sangue nelle carni il colore; s’infoca
e impallidisce, inturgidisce e si spiana; foggia le vesti, spumeg-
giando alla luce con le tessiture, marezzando la seta, adden-
sandosi nei velluti, imperlando i rasi. È una ricchezza che si
profonde su tutto, che avviva, ingrandisce, dà forma eroica
agli uomini vissuti quando Carlo V calpestava col suo cavallo
le terre lombarde, le pianure delle Fiandre, la Germania meri-
dionale; e quando Filippo II voleva Veneri per i suoi sensi, e
voti per l’Escuriale, anche per l’altare a Lorenzo Martire, che
gli aveva data vittoria a San Quintino.
Gradatamente il Vecellio comprese la forza idealizzatrice
dei colori meno definiti, meno accentuati, più liberi e mossi,
natanti nella luce e nell’ombra, delle masse cromatiche sgra-
nate dall’atmosfera luminosa; e creò, come abbiamo veduto,
altri capolavori. Le immagini, diventando meno concrete, die-
dero del mondo una visione commossa; l’amor della luce infuse
negli esseri la vita. Il dramma umano divenne il dramma del
cielo e della terra. Alla morte del Cristo scoppia l’uragano;
l’ombra, le tenebre son veli di lutto; la luce erompe, divina
aureola al Crocehsso. Il cielo stesso riflette la passione degli
uomini; si tinge di sangue, nel crepuscolo della vita di Carlo V;
copre torpido, greve, gli ebbri di piacere. La pennellata divien
rapida e intensa: par che a colpi di spugna intrisa di colore
s’infiammi il cielo dietro Venere che benda Cupido. È uno
scrosciar di colori sui campi dorati dall’autunno, sul verde
bruciato dal sole, sulla terra ardente. E coi pennelli in mano,
a novantanove anni, il gran Mago di Venezia entra, dal suo
terrestre dominio di colore e di luce, nel mondo eterno della
gloria.
V.
JACOPO PALMA IL VECCHIO,
IL CARIANI E BERNARDINO LICINIO
JACOPO PALMA IL VECCHIO : La Vita. Reggesti. Bibliografia. — L’Opera: Quadri
primitivi. — Tenace aderire del Palma alla tradizione quattrocentesca. Come
Tiziano giovane, egli afforza gli effetti d'ombra e luce; si vale del tono per
aumentar lo splendore delle vaste superfici cromatiche. Di qui una deviazione dal
giorgionismo puro. Periodo del maggiore accostamento a Giorgione. Pieno svi-
luppo dell’arte del Palma. Epilogo. Catalogo delle opere.
GIOVANNI BUSI, detto IL CARIANI: La Vita. Bibliografia. L’Opera: Affinità
col Previtali nell’educazione pittorica. Influsso di Lorenzo Lofio e del Palma.
Influssi d’arte bresciana. Eclettismo: Echi di Giorgione, Sebastiano, Romanino,
Palma. Catalogo delle opere.
BERNARDINO LICINiO : La Vita. Bibliografia. L’Opera. Accenni giorgioneschi nel
ritratto di “Stefano Nani” della Galleria Nazionale di Londra e nel “ Concerto ”
di Hampton Court. Impronte del Pordenone, del Palma e di Tiziano. Catalogo
delle opere.
1480 — Giacomo Palma il Vecchio nacque verso* il 1480, se è
vero quanto afferma il Vasari, ch’egli visse quarantott’anni.
Sua patria fu Serina (Serinalta) nel Bergamasco. Palma non
è che un soprannome d’arte: suo vero cognome fu Nigreti
(v. Elia Fornoni, Notizie biografiche su Palma Vecchio, Ber-
gamo, 1886, pag. 14-15, e Ludwig, in Jahrbuch der kòniglich
preussischen Kunstsammlungen, Berlino, 1903).
1500 — Porta questa data e la firma «Jacobus Palma», il quadro già
posseduto dal signor Reiset di Parigi (ricordato dal Miindler:
Essai d’une analyse critique de la Notice des tableaux italiens du
Musée National du Louvre, de M. Villot, Paris, Didot, 1850).
1510, marzo 8 — « Jacomo de Antonio de Negreti depentor »
compare quale testimonio nel testamento fatto da Sofia,
moglie di ser Rocco Dossena telarol.
Pompeo Molmenti afferma che la scrittura di questa firma è
identica a quella con la quale in un documento del 1513 il nostro
si firma: « Jacomo Palma depentor » (V. Pompeo Molmenti, I pii-
- 388 -
tori bergamaschi a Venezia, in Emporium del giugno 1903; vedi
Ludwig, in Jahrbuch cit.
1510, agosto 2 — Nel secondo testamento di Sofia Dossena
si trova ancora citato fra i testimoni « Ser Jacobus ser An-
tonii pictor de confinio Sancti Joannis Bragore » (Sez. No-
tarile, Testamenti Bernardo Carvagnis, busta 272, n. 629;
v. Ludwig, luogo citato).
1512, gennaio 8 — Nel testamento di « Isabeta filia magnifici
et clarissimi D. Alovisij Mocenigo et uxor N. V. D. Joannis
Faletro », compare la firma di « Jacomo Palma depentor »
quale testimonio (Ludwig, luogo citato).
1513 — È ‘iscritto alla Scuola di San Marco « Ser Jacomo
Palma pentor a San Moise intro del 1513» (Mariegola 1507-
1517, R. 5). Anche nella Mariegola 1480-1549, R. 4, carte 59,
si ripete « ser Jacomo Palma depentor S. Moise 1513 » (vedi
Ludwig, luogo citato).
1520-1521 — Viene pagata al Palma, da Fra’ Bernardino da
Mantova, priore, la somma di cento ducati per la pala ch’egli
aveva dipinta per il nobiluomo Marin Ouerini nella chiesa
di Sant’Antonio di Castello in Venezia.
Il pagamento fu effettuato in quattro rate: 21 maggio 1520,
3 settembre 1520, 23 novembre 1520, 27 luglio 1521 (V. Cicogna,
Iscrizioni veneziane, voi. I, pag. 360-361. Il Cicogna a sua volta trasse
la notizia dal « Catastico dell’Archivio di S. Antonio di Castello in
Venezia fatto sotto il Governo del padre abate Orzalli del 1762 »).
Il quadro rappresentava lo Sposalizio della Vergine.
1521, aprile 25 — Fu compiuto nella scuola di San Marco un
nuovo « Catastico », nel quale si legge: « Ser Jacomo Palma
depentor S. Stai » (Registro Fratelli R. 3).
Da questo documento risulta che il Palma aveva cambiato casa
(Ludwig, luogo citato).
1523 — «Jacopo Palma depintor sta San Stai» notifica ai Dieci
Lati l’acquisto da lui fatto di parecchi beni a Montagnana.
Il documento si trova nell’Archivio di Stato dei Frari, Serie Auto-
grafi (V. Raccolta veneta, 1523; Fornoni, Notizie biografiche di Palma
— 389 —
il Vecchio, Bergamo, 1886, pag. 26; Millelli, Di Jacopo Palma il Vecchio
e dell’ Arte contemporanea, discorso, 1874).
1524, maggio 30 — « Magister Jacobus pictor quondam ser
Antonii Nigreti de la Valle de Serina » dopo la morte di
suo fratello Bartolomeo ritorna a Serina per provvedere agli
interessi di famiglia, e chiede che siano nominati i tutori dei
nipoti orfani (v. Fornoni, luogo citato).
1524, giugno 13 — Avviene la divisione dei beni fra « Magister
Jacobus quondam ser Antonii Nigreti de Lavalle de Serina »
e i suoi parenti. Dalle imbreviature di Bonadeo della Valle
(v. Fornoni).
1524, giugno 13 — « Magister Jacobus pictor q. ser Antonii
Nigreti de Lavalle de Serina vallis predictae habitator in
presentia... profìteus se etatem annorum viginti quinque
et plurium excesisse » concorre insieme ai nipoti a pagare
un debito verso Armellino d’Oltre il Colle (Fornoni, luogo ci-
tato, pag. 29).
1525, luglio 3 — Madonna Orsa, vedova del magnifico Simone
di Domenico Malipiero, alloga a Giacomo Palma, « vir pru-
dens magister », un quadro rappresentante V Adorazione dei
Magi per l’altar maggiore della chiesa di S. Elena in Ve-
nezia (Archivio Veneto, voi. I, parte prima, pag. 166).
1525, novembre — Il Palma, Gastaldo della Scuola di San
Pietro Martire della chiesa di S. Giovanni e Paolo, insieme
al Vicario e ad altri fratelli, chiede al Consiglio dei Dieci
il permesso di allogare, spendendo del proprio denaro pri-
vato, il quadro rappresentante il Martirio di San Pietro a
uno dei maggiori artisti. Il 30 novembre il Consiglio dei Dieci
accoglie la domanda, ma in seguito quest’atto fu cancellato
(Archivio di Stato dei Frari di Venezia, Documento orig.;
v. Millelli, luogo citato, pag. 56-57).
1527, febbraio 21 — Il Palma compare come testimonio da-
vanti ai Giudici deH’Esaminador (v. Ludwig, luogo citato).
— 39o —
1527, settembre 9 — Bernardo Ruma de Carrario de Serina
e Cornino q. Mori Negreti de Lavalle de Serina, quali pro-
curatori « Magistri Jacobi q. ser Antonii Negreti de Lavalle
de Serina pictoris » comprano da Antonio Rivioni de La-
valle de Serina un prato con un orto e una casa per il prezzo
di cento libbre imperiali. Lo stesso giorno il Palma cede al
Rivioni lo stabile acquistato mediante il pagamento di 5 lire
imperiali per sempre (v. Fornoni, pag. n).
1528, aprile 21 — Compare come testimonio nel testamento
di Hieronima, figlia di Silvestro de Abundio e vedova di
Cristoforo Bando.
1528, luglio 28 — Porta questa data il testamento « Magistri
Jacobi Palma pictoris de confinio Sancti Bassi ».
A questo testamento è annesso un inventario dei beni e sono
registrati i pagamenti dei debiti (v. Ludwig, Fornoni, luoghi citati).
1528, luglio 30 — Nel registro dei morti della Scuola di San
Marco si trova la seguente notizia: « a di 30 lujo. Ser Jacomo
Palma depentor » (Accettazioni e Morti, busta 40; v. Ludwig).
1528, agosto 8 — Sono nominati commissari, per l’inventario
dei beni del quondam ser Jacopo Palma: Marco Bayeto
Mercadante de beni, ser Fantin de Girardo tentor, ser Zuane
de San Anzolo frutarol.
Come Lorenzo Lotto, il Palma 1 sembra avere ne’ suoi primi
anni guardato all’arte di Alvise Vivarini, poiché tutta vivari-
1 Bibliografia su Palma il Vecchio: Sanudo (M.), I Diarii, 1496-1533, Venezia, 1882; Mi-
chiel (I.), Notizie d'opere del disegno, Bibl. Marciana, Mss. Ital., Cl. XI, Cod. LXVII, edito
da Jacopo Morelli, Bassano, 1800, da G. Frizzoni, Bologna 1884; Theodor Frimmel (Vienna),
1888; Pino (P.), Dialoghi di pittura, Venezia, 1548; Vasari, Le vite, ed. 1550 e 1568; Sansovino
(FrXnc.), Venezia città nobilissima, Venezia, 1581; Lomazzo, Trattato dell'arte della pittura,
scultura e architettura, Roma, Gismondi, 1844; Ridolfi (C.), Delle meraviglie dell'arte (p. I,
p. 118), 1648; Scanelli, Microcosmo della pittura, Venezia, 1657; Boschini (Marco), La carta
del Navegar Pitoresco, Venezia, 1660; Id. id., Le miniere della pittura, Venezia, 1664; Scaramuccia
(L.), Le finezze dei pennelli italiani, Pavia, 1678; Baldinucci (F.), Notizie dei professori di
disegno, Manni, 1702; Felibien, Entretiens sur les vies et sur les ouvrages des plus excellens pein-
tres anciens et moderns, Paris, 1725; Id. id., Récueil d'éstampes d'après les plus beaux tableaux
è
— 391 —
niana è la Madonna della Galleria di Berlino (fig. 239), firmata
dal Pittore. Le forme lignee, angolose, le pieghe rigide e mar-
qui soni en France dans le cabinet da Roy, dans celui de Monseìgneur le Due d'Orléans et dans
d’autres cabinets, Paris, 1729; Zaneiti (A. M.), Della pittura veneziana e delle opere pubbliche
dei veneziani maestri, Venezia, I77H Orlandi (P. A.), Supplemento alla serie dei 300 elogi e
ritratti degli uomini più illustri in pittura, Firenze, 1776; Tassi (F. M.), Vite dei pittori, scultori,
architetti bergamaschi, Bergamo, Locatelli, 1793; Federici, Memorie trevigiane sulle opere di
disegno, Venezia, 1803; Lanzi, Storia pittorica della Italia, Bassano, 1818: D’Agincour't (S.),
Storia dell'arte dimostrata coi monumenti, 1827; Rosini, Storia della pittura (p. iv), Pisa, 1843;
Ranalli, Storia delle arti in Italia (t. IV, c. LII), 1845; Selvatico (P.), Guida di Venezia.
Venezia, 1852; Cicogna (E. A.), Iscrizioni veneziane, Venezia, 1853; Selvatico (P.), Storia
estetico-critica delle arti del disegno, Venezia, 1866; Locatelli (P.), Gli illustri bergamaschi, Ber-
gamo, 1867; Zanotto, Pinacoteca veneta illustrata, Venezia, 1867; Carrara-Zanetti, Studi
e osservazioni su Serina in Valle Brembana, 1874; Millelli (V.), Di Jac. P. il V. e dell'arte
contemporanea (discorso), 1875; Crowe e Cavalcaseli^, Geschichte der italienischen Malerei
(t. VI, p. 529), Leipzig, 1876; Id. id., Tiziano, la sua vita e i suoi tempi: Fornoni (T.), Notizie
biografiche su Jacopo Palma il Vecchio, Bergamo, 1886; Morelli (G.), Le opere dei maestri ita-
liani a Monaco, Dresda e Berlino, Zanichelli, 1886; Id. id., Della pittura italiana: Le Gallerie
Borghese e Doria, Treves, 1897; Locatelli (P.), Notizie intorno alla vita e alle opere di Palma
Vecchio, Bergamo, 1890; Loeser (C.), I quadri dì Palma Vecchio nella Galleria di Stoccarda,
L'Arte, 1899 (pag. 166); Paoletti (P.), Una « Sacra conversazione » di Palma Vecchio, in Rass.
d'Arte, I, 1901; Cantalamessa (G.), La R. Galleria di Venezia, in Le Gallerie Nazionali Ita-
liane, voi. V, 1902, Roma; Priuli Bon (L.), A New Palma Vecchio, in Art Journal, 1902,
pp. 156-157; Ludwig, Beiheft zum Jahrbuch d. K. Pr. Ksts., XXIV, 1903, pp. 63-80; Nevs-
troieff (A.), I quadri italiani nella Coll, del Duca G. N. v. Leuchtenberg di Pietroburgo, in L'Arte,
1903; Rosenberg (P. V.), Beilagen d. Klasing Monatshefte, 1904, XIX; Frizzoni (G.), Nuove
rivelazioni intorno a Palma il Vecchio, in Rassegna d’Arte, VI, agosto 1906, pag. 113; Phillips
(C.), Further (A.), Note on Palma Vecchio, in The Burling. Mag., X, 1906-1907, pag. 243 e 315;
Holmes (C. J.), Shepherd and two nymphy by Palma Vecchio, in Burling. Mag., XI, 1907; Phil-
lips (C.), in The Burlington Magazine, X, 190 7, p. 243; Rumor (S.), La Vergine di Palma Vec-
chio in S. Stefano di Vicenza, Vicenza, 1907; Schmidt (W.), Letter to thè editor (sopra Palma
Vecchio), in Burling. Mag., XI, 1907; Berenson, The venetian painters of thè Renaissance,
Xew York-London, 1907; Id. id., Study and Criticism of It. Art., London, 1908-1910; Swar-
zenski (G.), Bemerkungen zu Palma Vecchio « Verfuhrung der Calisto » in Stàdelschen Kunstin-
stitut, in Jahrb. d. k. k. Zentral Komm., 1908; Hadeln (D. v.), Zu den Altarwerken Palma Vec-
chios in Serinalia, in Monatshf. Kunstw., I, 1908; Swarzenski (G.), Bemerkungen zu P. Vecchio,
V erfùhrung der Christo in Staedelschen Kunstinstitut, in Kunstgeschichtliche Jahrbuch d. k. k.
Zentral Kommission II, 1908; Von Boehn (M.), Giorgione und Palma Vecchio, Bielefeld, Leip-
zig, 1908; Jacobsen, La Galerie Querini Stampalia à Venise, in Gazette des Beaux Arts, 1909,
II, p. 325; De Fabriczy (C.), Acquisti recenti per la Galleria di Francoforte, in Rass. d’Arte, X,
1910, p. 73; Hadeln (D. v.), Ein unbekanntes Werk Palma V ecchios, in Monatsh. f. Kunstw, III,
1910; Foratti (A.), I polittici palmeschi di Dossena e di Serina, in L’Arte, XIV, 1911, p. 36;
Detlev von Hadeln, Ueber einige Fruhwerke des Palma Vecchio, in Monatshefte fùr Kunst-
ivissenschaft, maggio 1911; Venturi (L.), La pittura veneziana nella storia e nell'arte, 1911;
Phillips (C.), The venetian Temperance of thè Diploma Gallery, in Burling. Mag., XXI, 1912,
pp. 276-272; Foratti (A.), Note su Jacopo Palma il Vecchio, Padova, Gallina, 1912; Venturi (L.),
Giorgione e il Giorgionismo, Milano, Hoepli, 1913; De Benedetti (M.), Un Giampietrino e un
Palma Vecchio a Roma, in Rass. d’Arte antica e moderna, II (XV), 1915; Tassini, Curiosità
veneziane, Venezia, 1915; Sciiubring (P.), Zwei Bilder der Parissage von J. Palma in der
Dresdner Galerie, M. H. a. d. sàchs. Kss. VII, 1916; Hadeln (D. v.), Drawings by Palma
Vecchio, in Burling. Mag., XLIII, 1923; Wolf (A.), Zwei neue Erwerburgen der Akademìe zu
Venedig, in Zeitschrift fùr bild. Kunst .; Rosenberg, Der Aitar der heiligenin S. Maria Formosa
in Venedig, in Zeitchrift fùr bild. Kunst; Venturi (Adolfo), Studi dal vero attraverso le rac-
colte artistiche d’Europa, Milano, Hoepli, 1927.
— 392 —
cate, il tipo del Bambino con la testa rotonda e i lineamenti a
pallottola, richiamano il Muranese, privo della maestà di forme,
del rigore di squadro geometrico, che nelle opere di Alvise ri-
flettono un raggio della luce di Antonello. La figura è inerte
Fig. 239 — Museo Federigo, a Berlino.
J. Palma il Vecchio: Madonna col Bambino.
(Fot. Hanfstaengl).
nella sua compunta gravità: grossa monaca, la Vergine aguzza
lo sguardo senz’anima sulle pagine del libro sacro, nè s’accorge
del Bimbo che dorme placido sul guanciale, nè della fresca val-
lata che s’apre dietro la finestra a centina, ed evoca al nostro
— 393 —
pensiero l’immagine di un Francia veneto, più rude e pro-
vinciale.
Ancora qualche riflesso dell’arte di Alvise è nel Ritratto di
donna e bambino già parte della Raccolta Bòhler (fig. 240), ove
Fig. 240 — Casa d’Arte Bòhler, a Monaco di Baviera:
J. Palma il Vecchio: Ritratto.
la molle bellezza delle donne del Palma ha un preludio nel volto
cereo, delicatamente illuminato, nell’occhio chiaro, nel biondo
tenue delle chiome ancora alluminate filo a filo, mosse in onde
lievi metalliche. Il putto è una mascheretta inerte; apatico il tipo
muliebre, piatto il modellato, ma già nella studiata ampiezza
Fig. 241 — R. Galleria di Venezia. J. Palma: Assunta.
(Fot. Anderson).
— 395 —
delle pieghe, del volto, del collo, della zona serica di chiome,
traluce la tendenza verso i « larghi cromatici » del Palma ma-
turo e dei seguaci di Giorgione in tutta la prima metà del Cin-
quecento.
Questa tendenza invece non si avverte ne\Y Assunta dell’Ac-
cademia di Venezia (fig. 241), con figurine di stucco distribuite a
Fig. 242 — Galleria Carrara di Bergamo.
J. Palma: Madonna coi Santi G. B. e Maddalena.
(Fot. Alinari).
semicerchio nella conca di una valle e composte ad atteggiamenti
di devozione, a sguardi d’estasi, a una bellezza quieta e com-
passata che volge il nostro pensiero alle rassegne umbre, agli
Apostoli estatici del Perugino. Il Palma è qui, in tutto, un quattro-
centista di maniera, anche nelle proporzioni delle figurine, nel
chiaroscuro diligente e sfumato, nei panneggi sottili, a pieghe
lineate e minute. La Vergine sembra una statuetta policroma di
stucco o di cera, lisciata nei capelli e nelle vesti, sorretta sulle
ali tese da un angioletto, come immagine sacra in processione;
e una cura meccanica dice ovunque l’inesperienza del composi-
tore, nella materiale disposizione degli oggetti e nei frastagli dei
drappi e delle nuvole.
Si ripetono, tra gli Apostoli, i tipi belliniani spogliati della
loro anima lirica, immersi in una pace stagnante, ove ogni gesto
diviene fatica e sforzo. I bimbi piantano neH’aria goffamente,
torturati dal pittore inesperto di scorci, in ogni loro movenza.
La stessa Vergine dolciastra e placida si rivede più grassa
e avvolta di gonfi panneggi nella Sacra Conversazione della Gal-
leria Carrara a Bergamo (fig. 242), tra una florida Santa Maddalena
e un delicato San Giovanni, di tipo belliniano. Il colore morbido
e intenerito s’adagia con riposante lentezza sulle forme espanse,
molli, quasi disfatte, e trova rispondenza nei gesti pigri, negli
sguardi soavi e quieti, che dànno un’aria quasi raffaellesca alla
testa del ricciuto Bambino. Sembra che un lievito interno gonfi,
rarefacendole, tutte le forme: i turgidi busti muliebri, i panneggi
sfatti, le nuvole cremose. Al tipo belliniano, nella traduzione
provinciale dei Santacroce, risponde la grossa Vergine e anche
la Santa Caterina, che è già un chiaro preludio alla bellezza
carnosa e languida delle donne palmesche, ancora insonnolita e
letargica. Le chiome di miele, studiatamente agghindate, rac-
colgono come più tardi la predilezione del Pittore, che gode a
scioglierne sotto una luce fredda e limpida la serica matassa.
Ma solo nel San Giovanni, di tre quarti, l’ombra che profila i
lineamenti delicati rompe la sonnolenta uniformità dei toni.
Questo dilagar di carni e di stoffe, che distrugge la fibra dei
corpi e preannuncia le armonie vaste e lente del colore palmesco
nel gruppo di Bergamo, vien meno alla Sacra Conversazione
della Galleria di Vienna (fig. 243), dove il Palma ci appare nelle
sembianze di un tardo Catena ingrandito e arricchito di note
nella gamma cromatica. Il gruppo si compone con sicuro equi-
librio architettonico intorno alla muraglia in rovina che gioca
d’angolo con la forma statuaria di Maria e accentra la scena,
penetrata di uno spirito di nobiltà, di dignità tranquilla. Di
sposti così di spigolo, nella loro ferma struttura geometrica, il
— 397 —
busto e il braccio della Vergine, essi vengono a trovarsi sullo
stesso piano della muraglia, e il centro del quadro coincide in tal
modo con la più larga zona di colore. Ai lati, i due Santi hanno
per sfondo il paese consueto del Palma, con i frastagli dei monti
iscritti sulle strie rosse delle nuvole, mentre la Santa dal lato
opposto, fra gli sproni luminosi delle figure di Maria e di Giuseppe,
Fig. 243 — Hofmuseum di Vienna. J. Palma: Sacra Conversazione
(Fot. Wolfrum).
s’annicchia nell’ombra di un verde rifugio che fa pensare al ti-
mido giorgionismo degli ultimi belliniani. La scena manca, ai
tutto, della nota drammatica che pervade le Sacre Conversa-
zioni di Tiziano, e non basta lo slancio dei gesti di Gesù e di Gio-
vanni a distoglier le immagini trasognate dalla loro fantasticheria
vaga e soddisfatta. Tutto lo studio del Palma mira ad avvolger
la scena in una atmosfera pura e limpida, che avvivi la fre-
schezza delle vesti cangianti sul delicato pallor delle carni, e
tragga dagli argenti della mitra, del rotulo, dei lini, riflessi acuti,
di neve al sole.
- 398
:}: Jjc
Nel 1508 Fra’ Bartolommeo era a Venezia, e sembra che la
visione dell’arte toscana abbia impressionato il Palma ancora ai
suoi esordì, poiché il San Giuseppe della Sacra Conversazione
di Vienna, e ancor più il San Pietro in trono nella Galleria
Veneziana (fìg. 244), richiamano il Frate nei tipi e nelle fre-
quenti ammaccature d’ombra. La composizione è tradizionale
all’arte di Venezia, imbastita sopra uno schema affine a quello
adottato da Giambellino per l’ancona perduta dei Santi Gio-
vanni e Paolo: gruppi di Santi alla base del trono, e una tenda,
dietro la divinità, sorretta da un tralcio d’alloro traverso f arcata.
Ma l’enfasi delle pose, che voglion essere grandiose, monumen-
tali, soprattutto nel San Giovanni Battista e nel San Paolo, è
indizio dell’attrattiva esercitata dall’arte del Domenicano sul
Veneto alla fine del primo decennio del Cinquecento, nell’anno
stesso in cui moriva Giorgione.
Nella Sacra Conversazione della Galleria Liechtenstein a
Vienna (fìg. 245), il concetto architettonico che domina il quadro
dell’Hofmuseum è abbandonato per una ricerca di grazia de-
corativa rara nell’arte del Palma, e la composizione acquista
una fluidità tutta nuova, in accordo con la pennellata morbidis-
sima. La Sacra Famiglia siede sopra un rialzo di terra, e ne segue
mollemente il declivio; le Sante, dal lato opposto, s’inarcano in-
sieme sopra un libro, e i due gruppi, con la massa frondosa del-
l’albero, formali cornice a una veduta campestre, sfumata, serica,
sfuggente verso il cielo color di rosa: composizione a ghirlanda
più affine alla composizione del Correggio che alla veneta, come
la morbidezza perlacea dello sfumato, che nella testa del Bambino
fa pensare alle evanescenze del pennello leonardesco. I drappi
della Vergine hanno un tessuto denso, corposo, incavature pro-
fonde e cupe che richiamano Gioigione, ma il modellato te-
nerissimo, i cerchi d’ombre intorno agli occhi, il tessuto vapo-
roso delle carni, specialmente nel piccolo Gesù e nella mirabile
Santa Caterina, allontanano dal mondo di Giorgione. Sul freddo
Fig. 244 — Galleria di Venezia. J. Palma: San Pietro in gloria.
(Fot. Anderson).
Fig. 245 — Galleria Liechtenstein, a Vienna.
J. Palma: Sacra Famiglia e Sante.
Fig. 246 — Galleria di Glasgow. J. Palma: Sacra Conversazione
(Fot Braun).
— 401 —
chiarore del cielo striato di giallo, di rosa, di tenero cilestre, il
profilo della Santa traspare diafano e lieve, in una pura luce di
perla, che vien meno alla Sacra Conversazione, nella Pinacoteca
di Dresda, tra le ombre intense e il dilagar delle forme.
Le tinte floreali dei rosa luminosi, dei gialli di ranuncolo,
degli azzurri, dei verdi,, splendono nell’aria tersa del paese in cui
la Sacra Famiglia riceve la visita dei Santi Giovanni Battista e
Caterina, nel quadro della Galleria di Glasgow (fig. 246), ove le
Fig. 247 — Galleria di Dresda. J. Palma: Incontro fra Giacobbe e Rachele
(Fot.. Hanfstaengl).
ombre cadon leggiere sulle immagini grandi scultorie, sui marmi,
sul niveo agnellino, come sulle esili creature lottesche. Appena
il manto della Vergine, e la siepe d’alberi che s’aggrotta cupa
dietro San Pietro, portano nel quadro i contrasti d’ombra e luce
cari alla scuola di Giorgione, senza turbarne l’atmosfera di tran-
quillo e dolce sopore.
* * *
È di questo momento una delle opere tipiche del Palma:
Y Incontro di Giacobbe e Rachele (fig. 247), idillio rustico, che si
svolge in un vasto paese animato d’ingenue macchiette, dise-
Ve>nturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
26
402 —
gnato in ogni particolare con una minuzia nordica lontana dallo
spirito di Giorgione e di Tiziano.
Ancor un’eco d’arte cimesca risuona nel polittico smembrato
della Galleria di Brera (fig. 248), ove i fondi di cielo e l’imma-
gine intensamente chiaroscurata del San Rocco svelano affinità
di stirpe tra il Palma, di origine lombarda, e l’arte dei grandi
Fig. 248 — Galleria di Brera, in Milano. J. Palma: Santi.
(Fot. Brogi).
lombardi usciti dal ceppo giorgionesco, Romanino e il Moretto:
affinità anche più evidenti nella pala di Zerman presso Treviso
(fig. 249), tra le più banali opere del Pittore, ma con un angio-
letto dalle ali screziate caduto come un brillante ai piedi del
trono, ricco di colore e di luce come gli angeli farfalla dipinti
dal fantasioso Romanino.
Esso ritorna, con varianti leggiere, nel quadro d’altare a
Vicenza (fig. 250), simile al primo, ma più svolto e armonioso.
Dalla pala di Castelfranco deriva la posa eroica di San Giorgio,
come la divisione tra figure e paese, e il drappo d’argento che
s’innalza dietro il trono. Ma l’ideale luce del prototipo vien
Fig. 249 — Zerman, presso Treviso. J. Palma: Pala d’altare.
(Fot. Anderson).
— 404 —
meno alla fortissima pittura del Palma: abbreviando la distanza
tra la Madonna e i Santi, egli distrugge l’impressione d’infinito
Fig. 250 — Galleria di Vicenza. J. Palma: Pala d’altare
(Fot. Anderson).
che emanava dalla pala di Castelfranco; mettendo in colloquio
Santa Lucia e il Bambino, distrugge l’aura di sogno, la vita con-
templativa propria dei personaggi di Giorgione.
— 405 —
* * *
Il chiaroscuro s’afforza; gli occhi sbarrati e vividi spirano ri-
solutezza ed energia nella Sacra Conversazione della Galleria di
Vienna (fìg. 251), dove il Sant’Antonio Abate richiama i tipi del
Diirer. Un nuovo sangue, più impetuoso e caldo, scorre nelle vene
dei Santi; le forme imponenti son rette da una struttura ossea
Fig. 251 — .Galleria di Stato, a Vienna. J. Palma: Sacra Conversazione.
(Fot. Wolfrum).
salda e forte; gli sguardi lampeggiano; l’ombra modella i linea-
menti con vigore scultorio. Ad un tempo trionfa il suntuoso
colore del Palma nelle ampie superfici, ottenute con uno studio
sapiente di posa, che nella Santa a sinistra è tutto un pro-
gramma. E nonostante il cipiglio dureriano del vecchio Santo
abate e il gesto d’offerta del Battista proteso a Gesù, non un
soffio di emozione traversa l’opera del Palma, contemporaneo
al focoso Tiziano e al Lotto sentimentale: le Sante si distrag-
gono, fissan lo spettatore, studiano la posa come davanti a un
obbiettivo fotografico, orgogliose della propria bellezza e dello
— 4g6 —
splendore serico delle vesti. Sono le sorelle delle dame veneziane
che risplendono di salute e di bellezza nei ritratti di Vienna e
di Berlino, Timo (fig. 252) dominato dal fulgore delle chiome
Fig. 252 — Galleria di Vienna. J. Palma: Ritratto.
(Fot. Wolfrum).
biondissime, l’altro (fig. 253) dalla interna luce delle carni che
gareggiano con quelle del Lotto per trasparenza perlacea. L’am-
piezza delle spalle, da cui scivola una camicia d’argento, la
ciocca che lambe una spalla, sono altrettante note comuni con
la Flora di Tiziano, ma le carni ceree, le luci argentine che sfio-
rano come raggi di luna la bella mano posata sul petto, le chiome
— 407 —
di un biondo miele, freddo e splendente, il lieve sfiorir delle forme
espanse, mettono vieppiù in rilievo, per le somiglianze, la diver-
sità profonda tra le due opere uscite dalla scuola di Giorgione.
Fig. 253 — Galleria di Berlino. J. Palma: Ritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
Segue di poco alla Sacra Conversazione di Vienna, l’altra,
nella Raccolta Benson a Londra, della Sacra Famiglia e Santi,
col Battista che accompagna un committente innanzi alla Vergine.
Sono le stesse figure del quadro precedente, ma più chiare, più
lievi (fig. 254), sopra uno sfondo di borgo, singolare per l’acco-
stamento di facce variopinte d’edifici, come di tasselli poli-
— 4°8 —
cromi. Dopo questa possiamo classificare la Sacra Conversazione
di Napoli (fig. 255), la più energica tra le opere di Jacopo, con
figure in animato colloquio, e con note d’ombra intense, che
avvivano il gioco della Luce e rompono la dolce monotonia delle
atmosfere palmesche. San Girolamo e il Battista richiamano
Tiziano, e anche il paese, sotto un cielo a strati di zolfo e di
Fig. 254 — Raccolta Benson, a Londra (già nella).
J. Palma: Sacra Conversazione
porpora, si stende vasto, cupo, sommario, con una grandiosità
epica, senza riscontri in altre opere del Palma.
Con questo eccezionale vigore, con questa esuberanza di vita,
si presenta a noi, campione popolare di bellezza veneziana, la
Santa Barbara della chiesa di Santa Malia Formosa a Venezia
(figg. 256-257). Sopra un piedistallo, come una statua vivente
della gioventù e della forza, l’eroina s’innalza sullo sfondo di
un cielo azzurro e giallo, di una torre cupa. Il verde, il rosso,
l’argento, splendono nelle sue vesti; gli occhi neri lampeggiano
di gioia e di sorriso; un drappo di seta fulgida, e un diadema
d’oro completano l’abbigliamento della regale figura. Mai il colore
d’ Jacopo fu più corposo e ricco che nel manto attorto al braccio
— 409 —
e nel drappo d’argento a sfaccettature giorgionesche, mai più
fine e morbido che nelle carni modellate con soavità infinita,
con delicata sensualità. La bellezza del Palma, languida e molle,
come di rosa già troppo espansa nel suo fulgore e destinata a
rapida sfioritura, qui emana una radiosa energia di vita. Fra
il doloroso San Domenico (fig. 258) e il femmineo San Sebastiano
(fìg. 259), sotto il gruppo sublime di Cristo e la Vergine, plumbeo
Fig. 255 — Museo Nazionale di Napoli. Palma Vecchio: Sacra Conversazione.
(Fot. Anderson).
nell’ombra e lampeggiante alla luce (fig. 260) quanto un Seba-
stiano Luciani del periodo cimesco, la Santa Barbara si eleva
come un inno alla giocondità della vita, e il ramo di palma che
tiene nella destra sembra mutarsi nel simbolo di Cerere, dea della
terra feconda.
Simile esuberanza di succo vitale distingue una serie di ri-
tratti muliebri contemporanei alla Santa Barbara : primo fra essi
la Cortigiana della Galleria Barberini (fig. 261), in un contrasto
abbagliante di chiome biondo miele e d’occhi nerissimi, in un
fulgor di rasi. Senza nessuna eco della vita spirituale dei ritratti
Fig. 256 — Chiesa di Santa Maria Formosa, a Venezia.
J. Palma: Santa Barbara.
(Fot. Anderson).
Fig. 257 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
Fi<~. 258 — Chiesa di S. Maria Formqsa, a Veneza.
J. Palma: San Domenico
(Fot. Anderson).
Fig. 259 — Chiesa di S. Maria Form >a, a V- ne zi a.
J. Palma: San Sebastiano
(Fot. Anderson).
— 4M —
di Giorgione o di Lorenzo Lotto, nessun riflesso della fiamma
eroica che accende i personaggi di Tiziano, le creature del Palma,
floride, matronali, fulgide, ci appaiono sempre come davanti a
uno specchio, in contemplazione soddisfatta e vana di se stesse,
campioni senz’anima di una bellezza rigogliosa. Senza altra
Fig. 260 — Chiesa di Santa Maria Formosa, a Venezia. J. Palma: La Pietà.
(Fot. Anderson).
preoccupazione, il Palma stende le tinte morbide e ricche entro
le vaste superfici, come aiole fiorite, per farne sbocciare le sue
rose senza profumo, magnifiche di colore. Così passa, volta a
noi di tre quarti, sul fondo cupo, una sorridente Giovinetta
di Vienna, nell’ammanto della capigliatura di un biondo chia-
rissimo e freddo, in un ripetuto e violento contrasto tra il nero
degli occhi, il carminio delle labbra e il flavo splendor delle
chiome.
Una nota di femminea delicatezza, rara nel Palma, attenua,
in un altro ritratto di Vienna (fig. 262), la pompa del tipo muliebre
Palma: Ritratto. (Fot. Wolfrum).
— 41:6 —
ristampato dal Pittore nei suoi innumerevoli busti di donne
bionde. La giovane dònna sogguarda reclinando il capo, e l’arco
che abbraccia spalla e viso esce con grazia squisita dall’ovale di
una nicchia tronca e poco profonda, racchiudente l’immagine
come entro uno specchio concavo. La posa ricorda quella della
Santa Martire nella Sacra Conversazione di Vienna, e risulta alla
stessa riposante larghezza di zone cromatiche composta dallo
scollo ovale, di una tenera cerea bianchezza, dalla veste azzurra,
dall’ombra vellutata del fondo, in accordo lente e ampie.
* * *
Il tipo muliebre che si ripete, in variazioni leggerissime, per
tutta la serie dei ritratti palmeschi, riappare nelle tre Veneri,
Fig. 263 — Galleria di Dresda. J. Palma: Venere.
(Fot. Hanfstaengl).
prima fra esse la Venere di Dresda (fig. 263), che ci mostra
lontano dallo spirito dell’arte giorgionesca il suntuoso coloritore.
S adagia nell’aperta campagna la massiccia dea, poggiata a un
rialzo come nel quadro di Giorgione; e una tunica d’argento,
un manto rosso, ripetono le note di colore del prototipo. Ma
la forma si disegna rigida sul fondo, senza le molli ondulazioni
— 417 —
che nel quadro di Giorgione accordano il ritmo della figura al
ritmo del paese. Le Veneri di Tiziano sostituiscono alla calma
Fig. 264 — Museo FitzwilKam di Cambridge. J. Palma: Venere.
Fig. 265 — Raccolta di Lord Lee of Fareham, a Londra. J. Palma: Venere.
sognante del maestro di Castelfranco l’ardore voluttuoso dei
bei corpi dorati, penetrati di luce; le Veneri del Palma, nella
27
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
— 418 —
Galleria di Dresda, nella Galleria di Cambridge (fig. 264), nella
Raccolta Londinese di Lord Lee, sono grandi masse inerti,
tagliate come in un ceppo, messe in posa entro un paese dove
ogni fiore, ogni foglia trova particolaristica determinazione, e le
cortine d’alberi, le alture ritagliate sui fondi, le case bagnate
dall’umida luce di Giorgione, non riescono a fondersi nelle vaste
armonie tonali del prototipo. L’origine bergamasca del Palma
Fig. 266 — Antica Pinacoteca di Monaco. J. Palma: Sacra Conversazione.
si rivela in questa visione del paese dettagliata e inscritta, che
il Pittore abbandona solo nella Venere di Lord Lee (fig. 265),
per ripetere le grandi linee severe del paese a sfondo della Sacra
Conversazione di Napoli Qui anzi, col sapiente equilibrio delle
sagome rettilinee, e col risalto cromatico della terra scura fra
le due note chiare del corpo biancorosa, del cielo giallo e az-
zurro, il Palma si esprime in un linguaggio serrato e conciso.
Ma in nessuna delle tre opere la luce penetra la superficie
compatta e liscia dei nudi, mentre comunica una diafanità
rara, di cera bionda, alle carni della Vergine e di Santa Mad-
— 419 —
dalena e al nudo morbidissimo del Bimbo nel quadro di Monaco
(fìg. 266), ove San Rocco si modella sul tipo dei pastori di
Tiziano. Anche il gruppo di case è immerso nei vapori rosa e
biondo di un luminoso tramonto. Il quadro è tra le cose più
attraenti e fresche del Palma, con la grazia attonita del volto
bianco di Madonnina, e la pompa agreste dei pampini, acca-
rezzati dalla luce sulle larghe superfici di velluto.
Il tipo di giovane campagnolo caro a Tiziano, lo stesso
Fig. 267 — Galleria del Louvre. J. Palma: Presepe.
(Fot. Alinari).
dato al pastore che s'appresta a suonare il flauto nelle Tre Età
di Bridgewater House, ritorna nella Natività del Louvre (fig. 267),
tra le opere del Palma più vicine allo spirito di Giorgione. Anche
l’atmosfera stagnante dei quadri palmeschi comincia ad agitarsi: il
moto della Vergine, pronto e gioioso, risponde allo slancio del gio-
vine divoto; San Giuseppe guarda sorridente alla scena, e il gruppo,
protetto dalle larghe muraglie, si anima di contrasti d’ombra e
luce quasi tizianeschi. Quanta poesia .nei toni delle carni ceree,
nella pallida luce del cielo, nello splendore smeraldino del verde!
— 4 20 —
Sull’albero in fondo alla capanna un uccellino posa; la vitalba
le forma corona; il pastore, nelle sue vesti lacere, è un bel paggio
gentile, la Santa è nobilmente acconciata; dignitosa la Vergine;
Giuseppe, nel manto giallo dorato, come vela al sole dell’ Adria-
tico, è un saggio, un senatore della Serenissima. È passato Gior-
gione a dar tanta elezione al pastore.
Il lungo ovale e i lineamenti marcati e scultorei della Vergine
della Sacra Conversazione di Dresda si ripetono, in una cornice
più elegante e studiata di riccioli, nel quadro del Barone Ne-
mes (fig. 268), tra le opere maggiori del Palma giorgionesco.
È una pagana scenetta, un canto di colore e di luce, come la
Festa di Venere e i Baccanali del giovane Tiziano. Un pastore,
sul prato fiorito, all’ombra di un albero, soffia nel flauto; e le
sue gambe tornite scivolano dal rustico sedile; tutto il corpo
ondeggiante s’appresta a lasciarsi rapire dal ritmo di danza
dei suoni. Seduta dietro lui lo contempla una ninfa, tratte-
nendo il respiro. Riflessi di rame accendon la testa china del
pastore; s’indorano le foglie della ghirlanda, le braccia illu-
minate dal sole. Le grevi' nubi ramigne, che pesano sulla cam-
pagna di velluto verdazzurro, son la nota di base; anche il
biondo dei capelli della giovane donna s’infulva. L’arte di
Giacomo Palma è qui prossima a quella di Tiziano giovane,
tutta presa dalla gioia del colore, tutta calda di vita, ma si
rivela nelle note di rosa lillaceo e di grigiazzurro, nelle frondi
ritagliate in morbida felpa, nel modellato nitido dei lineamenti,
ome opera di scultore che li formi di creta o di malleabile cera.
Un confronto con le Sacre Conversazioni primitive del Palma
nelle Gallerie di Glasgow e di Vienna basta a chiarirci la pa-
ternità di quel delizioso brano edonistico di arte veneta che ci
sorride dalle pareti del palazzo Nemes.
Forma parallelo al quadro Nemes un’altra scenetta pasto-
rale della Raccolta Landsdowne a Londra, ascritta a Giorgione
(fig. 269). Un pastore, con la testa carica di cincinni, come di
scuri grappoli, accorda il liuto; due giovani donne abbracciate
cantano: una di esse, in verde chiaro, poggia la testa alla spalla
Fig. 268 — Presso il Barone Nemes, a Monaco di Baviera
J. Palma: Pastore e Ninfa
— 422 —
della compagna, e il gruppo soavissimo, come preso da incanto,
ha per sfondo uno tra i paesi più pittoreschi del Palma, degno
Fig. 269 — Raccolta Landsdowne, a Londra.
J. Palma: Concerto campestre.
di un Carpaccio, in quel suo umidore d'atmosfera, tra le nubi
grevi, le macchie d’alberi leggiere, le verdi acque e il riflesso
delle barche, dei ponti, dei mulini. Due profili di macchiette si
— 423 —
disegnano sulla soglia delle capanne, immoti, in ascolto, e tutta
in ascolto par la natura in quel silenzio delle acque sonnolenti,
del cielo a larghe nubi parallele. Vi è nel paese, chiuso dal
cielo come da una parete a strie policrome di nubi, e tutto
in superfice, un senso pittoresco diverso da quello di Giorgione;
ma lo spirito del grande di Castelfranco si riflette nell'accordo
profondo tra le immagini e la veduta campestre, nell'espressione
Fig. 270 — Galleria Nazionale di Londra.
J. Palma: Due ninfe e un pastore.
di sogno e d’ingenuo stupore, persino nelle mirabili pieghe ad
altorilievo che una veste chiara forma cadendo al suolo.
Vicino di tempo è il quadro della Galleria Nazionale di
Londra, Due ninfe e un pastore (fìg: 270), altro capolavoro del
Palma. Poche opere del grande Bergamasco risultano a una
così perfetta armonia di linea e di colore, come questa, dove
un'eco blanda di curve avvolge il busto della ninfa dormiente,
e la morbida dolcezza dei nudi, torniti con amore, riposa sul
velluto di ruggine e d'oro delle fronde. Fusti d’alberi e strisce
di nuvole ci fanno sentire più blanda, mediante la guida di
verticali e orizzontali, la carezza di linee arcuate che intona le
bionde immagini al declivio lene dei colli.
Un altro ignorato Palma di grande importanza è una tela
che nel Museo dell’Accademia londinese porta il nome di Gior-
gione (fig. 271). E la derivazione dal Maestro di Castelfranco
è evidente: le sagome architettoniche del pozzo e dei gradi,
l’oblunga forma muliebre, l’atteggiamento simile a quello della
Giuditta di Pietrogrado, rivelano un prototipo giorgionesco. Ma
la figura, splendente di fulva bellezza, col volto nell’ombra fra
Fig. 272 — Museo Stàdel, a Francoforte.
J. Palma: Due bagnanti.
l’argento dei lini e il biondo delle nuvole, è propria del Palma,
come le stoffe morbide e il verde oro del manto: richiama l’im-
periale Santa Barbara in Santa Maria Formosa. Sotto il velo
di nuvole che aureola di luce la donna, il cielo ha il verde tran-
quillo di un lago. E le carni, di un pallore ambrato, sembrano
assorbire la calda biondezza delle nubi.
Accanto a questo capolavoro ispirato a Giorgione, viene a
porsi il quadro delle Due bagnanti nel Museo Stàdel di Franco-
forte (fig. 272). I corpi torniti appaiono come due masse di
puro alabastro sull’ombra della siepe, che li accoglie in una
nicchia fiorita, nè può immaginarsi più leggiero e prezioso gioco
— 426 —
di luci e diafane ombre di quello che s’avvicenda sulle forme
della donna a destra. Indolenti come tutte le creature del Palma,
le due ninfe si abbandonano alla frescura del verde, alla terra
Fig. 273 — National Gallery di Londra.
J. Palma: Ritratto di Poeta.
(Fot. Anderson).
da cui sgorga la loro sana e abbagliante bellezza. E nei verde
degli alberi, '[nel bianco delle carni, nel rosso e nell’argento dei
drappi, nel paese, tocco con mano insolitamente delicata e leg-
giera, risplende di freschezza e di gioia il colore.
— 427 —
%
* * *
Sempre più il Palma si accosta all’arte di Giorgione nel di-
pingere i ritratti della Galleria Nazionale di Londra (fig. 273),
della Raccolta Querini Stampalia (fig. 274), del palazzo dei Duchi
Fig. 274 — Raccolta Querini Stampalia, a Venezia.
J. Palma: Ritratto.
(Fot. Anderson).
d’Alba a Madrid (fig. 275), del Romitaggio di Pietrogrado (fig. 276).
Sul fondo intrecciato da rami d’alloro, il Gentiluomo di Londra,
con l’ovale affinato, i lineamenti carezzati d’ombra, ha nello
sguardo lento un riflesso della sognante anima giorgionesca,
un’espressione avvincente di finezza e bontà. Anche la fusione
dei toni è perfetta, nel contrapposto del verde oro col rosa e il
viola della veste, il freddo rosa delle carni, la neve compatta
dei lini. E più che in ogni altro ritratto del Palma, il colore,
Fig. 275 — Raccolta dei Duchi d’Alba, a Madrid.
J. Palma: Ritratto.
brillante e ricco nei primi piani, velato d’ombra sul busto e
sul volto, comunica al ritratto una impronta di raffinata signori-
lità, di aristocratico ritegno.
Nel ritratto Ouerini Stampalia, il personaggio esce da una
nicchia ombrata, dietro un parapetto tagliato sulla stessa foggia
— 429 —
di quello che forma riparo al Giovane ritratto da Giorgione nella
Galleria di Berlino. Evidentemente il Palma si è qui valso di un
modello giorgionesco. E la struttura quadra e vigorosa sembra
alleggerirsi per l’armonia bruno dorata del colore, come per la
delicatezza spirituale del volto, velato di un’ombra di malinconia
e d’amarezza.
_
— 430 —
Nel terzo ritratto della serie (Collezione del Duca d’Alba),
simile a questo per il modulo grandioso, la sfumatura di gior-
gionesco romanticismo propria al Gentiluomo di Londra e all’altro
nella Raccolta Ouerini Stampalia, è vinta dal rigoglio di vita,
dallo sguardo freddo e risoluto. In veste nera, su fondo nero,
Fig. 277 — Galleria del Romitaggio, a Leningrado.
J. Palma: Madonna.
risalta in piena luce il volto fiorente di giovinezza. Ma più che
in tutte le sue opere il Palma intende il tono di Giorgione nel
ritratto di Leningrado, per l’accordo di note dolcissime tra il
mantello e la grigia nebbia del fondo, da cui sboccia in luce il
boi volto fiorente di giovinezza.
L’arte di Jacopo Palma ha raggiunto il pieno sviluppo nel
quadro della Galleria di Leningrado (fig. 277), ispirato alla Ma-
donna della Seggiola di Raffaello, e nelle Tre sorelle a Dresda
(fig. 278), che ne è, quasi, l’esempio tipico, per il suo lusso terre-
— 43i ~
stre e magnifico. I volti sono larghi, le maniche amplissime, di-
sposte in modo da offrire il maggior campo al colore. Il paese,
con le rocce e gli alberi dai toni di ruggine nel primo piano, di
un biondo tenue e vellutato nel secondo, il cielo con le strisce di
nuvole, l’alberetto lontano, stampato di frondi d’oro, riecheg-
giano la bionda bellezza delle tre donne dalle forme opulenti, dai
Fig. 278 — Galleria di Stato, a Dresda. J. Palma: Le tre sorelle.
(Fot. Alinari).
volti di un tono ambrato, dai capelli di pallida seta color di miele.
Anche il rosso ruggine della veste che avvolge la fanciulla a
destra s’imbionda; e un manto di tela aurata copre la fanciulla
a sinistra sulla veste azzurra.
Nessun contenuto spirituale, nessun calore di vita: le tre fi-
gure sono in posa davanti alla folla, e una di esse stringe nelle
dita le ciocche della sorella come per valutarne la purezza dell’oro.
Il colore morbido e ricco esprime il tranquillo ideale del Palma,
pago di rispecchiare la bellezza espansa di tre giovinezze, desti-
nate a sfiorire in un autunno precoce come la rosa accanto a una
— 432 —
di esse. Raramente il colore di Jacopo fu così ricco e armonioso
come in questa sinfonia di ori, che trova la nota più larga e piena
nelle tre immagini rigogliose.
Nelle opere successive, sempre più il Palma sfuma, sgrana e
alleggerisce il colore, studioso di morbidezze atmosferiche: plasma
Fig. 279 — Galleria di Berlino. J. Palma: Ritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
la donna poggiata a una siepe di rose, nel Museo di Berlino
(fig. 279), in una lieve caligine bionda che disfà la compattezza
delle carni e sfiocca il tessuto del manto; compone di veli aerei,
delicatissimi, il cereo pallore del Ritratto muliebre di Lione
(fig. 280), molle, evanescente, con una nota di languor sensuale,
433 —
Fig. 280 — Galleria di Lione. J. Palma: Ritratto.
(Fot. Braun).
l’alto zoccolo marmoreo (fig. 281), sullo sfondo di grandi co-
lonne tronche, nella posa trasversa della Madonna tizianesca di
Ca’ Pesaro. L’ampio manto ravvolge come vela gonfia dall’aria,
e il gesto delle mani che proteggono e presentano il Bambino
assume, per la prima volta nell’arte del Palma, un’enfasi trion-
Veniuri. Storia dell’ Arte Italizna, TX 3. 28
presecentesco. E quando, nei suoi ultimi anni, riprende il tema
antico della Sacra Conversazione, rinuncia alla semplicità delle
precedenti, ancor vicina al Quattrocento, per presentarci in maestà
la Vergine opulenta dell’Accademia di Venezia, soprelevata dal-
_
— 434 —
fale. A lei stretti, San Giuseppe e Santa Caterina completano
l’armonia solenne della curva che circoscrive il gruppo di Madre
e Figlio. E il colore intenso e splendido, dominato dalla luce
Fig. 281 — R. Galleria di Venezia. J. Palma: Sacra Conversazione
argentina del drappo di Maria, veste della pompa di un aureo
settembre il paese, il cielo velato di nuvole, le immagini lu-
minose.
* * *
Senza lo slancio fantastico della Sacra Conversazione di Ve-
nezia, le altre pale d’altare rispecchiano il temperamento mite
di Jacopo, pago di belle forme, di bei colori, di suntuose stoffe.
Solo la Pietà , nella cimasa della pala di Santa Barbara, nelle ombre
dolcissime che velano il volto di Cristo, riflette la nota elegiaca
delle opere di Giorgione, come i ritratti virili dell’ultimo periodo,
avvolti di atmosfere bruno dorate, composti a una sovrana
dignità non scevra di malinconia. Le Veneri, dipinte sull’esem-
plare di Giorgione a Dresda, rimangon tra le opere più fredde
e manchevoli del Palma, mentre le due Ninfe di Francoforte,
— 435 —
nell’abbandono alla terra fiorita, nella dolce fusione del colore,
sono un’eco profonda dell’arte di Giorgione, Tiziano trasfonde
nella pittura veneta l’impeto dei suoi voli fantastici, animando
con luci e ombre a contrasto le vaste superfici cromatiche delle
prime pitture; il Palma non altera le atmosfere quiete, non.
affretta il respiro delle belle immagini, sane, indolenti, in eterna
contemplazione di se stesse come davanti a un invisibile specchio.
Nelle Sacre Conversazioni, trova l’espressione più schietta del
suo amore di campagnuolo per la terra e per il sole, presen-
tando i gruppi fioriti all’aperto, nella vita dei campi, nella fre-
scura del verde. Egli zufola il canto pastorale nell’Arcadia delle
valli bergamasche, raccogliendo intorno alla Vergine le belle
donne figlie di Pomona, i vecchi San Giuseppe, adusti pastori
vissuti con le mandrie sull’Alpe, i giovani Battista ricciuti che
tengon la croce come la scure del boscaiolo. Anche i colori, che
si stendono a festa, come sopra i più bei tappeti orientali, e
squillano, e si espandono, riflettono una pace pasquale. Quadro
tipico di Palma Vecchio è II bacio di Giacobbe e di Rachele.
S’incontrano la robusta campagnola e il rusticano cavaliere; si
stringon le mani; si baciano sulla bocca, mentre il campo è popo-
lato dalle mandre, due montoni dan di cozzo, un pastore abbe-
vera le capre. L’idillio campagnolo traduce il racconto biblico;
lontano dalla visione giorgionesca, è ancor pura enumerazione
di cose e di esseri. 1
1 Catalogo delle opere del Palma Vecchio
Alrrwick: Suonatrice: sembra identificabile con «la Diana insino al cinto, che tiene in la mano
destra el liuto e la sinistra sotto la testa » citata dall’Anonimo morelliano, e creduta
smarrita dal Locatelli.
Bergamo, Galleria: Sacra Conversazione.
Berlino, Museo: Maria leggente presso Gesù addormentato.
Fanciulla appoggiata sul destro braccio.
Busto di donna.
— — Busto di uomo.
Blenheim: Vergine col Figlio, una martire e un cavaliere.
Braunschweig, Galleria: Adamo ed Èva.
Budapest, Galleria: Ignota da stessa di Modena).
Cambridge, Fitzwilliam Museo: Venere e Cupido che le porge una freccia.
— — Maria col Figlio, Maddalena, Caterina e Barbara.
Cassel, Museo: Perseo e Andromeda, di Palma il Giovane.
— 436 —
I tipi muliebri di Tiziano e del Palma hanno somiglianze nello
splendore delle tinte, nel rigoglio delle chiome dorate; ma la vita
pulsa ardente nelle vene della Flora di Tiziano, mentre le innu-
merevoli mezze figure del Palma sembran piegare sotto il peso
della propria opulenza. Chinano il capo leggermente sopra un
omero, mostran le vaste scollature tra i bianchi nivei dei lini;
sotto l'afa estiva, nel dormiveglia del caldo, il languore invade
le floride Veneziane. La loro bellezza scaturisce dalle ampie
armonie cromatiche, dal bianco ambrato delle carni, dal fulgore
Dresda, Galleria: Le tre sorelle.
Venere.
188: La Vergine col Figlio, Caterina e il Battista.
19 1: Sacra Famiglia con S. Caterina.
Lncontro di Giacobbe e Rachele.
Firenze, Pitti: Ritratto muliebre.
— Uffizi: Madonna col Figlio, la Maddalena e Santi.
Francoforte (Staedel): Le Bagnanti.
Genova, Brignole-Sale: Madonna col- Figlio, Maddalena e Giovanni.
— Palazzo Reale: Addolorata.
— Palazzo Rosso: Grande tela con V Adorazione.
Glascow, I. Graham Gilbert York Kill: Maria col Figlio sulle ginocchia e una Santa.
Hamburg, Raccolta già del Console Weber: Annunciazione.
Hampton Court: 115: Sacra Conversazione.
240: Testa di donna.
Leningrado, Galleria Leuchtenberg (già): Madonna col Figlio e Santi.
— Romitaggio: Ritratto e Madonna col Bambino.
Lione: Testa di donna.
Londra, Collezione Mond, nella National Gallery: Busto muliebre.
— Collezione Lord Lee of Fareham: Venere.
— National Gallery: 636: Ritratto di uomo, e Ninfe e Pastore (magazzeno).
— Collezione Landsdowne: Concerto campestre.
— Accademia: La Temperanza.
Madrid, Prado: Sacra Conversazione.
— Collezione Duca d’Alba: Ritratto virile.
Milano, Brera: / Santi Elena, Costantino, Sebastiano e Rocco.
— — Adorazione dei Magi.
— Poldi-Pezzoli: Ignota.
— Casa Andreossi, già in casa Terzi: Madonna col Figlio, Giovanni, Caterina, Gerolamo, Giacomo.
— Collezione Treccani: Busto di donna.
Modena, Casa Rangoni: Madonna e Santi.
— Galleria Estense: Incognita.
Monaco, Pinacoteca: La Vergine col Figlio, S. Rocco e la Maddalena.
- Collezione Nemes: Pastore e Ninfa.
Napoli, Museo: Sacra Conversazione.
Parigi, Louvre: Adorazione dei pastori.
— Duca d’Aumale: Sacra Conversazione, già Reiset (firmata e datata: 1500).
Peghera, Chiesa: Polittico.
— 437 —
degli occhi neri a contrasto con le capigliature di un biondo
pallido e smagliante. Il tessuto delle carni è tenero, cereo; le
chiome amplissime han la fluidità e la chiarezza del miele; le
forme si espandono per offrire superfici vaste al colore, unica
passione di questo minore nella grande triade che inizia il se-
colo d’oro della pittura veneziana. Tutto il cornucopio portato
dal Bergamasco, le frutta che doravano i suoi pometi e cre-
scevano con rigoglio nelle sue valli ubertose, si riversa a Venezia,
tributo della Terraferma alla Signora del mare.
Roma, Galleria Barberini: Una cortigiana.
— Galleria Capitolina: Cristo e l'adultera.
— » Colonna: Sacra Conversazione
— • « Sciarra (già): Bella di Tiziano..
Rovigo, Galleria: Busto virile.
Serina, Chiesa: Polittico.
Stuttgart, Museo: Maria col Figlio.
26: L'Angelo con Tobia.
Tempie Newson (presso Leeds), Collezione Mr. Wood: Ritratto virile.
Treviso, Galleria: Pala Zerman.
Venezia, Accademia: Ascensione e Visitazione (primitiva).
Burrasca (in parte).
S. Pietro in trono e Santi.
Guarigione del figlio della vedova.
Cristo e l'adultera.
— — - 48: Cristo fra i discepoli.
S. Lorenzo col Beato Giustiniani e S. Elena.
- Giovanelli: Sposalizio.
— Lady Layard: Cavaliere e dama.
— Quirini-Stampalia: Ritratto incompleto di Giovane donna.
Ritratto maschile.
— S. Maria Formosa: Polittico della S. Barbara.
— R. Galleria: Sacra Conversazione.
— Chiesa della Madonna dell’Orto: S. Lorenzo, Gregorio papa e Lorenzo Giustiniani.
Vicenza, S. Stefano: Sacra Conversazione.
Vienna, Hofmuseum: Lucrezia.
Violante.
Giovane donna (corsetto con fibbia).
Dama con perle tra i capelli e ventaglio nella destra.
— — Fanciulla che guarda a sinistra, con la mano su un cestino.
Donna in abito bleu e ventaglio nella destra.
Fanciulla vista di tre quarti; tiene un vaso.
— Busto di vecchio.
Il Battista.
— — Maria sotto un albero col Figlio, Caterina, Barbara e altri Santi.
— Galleria Liechtenstein: Sacra Conversazione.
Sacra Famiglia e due Sante.
— Gustav Arens: Giovanefdonna e uomo.
— Galleria: Il Bravo.
— 438 —
GIOVANNI BUSI, DETTO IL CARIANE
Notizie della vita.
1480-1490 — L’anno della nascita di Giovanni Cariani, non ac-
certato da documenti, deve porsi entro questo decennio. Vi
è qualche dubbio anche sulla patria del Pittore: fino a qualche
anno fa, lo si riteneva nativo di Fuipiano nel Bergamasco,
ma il Ludwig notò ch’egli potrebbe anche essere di Venezia,
perchè mentre il padre di lui — Giovanni di Giovanni de’
Busi detto Cariani, « comandador del Magistrato del Pro-
prio », si dice sempre di Fuipiano, il nome di questo paese
non si trova mai accanto a quello del figlio, che passò in Ve-
nezia la maggior parte della sua vita.
1509 — In un documento del 29 aprile, il Cariani è nominato
per la prima volta come residente in Venezia.
1514 — Questa data e la firma J. Cariani P. era in una pala
d’altare — La Vergine con il Bambino, Sant’ Antonio, Santa
Caterina, due angeli e i coniugi committenti — , nella Parroc-
chiale di Lonno in Valle Seriana, ricordata dal Tassi, ma
ora perduta.
1517, agosto 8 — Il Cariani è in Venezia, e viene ricordato
come membro della Corporazione dei pittori.
1517, agosto 11 — La moglie del Pittore, Joanna di ser Nicolò
Natali, prima di andare a Bergamo, fa testamento, lasciando
50 ducati ad Andreana, sua figlia adottiva, e 50 al marito.
1518 — Data del quadro della Galleria Lochis di Bergamo,
rappresentante il Crocefisso con il busto del donatore .
1519 — Data del gruppo di ritratti della Collezione Roncalli in
Bergamo, noto con il nome di « Gruppo Albani ». Gli Albani
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dovettero essere protettori dell’artista; un Albani è il dona
tore del quadro dell’Accademia Carrara — La Vergine con
il Bambino e un devoto — , che è datato 1520.
1524 — L’Artista è sempre in Venezia, come risulta da vari
atti in cui egli fa da testimonio.
1540, giugno 3 — In un atto notarile, fra i procuratori del Ca-
riani è nominato Enrico Licinio, fratello di Bernardino, e
padre del pittore cesareo Giulio Licinio.
1547, novembre 26 — Dal testamento della sua seconda figlia
adottiva, Perina, risulta che l’Artista era vivo e abitava
sempre in Venezia; ma la data della sua morte non deve
essere molto più tarda.
L’opera. 1
Non conosciamo opere datate della giovinezza del Cari ani,
che nel 1514 firmava la pala perduta di Lonno e nel 1519 il
gruppo Roncalli a Bergamo, probabilmente dopo aver eseguito
alcune pitture ove si distingue, accanto all’influenza di Lorenzo
Lotto e del Palma, una educazione belliniana lottesca affine a
quella del bergamasco Pre vitali. Simili affinità appaiono nella
Sacra Conversazione di Venezia (fig. 282), con figure gonfie e
rossigne entro panneggi faticosamente arrovellati. Una tenda
liscia, divisa materialmente a cannelli, si apre un poco per la-
sciare che la luce del paese caliginoso si diffonda monotona e
sonnolenta sulla grossa Madonna insaccata come in un saio
fratesco, da cui sporge la punta di un rotondo scarpone.
Il Pittore si studia di ampliar le forme, ripetendo macchinal-
mente le pieghe del Palma nelle grandi maniche delle Sante e
complicando di angoli spinosi il cader del manto di Maria giù
1 Cfr. Crowe e Cavalcaseli^, History of Painting in North Italy, Ed. Borenius, III,
London, 1913; Frizzoni (Gustavo), Di alcune opere di Giovanni Cariani, in Rassegna d' Arte, X,
1910; Fornoni (Elia), I Cariani di Bergamo, in Arte e Storia, XXIX, 1910; Foratti (Aldo),
L'Arte di Giovanni Cariani, in L'Arte, XIII, 1910; Phillips (C.), Some Portraits by Cariani
in Burlington Magazine XXIV, 1913-14.
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dallo sgabello e dalla cornice del quadro, ma non riesce ad animar
le figure nella scena sconnessa, dove la Vergine annoiata e il
Bambino son lasciati in disparte dalle Sante perplesse e dal
vecchio montanaro Giuseppe, e questi rudemente apostrofa la
Fig. 282 — Galleria di Venezia. G. Cariani: Sacra Conversazione.
(Fot. Anderson).
flemmatica Santa Maddalena, parata di broccati lucenti e di cuf-
fietta preziosa.
Le acute pieghe delle vesti e gli orli segnati da un sottil filo
metallico di luce, la grazia lottesca dello stormo di bimbi ric-
ciuti e diafani che s’annidano come passerotti ai piedi del trono
e si affaccendano a stender dietro la Vergine un tappeto smal-
tato di fiorellini, i ricordi del Pre vitali nel gruppo della Vergine
col Bimbo, avvicinano alla sfatta pittura di Venezia la pala di
Brera (fig. 283), tra i capolavori del Cariani per gaiezza di tinte
luminose, come per solidità di modellato. Le figure di Santa Ca-
terina e del Santo vescovo assorto nella lettura, piantate al suolo
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come statue sul loro piedistallo, e i gruppi di altri Santi, di-
sposti d’angolo, s’accordano coi densi mazzi d’alberi nel paese
Fig. 283 — Galleria di Brera. G. Cariarli: Pala d’altare.
(Fot. Alinari)
vario e scenografico, alla maniera palmesca. Nessun ritratto del
Cariani ha tanta potenza di carattere come 1 immagine del bar-
buto Sant’Agostino sprofondato nella lettura, con belle mani
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morbide degne del Lotto, nè mai altrove il Cariani saprà mo-
dellare una testa così finemente sagomata dalla luce come quella
del pensoso San Domenico. A un tempo; l’atmosfera stagnante
del quadro di Venezia si rompe ai trilli del colore animato da
ripetuti contrasti di masse d’ombra e luce, tra i prati verdi e
oro e le cupe boscaglie, tra il cielo chiaro e la terra grave
Fig. 284 — Giovanni Cariani: Cristo predica alle donne.
(Fot. Brogi).
d’ombra; dal bisbiglio degli angioletti ai piedi del trono e degli
altri che volano a sciami, col vento, nel cielo striato di nuvole
a veli multicolori. E anche in quest’opera, che trae la vita dai
grandi esemplari del Palma e del Lotto, il Maestro rivela una
prima educazione lombarda nell’insistente cura dei dettagli, sas-
solini e ricami, fratture di roccia e penne d’ali, nei colori chiari,
rosati, velati, nel diligente sfumato.
Ancora il panneggio della pala di Brera, sottile, tirato, an-
goloso, con pieghe acute, si vede in un frammento di predella
della Pinacoteca Ambrosiana (fig. 284), che crediam prossimo
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a quelFopera per l’eccezionale freschezza del colore madido di
luce. Figura La predica di Cristo alle donne , in un interno dolce-
mente velato di grigio come da una nebbia che ponga in risalto
Fig. 285 — Galleria di Vienna.
G. Cariani: L’Evangelista Giovanni
(Fot. Wolfrum).
la fioritura delle vesti policrome e delle carni rosate. E mentre
i volti lievi delle giovani donne paion soffiati nell’aria, le vesti
splendenti sono dipinte a tocchi di pennello densi e pastosi;
come a incrostazioni di colore, ripetute poi nello spavaldo Evan-
gelista Giovanni della Galleria di Vienna (fig. 285), che sembra
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trarre da esemplari savoldiani lo stacco vigoroso della forma
dal fondo cupo e il blocco marmoreo del gran libro squader-
nato sul parapetto. Con piglio risoluto, da Mosè villereccio,
Fig. 286 — Galleria di Venezia. G. Cariani: Gentiluomo in pelliccia.
(Fot. Anderson).
l’Evangelista abbranca il libro e un lembo del manto come per
stritolarli, saettando con feline pupille il popolo in ascolto.
Il gran volume squadernato e il piglio oratorio àeAY Evan-
gelista Giovanni si rivedono nel ritratto del Gentiluomo in pel-
liccia (fig. 286) e di Giovanni Benedetto Caravaggio (fig. 287), filo-
logo e medico dello studio patavino, rettore e lettore, come
dichiara la scritta spiegata alla maniera lombarda, sopra una
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tenda verde. Modello a Giovanni Busi fu certamente il Lotto,
da cui il Pittore trasse l’impostazione della figura, e soprattutto
il rosa lillaceo della veste, la fluidità luminosa del colore. Ma
Fig 28 — Galleria di Bergamo.
G. Cariarli: Giovanni Benedetto Caravaggio,
anche qui la durezza della posa, e soprattutto il cielo con nu-
vole a orli vellutati, sono indizi dell’influenza che in questo pe-
riodo ebbe sul Cariani il bresciano Savoldo.
Ancora lo studio dei modelli savoldiani è palese nei due Santi
seduti in primo piano della farraginosa Sacra Conversazione
di Bergamo (fig. 288), mentre l'eredità del Previtali traspare
dalla Madonna in profilo con la sciarpa avvolta attorno al capo
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e alle spalle, dal fanciullone di gomma elastica, dal ligneo San
Giuseppe, stampato sui tipi dei più ruvidi belliniani, e Santa
Maddalena, dinoccolata cortigiana, riflette con una volgarità
stucchevole di posa i floridi tipi del Palma.
È un’accozzaglia di figure colossali in un paese dove i monti
dan la scalata al cielo per non scomparire dietro la folla cozzante
Fig. 288 — Galleria dell’Accademia Carrara, a Bergamo.
G. Cariani: Sacra Conversazione
nello spazio, e dove il regno del cattivo gusto trionfa nei ricami
stampigliati sulle vesti, e in pretensiosi virtuosismi pittorici, quale
il velo che mostra in trasparenza la ruvida mano di Santa Mad-
dalena. Contadino in grossi zoccoli, il Cariani qui trasforma con
la volgarità del suo gusto i nobili esemplari, come nella gonfia
Sacra Famiglia del Museo Borghese (fig. 289), e nei Santi Cate-
rina e Stefano della Raccolta Lochis a Bergamo (fig. 290), con
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la pompa villereccia della dalmatica stampata di enormi fioroni,
mentre nell’immagine parallela di Santa Caterina orante studia
invece una facile concordanza lineare tra il largo ovoide della
figura e i contorni convergenti dei monti, fra la direzione obliqua
delle mani congiunte e lo sbuffo di una nuvola nel cielo.
Più si svolge il ritmo lombardo (fig. 291) nel gomitolo di
stoffe imbottite che il pittore dipana attorno l’alta immagine
Fig. 289 — Galleria Borghese. G. Cariani: Sacra Famiglia.
(Fot. Anderson).
della Vergine nel quadro firmato e datato 1520 della Galleria
di Bergamo, ove è uno studio di circonvoluzioni lineari lonta-
namente affine a quella di un Gaudenzio o di un Bramantino.
Nonostante la gonfiezza dei panneggi, l’opera è tra le migliori
del Cariani, schiarata da una luce di gentilezza nel volto della
Vergine teso al bacio, e nel gesto insolitamente leggiero. Mentre
dal Palma è tratto il busto dell’orante, il paese dipinto con vir-
tuosa sottigliezza di tocco, basso e vitreo sotto il vasto cielo, ri-
chiama più dappresso i fondi 'del Savoldo. E non senza grazia
si profila l’esile fascio d’alberi sul chiaror delle nuvole.
Allo stesso anno 1520 risalgono il Cristo portacroce tornato
Fig. 290 — Galleria Carrara, a Bergamo. G. Cariarli: Santi Caterina e Stefano.
(Fot. Alinari).
da Vienna alla Galleria di Venezia (fig. 292), lunga figura nel-
l’involucro cascante della veste azzurro argento, di tono lottesco,
e la Resurrezione della Raccolta Marazzi a Milano (fig. 293), da-
tata e firmata, ove lo schema compositivo e i tipi dei due Santi
risalgono a Giambellino, mentre nei barocchi svolazzi del manto
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di Cristo e del vessillo la maniera del Cariani rispecchia gusti
diffusi nell’arte della provincia veneta, a Verona e nel Friuli.
E anche qui, la curva classica del Battista che si continua
nell’arco del braccio di Gesù, e lo zampillar delle alture vellu-
tate, dorso sopra dorso, cresta sopra cresta, verso l’immagine
del Redentore portata dal vento, richiamano le facili melodie
Fig. 291 — Galleria di Bergamo. G. Cariani: Madonna col Bambino e un divoto.
(Fot. Anderson).
lineari del quadro di Santa Caterina a Milano e della Madonna
col divoto a Bergamo. I tipi umanissimi di Giambellino riap-
paiono in rozze sembianze montanare, ma neH’insieme l’opera
riflette le doti migliori del Cariani, nello scenario leggiero e arioso,
nella chiara trasparenza del tono, nella semplicità magistrale del
modellato di una divota orante, che sembra uscita da qualche
buona tela lombarda più che dagli esemplari veneti del Cariani.
Con simile sommarietà di modellato è dipinto il notevolis-
simo Ritratto di divota del Castello sforzesco a Milano (fig. 294),
Venturi, Storia dell’Arte Italiana , IX, 3.
2Q
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dove la compattezza lapidea delle forme in luce, emergenti a
tutto tondo da una base di tenebre, sembra derivare da prin-
cipi savoldiani, intesi con un senso di realtà più rude e cruda.
Fig. 292 — Galleria di Venezia. G. Cariani: Cristo portacroce.
La cute sgranata e porosa si tende come per dilatazione delle
guance enormi e del seno; gli occhi bovini sporgono con pieno
sboccio plastico dall’orbite; anche la veste di stoffa greve im-
bottita aumenta la turgidezza della gargantuesca immagine, che
rimane tra le più importanti espressioni dell’arte di Giovanni
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Cariani, per la ruvida forza del modellato, come per la delica-
tezza pittorica delle mani trafitte di luce.
Già la Sacra Famiglia Borghese arieggia modi romanineschi
Fig. 293 — Raccolta del Conte Marazzi, a Milano. G. Cariani: Cristo risorto.
nel fondo di campagna vaporoso e come polverizzato di luce,
simile a quello che più ampio si estende dietro il corteo di Cristo
avviato al Calvario, nel quadretto dell’ Ambrosiana (fig. 295), ove
le subite fosforescenze che accendono il corteo, le pose arcuate
del cavaliere presso la^croce e della Maria in manto argenteo.
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certi panneggi rigonfi, a contorni elissoidali, sono altrettanti ri-
chiami all’arte del maestro bresciano, travestita in forme comuni
Fig. 294 — Museo , del Castello Sforzesco, a Milano.
G. Cariani: Divota.
e goffe. Ma nel complesso il corteo, con i suoi militi smargiassi
che fan squillare tube e sventolar stendardi come in una gaz-
zarra carnevalesca, e la Veronica che par stendere sopra una
corda ad asciugare il suo lenzuolo fresco di bucato, sembra
Fig. 296 — Raccolta Benson, a Londra (già nella)
G. Cariani: Madonna col Bambino e due devoti
(Fot. Braun).
Fig. 295 — Pinacoteca Ambrosiana, a Milano. G. Cariani: Cristo e la Veronica.
(Fot. Alinari).
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composto di statuine di legno policromo, animato da una lim-
pida tonalità argentina che infonde una rugiadosa freschezza ai
bianchi, ai rosei scoloriti, ai rossi trasparenti. 1
L’influsso del Romanino sull’eclettico pittore, intravvisto in
questo gruppo d’opere, si estende all’intiera scena nella Sacra
Fig. 297 — Raccolta Benson (già nella).
G. Cariani: Gentiluomo.
(Fot. Braun).
Famiglia della Raccolta Benson (fig. 296), che affonda, vacua e
nubiforme, in un paese sfumato, biondo, e come soffiato nei
vapori biondi di una nuvola. Salvo qualche arcaistica remini-
scenza di minori belliniani, quali il Bissolo, nel profilo della
committente, l’opera è una imitazione fedele, per quanto su-
1 Caratteristici nel fondo di paese le figurette di vecchioni bianchi raccolte in assemblea
all'ombra del bosco e dipinte a macchia, rapidamente, con facile bravura, e i tenebrosi edifici
di una Gerusalemme irta di punte e quasi gotica, che ricorda l’impalcatura tetra e fragile della
casa di Elisabetta nel quadro della Visitazione a Venezia (fig. cit.), più vicino, anche per le for-
me gonfie delle donne e dei panneggi, all’arte del Cariani che a quella di Sebastiano del Piombo,
cui è attribuita.
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perficiale e quasi di pratica, dell’arte di Girolamo Romanino,
con le sue luminose evanescenze di tinta, le forme tonde e in-
consistenti che par dileguino entro l’atmosfera nebbiosa, e
con quel tocco rapido e brillante, che ora si dilata in chiazze
luminose, ora distingue alla maniera nordica i fili nella trama
di una veste, linearmente. L’opera, attribuita appunto al Ro-
manino, fu certo dipinta in tempo prossimo a quello cui risale
Fig. 298 — Galleria dell’Accademia Carrara, a Bergamo.
G. Cariani: Testa d'uomo in cappello.
il buon ritratto di Gentiluomo con spada (fig. 297), nella stessa
Raccolta, attribuito, questo, a Giovanni Cariani. Vi si rivedono
il modellato gonfio e lieve, il colore pastoso che diffonde lucen-
tezze sul volto dell’ignoto e~sul pomo aureo dell’elsa.
* * *
Da esemplari tedeschi sembrano invece derivati la Testa
d'uomo in cappello della Galleria Carrara a Bergamo (fig. 298),
grifagna nel profilo aquilino e negli occhi fosforici, e il tronfio
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mascherone della Galleria Nazionale di Londra (fig. 299), càrico
di seta e di enormi collane.
Nessun ricordo più del Romanino nella figura tagliata a
colpi di scure e fosca d’ombre, se non forse la collana a grandi e
Fig. 299 — Galleria Nazionale di Londra. G. Cariani: Ritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
vacui anelli d’oro; ma il paese, marea d’erbe che avanza verso
nuvole diffuse nel cielo, è ancora penetrato di sentimento roma-
ninesco.
Le pesanti ombre che offuscano il ligneo volto della com-
parsa di Londra sono allontanate con ogni cura dal volto se-
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rico del giovane ritratto in un quadro della Galleria di Berlino
(fig. 300), tra le opere del Cariani più vicine ai moduli giorgio-
neschi nella piega del capo, studiata con l’intento di imitare le
sognatoci aure di Giorgione, senza che la bella testa occhieg-
giante riesca ad esprimere un pensiero. Ovunque il rozzo tempe-
Fig. 300 - — Galleria di Berlino. G. Cariani: Ritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
ramento del Cariani lascia la sua impronta: l’aulico nitore delle
superfici alabastrine di Giorgio da Castelfranco non lo appaga,
ed eccolo adornare il grado marmoreo di un volgarissimo ma-
scherone, su cui il bel gentiluomo posa una mano di taglia-
legna, greve e nocchiuta. Tuttavia una raffinatezza insolita è
nel volto lucente, di raso non tocco d’ombre, sull’ombra del
fondo bipartito di chiaro e scuro, e nel paese velato, scolorito
da brume vespertine,
Non- più Giorgione, ma Sebastiano del Piombo, nel primo
tempo raffaellesco, sembra aver dato al Cariani il modello per
dipingere il Cavaliere presso il Duca di Devonshire (fig. 301),
Fig. 301 — Raccolta del Duca di Devonshire, a Chatsworth.
G. Cariani: Cavaliere.
immagine d’uomo vano e spavaldo, eseguita con estrema sot-
tigliezza di colore nel volto, mentre un tocco denso e brillante
avviva un po’ a caso la pelliccia arruffata, e forma il tessuto
delle mani grasse e nodose, che richiamano, in un’interpreta-
zione materiale, il motivo plastico del Savoldo. Anche il paese,
piano e brumoso, piuttosto suggerito che determinato dal fa-
Cile pennello, ricorda vagamente gli sfondi lucianeschi del primo
tempo romano.
Ma ancora Girolamo Romanino aiuta il Cariani a comporre
il vasto scenario dove riposa la Donna della Galleria berlinese
(fig. 302), ispirata da un modello di Giorgione, non più ricono-
scibile traverso il gesto risoluto e i lineamenti fermi, quasi vi-
rili, di questa Venere rustica. Solo il panneggio, con le sue
Fig. 302 — Galleria di Berlino. G. Cariani: Donna in un paese.
(Fot. Hanfstaengl).
grandi pieghe sfaccettate e composte a una nobiltà del tutto
eccezionale nell’arte del Cariani, rispecchierebbe i moduli gior-
gioneschi, se non fosse costretto a fasciare una gamba di legno,
e a scapricciarsi in uno svolazzo sgarbato sull’erba. Anima del
quadro è il paese, pittoresco scenario ove le erbe par vogliano
gareggiar di clamore col fiume che erompe dai ponti, si frange
contro i sassi, spumeggia in rapide cascatelle, assalendo le case
di fiotti verde oro, ove la massa giorgionesca si sfascia in
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un’aurea bruma di luce. Fiori e alloro crescono intorno all’im-
magine indifferente, mentre nel cielo s’addensano nembi, e cu-
pole e mura di castelli tentano invano di accendersi ai fan-
tasmagorici bagliori della Tempesta di Giorgione.
Meglio il Pittore si studia di riecheggiare le cadenze giorgio-
nesche nel dipingere il Suonatore di liuto (fig. 303) della Galleria
Fig. 303 — Galleria di Strassburg. G. Cariani: Suonatore di liuto.
(Fot. Braun).
di Strassburg. chino sotto l’onda carezzevole delle chiome, in
un lene fruscio di luci sul fondo penombrato soffice, di alberi
e di paese. Ma anche qui il Pittore riesce solo a raggiungere un
effetto di colore e di contorno cadenzato ritmico, senza che
l’intima luce dell’anima giorgionesca penetri la nullità soddi-
sfatta della fisionomia di agghindato e manieroso giovincello.
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Traverso il Palma ancor giunge all’arte del Cariani un’eco degli
I dillii pastorali di Giorgione nel quadro della Galleria di Ber-
gamo, dove una ninfa annoiata contempla un pastore dormiente,
e meglio nel Concerto della Galleria Corsini (fig. 304), che ci ricorda
i deliziosissimi Palma delle raccolte Nemes e Lansdowne, in una
Fig* 3°4 — Galleria Corsini, a Roma. G. Cariani: Concerto campestre.
(Fot. Anderson).
traduzione più fiacca, dove le immagini graziosamente bambo-
leggiano chinando le testine biondissime, soffici, bianco rosate,
di una soavità un po’ vuota e melensa. Ai piedi di un albero, in
un’atmosfera umida e brillante che sembra coprir di rugiada le
chiome lievi della ninfa, le due figure, sprofondate in un nido di
freschissimo verde, e coperte dei grossi panneggi aggrovigliati,
si atteggiano a movenze sognatrici. Certo nell’arte del Cariani
nessuna opera è così prossima al Palma del momento vicino a
Giorgione che questo aggraziato e luminoso concerto campestre.
Fig. 305 — Casa d’Arte Bòhler, a Monaco di Baviera.
G. Cariani: Due dame e un cavaliere.
Invece, nel quadro Bòhler, già nella Galleria di Oldenburg,
raffigurante Due dame e un cavaliere a mezza figura (fig. 305),
il Pittore sembra aver tratto da Sebastiano del Piombo la
grandiosità insolita delle forme, e la placida forza espres-
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siva degli sguardi. Anche qui le sue qualità di colorista emer-
gono dall’ umido e velato splendore delle tre forme affioranti
in luce.
Più s'accende il colore nel Ritratto muliebre dell’Accademia
Carrara (fig. 306), ove l’intenzione giorgionesca, nel reclinar
Fig. 306 — Accademia Carrara, a Bergamo.
G. Cariani: Ritratto muliebre.
(Fot. Anderson).
del capo e nella posa della mano, appena traspare dalla forma
opulenta alla maniera del più tardo Palma, dall’espressione di
vita e di energia che dilata i bruni occhi lucenti. La veste rosso
fuoco, coi suoi mirabili nastrini rossi e gialli, e il manto verde
muschio, le chiome lievi spumeggianti, e le carni di un tono
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caldo e biondo, si sgranano e brillano dietro Tumido velo ca-
rianesco in un contrasto intensissimo di luci colorate. La vir-
tuosità pittorica del Maestro, che si era espressa in armonie
Fig. 307 - — Museo del Castello Sforzesco, a Milano.
G. Cariani: Loth e le figlie.
squisite nel quadrettino del Castello sforzesco, Loth e le figlie,
splendente come opera d’orafo (fig. 307), qui fa vibrare il fluido
colore nelle stoffe granose e nelle chiome effervescenti.
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Tutta la virtù del Cariani1 è nell’abilità del suo pennello, che
gli permette di seguire con facile sicurezza maniere artistiche
1 Catalogo delle opere del Cariani:
Bergamo, Accademia Carrara: Donna che suona e pastore addormentato (n. 146).
Ritratto di monaco (n. 153).
Ritratto virile (n. 135).
Crocefisso, busto del Donatore, 1518 (n. 85).
— — Madonna coi Santi Elena, Costantino e altri Santi (n. 67).
Sacra Conversazione, con San Giuseppe e la Maddalena.
Madonna, col Bambino (dalla Collezione Morelli).
— - — Santa Caterina e Santo . Stefano (Raccolta I.ochis).
— ' — Madonna col Bambino e un adoratore (con la data 1520).
— — Ritratto muliebre (n. 2. Raccolta Lochis).
— — Cristo portacroct (n. 172).
— — Ritratto virile (Coll. Morelli).
— ■ — Sant’ Antonio da Padova.
— — Ritratto di Benedetto Caravaggio.
Ritratto muliebre.
— Santa Maria Maggiore: Madonna (sul portale laterale).
— Casa Roncalli: Gruppo di Famiglia (datato 1519).
— Casa Baglioni: Madonna col Donatore (datato 1520).
— Casa Suardi: Ritratto di Senatore.
San Girolamo.
— Casa Scotti: Madonna con Sant’ Antonio, una Santa e tre Donatori.
— Casa Piccinelli: Fuga in Egitto.
— Casa Frizzoni Salis: Madonna e Santi.
Berlino, K. Friedrichs Museum: Donna stesa in un paese (n. 185).
— Ritratto d’uomo (n. 188).
Chatsworth, (Duca di Devonshire): Ritratto d’uomo in giovane età.
Firenze, Galleria degli Uffizi: Sacra Famiglia.
Hampton Court, Museo Reale: Venere.
Leningrado, Romitaggio: Madonna e Donatori.
Londra, Collezione Benson (già): La Resurrezione.
— — Ritratto virile.
— National Gallery: L'uccisione di San Pietro Martire.
Sacra Conversazione.
— — Madonna col Bambino.
■ — — Nobiluomo (dalla Collezione Salting).
Milano, Pinacoteca Ambrosiana: Il Salvatore che predica alle Vergini.
— Cristo sulla via del Calvario.
— Pinacoteca di Brera: Madonna in trono e Sette Santi.
— Conte A. Marazzi: Cristo risorto, il Battista, San Girolamo e due Donatori.
— Museo del Castello sforzesco: Loth e le figlie e Ritratto di divota.
Monaco di Baviera, Casa d’Arte Bòhler: Cortigiana.
Parigi, Museo del Louvre: Madonna col Bambino, i Santi Giuseppe, Sebastiano, Caterina e
un Donatore.
Adorazione del Bambino (dal Castello di Gatchina).
Richmond, Collezione Cook: Ritratto di Giovanni Onigo.
La Schiavona.
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
30
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anche opposte, come quelle del Lotto e di Giorgione, del Savoldo
e del Palma. Non importa se nel velo brillante del colore si
strugga la forma, o se le pieghe dei gonfi panneggi s’aggrovi-
glino in uno sgarbato arruffio, a lui pago di accordare superfici
policrome in una lieta e vibrante armonia. Dal Cinquecento
giorgionesco trae la larghezza della pennellata, lo sfumato dei
contorni, l’intensità del colore, la grandiosità delle forme, una
virtù tecnica veramente singolare; ma non un riflesso della
grande civiltà di Giorgione penetra oltre la superfice smagliante
delle opere di Giovanni Busi, contadino in scarpe ferrate al
seguito dei nobili signori veneziani.
Roma, Galleria Borghese: Madonna col Bambino e San Pietro.
— Galleria Nazionale d’Arte antica: Ritratto di un Donatore.
Donzella e giovane suonatore seduti in un paese.
Sacra Famiglia con la Vergine cucitrice.
San Remo, Collezione Thieme (già): Ritratto di « J. Carianus de Busis Bergomensis ».
Strassburgo, Museo: Suonatore di liuto.
Venezia, R. Galleria: Ritratto d’uomo con mantello di pelliccia.
Santa Conversazione.
Donna Pomona.
La Visitazione (attribuita a Sebastiano del Piombo).
Vienna, Accademia di Belle Arti: Cristo portacroce.
Madonna col Bambino e i Santi Caterina e Giovanni Battista.
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BERNARDINO LICINIO.
Notizie della vita.
1489 — Probabile anno di nascita. Di famiglia bergamasca in
parte residente a Venezia e a Murano.
1511, agosto 31 — Testimone in un testamento (notizia dal
Ludwig).
« Ego Caterina fìlia q. ser Georgii Duodo de Spalato et
olim uxor ser Gregorii de Tagurio scatolari j et impresen-
tiarum uxor magistri Georgii de Spalato Maragoni de con-
finio sancti Pantaleonis...
« 7es Io Lorenzo de Ventura...
. « Io Bernardin che fo de sier Antonio de Licinii depentor
testimonio zurado scrise ;> (Sez. not. Priamo Busenello, B. 66,
n- 395-
1515, agosto 15 — Di nuovo testimone a Venezia (notizia
dal Ludwig).
« Io Bernardo farnier q. ser Zuane de Girardi da la Costa
de la con tra de San Zuan Degolado...
« Io pre Nicolò de Rigo...
« Io Bernardin Licinio pictor so di sier Antonio fui testi-
monio pregado et zurado » (Sez. not. Nadal Alvise, B. 740,
n. 48).
1523, ottobre 7 — - Ancora testimone c. s.
« ...Ego Joannes Franciscus Corbelli quondam domini
Luce de Confinio Sancti Silvestri...
« Io Bernardin Licini pictor fui testimonio zurado et pre-
gado » (Sez. not. Colonimo Cristoforo, B. 255, n. 109).
1524, settembre 22 — Compare come testimonio nelhatto di
morte di un Licinio frate nel chiostro dei SS. Giovanni
e Paolo.
— 468 —
1528, aprile 27 — Testimone c. s.
« ...Considerando io Lucrezia relieta del quondam messer
Bernardin de Zorzi Banchier al presente del Confin de
San Stae de Venezia...
« Io Bernardin Licin pictor in San Stae fui testimonio zu-
rado e pregado de questo testamento ordenando de bocha
propria de la dita la quale faso fede de chognoser e nota che
de sopra sono depenà do parole zoè senza fioli, et in suo
logo sono sta mese altre parole, zoe, avanti el so maridar
de ordine de la sopradita scrise » (Sez. not. Canali Girolamo,
B. 190, n. 448).
1528 — Ritrae Stefano Nani (il ritratto è a Londra, nella Na-
tional Gallery).
3:535, ottobre 6 — Assiste testimone a un atto pubblico
(Ludwig).
« ...Io Agnesina Muier al presente de ser Vincenzo da Scalfo
maistro de scola de la contrà de San Jacomo da Lorio...
« Io Treula da Milano q. messer Bernardo de Moronis fui
testimonio zurado et pregado...
« Io Bernardin Licinio, pictor fo de sir Antonio fui te-
stimonio zurado et pregado » (Sez. not. lett. in atti Nadal
Alvise, B. 740, n. 12).
1541 — Ritrae l’architetto Palladio (il ritratto è a Windsor
Castle).
1541 — Ritrae Ottaviano Grimani (il ritratto è nell’Hofmuseum
di Vienna).
1542 — È ricordato e lodato due volte in atti del Consiglio
dei Dieci, dove è notato anche un pagamento per lavoro.
Era scrivano delle « Rason Vecchie », e venne dato come
aiuto a Girolamo Priuli. Era anche scrivano della Scuola
della Trinità, e una parte della Mariegola è di sua mano.
1544» settembre i - — Altra assistenza in atto pubblico.
« Ego Helisabeth filia q. viri nobilis domini Roberti Mau-
roceno et relieta q. viri domini nobilis Bernardi Zanede
de confìnio Sancti Pauli Venetia...
« Io Bernardin Licinio pittor de la chontra de Sancto
Agustin de Venetia testimonio pregado et zurado soto scrise.
« Io pre Luca q. Georgi... » (Sez. not. Solianno Boni-
facio, B. 938, n. 364)
1549, ottobre 30 — Altra assistenza testimoniale c. s.
«... Ego Paula filia q. Dni Aloysii Bernardo et uxor do-
mini Gasparis Mauro...
« Io Iseppo fiol de ser Paulo Diorisi et sagrestan de la
giesia de San Augustin fui testimonio pregado et zurado
scrisi.
« Io Bernardin Licini pittor testimonio zurado et pre-
gado scrisi » (Arch. di Stato di Venezia, Zaccaria de Priuli,
B- 777. «. 385).
* * *
Il Pordenone, col quale è stato erroneamente tante volte
confuso, il Palma, solo talvolta Tiziano, sono i tramiti per cui
Licinio 1 giunse ad avere una parte, sebbene mediocre, nella
grande civiltà di colore del primo Cinquecento veneziano.
1 Bibliografia su Bernardino Licinio: Baldinucci (F.), Notizie di Professori, ecc., 111,235;
Scannelli (F.), Il microcosmo della Pittura, pag. 238, Cesena, 1657; Boschini (M.), Le miniere
della pittura, Venezia, 1664; Boschini (M.), Le ricche miniere della pittura veneziana, Venezia,
M.DC.LXXIV; Calvi, Effemeride sacro-profana di quanto di memorabile sia successo in Bergamo,
pag. 308, Milano, 1677; Zanetti (A. M.), Della pittura veneziana e delle opere pubbliche de' ve-
neziani, Venezia, 1771; Maniago (F.), Storia delle Belle Arti Friulane, Udine, 1823; Lanzi (L.),
Storia pittorica d'Italia, tomo III, Firenze, 1834; Crowe e Cavalcaselle, Italienischen Malerei,
voi. VI; Morelli, Della pittura italiana: Studi storico-critici delle Gallerie Doria e Borghese,
Treves, 1807, pag. 247; Berenson (B.), The venetian Painters of thè Renaissance, London, 1894;
Venturi (A.), La Galleria Crespi a Milano. Note e raffronti. Milano, Ulrico Hoepli editore,
M . D . CCCC . ; Modigliani (E.), L’« Erodiade » di B. Licinio un tempo nella Galleria Sciar ra
a Roma, in L'Arte, 1903, pag. 380; Modigliani (E.), La cosidetta «Famiglia di B. Licinio » nella
Galleria Borghese, in L'Arte, 1903, pag. 304; Ludwig (L. v.), Archivalische Beitràge zur Geschichle
der venezianischen Malerei, in Jahrbuch der kòniglich preussischen Kunstsammlungen, Beiheft
zum XXIV Band, Berlin, 1903; Hadeln (D. v.), Zum oeuvre Bernardino Licinios, in Repertorium
fiir Kunstw., XXXII, anno 1909; Id., Einige Bilder and Zeichnungen des B. Licinio, in Monatsh.
fiir Kunstw., Ili, 1910, pagg. 279-282; Ridolfi (C.„ Le meraviglie dell'arte, Berlino, 1914;
Hadeln (D. v.), Di « Nuda » des B. I icinio, in Belvederi, I, Bd. IN, 1023, pagg. 279-282.
— 470 —
Dagli esempi del Pordenone e del Palma egli trasse la soli-
dità tarchiata delle forme e il tono acceso delle carni, ma
l’aridità del suo colore e la negazione di ogni dono di fantasia
non gli consentirono di mettersi all’unisono coi grandi signori
del pennello veneziano, e neppure di infonder vita alle imma-
gini arrotondate: compatte, sanguigne. Tutte le sue figure si
Fig. 308 — Galleria Nazionale di Londra.
Bernardino Licinio: Ritratto di Stefano Nani.
somigliano; guardano con gli stessi occhi atoni, stringono ugual-
mente le labbra, si atteggiano compassate, come s’atteggiereb-
bero moderni borghesi davanti all’obbiettivo fotografico. Non
un carattere è scolpito nei numerosi ritratti, non uno slancio
libera dalla schiavitù di un rigido parallelismo i personaggi
evocati nei gruppi di famiglia da questo seguace dell’impetuoso
Antonio Pordenone, del Palma prodigo di magnificenze cro-
matiche, dell’eroico Tiziano. Invano, per seguir la moda, egli
forzò la fantasia a comporre qualche figura in atteggiamento
— 47i —
di sogno, come quando ritrasse con un gentile piegar di capo
Stefano Nani nel suo capolavoro: il quadro della Galleria Na-
zionale di Londra, datato 1528 (fig. 308); invano volse lo
sguardo al Vecellio del periodo giorgionesco nel dipingere il
gruppo di Hamptoncourt, l’opera sua più veneziana per mor-
bidezza di carni e studio di penombre. Il giovinetto Nani,
poggiato a un grado di pietra, in veste nera, con occhi cerchiati
di rosso, guarda nel vuoto, con una lieve tinta di malinconia;
le tre figure della Galleria di Hamptoncourt trasformano il
Concerto Pitti in una sbiadita scena galante, dove una florida
dama, strascicando le mani sulla tastiera, ascolta, sotto gli
occhi deirimmancabile vecchia, il linguaggio persuasivo, a suon
di danari, di un grosso gentiluomo in penombra.
Il fiacco Pittore per emulare i veli di luce di Tiziano e del
Palma tenta nel quadro di Hamptoncourt (fig. 309) di rompere
Fig. 309
— Galleria di Hamptoncourt. Bernardino Licinio: Scena galante.
— 472 —
la compattezza delle sue levigate superfìci, ammorbidendo e smi-
dollando le immagini prosperose.
Più chiaro si scorge il legame dell’arte di Licinio con quella
Fig. 310 — S. Maria Gloriosa dei Frari, a Venezia. B. Licinio: Pala d’altare.
(Fot. Anderson).
del Pordenone nella grande pala dei Frari (fig. 310): l’opera
di carattere religioso più studiata dal Pittore ritardatario, che
- 473 —
si vale ancora dell’espediente di un ramo fronzuto per appen-
dere all’arco la tenda dietro il trono della Vergine, e stira in
lunghezza due figure di Santi quasi nascoste per incollarne i
Fig. 31 1 — Milano, Quadreria già di Cristoforo Benigna Crespi.
Bernardino Licinio: Madonna col Bambino e San Giovanni.
(Fot. Anderson).
volti al trono della Vergine e farne voluta ai bracciali. Vi è
nel quadro una crudezza di risalti dall’ombra, un’ampiezza di
forme e di composizione, un’imbottitura di panneggi, uno studio
~ 474 —
di muover le poco mobili figure, che probabilmente si devono
all’esempio del Pordenone. Nello sforzo d’infondere alle imma-
gini quella vita che a lui mancava, il pittore fa che esse strin-
gano le labbra sottili, appuntino occhietti di grillo, torcano
Fig. 312 — Galleria di Stato, a Dresda.
Bernardino Licinio: Ritratto di Dama.
(Fot. Hanfstaengl).
i colli tarchiati: San Francesco tien la croce come un martel-
letto, Sant’Antonio incespica nelle vesti lunghe; ogni sguardo
ha una propria mira fuor del centro del quadro. Nel terzo de-
cennio del Cinquecento, il pittorello forma di legno sugli esempi
alvisiani il profilo di un’ipocrita vecchierella; per indicare le
marezzature della seta, traccia come a punta di penna smilzi
ghirigori da carta geografica; non sa trovar campo alle figure,
— 475 ~
una delle quali, per non rimaner fuori dell’obbiettivo foto-
grafico, s’insinua, fra la testa di Andrea e quella di un vescovo,
a far da puntello alla mitra.
Peggio avviene quando il Pittore, nel quadro già Crespi
(fig. 311), per emulare Tiziano e il Palma, gonfia e sfilaccia il
Fig. 313 — Galleria di Brera, a Milano.
Bernardino Licinio: Signora che espone il ritratto del marito
mpdellato delle tre figure sedute sopra un parapetto davanti
al paese informe, sotto un cielo con nuvole a grossi batuffoli
di bambagia; e nel paese colloca, seduto sull’erba, un pasto-
rello di vetro che rallegra a suon di tromba un disciplinato
gregge di pecorelle. La Vergine guarda davanti a sè, distratta;
il grosso Battista, per esprimere il suo entusiasmo, tocca con
la mano la coscia di Gesù, foggiato, nel goffo gesto di benedi-
zione, come un uncino da attaccapanni: tutti gli occhi imbam-
bolati guardano avanti a sè, nello spazio, fuor della propria
— 476 —
mira, anche quello del Battista, che vorrebbe guardare a Gesù
e guarda fuori, all’obbiettivo immancabile di questo piccolo fo-
tografo di provincia.
Così davanti all’obbiettivo fotografico si presenta impettita,
Fig. 314 — Museo del Prado, a Madrid.
Bernardino Licinio: Dama con libro.
con una mano sul fianco, la Dama nel ritratto del Museo di
Dresda datato 1533 (fig. 312): grossa cuoca chiusa, per l’oc-
casione, in una corazza rossa, guantata di verde, decorata di
pomposi ricami gialli dal turbante e dalla sciarpa, carica di
perle, di catene, di croci gemmate, di anelli, tutto un peso sul
— 477 “
peso della persona turgida, solida, sanguigna. Il conterraneo
del grande pittor di ritratti, G. B. Moroni, ristampa uno dei
suoi gonfi tipi muliebri, studiandosi invano di far sorridere con
occhi civettuoli la vuota immagine. Così, sull’attenti, egli pone
la sposa fedele che nel quadro di Brera (fig. 313) tien ad insegna
il ritratto del marito, mentre reclina sull’omero come per vezzo
Fig. 315 — Galleria di Venezia.
Bernardino Licinio:. Giovine, donna.
la testa della Dama con libro nel ritratto della Galleria del Prado
(fig. 314), tra i migliori di Bernardino per la pennellata disin-
volta e sicura, che costruisce i piani d’ombra e luce delle stoffe;
e quella di Giovine donna della Galleria di Venezia (fig. 315),
che anche per le velature morbidissime appare di tutte le opere
di Licinio la più vicina al Palma, sebbene il vivido effetto cro-
matico del turbante risalga al Pordenone, modello ai due ri-
tratti di Milano e di Venezia.
Con l’assoluta aridità di fantasia spiegata nei ritratti di
persone singole, Licinio, specialista di ritratti a gruppo, aduna
— 4 78 —
attorno a un tavolo o a un semplice sedile, ora una famiglia
bergamasca, ora un pittore coi discepoli, ora una compagnia
di musici, ripetendo, nelle teste impicciolite dei bimbi, con fe-
deltà scrupolosa, i lineamenti degli adulti, gli occhi attoniti,
le facce lisce tonde e rosse, e servendosi di una mimica di
Fig. 316 — Galleria Borghese, a Roma.
Bernardino Licinio: Famiglia di suo fratello.
convenzione, arida e inespressiva, tanto inespressiva che il Pit-
tore scrupoloso, nel ritratto di Alnwich, dipinto il 1524, e raf-
figurante un Artista fra gli scolari, è costretto a parlar con le
scritte, indicate da quei muti attori. Un giovanetto sta per
chiedere al maestro il giudizio sopra un suo disegno, e la do-
manda è formulata chiara, a scanso d’errori, sul foglio che egli
tiene in mano: « Vardè si sta ben sto disegno »; un altro muove
a fatica i passi nella scultura, ed ecco sulla sua mano una sta-
tuetta, e sul tavolo la scritta, accennata dall’indice «L’è dificile
sta arte ».
— 479 —
Non si accorgeva delle difficoltà Bernardino Licinio, poco
mobile come le sue figure, e sempre più andava cadendo in un
indifferente manierismo. Anche quando ritrae la Famiglia del
fratello nel quadro Borghese (fig. 316), non sa esprimere il suo
particolare zelo per essa se non nel tirar a lucido, con la pomice,
Fig. 317 — Galleria degli Uffizi, a Firenze.
Bernardino Licinio: Madonna col Bambino e San Francesco.
scrupolosamente, le immagini intorno al donnone biancovestito
col fiacco fantolino in grembo.
Come lontana, da questa rassegna, la poesia del gruppo rac-
colto neirintimità della casa, sopra uno sfondo di mare, in una
sognatrice malinconia di pensiero, da Lorenzo Lotto, maestro
ai pittori lombardi di gruppi familiari, nel quadro della Galleria
Nazionale di Londra! Due bimbi e un cestello di ciliege, due
fisionomie pensose e un cielo al crepuscolo, compongono in note
elegiache il quadro del Lotto; un gruppo formato con metico-
losa regolarità da un fotografo di campagna, il quadro di Ber-
nardino Licinio, con i suoi putti agghindati di piumette e ric-
ciolini, le sue rose di carta, le sue scritte latine.
— 48° —
Più che all’arte veneta, il ritratto Borghese sembra appar-
tenere a un italianista fiammingo, nel suo freddo e diligente
Fig. 318 — Galleria di Vienna.
Bernardino Licinio: Ritratto di Ottaviano Grimani.
manierismo. Sebbene dipingendo, verso il 1540, la fosca Ma-
donna col Bambino 'e San Francesco nella Galleria degli Uffizi
(fig. 317), tra le sue opere più vicine ai modelli del Palma,
maneggi con facile superficiale libertà il pennello a compor la
veste della Vergine, secondo gli esempi tizianeschi; e nel 1541,
ritraendo l’effigie di Ottaviano Grimani (Galleria di Vienna),
tra le migliori sue opere (fig. 318), mostri il proposito di emular
- -48i -
Tiziano nello studio di atteggiamenti grandiosi e il Moretto
nell’appariscente vivezza pittorica del raso, egli non esce mai
dalla sua cerchia angusta.1 Venezia giorgionesca, in pieno sogno
1 Catalogo delle pitture di Bernardino Licinio:
Alnwich, presso il Duca di Northumberland: Gruppo familiare.
Augsburg, Galleria: Ritratto di dama.
Balcares, Collezione Crawford: Ritratto d’uomo.
Bergamo, Accademia Carrara, Collezione Lochis: Ritratto di dama.
— - Collezione Piccinelli: Madonna e Santi.
Berlino, Museo: Ritratto di giovane uomo.
— presso Koppel: Ritratto di dama.
Boston, Collezione Quincy Shaw: Madonna e Santi.
Brescia, Galleria Martinengo: Ritratto di giovane uomo (1520).
— Duomo vecchio: Cristo Portacroce.
Adorazione dei Pastori.
— — - Sacra Famiglia.
Biinghton, Collezione Villet: Suonatore d' arpicordo.
Budapest, Galleria: Ritratto muliebre.
Cambridge (America), Collezione Norton: Ritratto di giovane uomo.
Dresda, Galleria: Ritratto di dama (1534).
Firenze, Uffizi: Ritratto d'uomo.
Madonna col Bambino e Sàn Francesco.
Genova, Palazzo Brignole: Ritratto d'uomo.
Grenoble, Museo: Sacra Conversazione (1532).
Hannover, Museo: Ritratto d’uomo.
— Collezione Hausmann: Venere.
Hampton-Court: Concerto.
— — Gruppo di famiglia (1524).
Leningrado, Eremitaggio: Madonna col Bambino.
Londra, National Gallery: Ritratto d’uomo.
Ritratto di Stefano Nani (1528).
— Collezione Ashburton: Ritratto d’uomo.
— - Collezione del conte Brownlow: Ritratto e’uomo.
— Collezione Butler: Ritratto di dama.
— Coilezione Doetsch (già): Ritratto di dama (1544).
- — Dorchester House: Ritratto d'uomo.
Adorazione dei Pastori.
Lucca, Museo: Sacra Conversazione.
Madrid, Prado: Ritratto di donna.
Milano, Castello: Ritratto di dama col ritratto del marito.
— Collezione Andreotti: Ritratto di dama (1524).
— Collezione Crespi (già): Madonna col Bambino e San Giovanni.
■ (già)- Sacra Conversazione.
— Casa Scotti: Sacra Famiglia.
— Pinacoteca di Brera: Madonna col Figlio e San Giovanni.
— Palazzo Arcivescovile: Sacra Famiglia.
Modena, Museo: Ritratto di dama.
Monaco, Museo: Ritratto d’uomo (1523).
Miinter, Museo: Ritratto d'uomo (1530).
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
31
— 482 —
di splendori cromatici, la pittura friulana del Pordenone con
la sua impetuosa audacia, non valsero a scuoter la sonnolenza
# del piccolo pittore, che guardava all’arte con gli occhi apatici e
vuoti delle sue figure di stucco policromo.
Padova: Ritratto d'uomo.
Parigi, Museo André: Ritratto d'uomo.
— Collezione Lazzaroni: Erodiade.
Pavia, Galleria Malaspina: Ritratto di dama (1540).
— Collezione Leuchtenberg (già): Erodiade.
Roma, Galleria Borghese: Gruppo familiare.
Sacra Conversazione.
Rossie-Priory (Inchiure, Perth), Scozia, Collezione di Lord Kinnaird: Co-ncerto.
Ritratto di dama.
Rovigo, Museo: Le Sante Agnese, Caterina e Lucia.
Toledo, Chiesa: San Silvestro fra i Santi Antonio e Giustina (1535).
Venezia, Galleria: Ritratto di dama.
Gruppo con putti.
— • — Monaca.
Ritratto di donna (attribuitek al Pordenone).
— Ca’ d’Oro: Ritratto di giovane donna (1524).
— Frari: Madonna in trono.
Vienna, Collezione Czernin: Madonna col Bambino e Santa Caterina.
— Collezione Castiglione (già): Ritratto (venduto ad Amsterdam, 17-20 Novembre 1927).
— Collezione Harrach: Madonna e donatore.
— Hofmuseum: Ritratto di Ottaviano Grimani (1541).
— • — Ritratto d'uomo con la destra inguantata, con la sinistra che tiene chiuso il guanto.
Windsor Castle: Ritratto del Palladio (1541).
VI.
DOMENICO MANCINI, GIULIO E DOMENICO CAMPA-
GNOLA, GIROLAMO DAL SANTO, DOMENICO CAPRIOLO,
IL MORTO DA FELTRE
DOMENICO MANCINI : Notizie. Bibliografia. L’opera : la “ Madonna ” di Lendinara
(1511); il quadro già nella Collezione Scarpa; i ritratti del Principe Giovanelli (?),
del Romitaggio (1512), di Monaco di Baviera (?).
GIULIO CAMPAGNOLA: Notizie. Bibliografia- L’opera d’incisore. Incertezza sulla
sua esecuzione di pitture.
DOMENICO CAMPAGNOLA: Notizie. Bibliografia. Suoi affreschi nella Scuola del
Santo, in quella del Carmine e in Santa Croce a Padova. Quadri dalla pala di
Praga a quella Johnson a Filadelfia. Catalogo.
GIROLAMO DAL SANTO: Notizie. Bibliografia. Dalle prime opere sotto influssi vi-
centini alle ultime ispirate dal Savoldo, da Palma Vecchio e da Tiziano. Catalogo.
DOMENICO CAPRIOLO: Notizie. Bibliografia. Le “ Natività ” e il ritratto a Bernard
Castle del 1528. Catalogo.
LORENZO LUZZO, DETTO IL MORTO DA FELTRE: Regesti. Bibliografia. L’opera:
Pala d’altare a Berlino (1511) e le altre pale di Feltre e di Villabruna. Affresco
della chiesa d’Ognissanti a Feltre, suo capolavoro. Catalogo.
DOMENICO MANCINI.
Notizie del pittore.
La data di nascita di Domenico Mancini, pittore trevigiano, è
ignota.
1511 — Dipinge il quadro, ora nella sagrestia di Santa Sofia
a Lendinara, recante riscrizione: Opus Dominici Mancini
venitj p 1511. È la parte mediana del trittico, che il Bran-
dolese (Del genio dei Lendinaresi) descrisse, indicando, nelle
ali, quattro Apostoli a coppia.
1512 — Eseguisce il ritratto di Leningrado, segnato: m.d.xii.
dominicvs.
1512 — Colora un altro ritratto con la scritta: mdxii domi-
nictjs f. A. xxv., già nella Collezione di William Russell in
Londra, venduto con essa il io dicembre 1884.
— 4&4 ~
Nel 1511 Domenico Mancini 1 firmava il quadro della chiesa di
Santa Sofia a Lendinàra, la Vergine col Bambino in trono e un
angelo suonato r di liuto (fig. 319), ad eccezione dell’angelo co-
piata dalla pala di Giambellino in San Zaccaria. Ma anche nella
ripetizione studiatamente fedele s’incide profonda la diversità
della visione pittorica fra prototipo e opera derivata, e innanzi
tutto nel colore, che, perdute le dolci velature atmosferiche
dell’ancona di San Zaccaria, assume una corposità profonda,
nelle carni accese e nei drappi della Vergine. I tessuti sottili
delle vesti di Giambellino più non si riconoscono in questi panni
fitti e rigidi con pieghe a cumuli giorgioneschi, come non si
riconoscono le palpebre tenui della Vergine in queste soffici e
felpate; V humus giorgionesco sostituisce i preziosi smalti velati
di Giambellino nella pala di San Zaccaria. Minime in appa-
renza le varianti introdotte nella copia, ma profondamente ri-
velatrici: la nicchia aperta in alto sopra un lembo d’azzurro e
vette d’alberi come nei quadri toscani, il trono elevato sino a
combaciare con la cornice del quadro, e coperto di stoffa come
nella pala di Castelfranco; la mano della Vergine, che non s’in-
curva a solleticar il piedino di Gesù, ma s’apre al gesto costrut-
tivo delle Vergini antonelliane; la profondità della nicchia ove
la dolce penombra di Giambellino diviene ombra intensa, accen-
tuando il risalto del trono in piena luce, come la tenda di un
rosso scuro e opaco accentua il rilievo del gruppo. Il Trevigiano
porta, insomma, nella sua interpretazione dell’esemplare gior-
gionesco, un senso di solidità costruttiva, derivato forse da una
prima educazione vicentina, che spiegherebbe il gesto antonel-
liano della Vergine e il motivo della nicchia aperta sugli al-
beri e il cielo, come le intense proiezioni d’ombra, dal bimbo
1 Perla conoscenza dell’artista, cfr. Crowe e Cavalcaselle, History of Painting in
Norlh Italy, II, 235; Biscaro (G.), Per la storia delle' Belle Arti in Treviso. Memoria letta
all’Ateneo di Venezia il 16 agosto 1896; Venturi (Lionello), Saggio sulle opere d'arte ita-
liane a Pietroburgo, in L'Arte, 1912; Justi (Ludwig), Giorgione, Berlin, 1908, I, 209; Ven-
turi (Lionello), Giorgione e il Giorgionismo, Milano, Hoepli, 1913; Frizzoni (G.), La Pina-
coteca Scarpa a Motta di Livenza, in Archivio storico dell'Arte, 1895; Borenius, in commenti
all 'History suddetta del Cavalcaselle e Crowe, voi. Ili, pagg. 129-130.
Fig. 319 — Lendinara, Chiesa di Santa Sofia.
Domenico Mancini: La Vergine col Bambino in trono .
— 486 —
e dall’angelo, sui marmi del trono. Ed ecco le forme ancor esili,
la grazia delicata del putto di San Zaccaria, sbocciare al rigoglio
del meriggio veneziano nel Bimbo di Lendinara, più risoluto nella
posa, schiarato nel volto da un giocondo e timido sorriso. È il
bimbo stesso che Tiziano ha tratto dai modelli di Giorgione per
metterlo tra le braccia della fiorente Zingarella di Dresda.
Non più trattenuto dall’imitazione di un esemplare, il trevi-
giano discepolo di Giorgione palesa la sua forte fibra nel di-
pinger l’angioletto suonatore, formando di carni morbide il
volto, e infondendo vita e splendore alle chiome con una libertà
di tocco che appare meravigliosa quando si pensi alla data
primitiva del quadro. La bella testa ricciuta dell’angelo si piega
suH’omero, e tutta la posa della gentile figurina si modula sui
ritmi del suono e del canto, con un trasporto spirituale più
esaltato e patetico che nell’arte di Giorgione. Tutta la persona
accompagna con le sue cadenze le cadenze della musica e l’oc-
chio brilla di un estatico fervore. Dall’alto del trono eburneo
la Vergine e il Bimbo guardano giù al divino cantore, dipinto
in una tonalità di colore ardente e quasi monocroma sotto il
verde cupo del manto, alla testina piena di luce, trasfigurata
dal suono.
Simile esaltazione della nota patetica che, davanti all’angelo
giorgionesco dell’ancona di Lendinara, ci fa pensare agli angeli
rapiti di Melozzo, si ritrova nel quadro già appartenente col
nome di Giorgione alla Pinacoteca Scarpa di Motta di Livenza
(fig. 320): due amanti, l’uomo con una mano sulla spalla e gli
occhi negli occhi di una giovinetta suonatrice. La forma, assai
più che nel quadro di Lendinara, è asciutta e ferma; brevi i
gesti e trattenuti, come le inclinazioni delle teste, entro un sem-
plice e largo intreccio di piani, che varia, con profonda calma di
passaggi, il grado della luce e dell’ombra.
Il gioco a scacchi della seta chiara sulla veste bruna del gio-
vane, il lento adagiarsi del profilo cesellato sull’ombra del cap-
pellone oscuro, l’alone di luce di una piuma sulla penombra della
tenda, richiamano il cavalleresco Romanino; ma i tessuti com-
— 4^7 —
patti e rigidi, le sapienti inclinazioni dei piani verso o contro
luce, la precisione sintetica del modellato, che nella suonatrice,
fiore semplice dei campi, preludia alle prime forme di Michelan-
gelo da Caravaggio, assai più avvicinano la bella opera allo spi-
rito dell’arte savoldiana. E di Giorgione vive, come in poche altre
Fig. 320 — Motta di Livenza, Pinacoteca Scarpa.
Domenico Mancini: Un cavaliere e una giovinetta suonatrice.
(Dall’ Arch. Storico dell'Arte).
opere del tempo, l’ideale di nobile bellezza nel profilo affilato
del cavaliere, e lo spirito romantico nel muto colloquio degli
sguardi, nella cadenza piana del ritmo. I gesti sono sospesi;
sospesa sembra la vita delle figure nel silenzio della sera, sul
fondo idillico di un golfo di mare.
Simile forma asciutta e concisa messa in risalto dall'energia
della posa e dello sguardo fulmineo si trova in un Ritratto
della Galleria Giovanelli a Venezia (fig. 321), già attribuito da
— 4S8 -
vecchi cataloghi a Giorgione e da Lionello Venturi a Domenico
Mancini. Il nome del Trevigiano riceve conferma dalla mirabile
solidità, del tocco e dal fare quasi savoldiano nelle mani, nel
contorno della roccia di fondo, tagliata a sghembo, nel paese
Fig. 321 — Venezia, Galleria Giovanelli.
Domenico Mancini (?): Ritratto.
stesso libero e pittoresco, e soprattutto nello sbalzo in luce
della vigorosa immagine dalla roccia scura, della statuina dal-
l’ombra della nicchia. Il nudo velato, le vesti fluenti son di-
pinti con tutta la mollezza di pennello del giorgionesco Mancini.
Alla distanza, che sembra inverosimile, di un solo anno dalla
data del quadro di Lendinara, Domenico Mancini dipinse il
— 489 —
Ritratto della Galleria di Leningrado (fig. 322), oggi attribuito
al Capriolo, il quale ancora nel 1528 era ben lontano da tanta
scioltezza e libertà di pennello, rara certo nel 1512. Anche la
Fig. 322 — Leningrado, Romitaggio. Domenico Mancini: Ritratto,
(per cortesia del Barone Liphart del Romitaggio).
concezione grandiosa fa correre il pensiero ad anni più tardi, con
quelbampio scénario architettonico aperto sopra una piazza,
a sinistra; a destra sfondato in una nicchia con una statua di Ve-
nere, e afforzato nel mezzo da due robuste colonne per aumentar
l’aggetto della figura. Sorprende in un’opera del 1512 questa sa-
pienza costruttiva, che risulta a un effetto di imponenza archi-
— 49° —
tettonica e a un ritmo d'ombra e luce largo e tranquillo nella
sua complessità.
La figura, lungo l’asse segnato dalle due colonne, è il perno
della composizione, nella sua immobile maestà statuaria. Non
Fig. 323 — Monaco, antica Pinacoteca.
Domenico Mancini (?): Ritratto.
(Fot. Hanfstaengl).
•
solo il pittore ce la presenta di spigolo per spiegare ai nostri
occhi il vasto campo cromatico della manica secondo i modi
del Palma e del Pordenone, ma ha cura che lo spigolo coincida
rigorosamente col centro della composizione, per intenti co-
— 491 — h
struttivi e formali, di contrappeso ritmico, nuovi nell’arte vene-
ziana. Il colore, morbido e ricco, stende il suo ammanto veneto
su quella scenica grandezza, nel campo giallo aurato della manica,
e in quel fantastico ornato di quadrilobi azzurri messo a ghir-
landa del berretto nero. Benché oscurata dal tempo, l’immagine
dal fiero profilo e lo sguardo imperioso riflette una tempra d’ar-
tista forte e sicura, incline, come quella di Sebastiano del
Piombo, a conciliare visione formale e visione cromatica.1
La nobiltà e l’architettonica saldezza del Ritratto di Pietro-
grado ci rendon dubbiosi nell’accogliere l’attribuzione al forte
seguace di Giorgio da Castelfranco dell’altro Ritratto nella Gal-
leria di Monaco (fig. 323), ove l’immagine, negletta di forma,
esce pugnace dall’ombra, come lampeggiando. Soprattutto alla
rapidità dell’effetto pittorico ha mirato l’autore nel ritrar le
carni lustre e sgranate e lo scroscio brillante della pelliccia.
Se realmente il quadro di Monaco è opera di Domenico, esso
rappresenta il seguace di Giorgione in un momento di abban-
dono senza più freni alla libertà improvvisatrice del tocco ac-
cennata nel fulgido angioletto della pala di Lendinara.
1 Un altro ritratto, che a noi sembra di Domenico Mancini, si vede, sotto il nome di
Jacopo Palma il Vecchio, nella Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi a Rovigo.
— 492 —
GIULIO CAMPAGNOLA.
Notizie.
1482 — In quest’anno nasce in Padova Giulio, figlio di Giro-
lamo Campagnola. La data risulta da una lettera scritta il
i° dicembre 1495 dal letterato veronese Matteo Bossi a Et-
tore Teofànio Justinopolitano, in cui lo scrittore fa l’elogio
dei grandi talenti del ragazzo tredicenne.
1497, settembre io — Michele da Placiola scrive a Ermolao
Bardellino, uno dei consiglieri più autorevoli di Francesco
Gonzaga, magnificandogli le virtù di suo cognato Giulio
Campagnola, pittore, miniatore e incisore valente, musicista,
poeta e dotto di latino, di greco e di ebraico; gli chiede infine
di intromettersi presso il Gonzaga perchè Giulio sia accet-
tato alla Corte di Mantova.
1498 (o 1499 se la data è in stile veneziano), febbraio 16 — Da
una lettera del Bossi a Girolamo Campagnola ricaviamo che
Giulio in quest’anno si trova alla Corte di Ercole da Ferrara.
1507, giugno 4 — Il padovano Bartolomeo di San Vito nota
nel suo memoriale di avere mandato a Venezia, a Giulio,
« el phetonte de man de Gasparo (?) tochato de aquarella».
1507, dicembre 28 — Lo stesso Bartolomeo impresta a Giulio
tre pezzi di rame intagliato da stampare « videlicet doi con
parte de la colonna Trajana laltro con li ro versi de me-
daglia ».
1509 — Data della stampa d e\Y Astrologo.
1510, maggio 5 — Bartolomeo di San Vito riceve in restituzione
« el phetonte » .
1514 (o 1515), gennaio iò — Nel testamento di Aldo Manuzio
vediamo ricordato il desiderio dello stampatore di avere al-
— 493 —
cune nuove maiuscole di scrittura corsiva di Giulio Campa-
gnola. È questa l’ultima notizia che abbiamo di lui; non si
conosce l’anno della sua morte.
Conosciamo Giulio Campagnola 1 quale incisore, intento a
trasportare nel mondo giorgionesco figure tradotte da vari
maestri. Presi i suoi prototipi or da uno. ora da altro pittore,
egli li colloca in paesi dove le foglie forman mazzo rigoglioso,
gli alberi spuntano a fascio dallo stesso ceppo, e innalzano
rami con le frondi come grandi felci, a ventaglio, a strati, che
si specchian nelle acque, a stille e frange d’ombra. Le rocce
sembrano coperte di fieno, e, nel fondo, sulle rupi, s’innal-
zano case montanine, edifici di legname con tetti aguzzi, presso
torri, esedre come quella del paese di Giorgione nel tondo della
Venere di Dresda, dietro una linea di colle o un monte dirupato.
Le poche volte che sono indicate le nubi, esse son tirate a segni
paralleli, come gli altri che descrivon le onde. In generale le
ombre prendon slancio, quasi impeto nel fogliame che s’addensa,
nelle pianticelle come polle d’acque zampillanti, sprillanti; distin-
guono sasso da sasso; cadon fitte dalle case e sul terreno. In questo
mondo Giulio Campagnola trasporta il suo Saturno (fìg. 324),
1 Cerroti, Memorie per servire alla storia dell'incisione, Roma, 1858, pag. 41 e segg.;
Galichon, in Gaz. d. B.-A., 1862, XIII, pag. 332; Hino, in Burlington Magazine, XIII, 1908,
pag. 365; Idem, Cat. of early ital. engr. in thè British Museum, London, 1910, pag. 489;
Kunert (Silvio de), in Bollettino del Museo Civico di Padova, 1907, pag. 6; Castellani (Carlo),
La Stampa in Venezia, Venezia, 1889, pag. 99; Pamphili Saxi, Epigrammata, libri IV, ecc.,
Brescia, 1499; Pomponii Gaurici Neapol., Elegiae, ecc., Venetiis, Aldus, 1526; Gauricus,
De Sculptura, ed. Brockhaus, Leipzig, 1886, pag. 83 e segg. e 138; Petri Bembi, Opera, Ba-
silea, 1556, III, pag. 187; Zani, Encicl., I, V, pag. 333; Cynthius (Johannes Baptista Gy-
raldus), De Julio Sculptore, in Gherus, Delitiae Poet. Ital., 1608, I, pag. 1244; Scardeone,
De Antiquitate Urbis Patavii, Base!., 1560; Vasari, III, pag. 628 e 639; Kunert (Silvio de),
Qualche documento e notizia su Giulio Campagnola (Nozze Camerini-De Fabii, Padova, 1905);
Anonimo Morelliano, Ed. Morelli, pag. 6-10, ed. Frizzoni, pag. 51-52; Matthaei Bossi, Epi-
stolae familiares, Mantua, v. Bertochus, 1498, Epp. 75> 86, 211; Luzio, Giulio Campagnola,
fanciullo prodigio, in Archivio storico dell'Arte, I (1888), pag. 184; Kristeller, Andrea Man-
tegna, Leipzig und Berlin, 1902, pag. 563 e seg.; Idem, Giulio Campagnola, inGraph. Gesellsch.,
V, Berlin, 1907; Gronau, in Gazette d.es B.-A., 1894; Idem, in V asari-U ebersetung,, V, 1908;
Idem, in Kunstchronik, N. F., XX, 1908-9; Hind (A. M.), in Buri. Mag., XIII, 1906, pag. 305;
Fiocco (G.), La giovinezza di Ginlio Campagnola, in L'Arte, 1915, pagg- 138-156, Suter (Karl
Friedrich), Giulio Campagnola als Maler, in Zeitschr.f. bild. Kunst., L.X, 1926-27, pag. 132.
— 494 —
studiato, a quanto pare, da Jacopo de’ Barbari; il Battista
e il Ganimede dal Mantegna (fìgg. 325-326); V Arcangelo e To-
biolo, gruppo forse ricavato dalla Scuola vicentina; il cervo
incatenato sul rovescio del dittico della Galleria Liechtenstein
(fìg. 327); la Samaritana al pozzo, derivata verosimilmente da
Sebastiano del Piombo (fìg. 328); Genovieffa da Alberto Diirer.
Fig. 324 — Incisione di Giulio Campagnola: Saturno.
0
L’incisione della Samaritana ci mostra il carattere giorgionesco
di Cristo, l’ampiezza e la solidità marmorea nella donna seba-
stianesca, il taglio limpido della pietra nel pozzo, la precisione
nitida dell’ombra: tratti sicuri giorgioneschi, come il piegar delle
stoffe nella gonna della Samaritana. I ciuffi di foglie larghe e
fìtte sono luminosi, il terreno della riva, formato come di sabbie
mobili, è reso fluido dal tratteggio guizzante alla Jacopo de’ Bar-
bari. Il primo piano in ombra è eseguito a puntini, d’inven-
zione^del Campagnola, adatti a rendere la granulosità del co-
- 495 —
lore e la sua permeabilità alla luce. Il fondo di mare è con edifici
che si specchian nelle acque, come le nubi a strati, e con un
alberello a sprazzi, a gocce, sulla luminosità del cielo, come in
Fig. 325 r — Incisione di Giulio Campagnola: Il Battista.
Giorgione. In tutta la scena è un senso architettonico, una mi-
sura profonda.
In un’altra incisione di un Pastore in riposo sopra uno sfondo
di rocce, di monti, di case (fig. 329), tutto è vaporoso, luminoso,
giorgionesco: sogna il pastore, che stringe le tibie, disteso, come
— 496 —
gentile paggio: l’eleganza della positura par segni la dolcezza
dell’abbandono tra quelle onde rocciose; presso a lui è il fram-
mento d’una testa di vecchio tra le ombre assorto. Questa com-
posizione giorgionesca, incompiuta, può trovare rapporti in
Fig. 326 — Incisione di Giulio Campagnola: Ganimede.
altra incisione, quella dell’.' 4 strologo con barba fiammante, il
quale punta un compasso sopra un astrolabio (fig. 330). Egli
siede presso il troncone d’un vecchio albero, ai piedi di un cu-
mulo di terra dalla cui tazza erompono, assiepandosi, fusti
d’alberi e virgulti e criniere di piante. Mentre calcola, l’arcigno
astrologo, un mostro infernale, forse ricavato dal Bosch, pianta
— 497 —
le zampe, e par che sprizzi fuoco presso un teschio fra tibie
incrociate; e un albero tronco che gli sta appresso, per la vici-
Fig. 327 — Incisione di Giulio Campagnola:
Cervo incatenato.
nanza della bestia orrenda, par che si torca stendendo i rami
mozzi. Nel fondo una città con case montanine, un gran log-
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
32
— 49^ —
giato, strade, porticati, torri, cupole. Davanti alla città popo-
losa, il mago corrucciato, le minaccie d’inferno, la morte.
Le malinconiche meditazioni sulla vita umana si determi-
nano nella scritta:
ET . GENVS . ET . FORMAN . MORS . TRVCVLENTA . RAPIT .
di una stampa (fig. 331), dove un giovane porta una mano sul
capo, secondo il modo classico d’esprimere il dolore, e medita
Fig. 328 — Incisione di Giulio Campagnola: La Samaritana al pozzo.
sul teschio ai suoi piedi: la gran rupe giorgionesca fa da sfondo
alla pensosa figura.
Ma, banditi i tristi pensieri, ecco, in un’altra stampa (fig. 332),
il Pastore con lo zufolo, e pecore e capre uscir dal canneto quasi
ad ascoltare l’Orfeo rusticano: il vecchio pastore si abbandona
alla terra, e suona lentamente stando disteso,* come se dovesse
con la sua nenia prepararsi al riposo. Cadon le ombre sulle case
e sul terreno come rivi di pioggia; sul cielo le rade foglie degli
arbusti si staccano come sciami d’insetti che volteggino intorno.
Iyxivs
Incisione di Giulio Campagnola: Pastore in riposo.
Fig. 331 — Incisione di Giulio Campagnola: Giovane pastore.
— 5oi —
Siamo sempre più nell’aria giorgionesca, e più nell’incisione
(fig* 333), cui forse non fu estraneo Domenico Campagnola,
Fig. 332 — Incisione di Giulio Campagnola: Pastore con lo zufolo.
con il Concerto campestre, ove quattro suonatori alla riva d’un
torrente, ai piedi di grandi querce, stanno per accordare i loro
Fig* 333 — Incisione di Giulio Campagnola: Concerto campestre.
strumenti; e più ancora nella Nuda in aperta campagna (fig. 334).
Con tutta probabilità è la «nuda... stesa e volta» accennata
— 502 —
da! Michiel come copia da Giorgione; e l’incisione ha tradotto
la copia in miniatura dello stesso Giulio Campagnola, ricordata
dal Michiel, nelle 'mani di Pietro Bembo. La punteggiatura
fonde insieme, in un pulviscolo luminoso e trasparente, figura
e paese, tutto leggiero, in un bagno di luce, il nudo visto pel
dorso e il verde recesso, le alghe e il suolo.
Pitture, è molto dubbio che Giulio Campagnola ne abbia
eseguite. Antonio Tebaldeo lo esalta, adolescente, quale musico,
Fig. 334 — Incisione di Giulio Campagnola: Nuda.
cantore, erudito nelle lingue greca, latina ed ebraica, pratico
del disegno e della pittura; fu nel 1499 a Ferrara, e nel 1507 a
Venezia, quando Giorgione iniziava la decorazione del Fondaco
dei Tedeschi. Intagliò matrici per i libri di Aldo Manuzio, e finì
col vestire l’abito sacerdotale. Non abbiamo elementi certi per
riconoscere le pitture del Campagnola, se non nelle stampe che
egli eseguì, ma, facendo astrazione dal Mantegna, dal Diirer,
da Jacopo de’ Barbari, da Sebastiano del Piombo, ai quali ri-
corse, lo vediamo incline, anche nei disegni a lui attribuiti,
verso la modernità dell’arte giorgionesca. E possiamo chiederci
se il Giudizio di Salomone in Casa Bankes a Kingston Lacv
(fig- 335) non sia opera sua, per esservi nella base le due teste
d’ariete con le quali l’incisore ornò il pozzo della Samaritana,
e in alcune figure, come quelle del giovinetto alla destra di Sa-
lomone e del vecchio barbato, notevoli richiami al Pastore e
all’Astrologo delle stampe. Il quadro rimase incompiuto, e fu
eseguito dopo che Tiziano ebbe dipinto il San Marco, ora nella
kig. 335 — Kingston Lacy (Inghilterra), Signora Bankes.
Anonimo giorgionesco: Giudizio di Salomone.
sagrestia della Salute, del quale Salomone mantiene il moto
nell’atteggiarsi e l’ombreggiatura della testa. Anche il pavimento,
che sfonda con il centro prospettico nel centro del quadro,
può trovare riscontro nell’incisione del Putto con i gatti attribuita
al Campagnola; ma tutte queste particolarità e simiglianze non
bastano ad affermare sua l’opera monumentale, seppur la ba-
silica a cinque navate sia breve scatola alle figure. Quando
Sebastiano del Piombo, al quale fu attribuito il Giudizio di Sa-
lomone, fece il quadro di San Giovanni Crisostomo, rappresentò
la parte tronca dell’edificio e del colonnato, per lasciare alle im-
magini il pieno svolgimento, mentre qui l’edificio arcaisticamente
Fig. 336 • — Padova, Scuola del Santo.
Anonimo pittore: Miracolo della resurrezione dell'annegata .
505 —
serra la composizione; e anche la forma triangolare di essa sembra
estranea a Sebastiano, antiquata per Venezia giorgionesca.
Non tutto è chiaro, non tutti i fili della storia possono di-
panarsi. Vi è un maestro anonimo che nella Scuola del Santo
ha dipinto la storia della Resurrezione di una fanciulla annegata
per miracolo di Sant’ Antonio (figg. 336-337) rivaleggiando in
Fig. 337 ; — Padova, Scuola del Santo. Particolare del quadro suddetto.
forza col Pordenone. La folla si assiepa intorno alla fanciulla
morta, presso cui sta il marinaio . ignudo che l’ha strappata
alle onde. Una donna in ginocchio e un giovinetto mostrano
a un alfiere in armi la morta; un vecchio china la testa patriar-
cale in un gran contrasto di luce e ombra; una vecchia coi
lineamenti stirati dal dolore guarda al marinaio come a chie-
dergli se oltre il corpo abbia portato speranze di vita. Il guer-
riero si curva tenendo il braccio di un giovane strascinato davanti
— 50 6 —
a lui; un guerriero col ben etto piumato, la testa in ombra, fissa
lontano lo sguardo inquieto; vicino a lui, si vedon la testa di un
omaccione preso da singulti, e altre teste dolorose, e madri come
impaurite, tremanti, si allontanano con le loro creature dalla scena
di morte. In alto, tra le nubi, Sant’Antonio appare in una tri-
plice vampata di nugoli, col gesto benedicente che resusciterà
la rimpianta fanciulla. Ouell’addensamento di figure che, dispo-
nendosi da destra e da sinistra trasversalmente, formano un
angolo, di cui l’annegata e il marinaio segnan la base, e tutta
quella schiera di spettatori, a sua volta base d’un triangolo
avente l’apice nella destra dell’annegata, mostrano una grande
sapienza compositiva nel rendere la piena umana e nell’aprirne
il varco allo spettatore, nel presentare il dramma e il coro, nello
stampar caratteri e agitarne espressioni, nell’assodar forme, av-
vivar colori e luci. Il bianco illividito dell’annegata, il rosseggiare
dell’atletico marinaio, il dibattito di luci e ombre nel vegliardo
che sta al centro della scena, la penombra che copre come di
mascheretta il volto del fanciullo additante la morta, la luce
che dà pieno risalto alla donna supplichevole a sinistra, l’ombra
che rade la vecchietta gemente, la violenta ombra a strappo sul
reo, mostrano una padronanza nel fare che non trova riscontro
in altre opere nè a Padova, nè altrove. Il quadro non fu eseguito
a fresco, anzi è in tela sovrapposta all’affresco, dipinta quindi
posteriormente al tempo in cui Tiziano lasciava le solenni pit-
ture nella Scuola del Santo, non molto dopo però, poco più
d’un lustro forse, perchè l’opera, che ha tutta la fermezza, la
solidità delle pitture cinquecentesche, sente di Tiziano la forma,
almeno a giudicare dalla testa del fanciullo a sinistra, ma non
ancora lo splendore aureo del tono. Di Giorgione, le due colonne,
una tronca, portano un ricordo materiale, chè la realtà ha an-
cora troppo spesso involucro per fondersi con l’atmosfera e
con l’ambiente. In quel movimento brusco, angolare, è un di-
namismo pittorico ignoto a Padova, a giudicare da quanto è
giunto a noi, più di Padova lontano d’origine, verso il Friuli
e il Pordenone.
— 507 —
DOMENICO CAMPAGNOLA.
Notizie.
1500 — Anno di nascita (cfr. documenti Cocco, citati dal Fiocco,
in Boll, d’ Arte del M. P. gennaio 1925).
1517 — Prima notizia certa che si trova nelle incisioni datate.
1518 — Data di alcune incisioni.
I53I — Data dei dipinti di S. Maria del Parto ora nelle RR. Gal-
lerie di Venezia.
1534 — Data dei dipinti della Scuola di S. Rocco a Padova
(cfr. Brandolese, Guida, pag. 205).
1:537, giugno 1 — Convenzione coi pittori Domenico Campa-
gnola e Lodovico Fiumicelli per l’esecuzione del dipinto con
la Vergine e i protettori di Padova da collocarsi nella Sala
del Consiglio, da poco ultimata. Convenzione irreperibile
(cfr. Lazzarini, Un giudizio artistico, ecc., in Atti e Memorie
della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti, Padova, 1914).
1537, settembre 4 — Giudizio dato sui due dipinti da maestro
Giovanni Paolo, pittore veneziano; vittoria del Campagnola.
1537, settembre 18 — Il Campagnola è autorizzato a riscuotere
il resto del compenso stabilito per il dipinto (ora al Museo
Civico, n. 1277).
1540 — Dice il Pietrucci (Dizionario degli artisti padovani,
pag. 66) che col concorso di Gualtieri, di Stefano dall’Ar-
zere e del Vecellio (?!), ornò di pitture le pareti della Sala
dei Giganti.
1549, dicembre 30 — Giudizio dato da Domenico Campagnola
e Geronimo Cesaro su un pannello di M. Stefano dall’Arzere
(cfr. Moschini, Origine e vicende della pittura padovana, pa-
gina 61, nota).
— 508 —
1562 — Padova, chiesa di Santa Giustina (già al Museo Civico,
n. .978): Il Podestà Marino Cavalli davanti al Redentore in
trono e i quattro Patroni, dipinto in tela, datato.
1562, novembre 24 — Decorazione delle pareti della sagrestia
del Duomo: Ecce Homo e i quattro Protettori di Padova (cfr.
Thieme, V, pag. 449).
1564, novembre 24 — Contratto per due quadri con le figure
dei Protettori di Padova e in mezzo volto la immagine del
Crocifisso con altre figure a piacere (in Atti del Capitolo di
Padova, T. V, f. 237. Citato dal Moschini e riportato in
parte dal Pietrucci).
1569 — Data che si leggeva sui freschi di S. Bovo (cfr. Bran-
dolese, op. cit., pag. 77).
1581 — Data che si leggeva sulla pala di S. Uomobuono (cfr.
Brandolese, op. cit., pag. 67).
. . . — Morto a Padova in anno indeterminato, e sepolto nel
primo chiostro del Santo, nell’arca di sua famiglia (cfr. Mo-
schini, op. cit., pag. 77).
Domenico Campagnola, 1 che noi conosciamo nelle incisioni
violente d’ombre (fìgg. 338-340), appare nella Scuola del Santo,
nella parete d’altare, di qua e di là da una gentile Madonna di
Andrea Riccio, coi due Santi: Francesco che brandisce il Cro-
cefisso e Antonio da Padova col giglio, un angiolo con corona
e angioletti attorno in alto (fig. 341). Purtroppo gli affreschi
sono alterati e guasti, ma ci mostrano il seguace di Tiziano,
1 Su Domenico Campagnola cfr. articolo di Hadeln (D. v.), in Kiinstler Lexikon ; Thieme-
Becker; ?, Notizie sulla scoperta di ua dipinto del celebre Campagnola nella chiesa di Santa
Maria dei Servi in Padova, 1836; Passavant (J. D.), Peintre-graveur, V, 1864, pagg. 160, 162
e 167; Galichon (E.), Domenico Campagnola, peintre-graveur du XV le siècle, in Gazette des
beaux-arts, XVII, 1864, pagg. 456 e 536; Gronau (G.), Notes complementaires sur D. C., in
Id., XII, 1894, pag. 433; Fiocco (Giuseppe), in Boll, del Ministero dell'Istruzione, I, 1927;
e altri autori citati a proposito della lista del Catalogo dei dipinti di Domenico Campagnola.
Fier. 338 — Incisione di Domenico Campagnola.
è cercato affatica nelle due figure che si curvano per abbracciarsi
formando una A, e nella riempitura del vano triangolare tra le
due persone con il gran manto che cade dalle spalle di Gioac-
chino e gli vela e avvolge il braccio destro. In quella esposi-
— 509 —
l’autore di un affresco della Scuola del Carmine a Padova, at-
tribuito sin qui a Tiziano stesso: V Incontro di Anna con Gioac-
chino davanti alla porta aurea (fig. 342). L’effetto decorativo ivi
zione di stoffa tirata ad archi, e nel manto di Anna, aggirato
all’indietro come criniera, si vede il decoratore ampolloso, che
trasformerà l’impeto eroico di Tiziano in enfasi rumorosa.
Fig. 339 — Incisione di Domenico Campagnola.
Presso la porta aurea è una loggia ad archi binati con un attico
a bassorilievo adorno di schiere di putti, tra nicchie con divinità
ignude: davanti alla porta le ancelle, tra le quali si ripete la
figura di Anna col mantello abbondante. A destra, il pastore
Fig. 340 — Incisione di Domenico Campagnola.
;
Fig. 341 — Padova, Scuola del Santo.
Domenico Campagnola: Affreschi intorno alla nicchietta dell’altare.
Fig. 342 — Padova, Scuola del Carmine.
Domenico Campagnola: L’incontro d’Anna e Gioacchino.
— 513 —
che ha seguito Gioacchino piega un ginocchio nel letto del
torrente passato dal suo padrone, come l’avrebbe piegato al
Fig. 343 — Padova, Chiesa di Santa Croce.
Domenico Campagnola: Due Santi.
suolo nell’adorare il divin Bambino: povero di inventiva, il
Pittore ha riempito così il campo dell’affresco, e lo ha chiuso
a destra con un’enorme rupe. Tra il loggiato e la rupe, è steso
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
33
— 5i4 —
il paese con il torrente, tra il decrescer dei monti, a serpeggia-
menti e a cerchi, ripetuti dalle nubi nel cielo.
Altri affreschi, nella chiesa di Santa Croce' a Padova, ascritti
Fig. 344 — Padova, Chiesa di Santa Croce. Domenico Campagnola: Due Santi.
a Domenico Campagnola, mostrano il pittore che, intento alle
forme vicentine, segna i contorni robustamente, quasi con punta
di ferro (figg. 343-344)-
— 5T5 —
* * *
Dopo questi affreschi lo ritroviamo nella grande pala della
Galleria di Praga, giunto a piena maturità, rispecchiar l’arte
veneta nella pienezza del suo fasto e del suo fulgore (fìg. 345).
Romanino lo attrae tanto da fargli attribuire il quadro stesso;
Tiziano con la Madonna di Ca’ Pesaro, torreggiante sopra un alto
piedistallo tra alte colonne, gli dà il motivo iniziale del quadro al
Padovano, che infonde alla composizione fantastico slancio, so-
prelevando Maria e il Bimbo, chini come dall’alto di un aereo bal-
cone verso i Santi e la Suora committente. Nell’opera di Tiziano,
la scala delle figure continua verso il cielo con le grandi colonne;
l’appassionato gruppo dei fedeli e dei Santi s’addensa, adorando,
intorno al trono della Vergine, e la massività architettonica della
composizione s’accorda con l’opulenza del tono aurato; nell’opera
di Domenico, le figure dàn la scalata al cielo, e la composizione,
sulla sua base mossa e angolare, acquista apparenza fragile e
sontuosa, barocca snellezza: il primo quadro risulta a un effetto
solenne di stasi, il secondo, di moto; il primo è un grande poema
sacro, il secondo una gioiosa canzone. L’unità architettonica di
figure e marmi nella pala tizianesca, a Praga si rompe: le incli-
nazioni delle figure si contrappongono; entro la massa irrego-
larmente sfaccettata, giocano mutevoli riflessi. Ed ecco l’orlo
dorato della tenda, ritorto a spira dietro la colonna, apparire
come simbolo di un’arte che predilige fantasie di colore, di moto,
I di luce, più vicine agli effetti della pittura barocca che non
alla tradizione classica del Cinquecento. La massa compatta
del quadro tizianesco si scinde; l’ordine solenne si disgrega per
amore di slancio e di moto: la mezza piramide diviene un mezzo
pinnacolo, e la luce gioca a capriccio con l’ombra negli angoli
della composizione, come sulle facce d’un irregolare cristallo; il
colore ha note acute, violente, magnifiche, di rame, d’oro, di
bianchi argentini. Nonostante la tinta accesa delle carni, la
pala del Museo di Praga, con i fulgidi cartocci e le spire me-
talliche delle stoffe, ci appare più vicina di spirito all’arte del
| ■
Fig. 345 — Praga, Museo di Belle Arti. Domenico Campagnola: Pala d’altare.
I
— 5i7 —
Veronese che a quella del prototipo Tiziano. La spirale dell’orlo
di baldacchino rivela lo stesso amore alle forme tortili espresso
da Paolo Caliari nelle colonne di San Sebastiano; il Santo Cava-
liere con lo stendardo e il Santo Vescovo s’apparentano alle sue
cavalleresche figure, e soprattutto l’insieme scenografico sembra
un chiaro preludio alle suntuarie composizioni di Paolo.
Fra quest’opera e il Battesimo di Santa Giustina (fig. 346)
nel Museo Civico di Padova, Domenico Campagnola gonfia, si
Fig. 346 — Padova, Museo Civico:
Domenico Campagnola: Battesimo di Santa Giustina.
imbarocchisce, pur rimanendo sempre affaticato nelle pose delle
figure e nella composizione. Oltre Tiziano, ha veduto il Porde-
none, dal quale prende a prestito forza, non sapendo tuttavia
che essa non s’acquista, ma bisogna averla in sè. Acquistata,
diviene prosopopea, turgidezza, esuberanza formale. E così è
della scena ove Santa Giustina riceve l’acqua lustrale con le
braccia conserte. A interrompere il sacro silenzio della ceri-
monia, due angioletti vengon dall’alto, dondolando tra le nubi
con la palma del martirio, e presso il trono alcuni putti pre-
gano, s’accoccolano; uno mostra l’acuminato coltello, che ser-
— 5iS —
virà a sgozzare la Santa, al divin Bambino, che si mette un
dito in bocca. Presso al trono della Vergine, la quale si compiace
della cerimonia, stanno due Santi colossali; a destra, il Santo
Vescovo che versa l’acqua sul capo di Giustina stira con la si-
nistra il suo camice, un levita stira il piviale del Vescovo, una
dama par che abbia pronta un’ampolla per il battesimo, dietro
un sagrestano col pastorale, e un gonfaloniere con uno stendardo
Fig. 347 — Padova, Collezione Papafava.
Domenico Campagnola: Sacra Conversazione.
agitato dal vento. Benché il Putto, campato in aria presso la
Vergine, sia tizianesco, il profilo di Giustina tagliato gentilmente,
il Santo Vescovo abbia la vista come offuscata per vecchiaia, il
levita appaia fiorente di giovinezza, non possiamo a meno di sen-
tire che anche tra alcune forme naturali e vive, un manierismo
si va tessendo per lo sforzo di tener dietro ai Maestri che domi-
navano l’arte nella laguna e nella terraferma veneta. In quella
ricerca di grandeggiare, anche le solide qualità si dissolvono;
anche le naturali tendenze si torcono, si sformano. Tutto quel-
l’apparato intorno a Giustina è grossolano, pesante, rumoroso.
— 5i9 —
Studiate, anche nel taglio delle figure entro il rettangolo,
sono le Sacre Conversazioni della Collezione Papafava a Padova
(fig. 347) e del Museo Nazionale di Belle Arti a Budapest (fig. 348).
Questa porta il nome di Polidoro Lanzani, mentre ha con la prima
un rapporto evidente di forme grandiose e di tipi, ed entrambe
Fig. 348 — Budapest, Museo Nazionale di Belle Arti.
Domenico Campagnola: Sacra Famiglia e Santa.
ha.nno con le macchinose immagini di Domenico Campagnola
un’aria stessa.
Ancora trattenuto è nel San Daniele del Museo di Padova
(fig. 349), protettore della città, della quale tiene tra le mani il
ritratto: il giovane Santo, crespo, dal piglio ardito, regge anche
un bandierone che si gonfia e garrisce al vento, ergendosi a mezza
figura, col busto leggermente trasverso, sull’asse del lunettone.
Più pordenoniano, il Campagnola, è nell’Eterno, con il globo se-
gnato dalla luce a spicchi, e con i capelli al vento (fig. 350),
nel frammento d’una Natività (fig. 351), e nella schiera dei Putti
musicanti alla Scuola del Carmine (fig. 352); nelle figure dei
Fig. 350 — Padova, Museo Civico.
Domenico Campagnola: L'Eterno Padre.
Fig. 349 — Padova, Museo Civico. Domenico Campagnola: San Daniele.
Fig. 35 1 — Padova, Scuola del Carmine.
Domenico Campagnola: La Natività (frammento).
— 522 —
Profeti, dipinte per la chiesa di Santa Maria de’ Servi in Padova
(fig. 353-356), e ora nel soffitto della prima sala della Galleria
di Venezia: Micheas, Isaia, Abachuc, Abias. Entro tondi, quelle
figure, nel tenebrore dei cieli, accese di colorito, lumeggiate
vivamente di bianco nelle barbe turgide, nei turbanti, nelle
grotte delle sopracciglia, indicano i loro nomi nei rotuli disciolti,
nelle strisce serpeggianti: il profeta, vegliardo possente, fosco
Fig. 352 — Padova, Scuola del Carmine.
Domenico Campagnola: Putti musicanti.
d’aspetto, corrucciato, segna con impeto, spauracchio alle genti,
il nome proprio a grossi caratteri sul cartiglio.
Un passo più lungo sulla via del barocchismo fece Dome-
nico, dipingendo il quadro nella Raccolta Johnson di Filadelfia
(fig. 357), che era stato ascritto, per le forme ampie e ponderose,
al Pordenone, senza pensare che questi fa giganteggiare i suoi
personaggi, mentre ghimitatori li ingrassano!
Rappresenta la Madonna col Bambino tra Santa Giustina
e San Giorgio. E una Sacra Conversazione, senza la religiosità
Fig. 353 - — Venezia, R. Galleria.
Domenico Campagnola: Profeta Abachuc.
Fig. 354 — Venezia, R. Galleria.
Domenico Campagnola: Profeta Abias.
Fig. 355 — Venezia, R. Galleria.
Domenico Campagnola: Profeta Micheas.
Fig. 356 — Venezia, R. Galleria.
Domenico Campagnola: Profeta Isaia.
— 527 —
dei Quattrocentisti, o l’animazione cinquecentesca; qui non
v’è nè la rassegna arcaistica, nè il nuovo colloquio tra i ce-
lesti, patroni degli umani. Solo il Bambino fa una carezza alla
matronale Caterina, la Vergine pensosa si ritrae verso la sua
destra, San Giorgio s’appoggia al troncone della lancia e s’affissa
Fig. 357 — Filadelfia, Coll. Johnson.
Domenico Campagnola: Sacra Conversazione.
lontano. Vicino a lui sta il morto drago, additato da un putto
nudo seduto su un gradino. La difficoltà del comporre s’accresce
in Domenico Campagnola, che infagotta la Vergine seduta di
profilo perchè si mostri di fronte, e la gira, la torce, la trasporta
nella obliqua corrente del drappo che forma fondo. A quel moto
rotatorio par rispondano Santa Caterina, con le pieghe arcuate
della veste, il putto grassoccio, sulla predella, e lo stesso San
Giorgio. Le figure grandi s’insaccano nello spazio angusto; non
hanno aria, non libertà. Si vanno così decomponendo nel-
- 528 -
l’opera degli imitatori le Sacre Conversazioni piene di sole e
d’affetti di Tiziano Vecellio; i personaggi del dramma sacro di-
ma senza il pio silenzio d’una volta. Alle masse dei corpi sti-
pati entro il quadro è sfuggita la religiosità, l’amore: c’è peso
di corpi e d’arte; non melodia, ma frastuono. 1
i Opere esistenti:
Budapest, Museo Nazionale di Belle Arti: Saera Famiglia e una Santa (attribuita a Polidoro).
Eastnor Castle (Ledbury), Lady Henry Somerset: Ritratto di Andrea Navagero (?), con la
scritta se | io penso non | dormo.
Filadelfia, Collezione Johnson: I rerginc col Bambino, Santa Caterina e San Giorgio (Fiocco,
Boll. Min. P. /., gennaio 1927).
Padova (già a Praglia), Museo Civico, n. 616: San Niccolò da Bari dona il denaro alle tre ragazze
(Rossetti, 354; Pietrucci, 65).
— — n. 634: La Vergine in trono con quattro Santi protettori di Padova: San Prosdocimo bat-
tezza Santa Giustina (il Ridolfi, lo ricorda in Sala del Podestà; il Rossetti, in Sala del
Consiglio nella Loggia, 299; il Pietrucci, in Palazzo Podestarile).
n. 633 (già in San Carlo a Piazza Castello): Maria Vergine col Bambino al centro e i
quattro Protettori di Padova ai lati (Ridolfi, lo dice in Sala del Consiglio; Rossetti,
Palazzo di S. E. il Podestà; Lazzarini,op. cit.; Brandolese, 144 « S. Carlo o PP
Riformati già in piazza Castello).
lunetta con San Daniele, tondo con V Eterno Padre.
— Duomo, Sagrestia dei Canonici: Ecce Homo tra Aronne e Melchisedecco (lunetta).
— Chiesa di Santa Croce: Quattro Santi.
— Cassa di Risparmio: Fregio con putti.
— Chiesa di Santa Giustina (già al Museo Civico, n. 978): Il Podestà Marino Cavalli davanti
al Redentore in trono e i quattro Patroni (Hadeln, in note al Ridolfi; Pietrucci, lo dice
« quasi perduto »).
— Salone: Chiaroscuri sulle porte a capo le scale (Brandolese, pag. 4).
- — Scuola del Carmine: L’incontro di Anna e Gioacchino.
La Ndtivilà (frammento).
— - — Putti musicanti.
■ — Scuola del Santo: I Santi Antonio e Francesco d’ Assisi e gli Angeli di sopra (Rossetti, 83;
Brandolese, 55).
— Scuola di S. Rocco: Fregio di putti intorno alla sala (Brandolese, 205).
— Chiesa di Santa Maria in Vanzo, primo altare a sinistra: Madonna col Bambino e Santi.
primo altare a destra: San Giovanni Battista in atto di battezzare Gesù, tutto ridipinto
(Brandolese, 7 2).
— Municipio. Sala dei Matrimoni: La Vergine col Bambino, Sant' Andrea, Sant’ Antonio ed altri
Santi; tutto ridipinto (Brandolese, 13; Pietrucci, 67; Ronchi, Guida, ecc.).
— Collezione Conti Papafava: Sacra Conversazione: tavola.
Praga, Museo di Belle Arti: Pala d’altare.
Venezia, RR. Gallerie (già a Padova, nel soffitto del Capitolo della Confraternita di Santa Maria
del Parto: Profeti: Micheas, Abias, Abachuc, Isaias (Brandolese, 97-68; Moschini, Ori-
gine, ecc., 77; Pietrucci, cita anche un S. Prosdocimo ; Rossetti, 263).
— Madonna col Bambino che dà l’anello a Santa Caterina, e con San Sebastiano (attribuita
a Paris Bordone).
vengono simulacri. Si ritorna a una presentazione
— 529 —
GIROLAMO DAL SANTO.
Notizie.
Questione sul nome del Pittore. Il Cavalcasene e il Crowe ( Hist .
of paini., in North Italy, voi. Ili, pag. 269) identificano
Girolamo del Santo con Girolamo de Sordi. Il Pietrucci
(Dizionario degli artisti padovani) ritiene, credo giustamente,
che egli sia una sola persona con Girolamo Cesaro.
La prima notizia è data dalla ricevuta (trascritta dal
Gonzati in fine del voi. I) di lire 19 e soldi 4, rilasciata da
« maistro Jeronimo depentore » l’8 dicembre 1511 alla Fraglia
di S. Antonio per « uno quadro fatto ala in lafraia-de misser
santo antonio da padua ».
1518 — Condusse a termine la pala raffigurante il Crocifisso
tra quattro Santi e in alto i profeti, che Jacopo da Monta-
gnana aveva lasciato incompiuta (cfr. Pietrucci, in Isnenghi,
Guida della Basilica del Santo, pag. 61; Moschetti, Boll, del
Museo, 1925, pag. 155).
1521 — Data apposta al dipinto Madonna in trono col Bambino
tra S. Benedetto e S. Giustina, che ora è al Museo di Padova,
già attribuito al Romanino, tra gli altri dal Nicodemi, con
la scritta Romanin. La scritta non è falsa; ma è la trascri-
zione fedele, probabilmente del secolo scorso, delle parole e
della data che si leggono sul rovescio della tela, come si potè
constatare quando il dipinto fu collocato a posto.
I540_I544 — Continuò l'opera del Parentino nel chiostro di Santa
Giustina (Cfr. Girolamo da Potenza, Cronica Giustiniana,
ms. 1598-1619, pag. 60 sgg.).
1:546, giugno 17 — È ricordato nel Libro della Fraglia dei pit-
tori come primo gastaldo (« Statuti della Fraglia dei pittori ».
c. 18 recto).
Ven tv ri , Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
34
— 530 —
1548 — Appare creditore dell’Arca del Santo «per picture de
più sorte fatte nel Santo al arco de mezo et sulli quatro
cantoni della cuba prima» (cfr. Gonzati, I, pag. xli).
1549, dicembre 30 — Giudizio dato da Domenico Campagnola
e da Girolamo Cesaro sopra un dipinto di Stefano dall’Arzere.
I55° c- — Muore « vecchio et inhabile poi al depinger » (cfr. Gi-
rolamo da Potenza, loc. cit. Il Brandolese, nella Guida di
Padova, dice che morì « cieco d’anni 70 intorno alla metà
del ’5oo », pag. 280).
Il pittore Girolamo del Santo, 1 nella Deposizione dalla Croce
del Museo Civico di Padova, affresco staccato dalla chiesa di
Santa Giustina (fìg. 358), si mostra sotto l’influsso vicentino
esteso a Padova sul principio del Cinquecento. Le figure di
profeti messe a cornice della rappresentazione sacra fan sen-
tire, nelle teste quadrate, ombreggiate, un’eco delle forme del
Marescalco, ma, nell’insieme, si rivela un’individualità timida,
nascosta, con pochi mezzi e poche risorse. Nel far tutti quei
tondi, uno sopra l’altro, sino a giungere al vertice dell'arco ogi-
vale, da arcaistico fallimagini, egli si è affaticato a tirar su una
mano dei Profeti perchè tenessero l’arcuato cartello; e l'im-
pressione di quella materiale collana di teste chiuse nei tondi
sotto le strisce ad arco è poco in favore dell’artista, che fa
spalancare all’Eterno le braccia o le maniche, sotto una teoria
di teste tonde di cherubinetti, come pallottole, segnate senza un
criterio decorativo. Anche la grande composizione mostra la
fatica di chi spende le poche forze per andar dietro ad altri,
e rende atteggiamenti e forme valendosi della memoria, a stento.
Quando si debba ricercare tra gli affreschi della Scuola del
Santo il pittore della Deposizione e dei Profeti sembra di dover
porre attenzione all’affresco di Sant' Antonio che mostra il cadavere
1 Su Girolamo del Santo vedi: Cavalcaselle e Crowe, ed. Borenius cit.; il Kùnstler
Lexikon del Thieme e Becker; Ronchi (O.), Guida di Padova, 1923, p. 237; De Claricini (N.),
Per l'Oratorio di S. Rocco, 1904; Fiocco (G.), in Bollettino del Ministero della Pubblica Istruì
Uone, I, 1927.
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Fig. 358 — Padova, Museo Civico. Girolamo dal Santo: Deposizione dalla Croce,
— 532 —
di un avaro senza cuore _(fig. 359), almeno a giudicar dal paese, dalla
povertà decorativa di quelle teste antiche tronche nel collo entro
Fig. 359 — Padova, Scuola del Santo.
Girolamo dal Santo: Sant' Antonio che mostra il cadavere d'un avaro senza cuore.
i clipei delle pareti, dallo squadro del capo dei personaggi, anche
dalla loro umile, compunta, sottomessa espressione.
— 533 —
Il modo di rendere edifìci del fondo, non di fronte, ma obli-
quamente da sinistra a destra, turba la scena, in cui le figure
Fig. 360 — Padova, Scuola del Carmine.
Girolamo dal Santo: Cacciata di Gioacchino dal Tempio.
si dispongono in una linea diritta, schierate intorno alla bara col
morto avaro. Lo stesso metodo è usato nella Scuola del Car-
— 534 —
mine, nella Cacciata di Gioacchino dal Tempio (fig. 360), così
che figure e fondo si muovono ciascuno per proprio conto, le
Fig. 361 — Padova, Scuola del Carmine. Girolamo dal Santo: V Assunta.
figure su d’una stessa orizzontale, gli edifici di traverso. Nella
Cacciata, quantunque 1’immagine del giovane offerente abbia
— 535 —
un piccolo segno d’ingentilimento di forme, tutto il resto non
accresce valore all’artista, sempre in gran difficoltà a muovere
|P H A «
Fig. 362 — Padova, San Francesco. Girolamo dal Santo: Profeti.
il collo alle figure e a disporle. Tanta difficoltà resta all’ Assunta
(fig. 361) della stessa Scuola del Carmine, ove ritornano, nell’au-
— 536 —
reola della Vergine, la teoria delle zucchette di cherubini veduta
già formare ogiva intorno all’Eterno.
Più ingrandito e con più studiata disposizione dei busti, di
Profeti , s’incontra il pittore in San Francesco di Padova (fig. 362).
Fig. 363 — Padova, San Francesco.
Girolamo dal Santo: La Presentazione al Tempio.
I Profeti sono troppo grandi per le nicchiette che stanno loro
dietro, dove non posson capire: sono resti di un’antica forma,
mantenuta per forza d’inerzia. Negli affreschi della stessa chiesa,
raffiguranti la Natività di Maria e la Presentazione al Tempio
(fig. 363), Girolamo dal Santo mostra pure d’avere imparato la-
— 537 —
vorando, anche nel muover le figure con le linee della prospettiva,
Resta sempre però un umile popolano, che si muove a fatica, da
pusillo, negli ambienti marmorei delle sue composizioni.
Per le forme piccolette e gli aspetti infantili, pensiamo che il
Transito della Vergine, che, nella Scuola del Carmine, continuale
istorie suindicate, appartenga a Girolamo del Santo (fig. 364), del
Fig. 364 — Padova, San Francesco. Girolamo dal Santo: La Natività.
quale può ritenersi il capolavoro, tanta è la giorgionesca morbi-
dezza di alcune teste di vecchi Apostoli. Aggiungasi che, nella
volta del tabernacolo, si vede la figura, di simile maniera, del
Profeta Elia entro un tondo (fig. 365), di chi il rotulo segue stret-
tamente la cornice come i rotuli dei Profeti di Girolamo nella
Badia di Praglia.
Nella Badia di Praglia, pure serbando alle immagini di Pro-
feti i moduli delle altre nel Museo Civico padovano, si osserva
come i tondi sieno più grandi, in modo che i Profeti stessi vi
campeggino a mezza figura; e la striscia del rotulo arcuato
- 538 -
non soverchi e tagli, come prima, il tondo. Le figure dei Pro-
feti stanno in due lunette, e, nel basso, entro nicchie, si vede,
sotto la lunetta di sinistra, San Benedetto, e sotto quella di
destra, Santa Caterina. A riscontro dell’una e dell’altra nicchia,
Fig. 365 — Padova, Scuola del Carmine
Girolamo dal Santo: Tondo col Profeta Elia.
sta uno spazio rettangolare non equilibrato con quello a cen-
tina, messo a continuazione dello spazio centrale con la Depo-
sizione nel Sepolcro (fig. 366). E in quei due rettangoli sono Maria
che avanza verso la tomba e una pia donna che, giunte le mani,
si muove per assistere all’ultimo atto della tragedia del Golgota
(figg. 367-368). Le due figure, raccolte nel lungo manto, inchine,
immagini di dolore, nell’umiltà del devoto pittore, rappresen-
tano l’arte sua in un momento felice di semplicità espressiva,
più che il grande campo ad affresco, dove, per la collaborazione
d’un suo discepolo, che potremo riconoscere in Francesco da
Fig. 366 — Praglia,. Badia.
Girolamo dal Santo e Francesco da Vicenza: Deposizione.
Fig. 367 — Praglia,
Girolamo dal Santo: Scomparto a destra
Badia.
della Deposizione suddetta.
Fig. 368 — Praglia, Badia.
Girolamo dal Santo: Scomparto a sinistra della Deposizione suddetta.
«
Fig. 370 — Padova, San Francesco. Girolamo dal Santo: La Carità.
— 544 —
Vicenza,1 egli perde quel raccoglimento della forma e dell’espres-
sione.
Nel Museo Civico di Padova possiamo rivedere il Maestro con
le sue tenere forme, per ultimo ingrandite, osservando la Pietà
(fig. 369). Benché Venezia l’ispiri, il Padovano rimane legato nel
manipolo dei fili del segno, arcaistico in pieno Cinquecento. Ha
veduto il Savoldo, senza saper trarre dal colore larghezza d’im-
pasti; ha veduto Tiziano senza comprenderne la fluidità e il chia-
rore di forme. È rimasto antico, secco, inaridito, quasi per tutta
la vita, fino a quando, scosso dalla visione di Palma Vecchio e di
Tiziano, rappresentando la Carità in San Francesco di Padova
(fig. 370), mette in mostra tutta la sua bravura. La Carità, signo-
rile donzella, si china a porgere monete al fanciullo, che, salendo
i gradi della nicchia ove la graziosa Virtù accoglie i poverelli,
stende ambe le manine bramose. Ci piace pensare che sia stato
questo dipinto il canto del cigno di Girolamo dal Santo. 2
1 Di Francesco da Vicenza, seguace e collaboratore di Girolamo dal Santo, si ha un’opera
certa, rivelata dalle ricerche delia signorina Ester Cocco, nella Scuola del Santo: Sant’An-
tonio fa adorare il Sacramento da un'asina per convertire un eretico. Quel dipinto, con le figure
fornite da un naso fuor d’ogni misura, ci fa attribuire, con ogni certezza, nella Scuola del
Carmine: lo Sposalizio della Vergine, la Fuga in Egitto, la Purificazione, Gesù fra i Dottori
net Tempie; in San Francesco, figure di Re entro nicchie.
2 Catalogo delle opere di Girolamo del Santo:
Padova, Museo Civico, n. 623: Deposizione dalla Croce, affresco staccato dal chiostro di Santa
Giustina e affreschi adiacenti (cfr. Girolamo da Potenza, Cronica Giustiniana, ms. B. P.
829: Brandolese, Guida, pag. 98).
— — Crocifisso tra quattro Santi e Profeti; cominciato da Jacopo da Montagnana, finito da lui
(cfr. Isnenghi, Pi etrucci, Moschetti, loc. cit.).
n. 615 (vecchio 595): Pietà, tela: proviene dal Convento di Santa Giustina, alt. m. 1,98;
largh. 1,55-
Freschi adiacenti alla Deposizione dalla Croce, provenienti da Santa Giustina.
— Scuola del Redentore (S. Croce): I Protettori di Padova. Affreschi (cfr. Brandolese,
Guida, pag. 100).
— S. Maria in Vanzo, catino dell’abside: Freschi (cfr. Cavalcaselle e Crowe, loc. cit.,
Fiocco, Boll. Min. P. /., gennaio 1927).
— Chiesa di S. Francesco, seconda cappella a destra. Affreschi: A destra: V Annunciazione
(lunetta); sotto: Sposalizio di Maria ; a sinistra: Natività di Maria (lunetta); Presentazione
di Maria al Tempio; Profeti ; La Carità ; La Fede (?) (cfr. Michiel, ed. Frizzoni, 1884,
pagg. 2879; Brandolese, Guida, pag. 246).
— Scuola del Carmine: Freschi: Cacciata di Gioacchino dal Tempio ; Transito della Vergine;
L'Assunta ; Il Profeta Elia, nella volta del tabernacolo (cfr. Brandolese, pag. 189).
Praglia, Monastero, Sala del Capitolo. Deposizione nel Sepolcro e Santi ai lati, affresco.
Opere perdute:
Padova, Casa Cornaro al Santo, facciata: Freschi (cfr. Michiel, ed. Frizzoni, 1884, pag. 23).
— 545 —
DOMENICO CAPRIOLO.
Notizie.
1518 — Data del quadro rappresentante V Adorazione dei Pastori
nel Museo Civico di Treviso: « Dominicus Chapriolo 1518 p. ».
1524 - — Negli Estimi trevigiani è segnata a trentanni la sua età.
1528, ottobre 3 — Fu assassinato dalla vedova del suo suocero.
Aveva a moglie la figlia di Piermaria Pennacchi.
Fra i più deboli rappresentanti dell’arte cinquecentesca in
Treviso, 1 campo di gloria di Lorenzo Lotto e del Pordenone,
Fig. 371 — Treviso, Galleria Comunale. Domenico Capriolo: Natività.
(Fot. Alinari).
Domenico Capriolo si studia di seguir zoppicando i corifei del-
l’arte nuova. Nella sua prima opera nota, la Natività della Gal-
leria di Treviso, datata 1518 (fig. 371), egli sembra aver preso a
1 Per notizie sul Capriolo, cfr. Bampo, in Arch. Veneto, XXXII, 416-419 e segg.; Bi-
sc aro, in Atti dell'Ateneo di Treviso, 1896, pag. 280 e segg.; Cook, in The Burlington Ma-
gazine, Vili, 243; Fabriczy (Cornel von), in Repertorium fur Kunstwissenschaft, XXIV, 156.
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
35
— 546 —
modello qualche opera del Catena o del Basalti per il gruppo
delle figure e il Palma per il fondo paesistico, senza liberarsi
da un invincibile arcaismo di forme sbozzate a colpi d’ascia e
levigate a forza di pialla: il fanciullino allungato, tirato come
fosse di pasta; San Giuseppe contorto e poggiato al bastone,
contadino alla vanga; il pastore panciuto: tutti con occhi com-
punti, gravi, con grosse palpebre chine. Calzato dei suoi scar-
poni ferrati, il rozzo Trevigiano sembra andare a ritroso sulla
Fig. 372 — Venezia, Galleria Giovanelli. Domenico Capriolo: Natività.
via battuta dai grandi Veneziani, pago di stampar grossi alberi
e case annidate nel verde, e persuaso di essersi messo all’unisono
col Campagnola e col Palma, introducendo nel quadro il motivo
pastorale di un branco di pecore che guizza via frettoloso sulle
orme del pastore. 1 E quando, dieci anni dopo, nel 1528, egli
1 Una replica del quadro è in casa Giovanelli (fig. 372), con note di colore più cariche
e accese, più campagnole. Porta il monogramma D con una C per entro, interpretato anche
per Domenico Campagnola. Probabilmente gli appartiene anche la Natività, attribuita a
quest’ultimo, nella Galleria di Venezia (fig. 373). Oltre i quadri qui ricordati, sono citati da
Cavalcaselle e Crowe suddetti: la Vergine col Bambino nel Museo Correr, una Natività
nella chiesa dei Cappuccini presso Motta di Livenza, una Santa Famiglia nella Galleria Pitti,
n. 264, e un’altra agli Uffizi, n. 673. Si aggiunga a questa lista: l 'Assunta nella Cattedrale di
Treviso, e una Santa Famiglia, già nella Collezione Mantovani a Treviso, segnata D. C.
Fig. 373 — Venezia, R. Galleria. Domenico Capriolo: La Natività.
(Fot. Alinari).
— 54§ —
firma il ritratto di Gentiluomo nella Raccolta Bowes a Bernard
Castle (fig. 374), con una stentorea veduta di rovine e campa-
nili tra solchi di strade sabbiose, dipinta sulle orme di Paris
Fig- 374 — r Bernard Castle, Raccolta Bowel.
Domenico Capriolo: Ritratto.
Bordone, appare più arcaico del Basaiti giorgionesco, per la gon-
fiezza del modellato e l’intensità delle ombre. Soltanto nel parti-
colare lottesco del gran libro squadernato sul parapetto e della
mano sgranata da una calda luce sembra sollevarsi dal suo me-
schino livello, il piccolo provinciale, confuso con forti Maestri,
quali i giorgioneschi Domenico Mancini e Domenico Campa-
gnola.
549 —
LORENZO LUZZO
DETTO IL MORTO DA FELTRE.
Notizie.
1493-1498 - — Lorenzo Luzzo, detto il Morto da Feltre, giunse
a Roma sulla fine del secolo xv, e precisamente nel pe-
riodo in cui il Pinturicchio lavorava per Alessandro VI
nelle Stanze papali (1493-1498).
1505 — Si recò a Firenze per studiare i cartoni compiuti da
Leonardo e da Michelangelo.
1505-1:508 — Dipinse a grottesche nel Palazzo della Signoria
a Firenze la stanza del gonfaloniere Pier Soderini. Di que-
st’opera non rimane più nulla, perchè già al tempo del Vasari
era stata distrutta.
1508 — In quest’anno Lorenzo Luzzo doveva trovarsi a Ve-
nezia: sappiamo infatti che lavorò con Giorgione nel Fondaco
de’ Tedeschi, e appunto nel 1508 le pitture di Giorgione fu-
rono finite.
1510? — Probabilmente andò a Feltre, perchè la città che in
quest’anno fu distrutta dalle fondamenta aveva bisogno di
pittori che cooperassero all’opera di ricostruzione.
1511 — Dipinse la pala che, eseguita per la chiesa di S. Stefano
di Feltre, fu poi conservata nel Museo di Berlino. La pala
porta la data 1511 e la firma « Laurencius Lucius Feltren.is
Ping.at ». La pala rappresenta la Vergine attorniata da Santi.
1519 — Secondo il Cambruzzi,1 il Morto eseguì in quest’anno
le pitture della Loggia della Città di Feltre, delle quali non
resta più nulla. Esse rappresentavano, a quanto crede il
1 Cambruzzi (P. Antonio), Istoria di Feltre, mss. nella Biblioteca del Seminario Vescovile
di Feltre.
— 550 —
Cambruzzi, « il Leone sopra del quale si mira Astrea sedente,
che impugnando nella destra la spada, tiene nella sinistra
le bilancie, Sant’Andrea Apostolo alla destra, e San Vittore,
Protettore della città, alla sinistra ». Secondo il Pasole, 1 in-
vece, queste pitture rappresentavano Sant’Andrea, S. Marco
e S. Vittore.
1522 — L’affresco nella chiesa d’Ognissanti a Feltre porta la
data MDXXII. Rappresenta V Apparizione del Cristo ai
SS. Antonio Abate e Lucia.
1526, dicembre 12 — Lorenzo Luzzo fece testamento. Eccone
il testo: « Ego Laurentius de Luzo pictor quondam ser Bar-
tholomei de Feltro... esse volo meum fìdelem comissarium
et huius mei ultimi testamenti executorem magistrum Vic-
torem quondam ser Baptiste Scientia de Feltro intaliatorem...
« Cadaver meum sepeliatur in cimiterio Sancti Francisci
a Vinea cum illa impensa que videbitur dicto comissario
meo. Item dimitto dominis patribus sancti Victoris de Fel-
tro, ordinis sancte Marie gratiarum meam muragliam quam
habeo Feltri prò qua teneor sol vere libras decem parvorum
omni anno de livello discipline de Feltro, cum hoc quod dicti
d.ni fratres fieri faciant unam capellam in dieta muraglia.
Item dimitto prefato magistro Victori scientia comissario
meo omnia mea designa cum hoc quod benefaciat prò anima
mea quam tibi plurimum commendo.
« Residuum vero omnium... bonorum meorum... dimitto
Joanne uxor mee dilecte, quam meam heredem et residua-
riam universalem instituo et esse volo...
« Item dimitto domino presbitero Joanni Dominico de
Perseginis ducatum unum ut celebret missas beatissime
Marie et Sancti Gregorii prò anima mea...
« Testes Venerabilis dominus presbiter Joannes Domini-
cus de Perseginis ecclesie sancte Marie Nove, et ser Ber-
1 Pasole, Breve compendio delle cose più notabili dell' antiquissima et nobilissima città di
Feltre corniciando dalla sua fondatione fino all'anno dell'humana salute 1580.
i
— 551 —
nardinus de Vitalibus quondam ser Franchi impressor libro-
rum de confinio sancti Juliani Venetiarum. Ego presbiter
Jo. Dominicus de Perseginis testis scripsi. Io Bernardin di
Vidali stampador testimonio scripsi ».
1527, gennaio 5 — Nell’interno « Die 5 mensis Januarii, ad
Paucellum. Contrascriptus magister Victor Scientia asserens
esse occupatum specialibus negotiis suis ob que non potest
vachare administrationi et gubernationi diete comissarie,
ideo ipse refutat et renuntiat.
« Testes: contrascriptus Dominus Io. Dominicus Persi-
ginus, et Georgius Praco.
(A tergo) « Testamentum magistri Laurentii de Luzo pic-
toris a quo rogatus fui Ego Bernardus de Savaneis Vene-
tiarum notarius »
Abbiamo così la prova che il 5 gennaio 1527 Lorenzo Luzzo
era già morto.
Fuor della cerchia immediata di Giorgione fu il Trevigiano
Lorenzo Luzzo, detto il Morto da Feltre, 1 che secondo Giorgio
Vasari dimorò a Roma e a Firenze prima di aiutar il Maestro
di Castelfranco a dipingere, nel 1508, gli affreschi del Fondaco
dei Tedeschi. Poco sostegno trova, l’affermazione del biografo,
nella pala d’altare della Galleria di Berlino, firmata e datata 1511,
(fig. 375), dove i riflessi giorgioneschi sono incerti e indiretti,
giunti per il tramite del Palma, da cui derivano la composi-
zione del triplice gruppo c il modulo rotondeggiante delle forme.
Soltanto lo snello alfiere, nella sua fiorita eleganza di riccioli
e d’armi, e il bambino vivace, pronto, nei gesti, si sottraggono
al comune tipo di Lorenzo Luzzo, che ripete i modelli di Jacopo,
rendendoli più lisci, deboli e vacui. San Lorenzo, tarchiato
1 Crowe e Cavalcaselle, Italienischen Malerei, VI, 1876, pag. 273; Frimmel (T. v.),
Ein Bildnis von Pietro Luzzi da Feltre, in Zeitschrift f. b. Kunst., N. F. XIII, 1902, pag. 302;
Venturi (Lionello), Pietro Lorenzo Lazzo e il Morto da Feltre,- in L'Arte, XIII, 1910, pag. 362;
Huelsen (Christian), Morto da Feltre, in Mitt. d. flor. Inst., II, pagg. 81-90; Moschetti
(Andrea), Una « Madonna « del Morto da Feltre, in Dedalo, II, 1921, pagg. 599-603.
Fig. 375 — Berlino, Friedrich’s Museum (ora depositato al Museo di Bonn)
Lorenzo Luzzo, detto il Morto da Feltre: Pala d’altare.
— 553 —
prete di villaggio, volge gli occhi al cielo; la Vergine guarda
con occhi di bambola verso Gesù, che s’aggrappa allo stendardo
del Santo alfiere, e richiama i tipi del Lotto nel periodo raffael-
lesco. Il colore stesso, diafano, vitreo nelle carni, velato e leg-
giero, ben lontano dall’impasto morbido e compatto del Ve-
cellio giovane, del Palma e di Domenico Mancini, è fuor della
gamma giorgionesca per le sue dominanti tonalità violacee, ar-
ditamente accostate a qualche nota di scarlatto e di giallo:
tavolozza che trova riscontri nelle pitture friulane di Pellegrino
da San Daniele, e che sembra creata sopra un compromesso fra
il colore dei primi giorgioneschi e quello trasparente sidereo di
Lorenzo Lotto. Ne deriva una visione cromatica singolarissima,
con audaci contrasti di tinte decise e campagnole sopra un ac-
cordo fievole e delicato di viola argentini, così lontano dallo
schietto giorgionismo quanto ne è lontano lo sfondo d’alberi
disposto dietro il gruppo, come nelle pitture dei Leonardeschi
di Lombardia, a formar paravento ombroso.
Forse di poco antecedente, perchè più vicina ai tipi giorgio-
neschi, dobbiam credere la Madonna col Bambino e due Santi
proveniente al Museo di Feltre dalla chiesa di Caupo (fig. 376),
anch’essa dipinta a colori sfumati, velati, morbidi, con tendenza
alle tinte rosate, chiare. Anche qui il viola è la nota dominante
nel coro dei gialli teneri, dei verdi, dei bianchi d’argento. Il
rosso uniforme e carico, tipico di Lorenzo Luzzo, appare nel
manto di uno dei Santi, nota staccata nel concerto argentino
dei colori. 1
Per la terza volta, nella pala di Villabruna (fig. 378), il poco
fantasioso pittore elabora il consueto motivo: la Vergine in alto,
due Santi nel basso, trasportando qui la Vergine dal trono ter-
restre nel cielo, sopra un seggio di nuvole, alla maniera di Raf-
faello, che gli ha certo ispirato, con la sua Madonna di Foligno,
1 Sul rovescio (fig. 3 77) della tela, si vedon disegnati due nudi di donna, forse l’unico
ricordo nell’arte di Lorenzo Luzzo degli affreschi eseguiti al Fondaco dei Tedeschi, con Gior-
gione. Invece il putto schizzato grossamente in un canto del foglio sembra un richiamo a
forme'umbro-raffaellesche.
Fig. 376 - — Feltre, Museo Civico.
Lorenzo Luzzo, detto il Morto da Feltre: Pala d’altare.
— 555 —
la composizione del gruppo di Madre e figlio. E tuttavia più
chiara che nelle pitture precedenti è la derivazione dal Lotto
per il delicato chiaror delle carni nella fioca luce di un’alba in-
vernale. La sentimentale cadenza delle pose, il paese stesso,
con la trama esigua di un albero all’orizzonte sulfureo, sotto la
Fio- 3 77 — Feltre, Museo.
Lorenzo Luzzo: Disegni nel rovescio della tavola suddetta.
cappa plumbea delle nuvole, il serpentino sventolìo dello sten-
dardo, che sembra rievocare le tortuose grafie del gotico fiorito,
richiamano ancora Lorenzo Lotto più che Giorgio da Castel-
franco. E la composizione, basata sugli schemi delle prece-
denti pale, non più costretta entro una tozza piramide come nel
quadro di Berlino, trae nobiltà dallo slancio in altezza, e dal-
l' accordo fra la delicata strùttura delle immagini e il largo re-
spiro degli spazi. Le figure, preziose nei gesti, coperte di sete
lucenti e di tenui armature, si elevano dalla terra ombrosa sul
cielo velato di nubi. Il Santo Cavaliere intreccia le dita all’elsa
Fig 3 78 — Villabruna presso Feltre), Chiesa.
Lorenzo Luzzo, detto il Morto da Feltre: Madonna col Bambino e due Santi.
— 557 —
della spada e al ramo di palma, e par che la testa pieghi sul-
l’omero per languore; San Giorgio appoggia la sinistra sul fianco,
Fig. 379 — Feltre, Chiesa d’Ognissanti.
Lorenzo Luzzo, detto il Morto da Feltre:
Cristo risorto fra i Santi Antonio Abate e Lucia.
volgendosi di spigolo perchè la luce meglio faccia valere il
timbro argenteo di quelle sue armature soffiate nel vetro da
qualche prodigioso artefice muranese. E a differenza che nel
quadro di Berlino, nella pala di Villabruna il volger delle due
— 558 —
figure di tre quarti è meditato in modo da accentuare le vi-
brazioni luministiche delle stoffe e delle armature, e da far del
bracciale di San Giorgio il fulcro di luce. Anche qui la veste
e le calze di San Vittore portano con lo stendardo la nota di
rosso violento tipica del feltrese, mentre si stende il bel colore
fioco e trasparente nel manto violetto di San Giorgio, che armo-
nizza col gialloro della veste a falde gialle e nere; nelle maniche
Fig. 380 — Hamptoncourt, Galleria Reale.
Anonimo del secolo xvi: Concerto.
color di viola di San Vittore e nella veste della Vergine; nell'oro
vecchio dell’aureola intonato delicatamente alla nota plumbea
delle nuvole. A differenza che nell’arte giorgionesca, i passaggi
di tinta nelle carni sono così sottili da rasentar lo sfumato, e
tolgono ogni consistenza alle immagini leggiere e fragili. 1
1 Ancora una replica di questo schema di pala si vede nel quadro d’altare della chiesa di
Pulir presso Feltre, raffigurante la Vergine col Bambino tra i Santi Lorenzo e Vittorio; ma qui
lo spazio è interamente soffocato dalle figure; le ombre son più grevi, le forme più grosso-
lane. È una replica scadente, e anche molto guasta.
— 559 —
Ma la fama di Lorenzo Lotto è soprattutto legata all’affresco
raffigurante Cristo risorto, fra i Santi Antonio Abate e Lucia
(fig. 379), nella chiesa di Ognissanti a Feltre. Raffaello, con la
Trasfigurazione, la Santa Cecilia, la Scuola d' Atene, ha creati i
tipi delle tre figure, che attuano, come sempre nell’arte poco
Fig. 381 — Firenze, Pitti
Anonimo Veneto del principio del secolo xvi: Le Tre Età dell'uomo.
(Fot. Alinari).
mobile di Lorenzo Luzzo, la composizione, qui per intiero ba-
sata sul contrasto emozionante tra la luce del Cristo bianco-
vestito e le due figure in primo piano, fortemente chiaroscu-
rate, cupe. La gamma del colore esce come sempre dal mondo
giorgionesco, e ci ricorda Firenze e i fondi paesistici di Andrea
del Sarto, evocati anche, vagamente, dallo scenario di cumuli
erbosi e di arboscelli filiformi sopra un freddo abbrividente cielo.
L’effetto cromatico del quadro, non turbato, nelle sue armonie
di viola e di bianchi d’argento, dalle note campagnole di rosso
— 560 —
vivo consuete al Pittore, è idealmente delicato: la sua tinta pre-
diletta colora la veste cupa di Santa Lucia, sotto il manto gialloro,
e sembra rispecchiarsi nel velo d’ombra che sfuma le carni I si
ripete nel manto sbiadito di Sant’Antonio Abate e nelle nuvole
del cielo bianco lilla, in cui folgora la nivea luce del Cristo.
Egli avanza, lasciando dietro a sè il chiaro del cielo; nella bianca
veste avanza come il mattino a fugar le tenebre ancora dense
sui due Santi, rocce nell’ombra. Compiuto durante il 1522, l’af-
fresco della chiesa d'Ognissanti con le sue luci d’alba e d’aurora
è il colpo d’ala inaspettato nell’arte di Lorenzo Luzzo, mono-
tona e scarsa di fantasia, volta ad effetti pittorici non giorgio-
neschi, talora singolarmente delicati nel segreto accordo tra
sfumato e colore. Mentre nella Venezia di Giorgione impera il
biondo, nelle pale del Pittore da Feltre sembra cader dal cielo
sulle figure il rosa- viola dei crepuscoli mattinali. 1
1 Al Morto fu attribuita una scena di Concerto a mezze figure, nella Galleria di Hampton-
court (fig. 380), opera di pittore belliniano trascinato all’imitazione di cose giorgionesche
sui primi del Cinquecento, luminosa e freschissima di colore. Penombre di trasparenza quasi
lottesca avvivan le luci sui volti soffusi di una grazia ridente e birichina, e tutte le forme
son piccine, rotonde, con superfici translucide, di fine porcellana policroma sul fondo cupo.
Similmente composto è il quadro intitolato le Tre Età dell'uomo, nella Galleria Pitti (fig. 381),
ove si rivede lo stesso motivo d’ombra sul volto dell’adolescente, proiettata da una frangia di
chiome a cespuglio nella pittura di Hamptoncourt, e qui da un berretto calato sulla fronte.
Fra i tanti nomi di pittori suggeriti per le Tre età dell'uomo, fu anche quello del Morto da Feltre,
cui non corrisponde la ricerca insistente, a scopo luministico, di ogni scabrosità della cute,
nè la costruzione poderosa della testa virile, nè l’impasto ricco e sodo, e neppure l’intonazione
calda monocroma delle carni, e l’accordo, nelle vesti, di rossi, di gialli aranciati, di luminosi
verdi pordenoniani. Non sapremmo determinare con sicurezza questo Anonimo giorgionesco,
diverso dall’autore del quadro di Hamptoncourt, e superiore a questi nell’arte di sgranare le
ombre e far brillare i colori traverso umidi veli di luce.
VII.
PELLEGRINO DA SAN DANIELE,
IL PORDENONE, MINORI FRIULANI
MARTINO DA UDINE DETTO PELLEGRINO DA SAN DANIELE: Regesti. - Biblio-
grafia.— Opere primitive di stampo arcaistico: la pala della chiesa di Osoppo, i
primi affreschi del coro di Sant’Antonio a San Daniele nel Friuli, la “ Madonna e
Santi " nella Galleria Nazionale di Londra, la pala di “ San Giuseppe ” nel Duomo
di Udine. — Qualche accenno ad ampliamento della forma e a fusione di note
cromatiche nei frammenti di polittico nel Museo di Cividale, nella pala del Duomo
di Aquileia e negli affreschi del secondo periodo nel coro di Sant’Antonio a San
Daniele. — Pieno sviluppo dell’arte di Pellegrino negli affreschi sulle pareti e nel-
l’arco trionfale della chiesa di Sant’Antonio suddetta, nel trittico di Lady Belper.
— Ritorni a vecchie forme nell’ “ Annunciazione ” della Galleria di Venezia e in
alcuni frammenti di polittico nel Museo Civico di Udine. — Evocazione del periodo
migliore dell’arte di Pellegrino a San Daniele, nella pala di Santa Maria de’ Bat-
tuti in Cividale. Decadenza negli affreschi manieristici delle pareti del coro di
San Daniele.
GIOVANNI ANTONIO DA PORDENONE : Notizie. — Bibliografia. — L’opera: Primo
saggio (1506), il giovanile ciclo di pitture a Collalto. — 11 Pordenone giorgionesco.
— Influssi d’arte romana. — Affermazione della irruenza dei suoi ritmi composi-
tivi nella cappella Malchiostro a Treviso. — Degenerazione in manierismi negli
affreschi eseguiti per il Duomo di Cremona, affinità coi pittori veronesi nella pala
del Duomo stesso. — Slanci della immaginazione focosa del Pittore nelle ante
d’organo di Spilimbergo. — Ritorni all’antico nelle chiese di Travesio, Pinzano,
Varmo. — Concezione architettonica della “ Giuditta ” Holford. — Eclettismo por-
denoniano: influenze tizianesche, correggesche, impressione dell’opera di Miche-
langelo a Roma e di Giulio Romano a Mantova. — Capolavori dell’ultimo periodo
a Corte maggiore e imponenza plastica delle forme del Pordenone. — Sviluppo
del barocco delle ultime opere. — Epilogo. — Catalogo delle opere.
MINORI FRIULANI: Luca Monverde, Giovanni Maria Zaffoni, Sebastiano Florigerio,
Pomponio Amalteo.
Regesti.
1467 - — Martino da Udine, detto Pellegrino da San Daniele,
nacque in Udine dal pittore Battista di Schiavonia e da sua
moglie Clara. La data 1467 si ricava da un documento in
data 26 maggio 1489: in questo documento infatti è detto
che Martino nel 1488 aveva circa 21 anni (cfr. loppi, in
Mon. stor. serie IX, Mise. voi. XI, pp. 14, 28 e segg.).
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
36
— 562 —
1484 — Muore il pittore Battista di Schiavonia, padre di Mar-
tino (cfr. loppi, in Mon. stor. cit., pp. 7 e segg.).
1487, agosto 5 — Si stipula in Udine, in casa di m. Antonio,
pittore fiorentino, un contratto cui è presente m. Pellegrino
q. m. Battista pittore di Udine.
1488 — Martino si trovava con m. Candido di Tolmezzo e
aveva 21 anni.
1489, maggio 26, Udine — In un atto relativo ai costumi di
m. Antonio fiorentino, pittore di Udine, « Magistei* Domi-
nicus pictor », riporta alcune accuse, che gli erano state
riferite da Martino. In questo documento è notevole la se-
guente frase: « (m. Domenico) respondit, quod hoc hieme
proxime preterita fuit unus annus quod secum stetit et
habitavit quidam Martinus etatis annorum XXI circa,
qui olim stetit cum m. Antonio fiorentino pictore hic in
Utino... » (Da processo in Atti de’ Luogotenenti del Friuli,
voi. 87, pag. 26. Arch. di Stato Venezia). Pubblicato da
loppi, Contributo secondo alla storia dell’arte nel Friuli. Mi-
scellanea della R. Deputazione veneta di Storia Patria, 1890).
1491, maggio 18, S. Daniele — « Ser Johannes Antonius aurifex
et magister Martinus q. m* Baptiste pictor » promettono
di dipingere per il foro della chiesa di S. Marco di Villa-
nova vari affreschi entro il termine di sei mesi e dietro ricom-
pensa di 45 ducati (not. Francesco q. Andrea Pittiani.
Arch. Notar, di Udine. V. loppi cit.).
1493, dicembre 21, marzo 30, Gemona — Nota di denari dati
a « m. Pelegrin de Udene el qual de depenzer li evangelista
in la Chuvagranda et renovar Tanchona del Crucifixo » (Dai
quaderni dei Camerari della chiesa di S. Maria delle Pietre
di Gemona, ora nell’ Arch. Comun.). Per la prima volta in
questo documento Martino da Udine viene chiamato Pel-
legrino. Anzi è da notare che in data 20 settembre si legge
« dado a m. Peregrino » (Martino è cancellato).
— 5^3 —
I494> aprile 25, Udine — Contratto tra m. Pellegrino e il Co-
mune di Osoppo riguardo all’esecuzione di un’ancona per la
chiesa di Osoppo. In questo documento.il pittore viene no-
minato come « m. Martino pictori de Utino » e «m. Martinus
nuncupatus Pelegrinus » e « Martino Pelegrino » (not. Bar-
tolomeo Mastino. Arch. Not. di Udine).
( NB . L’Ioppi, riferendo questa data, dà la versione
25 aprile 1494, mentre il Crowe e Cavalcasene [ Geschichte
des Ital. Mal., voi. VI] dà la versione 5 aprile 1494).
1495 — Pellegrino dipinge un’ancona nel Duomo di Udine
per la Confraternita del SS. Corpo di Cristo.
1495, maggio 4 — Pellegrino, in occasione della divisione dei
beni dei signori di Savorgnano, è presente in Udine nella
loro casa (v. Crowe e Cavalcasene cit., voi. VI, pag. 246).
1495, giugno 6, Udine — La Confraternita dei SS. Sebastiano
e Alò stabilisce « cum magistro Peligrino pittore de burgo
Aquilegia » che egli dipinga un’ancona con i SS. Sebastiano
e Alò per l’altare maggiore della chiesa di S. Giovanni nella
piazza di Udine (not. Giacomo di Fapagna. Arch. Not. di
Udine, v. Reg. 1498, 9 maggio).
1495, novembre io, Udine — « Magister Pelegrinus pictor de
Utino dichiara di aver ricevuto 50 ducati dagli uomini di
Osopo in pagamento dell’ancona da lui dipinta per la chiesa
di Osopo » (not. Bartolomeo Mastino. Arch. Not. di Udine,
v. Reg. 1494, 25 aprile).
1495, dicembre 17, Udine — Pellegrino chiede al Luogote-
nente e alla Comunità di Udine che gli venga concessa
la carica di portoniere appena se ne presenterà l’occasione
(v. Maniago, Storia delle Belle Arti Friulane, Udine, Mat-
tiuzzi, 1823). Ottenne il posto di portoniere o contestabile,
ossia di custode in una delle torri civiche. In ricambio si
profferse dipingere tutti gli stemmi dei luogotenenti veneti
- 564 -
e le armi civiche nei palii dei cavalli, gli intavolati del palio,
i leoni di S. Marco (stemma della veneta repubblica), gli sten-
dardi del Comune, non che di tenere in acconcio i Sanmarchi
dipinti entro e fuori le porte della città (Ann. Civit. Utini,
Mss., tom., 39, fol. 61).
1497, giugno 27, Cividale — Poiché m. Pellegrino pittore di
Udine, q. m. Battista Schiavone pittore, aveva sposato
Elena di Daniele Portoneiri di S. Daniele, questi promette
di rilasciare alla figlia i legati a lei fatti dallo zio, fu prete
Giusto di Nicolò d’Agostino di Spira, perchè gli sposi pos-
sano procurarsi tetto e suppellettile (Arch. Patriarc. di
Udine, voi. XIX, 66. V. loppi, cit.). Dai frequenti soggiorni
a San Daniele, Pellegrino, che nelle carte pubbliche s’inti-
tolò da Udine, fu chiamato come proveniente da quella terra.
1497, maggio 7, Udine — Procura fatta da Elena di Dan. Por-
tonerio a suo marito m. Martino detto Peregrino pittore
di Udine (not. Bernardino Lovaria. Arch. Not. di Udine).
1497, ottobre 12, Udine — « Hellena uxor m. Martini Pere-
grini pictoris de Ut ino » e « Magister Martinus Peregrinus
pictor de Utino q. nfi Baptistae Sclavonici... volens ire Ro-
mani... » fanno testamento. Fra i testimoni compare « m. Jo-
hanne pictore filio mi Martini pictoris de Utino » (not. Ber-
nardino Lovaria. Arch. Not. di Udine).
1498 — Dipinse per la chiesa di S. Antonio in S. Daniele.
Infatti presso una delle figure nell’ arco della finestra destra
si legge « Peregrinux pinxit », e sotto la medesima figura
è la data 1497.
1498, 11 aprile, Udine — Pellegrino si trovava in Udine.
1498, maggio 9, Udine — La Confraternita dei Santi Alò e
Sebastiano di Udine paga al pittore Pellegrino di Udine il
resto della somma dovutagli in compenso dell’ancona da
lui dipinta (not. Giacomo di Fapagna. Arch. Not. di Udine).
— 565 —
1498, luglio 13, S. Daniele — Tra le spese del Comune si legge
« Dati a m. Piligrin depentor che dipinse certe cosse in la
venuta (in S. Daniele) del rev. Patriarca d’Aquileia lire 12
soldi 8 ».
1498, luglio 22 — « Dati al detto depentor che fece l’arma del
Monsignor su la torre de sopra, lire 4 ».
1498, agosto 3 — Spesi per far l’arma soldi 1, piccoli 6.
1498, agosto 4 — Per depenzer l’arma su la torre, soldi 4, pic-
coli 6.
1498, agosto 12 — Quando m. Martino, G. Daniele Portunerio
e Nicolò Maurino furono inviati a parlare col Patriarca, fu-
rono spese lire 4, soldi 3... (Quaderni del giurato. Arch.
Mun. di S. Daniele).
1498, ottobre 19, Cividale — Il Vicario patriarcale intima,
sotto pena di scomunica, alla Confraternita di S. Antonio
di S. Daniele di pagare entro il termine di nove giorni a
Maestro Pellegrino 15 ducati « prò residuo picture facte in
dieta Ecclesia » o di comparire in giudizio dentro questo
termine (Arch. Patriarc. di Udine, voi. XIX, 158).
1499, marzo 4, Udine — Il Vicario patriarcale, a richiesta
« Magistri Peregrini pictoris de Utini » intima alla Con-
fraternita del SS. Corpo di Cristo del Duomo di Udine di
pagare, sotto pena di scomunica, entro il termine di sei giorni,
il resto della somma dovutagli come retribuzione dell’an-
cona da lui compiuta sopra l’altare del Corpo di Cristo
(Arch. Patriarc. di Udine, voi. XX, 35).
1499, marzo 22, Udine — Alcuni uomini della Confraternita
dei Fabbri di Udine si presentano nella convocazione della
città e riferiscono come avendo fatto Pellegrino una « bella
Pala » per l’altare di S. Giovanni di Piazza ed essendo la
Confraternita tanto povera da non poter pagare il suo
— 566 -
debito, hanno bisogno di un’elemosina del Comune (Ann.
Civit. Utini, XXXIX, 177. Arch. udinese).
1499, giugno 25, Udine — Il Cameraro del Comune di Udine
dà lire 62 al pittore Pellegrino in aiuto della pittura della
pala di S. Alò (Spese del Com. di Udine, v. Reg. 1496,
6 giugno. V. loppi cit.).
1500, Udine — Passano alcuni accordi tra il Consiglio Minore
della Città, e maestro Pellegrino riguardo la pittura di una
immagine di S. Giuseppe per la cappella omonima nel Duomo
di Udine (v. Maniago cit.). La pala fu compiuta per 48 ducati
nel 1501 con la relativa predella rappresentante la Natività
di Gesù e la Fuga in Egitto.
1501, febbraio 2, S. Daniele — La Confraternita di Sant’An-
tonio in S. Daniele si fa affrancare un livello annuo di 26 lire
per poter pagare m. Pellegrino di S. Daniele, abitante in
Udine.
1501, febbraio 21, Udine — Il Luogotenente rende noto al
Consiglio Minore di Città che il pittore «Magister Peregri-
nus», avendo già incominciato la pala di S. Giuseppe, chiede
un sussidio « quia inops et pauper est et non habet modum
eam complendi nisi sibi subveniatur a Magnifica Comuni-
tate ». Gli vengono concessi io ducati (v. Maniago cit. Ann.
cit. Utini, XL, 50).
1501, giugno 28, Cividale — « Providus vir magister Piligri-
nus pictor de Utino promisit, convenit et se obligavit » a
compiere la pala « Reverendae dominae Helisabetae For-
mentinae abbatissae reverendi monasterii S. Mariae in Valle
di Cividale ». La pala doveva rappresentare S. Benedetto,
S. Giovanni Battista , S. Giovanni Evangelista e, nella parte
superiore, V Assunzione della Vergine. Il prezzo fu fissato
in 100 ducati (not. Benedetto Micuzio di Siracco. Arch. Not.
di Udine).
— 567 —
1501, Cividale — La badessa Elisabetta Formentina dice di
aver pagati 125 ducati per la pala (A\tti del Monastero, Bibl.
Civica di Udine).
1501, luglio 12, Udine — Il Decano del Capitolo di Udine
scrive al Patriarca d’Aquileia informandolo dei migliora-
menti apportati al Duomo di Udine. E mentre si lagna
che la figura di S. Marco (di Giovanni di Martino) sia brutta,
loda quella di S. Giuseppe, compiuta da Pellegrino (Arch.
Cap. di Udine, Varia, XXXI).
1501, settembre 7, Udine — Compare come testimonio in un
testamento m. Pellegrino (Cavalcasene e Crowe, Geschichte
cit., pag. 249).
1501, settembre 29, Udine — M. Pellegrino è eletto consigliere
del Comune di Udine.
1502, marzo io — In un documento è nominato Pellegrino
come figlio di Battista cioè: « M. Martino q. prudentis Mag.
Baptist, pictoris de Dalmacia » (Cavalcasene e Crowe, Ge-
schichte cit.)
1502, marzo 11, Udine — Promette alla Confraternita di San-
t’Antonio di pagare lire 52 come debito per una casa da lui
acquistata in Borgo Aquileia (Cavalcasene e Crowe cit.).
1502, ottobre 3 — Contratto fatto da m. Antonio de Tironi
col Capitolo d’Aquileia per dorare un’ancona, ove doveva
venir posta la pala che stava dipingendo Pellegrino da Udine.
1502, novembre 2, Udine — Elena dà mandato di procura
a suo marito Pellegrino perchè tratti le faccende riguardanti
suo zio Prè Giusto, già cappellano di S. Maria in S. Daniele
(Cavalcasene e Crowe cit.).
1503, Cividale — Nota delle spese per l’ancona di S. Maria
in Valle dipinta da Pellegrino (Mss. Guerra in Cividale,
voi. XXXIII).
- 568 -
3:503, aprile 26, Aquileia — Si fa la stima della pittura ese-
guita da Pellegrino per l’altar maggiore della chiesa patriar-
cale d’ Aquileia. La stima è favorevole al pittore, che è no-
minato come « discreto viro Magistro Pelegrino pictore de
Utino fìlio q. magistri Baptiste pictoris » (Delib. capit. Aquil.,
pag. 257; Arch. Capit. di Udine, voi. II).
1:503, giugno 22, Aquileia — Si stabilisce che, per il paga-
mento della pala, venga saldato il debito verso il pittore
Pellegrino da Udine (Delib. Capit. Aquileia, pagina 257;
Arch. Capit. di Udine). L’ loppi (luogo cit.) dice che, essendo
stata restaurata la pala, si trovò sul suo rovescio la seguente
iscrizione:
HOC OPUS PINXIT
MAGISTER PERE
GRINUS PICTOR
UTINENSIS FILIUS
QUONDAM MAGISTRI
BAPTISTE
A. 1503
1503, ottobre 24, Udine — Avendo il pittore Pellegrino di-
pinto certe cune e avendo fatto l’ immagine di una B. V.
di gesso per il nob. Gio. Francesco Filettini, questi dona al
pittore un orto in Borgo Ronchi di Udine.
1504, gennaio 4, Ferrara — Panno dato a «maistro Pelegrino
da Udene depentor de Don Alfonso» (Arch. Due. di Modena,
Registri e memoriali. V. Campori, in Atti e Memorie delle
RR. Deputazioni di Storia patria per le Provincie modenesi
e parmensi , serie I, voi. 6, pp. 33 7 e segg., e loppi cit.).
1504, gennaio 9, Ferrara — Furono dati mantili e tovaglie
« a m. Pelegrino da Udene depintore che sta col signor D.
Alfonso» (Giornale dei panni d’inverno. V. Campori, cit.).
1504, aprile 11, Ferrara — Pellegrino sta dipingendo per il
Principe una tavola della Madonna, in conto della quale gli
- 569 —
vengono pagati 25 due. d’oro (Arch. Due. di Modena, Re-
gistri e Memoriali).
1504, aprile 18, Ferrara — Dal libro d’uscita del guardaroba
del cardinale Ippolito d’Este risulta che sono state donate
a m. Pellegrino 8 braccia di panno berrettino.
1504, aprile 18, Ferrara — È stato dato al pittore l’incarico
di dipingere alcune scatole da spezieria (Arch. Due. di Mo-
dena, Registri e Memoriali. V. Campori cit.).
1504, agosto 5, Ferrara — « Dati due. 5 e mezzo d’oro a m. Pe-
legrin da Udene depintor per andar a Venetia a comprar
azzurri ed altri colori per un quadro che lui dipinge per
S. Serenità » (Registri cit. V. loppi, cit.). Il Campori dice,
invece: « Ducati 15 % d’oro... ».
1504, agosto 5, Ferrara — « Spese a uno quadro che aveva co-
menzado a depingere m. Pelegrin da Udene per lo 111. D.
Alfonso e per finirlo lo portò siego a Udene et se gli fece una
coperta de tavole » (Arch. sudd. Memoriale spese del Giar-
dino di Castelvecchio) .
1505, luglio 9, Udine — « Mr. Peregrinus de Utino » promette
al nobile Giovanni Francesco di Spilimbergo di dipingere
per la chiesa maggiore di Spilimbergo una tavola con l’im-
magine del Crocifisso, S. Maria Maddalena, la città di Geru-
salemme e altre cose lontane (not. Bartolomeo Mastino di
Udine. Arch. Not. di Udine).
1505, novembre 7, Ferrara — Somministrazione straordinaria
di vino fatta a m. Pellegrino e ad altri tre pittori. In questo
documento viene menzionato il figlio del nostro pittore,
Antonio, che viveva con il padre a Ferrara (Arch. Due. di
Modena. Libro di Camera Ducale).
1505, novembre 20 — Preventivo per il restauro di una casa
di Pellegrino in Borgo Aquileia di Udine. Il pittore è pre-
sente (Cavalcasene e Crowe cit.).
— 57° —
1506 — « Nel 1506 dipinse sul muro della Vergine della Strada
in San Daniele, una Madonna col Bambino » la Madonna,
segata dal muro, fu trasportata nel 1636 in una nuova chiesa
nel borgo S. Francesco; ma nel trasporto perdette i due
Santi, Giovanni Battista e Rocco, che la fiancheggiavano
(Ciconi, Elogio , 1865).
1506, febbraio io — Pagamento di interessi da parte di Pel-
legrino alla Confraternita di S. Antonio in S. Daniele per
una casa in Borgo Aquileia di Udine (Cavalcasene e Crowe
citati) .
1506, marzo — Autenticazione di compra e vendita relativa
a una proprietà di Pellegrino.
1506, settembre 23, Udine — * M. Pellegrino ricorda al Con-
siglio della città che il 17 dicembre 1495 gli è stato pro-
messo il posto di Conestabile di una delle porte della terra,
e avendo ora saputo che il posto di Poscolle è vacante,
chiede per sè la carica. Non ottenne ciò che chiedeva (Acta
Consilii, voi. 53, Arch. Munic.).
1506, settembre 29, Udine — Nell’elenco dei Consiglieri della
città fu nuovamente registrato il nome del pittore Pellegrino,
poi cancellato (Acta, etc., ut supra).
1506, ottobre 9 e 27, Udine — Pellegrino dà in affitto una
casa in Borgo Aquileia e pone un giurista come suo agente
(v. Crowe, luogo cit.).
1507, settembre 8, Udine — Pellegrino scrive a Tomaso Fosco,
vescovo di Comacchio, perchè lo raccomandi al Card. Dome-
nico Grimani, e questi gli conceda tre canonicati. Egli dice
che al suo ritorno a Ferrara gli porterà un quadro « bell’ e
dipinto et galante et etiam un altro quadratinetto tochà
da penna opera excellente et degna dell’ 111. mo Signor nostro
Cardinale al quale l’ho destinata», ecc. La lettera è firmata
« Servulus Pellegrinus pictor ».
— 57i —
1507, settembre 20, Udine — Pellegrino scrive di nuovo al
vescovo Fosco perchè lo protegga presso il Card. Grimani
e gli ricordi la faccenda dei canonicati. Annunzia poi che,
dovendo occuparsi della compera e della spedizione in bur-
chio dei vini per Sigismondo d’Este, è costretto a rimandare
la sua partenza. La firma come sopra è « Pellegrinus Pictor
Servulus » (v. Campori, luogo cit.).
1507, settembre 29, Roma — Lodovico da Fabriano, procura-
tore del Card. Grimani, scrive al Card. Ippolito d’Este, an-
nunziandogli che ha procurato a m. Pellegrino e ad Andrea,
ambedue pittori di Udine, l’ affittanza di un’abazia del Car-
dinale Grimani, in Friuli.
1507, ottobre 5, Udine — In riconoscenza dei servigi resigli
dall’egregio pittore m. Peregrino di borgo d’Aquileia, il
nobile Giovanni q. cav. Nicolò di Savorgnano gli regala un
orto tra la Porta de’ Ronchi e Borgo d’Aquileia, confinante
con un altro orto che m. Pellegrino aveva in Udine (not.
Francesco Porzio, Arch. Not. di Udine).
1507, ottobre 29 — Acquisto di una tenuta in Borgo Aquileia
(Cavalcasene e Crowe, luogo cit.).
1507, ottobre 29, Ferrara — Il Duca Alfonso d’Este scrive al
suo Oratore in Roma perchè raccomandi al Card. Grimani
l’affare dei tre canonicati di Cividale, di Aquileia e di Udine
« per un figliuolo prete di mastro Peregrino depintore de
Udene » (not. Francesco Porzio, Arch. Not. di Udine).
1507, novembre 15, Roma — Il Card. Grimani scrive al Duca
Alfonso, annunziandogli che ha scritto al cap. di Udine per
raccomandare Pellegrino (not. Francesco Porzio, Arch.
Not. di Udine).
1507, novembre 15, Udine — Il not. Giovanni di Savorgnano
dona al pittore Pellegrino, in riconoscenza dei servigi da lui
— 572 —
resigli, due campi fuori Porta d’Aquileia (not. Francesco
Porzio, Arch. Not. di Udine).
1507, novembre 16 — Accordo della Confraternita di S. Antonio
con Pellegrino, riguardo alla casa in Borgo Aquileia (Caval-
casene e Crowe, luogo cit.).
1508, Ferrara — M. Pellegrino insieme a Bernardino Fiorini,
per commissione del card. Ippolito, dipinge le loggie del pa-
lazzo del Vescovado in Ferrara. Dipinse pure m. Pellegrino
la scena della commedia di Ludovico Ariosto intitolata Cas-
saria. Infatti Bernardino Prospero, gentiluomo ferrarese,
così scrive alla Marchesa di Mantova, raccontandole ledeste
del Carnevale « di quello che è stato il meglio in tutte
queste feste et representationi è stato tutte le scene dove
si sono representate, quale ha facto uno m. Peregrino
depintore che sta con il S. che è una contracta et prospet-
tiva di una terra cum case, chiesie, campanili et zardini,
che la persona, non si può satiare a guardarle per le di-
verse cose che ge sono, tute de inzegno et bene intese
quale non credo se guasti, ma che la salvarano per usarla
de le altre fiate » (Campori, Notizie per la vita di Lodovico
Ariosto, Modena, 1871, pag. 68). Dal «Libro della Munizio-
ne » dell’ Arch. Estense si ricava oltre la nota delle spese per
le scene della commedia, anche la notizia che ebbe parecchi
pittori, come aiutanti nei lavori di decorazione del teatro.
Ugualmente dal «Libro della Munizione» si sa ch’egli dipinse
per il Duca un’ancona di S. Iacopo. Negli anni successivi
compare il nome di Pellegrino nel ruolo degli stipendiati.
1509 e 1510, Ferrara — M. Pellegrino è stipendiato dal Duca
di Ferrara con 27,10 lire marchesane al mese (Arch. Due.
di Modena. V. Campori.).
1510, Ferrara — Don Sigismondo d’Este, fratello del Duca,
fa consegnare a m. Pellegrino colore azzurro e quattro fogli
di carta per disegnare (Arch. Due. di Modena. V. Campori).
— 573 —
1511, Ferrara — Dipinge due quadri per il Duca (Arch. Due.
di Modena. V. Campori).
1512, agosto 18, Udine — Pellegrino scrive al Vescovo di Co-
macchio, informandolo delle tristi condizioni in cui ha
trovato il Friuli al suo ritorno, e gli annunzia rinvio di tre
pelli di capretto « conze de mia man al Signor Cardinale di
Ferrara che son cosse assai belle e varie ».
1512, ottobre 19, Udine — Avendo il pittore Pellegrino com-
piuto un disegno di ornato in chiaroscuro per il monumento
di Andrea Trevisan, sotto la Loggia pubblica, i Deputati della
città gli pagano due ducati (Acta civit. Utini, voi. VI, fol. 121.
Arch. Mun. di Udine). Il dipinto, a chiaroscuro, rappresen-
tava la Religione e la Giustizia.
1512, novembre 22, Ferrara — Gli vengono pagate 42 libbre
di acciaio portate dal Friuli. (V. loppi, cit.).
1513 — Dice il Campori (luogo cit.): «Nella “Bolletta del soldo”,
dove è registrata la consueta assegnazione mensile di L. 27,10,
leggesi la seguente annotazione: Licenziato il dì 15 giugno,
nè più comparisce il suo nome tra gli stipendiati ».
1513, luglio 26, S. Daniele — Accordo tra il cameraro della
Fraternità di S. Antonio in S. Daniele e il pittore Pellegrino
di Udine, riguardo alle pitture che questo deve compiere
per la cappella di S. Antonio (not. Francesco Pittiano, Arch.
Not. di Udine. V. Maniago, luogo cit.).
1513-1514, Ferrara — Furono dati a Pellegrino di Udine,
pittore di S. Eccellenza, due paja di sonagli per il falco che
portò a S. Celsitudine per ricognizione del feudo di due
anni (Arch. Due. di Modena. V. loppi e Campori).
1514, marzo 27, S. Daniele — Avendo l’esercito tedesco in-
vaso il Friuli ed essendo necessario pagare le tasse, si riuni-
scono i capi di famiglia del luogo per trovare il mezzo di
— 574 —
pagare. Fra questi capi di famiglia è anche il pittore Pelle-
grino (not. Nicolò de Giorgi, Arch. Not. di Udine).
1514, luglio 27, Ferrara — Dal Giornale di Sigismondo d’Este:
« a spesa di donare, L. 31 marchesane e per epso a m. pe-
legrin da udene pictore de commissione de lo Ill.mo S. N.
in fiorini diese d’oro quando andò a Udene » (v. Campori,
luogo cit.).
1514, novembre 14, Udine - — Il cameraro della chiesa di
S. Rocco fuori della porta Poscolle si accorda con m. Pel-
legrino perchè egli faccia una pala rappresentante la Vergine,
il Bimbo, S. Sebastiano e S. Rocco. La pala doveva esser
compiuta per la festa della Vergine nel mese d’agosto (not.
Francesco Porzio di Udine, Arch. Not. di Udine).
1515, marzo 7, Udine — Il luogotenente Leonardo Emo cita
Pellegrino a comparirgli davanti.
1515, agosto 2, S. Daniele — Stipula in nome di sua moglie un
contratto mentre stava dipingendo il coro della chiesa di
S. Antonio (not. Nicolò de Giorgi, Arch. Not. di Udine).
1515, novembre 11 — Pellegrino affitta un terreno a Udine.
1516, marzo io — Pellegrino compra terreni a S. Daniele.
1516, aprile 29 — Pellegrino affitta una casa a S. Daniele.
1516, giugno 29, S. Daniele — Il pittore Nicodemo de Camariis,
nipote di Pellegrino, è testimone ad un contratto d’acquisto
fatto dallo zio (not. Nicolò de Giorgi, Arch. Not. di Udine.
V. loppi).
1516, settembre 29, S. Daniele — I camerari della chiesa di
S. Floriano de * Pozzalis si dichiarano debitori di 20 due.
verso il pittore Pellegrino di Udine per un gonfalone da lui
dipinto (not. Nicolò de Giorgi, Arch. Not. di Udine. V.
loppi).
— 575 —
1516, novembre 15, S. Daniele — « Mr. Peregrinus pictor q.
M.1 Baptiste pictoris promette a Urbano Toniutti camerano
della Chiesa di S. Margherita di Anduins di dare constructam
sculptam, picturatam et deauratam et sufficienter finitam
Imaginem S. Margarite usque ad festa pasche resurrectionis
Domini prox. fut. » (not. Nicolò di Giorgi di S. Daniele,
Arch. Not. di Udine).
1517, aprile 8, S. Daniele — I camerari della Confraternita
di S. Antonio rifiutano di far stimare un gonfalone dipinto
dal pittore Pellegrino e gli pagano invece 5 lire per saldare
il loro debito (not. Nicolò De Giorgi, Arch. Not. di Udine).
1517, maggio 7, Udine — Nel convento di S. Pietro Martire,
il p. m. Bernardino, teologo dell’ordine di S. Domenico,
figlio del q. dottor Bernardino di Colle Prampergo, per
l’amore che portò all’egregio pittore m. Pellegrino di Udine,
ora abitante in S. Daniele, dona ad esso ed eredi il sepolcro
e monumento dei suoi antenati che sul coperchio ha le in-
segne della famiglia di Colle Prampergo, collocato nella
chiesa di S. Michele in S. Daniele avanti la cappella di Santa
Maria (not. Francesco Porzio, Arch. Not. di Udine. V. loppi,
loc. cit.).
1517 — Avendo Alfonso Duca di Ferrara dato a Raffaello la com
missione di un quadro rappresentante il Trionfo di Bacco
nelle Indie, questi avverte per lettera il Duca che cambierà
il soggetto del quadro, perchè gli è stato riferito da un allievo,
proveniente da Ferrara, che m. Pellegrino dipinge in S. Da-
niele una tavola di simile soggetto (Campori, Notizie inedite
di Raffaello dy Urbino).
1518, febbraio 22, S. Daniele — Stima, da parte di due arbitri,
della statua od ancona fatta dal pittore Pellegrino per la
chiesa di S. Margherita di Anduins. La stima fu di ducati 68,
pagabili parte in contanti, parte in vino (not. Ambrogio
de Beccariis, Arch. Not. di Udine).
— 576 —
1519. gennaio-marzo, Udine — Spese della Confraternita de'
Calzolai di Udine, in tavola, tela e bullette per le due
portelle, sulla tela delle quali m. Pellegrino ha dipinto
in una l’angelo e nell’altra la B. Vergine Annunziata. Non
si trova indicato l’ammontare della mercede pattuita, ma
solamente che oltre al prezzo convenuto gli fu donato uno
staio di frumento del valore di lire venete 4 e soldi 4 (Arch.
della Confrat. dei calzolai. V. loppi). Il gradio, al tempo
della soppressione della Confraternita, fu portata a Venezia,
nella Pinacoteca dell’Accademia. Reca l’iscrizione: Pelle-
grino fece nel i^og.
1519, luglio 15, Udine — Il pittore Pellegrino dipinge per la
Confraternita di S. Maria dei Calzolai di Udine una tela con
la Vergine Maria e V Angelo annunziante. In questo docu-
mento è nominato egli come « egregius pictor magister Pel-
legrinus de Utino ». Sul quadro esistente presso l’Accademia
di Belle Arti di Venezia si legge: «Pelegrinus faciebat 1519.
Maestri Dominici Suchouici camerarii auspiciis, Francisco
Tascha Priore ». Il 4 dicembre gli furono dati 4 ducati in più
del prezzo stabilito. L’ii dicembre m. Zorzi, schiavo in
Puscollo, fa un’elemosina in aiuto della spesa per V Annun-
ziata (Arch. di detta Fraternità).
1519, settembre 21, Udine - — Vien lodato il disegno delle por-
telle dell’organo del Duomo, presentato da Pellegrino al
Consiglio Minore di città (v. Maniago, loc. cit.). Due delle
portelle unite rappresentano, esternamente, San Pietro che
conferisce il pastorale a S. Ermacora ; internamente, I Dot-
tori della Chiesa.
1519, novembre 6, Udine — La Comunità di Udine e Pellegrino
stipulano un accordo riguardo la pittura delle portelle del-
l’organo del Duomo. Il prezzo vien fissato a 140 ducati.
Giovanni Martini, eletto stimatore per il Municipio, giudicò
l’opera degna di ricompensa maggiore della pattuita.
— 577 —
1520, aprile 7, S. Daniele — Avendo « m. Peregrinus pictor da
S. Daniele » fatto un gonfalone rappresentante la Vergine,
per la Confraternita di S. Maria di Rodeglano, i camerari
della Confraternita vengono ad un accordo con lui riguardo
al pagamento (not. Ambrogio de Beccariis di San Daniele,
Arch. Not. di Udine).
1520, giugno 16, S. Daniele — I camerari della Confraternita
di S. Biagio de Maseriis vengono a un accordo con « Magistro
Peregrino pictori de S. Daniele » riguardo al pagamento
di una statua di S. Biagio, che aveva ornato e dorato
insieme con armadio e figure. La retribuzione viene fis-
sata a 31 ducati da pagarsi a rate e da sostituire anche
in parte con vino e biada (not. Ambrogio de Beccariis de
S. Daniele, Arch. Not. di Udine).
1521, agosto 12, S. Daniele — Non trovandosi d’accordo i« Ca-
merarii Ecclesie S. Eurochii ac etiam Camerarii Ecclesie S. Ni-
colai de Sequals... cum m. Piligrino pictore de S. Daniele»
riguardo al pagamento di due gonfaloni da lui fatti, uno rap-
presentante i Santi Eurochio e Sebastiano, l’altro S. Nicola,
le due parti stabiliscono di rimettersi alla stima di « m. Ja-
cobum pictorem q. Magistri Martin de Utino » (not. Ambrogio
de Beccariis di S. Daniele, Arch. Not. di Udine).
1521, novembre 3, Udine — Avendo Pellegrino chiesto alla
Convocazione di città di essere pagato per la pittura delle
portelle dell’organo del Duomo, si scelgono segretamente
dei periti perchè stimino il lavoro (Ann. Civ. Utini, vo-
lume XLIV, 42, v. 15 iq, 21 settembre e 6 dicembre).
1521, novembre 15, Udine — Si eleggono a stimare le por-
telle m. Giovanni q. Martino e m. Greco, pittori (Acta, IX,
27 e 28, Ann. Civ. Utini).
1521, novembre 19, Udine — Giovanni q. Martino e Greco
stimano le portelle 140 ducati, ma dichiarano che l’opera
ha maggior valore.
Venturi, Storia dell’Arte Italiana. IX, 3.
37
1521, novembre 29, Udine — « Comparente ser Peregrino pi-
ctor.e de Utine » nella Convocazione del Comune e chiedendo
di esser pagato di ciò che gli è dovuto per le pitture dell’ or-
gano del Duomo, il Comune ordina che gli vengano pagati
35 ducati (Ann. Civ. Utini, XLIV, 47; Arch. Com.).
1522, prima metà di dicembre, S. Daniele — La Confraternita
di S. Antonio in S. Daniele, fa stimare le pitture compiute
da Pellegrino per la propria cappella (Mss. Pittiani, Bib.
Marciana, Venezia, voi. Vili, 250). I periti, non trovandosi
d’accordo, si rimettono al giudizio del patriarca Giovanni
Angelo di S. Severino.
1522, dicembre 18, S. Daniele — Compromesso delle parti
(not. Nicolò de Giorgi, Arch. Not. di Udine).
1523, marzo 8, S. Daniele — Viene venduto dalla Confrater-
nita di S. Antonio un livello per pagare la prima rata del
pagamento dovuto a Pellegrino (not. Ambrogio de Becca-
riis, Arch. Not. di Udine).
1524, giugno 25, Udine — Gli uomini della città di Lestizza
convengono con « m. piligrino » che egli dipinga entro il
termine di tre anni, nella chiesa dei Santi Biasio e Giusto, del
Comune di Lestizza, «primo, a latere dextro, totam istoriam
Domini nostri in die olivi sancti; cenam Domini nostri cum
suis appostolis; adorationem in orto, cum suis appostolis;
captionem Domini nostri in orto; presentationem domini
coram pillato: passionem coronae spinae: passionem batiture
ad collonam: istoriam portationis crucis. Item in faciem
dictae ecclesiae a parte interiori a latere dextro: passionem
Domini, cum eius matre, Johanne et Madalena, latronibus
et judeis cum fustibus et lanternis: item a latere sinistro
istoriam resurrectionis domini nostri: istoriam Sanctae
Madalenae; istoriam assensionis; istoriam Spiritus Sancti:
item alios plures sanctos et sanctas secundum divotionem
dictorum hominum videlicet sanctum macharium, sanctos
— 579 —
johannem et paulum, sanctum barnabovem, sanctum vitum,
sanctum gervasium et protaxium, sanctum johannem por-
telatine, sanctum leonardum, sanctam agnesem, sanctam
rytam, sanctam brigidam. Item refacere fìguram Sancti
Christophori existentem super muro ipsius ecclesie a parte
exteriori ». Tutto questo per ioo ducati e a varie condizioni,
fra le quali « quod dicti homines conducere debeant omnibus
eorum sumptibus dieta biada Utinum ad domum ipsius
ser piligrini habitationis hic Utini » (not. Nicolò di Tauriano,
Arch. Not. di Treviso).
1524, giugno 25, Udine — La Confraternita di S. Maria di
Vergnacco stabilisce di far stimare dai periti un gonfalone
dipinto da lui (not. Nicolò di Tauriano, Arch. Not. di
Treviso).
1524, giugno 27, S. Daniele — Gli arbitri eletti a decidere delle
controversie sorte tra la Confraternita della chiesa di Ma-
seriis e « ser Pellegrinum pictorem in S. Danielem commo-
rantem », decidono che questi debba dipingere per 2 ducati
un palio per la Confraternita (not. Francesco Pittiano, Arch.
Not. di Udine).
1525, luglio 20, S. Daniele — « Dati a m. Pellegrin depense le
arme de Monsignor (Marino Grimani) su la loza pichola,
lire 6, soldi 4 e per verderame soldi 12 » (Quaderno delle
spese del Com. di S. Daniele nell’ Arch. Com.).
1525, novembre 2, Cividale — Spese per la pala di S. Maria
de’ Battuti (Arch. dell’Ospit. di Cividale).
1525, novembre 5, Cividale — Pellegrino offre di dipingere
una pala alla Confraternita de’ Battuti di Cividale (Arch.
dell’Ospit. di Cividale).
1525, novembre 13, Cividale — Spese per la pala di S. Maria
de’ Battuti « Dati a m. Piligrin de San Denel... » (Arch.
dell’Ospit. di Cividale).
— 580 —
1525, novembre 27, Udine — Patti dotali di Aurelia, figlia
del pittore Pellegrino, la quale sposa Sebastiano Florigerio,
scolaro di Pellegrino. È promessa una dote di 200 ducati
e altri 200 alla morte dei genitori. I fidanzati avrebbero
dovuto sposarsi dopo due anni (not. Sebastiano Decio di
Udine, Arch. Not. di Udine).
1526, gennaio 15, Udine — « Servo Pelegrino pittor » scrive al
« nobile et M. m. Biasio de Monaste in Livida » per annun-
ciare che dovendo partire fra giorni per Venezia nell’ intento
di procurarsi i colori che gli servono, lo prega di dargli 125
ducati promessigli in conto della pala che gli era stata al-
logata per la Confraternita dei Battuti (Da privata Colle-
zione).
1526, gennaio 16, Cividale - — «Spesi, dati a Iuanne fameglio
di M. Pelegrin due. 20».
1526, aprile 28 — I camerari della chiesa di S. Giacomo di
Rigolato in Carnia promettono al pittore Pellegrino di dargli
300 tavole di abete condotte sino alla pietra del Cimano,
presso S. Daniele, come residuo del suo avere di un gonfa-
lone da lui dipinto e dorato (not. Nicolò de Giorgi, Arch.
Not. di Udine. V. loppi).
1526, maggio 5, S. Daniele — Contratto tra il pittore Pelle-
grino e i sindaci della chiesa di S. Bartolamio di Alesso
per la dipintura di un gonfalone con Y immagine del detto
Santo da ambe le parti. Concedendo il pittore che sia fatta
la stima, promette di assegnare 2 ducati della sua mercede
a beneficio della chiesa di Alesso. I sindaci rinunciano alla
stima ed accettano il prezzo di ducati 35 fissato dall’artista
(not. Nicolò de Giorgi, Arch. Not. di Udine).
1526, maggio 22, S. Daniele — I sindaci della chiesa di San
Paolo di Chiesulis promettono di pagare m. Pellegrino del
gonfalone da lui dipinto (not. Nicolò de Giorgi, Arch. Not.
di Udine).
- S8i -
1526, giugno 2, Udine — I pittori Giovanni di Martino e Gio.
Antonio Cortona di Udine, periti scelti dal Comune di Fanna
e da Pellegrino stimano « due. 21 il gonfalone con l’ immagine
di S. Maria e due. 16 quello con S. Martino depinti dal detto
pittor per la Chiesa di S. Martino di Fanna » (not. Nicolò
di Tauriano, Arch. Not. di Treviso).
1526, agosto 5, Cividale — La Confraternita di S. Maria de’ Bat-
tuti, visto che Pellegrino ha mancato ai patti, riguardo al-
T esecuzione della pala, gli toglie la commissione (Arch.
deU’Ospit. di Cividale, Defìnit. 315. V. loppi).
1526, agosto 6, S. Daniele — I camerari della chiesa di Santa
Maria di Pignano promettono 50 ducati al pittore Pellegrino
«per un gonfalone con oro e colori buoni, di cendato con
frangie, e dipinte da ambe le fascie le figure di S. Maria,
S. Leonardo e S. Rocco » (not. Nicolò di Tauriano, Arch.
Not. di Treviso).
1526, ottobre 14, Cividale — M. Pellegrino, non avendo com- •
piuto la pala di S. Maria de’ Battuti entro il termine pre-
scritto, chiede che il termine venga prorogato e che gli sia
concesso di lavorare in Udine. Ciò gli viene concesso (Arch.
dell’Ospit. di Cividale).
1526, dicembre 14, Udine — Avendo m. Pellegrino com-
piuto un gonfalone per la chiesa di Cavenzano, stima «juxta
eius conscientiam » che l’opera sua vale 50 ducati. Prezzo ac-
cettato dagli uomini del Comune (not. Nicolò di Tauriano,
Arch. Not. di Treviso).
1527, giugno 6, Cividale — Confraternita di S. Maria de’ Bat-
tuti « per mandar uno a m. Piligrin azo menasse la nostra
pala... ».
1527, settembre 1, Cividale — Il Consiglio della Confraternita
di S. Maria de’ Battuti di Cividale, avendo appreso che Ser
Pellegrino ha incominciata già la pala e che essa promette
- 582 -
di divenire cosa molto bella, ordina sia dato al pittore il fru-
mento promessogli e del danaro.
1527, dicembre 28 — Nel monastero di S. Maria delle Grazie
di Gemona « prudens vir Magister Peregrinus pictor habita-
tor terrae S. Danielis » e « Marcus Antonius Gryneus Ferra-
riensis civitae et ludi magister publice salariatus terrae
Giemons » stipulano un contratto, secondo il quale Pellegrino
si obbliga a compiere una tavola rappresentante Cristo risor-
gente e quattro dottori o S. Gregorio, S. Ambrogio, S. Hie-
ronimo e S. Agostino (Ex libro instrumentorum Thomae
de Canonias notarii Glemonensis, Arch. Not. di Udine).
1528, giugno 19, Cividale — Il Consiglio della Confraternita
di S. Maria de’ Battuti, a proposito della pala «depinctae
per ser Pelligrinum pictorem civem Sancti Danielis », elegge
due suoi deputati perchè stimino la pala compiuta dal pit-
tore {ut suprà).
1528, agosto 16 — « Commissum fuit m. Aloisio Raveti quod
conduci tacere debeat Pallam ex Utino huc Civitati omni
cum sollecitudine et celleritate» [ut suprà).
1529, giugno 6, Cividale — Avendo Ser Pellegrino citata da-
vanti al Vicario Patriarcale la Confraternita di S. Maria de’
Battuti, questa delega «Leonardus Turrensis » a comparire
dinanzi al Vicario {ut supra).
1529, settembre 20, Udine — « Pelegrino pittore mano pro-
pria scripse » di aver ricevuto in pagamento per la pala di
S. Maria de’ Battuti 100 ducati e di essere soddisfatto (Arch.
deirOspit. di Cividale. Copia fatta dall’ originale che già al
tempo del Maniago non esisteva più. V. loppi).
1529, settembre 21 — « Spesi, dati a Iuan fameglio de m. Pi-
ligrin depentor de san Denel per conto de integrai paga-
mento... Aire 62 » (Spese della Confraternita di S. Maria dei
Battuti).
- 5»3 -
1529, dicembre 13 — M. Pellegrino promette di dipingere
per la chiesa di S. Margherita di Gruagnis un gonfalone
rappresentante la Santa con il drago ai piedi e ai lati i
Santi Ermagora e Fortunato e sopra la B. Vergine col Bam-
bino. Si stabilisce che questo gonfalone avrà « bellezza e
ricchezza » come quello fatto da Pellegrino per la Confra-
ternita della B. Vergine della Concezione in S. Francesco
della Vigna di Udine (not. Andrea Ada, Arch. Not. di Udine).
1532, agosto 22, S. Daniele — « Dati all’egr. ser Pellegrino per
haver facto le tre arme quali si poneno sul pallio, soldi... (sic)
da darsi al vincitore al bersaglio il giorno di S. Daniele »
(Quaderno delle spese del Com. di S. Daniele, Arch. Com.).
1533, dicembre 1, Udine — Avendo Pellegrino fatto per la
chiesa di S. Daniele di Cavazzo un gonfalone, e non giun-
gendo a mettersi d’accordo sul prezzo, sono eletti due
arbitri i quali stimano il gonfalone 55 ducati (not. Gio. di
Erasmis, Arch. Not. di Udine).
1:534, gennaio 20, S. Daniele — Il Vicario dell’Abazia di Moggio,
ad istanza del pittore Pellegrino, intima alla chiesa di San
Daniele di Cavazzo, sotto pena di scomunica, di pagargli
il gonfalone (not. Matteo Miglini, Arch. Not. di Udine).
3:534, giugno 28, Tricesimo — Accordo passato tra la chiesa
della Pieve di Tricesimo e m. Pellegrino riguardo alla pit-
tura di un gonfalone (not. Gio. de Superbis, Arch. Not.
di Udine).
1534, luglio 5, S. Daniele — Ricevuta da parte della chiesa
di S. Daniele di Cavazzo di un gonfalone dipinto da Pelle-
grino. I sindaci della chiesa si dichiarano debitori di 168 lire
e promettono di pagarle con tavole e legna da ardere (not.
Matteo Miglini, Arch. Not. di Udine).
1534 — Sulla parete esterna destra della Porziuncola, nella
Basilica di S. Maria degli Angeli, vi sono i resti di un affresco
— 5«4 —
raffigurante la Vergine tra i Santi Antonio da Padova e Ber-
nardino. Sull’ intonaco preparatorio di questo affresco si legge:
1534
HIC FUIT PELEGRINUS
PITORE ET LA SUA DONA
DE UDINE D[E] FRIULLE
P. P.
(v. Giustino Cristofani, in V Arte, 1912, pag. 200).
1534, novembre 16, S. Daniele — Nelle questioni sorte tra la
chiesa di S. Stefano di Gradisca di Sedegliano ed il pittore
Pellegrino, gli arbitri Pre Girolamo de Beccariis e Ales-
sandro Pittiani, presa visione di alcuni modelli fatti da
m. Pellegrino per la pala, stabiliscono che si ritornino i
modelli all’artista e che gli si diano quattro scudi (not. Matteo
Mijlini, Arch. Not. di Udine).
1536, maggio 25, S. Daniele — Avendo compiuto il pittore
Pellegrino un gonfalone per la chiesa di S. Maria di Marti-
gnacco, i camerari della chiesa se ne dichiarano soddisfatti
e pagano al pittore 11 ducati dei 22 convenuti (not. Gio. Leo-
nardo de Beccariis, Arch. I^ot. di Udine).
1537, dicembre 27, S. Daniele — Ser Pellegrino pittore, cit-
tadino di S. Daniele, si obbliga, coi rappresentanti del Co-
mune di Fanna, di dipingere un gonfalone per la chiesa
di S. Maria di Strada presso Fanna, e un altro per la Confra-
ternita di S. Maria di Fanna, il primo con l’ immagine di
S. Maria de’ Battuti e di sotto parecchie figure di uomini
e donne, e di farli belli e buoni e dipinti sul zendato e di
consegnarli alla prossima Pasqua e al più il giorno dell’Ascen-
sione (not. Nicolò di Tauriano, Arch. Not. di Treviso.
V. loppi, loc. cit.).
1538, agosto 13, S. Daniele — Spese del Comune di S. Daniele,
per le arme del pallio, « havé m. Piligrin lire una » (Quaderno
spese, Arch. Com. di S. Daniele).
- 5«5 -
1540, aprile 24, Udine — Tranquilla, ved. di Ser Giorgio Vrajo
e figlia di Pellegrino, riceve il saldo di un gonfalone di seta
dipinto per uno di Chiandrel (sic) in Carnia (not. Annibaie
Baccolauro, Arch. Not. Ud. V. loppi).
1540, dicembre 3, Udine — Avendo il « providus vir ser Pe-
regrinus pictor de sancto Daniele», compiuta una pittura
sopra la porta della chiesa di S. Andrea di Paderno, ven-
gono eletti due arbitri a stimare la sua opera. Ma poiché i
due non riescono a mettersi d’accordo ne viene eletto un
terzo, il quale fissa il prezzo in 29 ducati.
1541, gennaio io — Il pittore Ser Gaspare de Negris giura
di aver giudicato il 3 dicembre secondo coscienza (not.
Gabriele Gozzadino, Arch. Not. di Udine).
1542, aprile 27, Udine — « Ser Pellegrinus de Sancto Daniele
pictor Utini habitans... promisit... pingere in medio Palle
Divi Petri de Vico Aquileiae Utini... effigiem Divae Mariae
cum effigie Domini nostri Iesu Christi in similitudinem
puerilis aetatis cum effigie Divi Petri qui videatur recipere
claves ab ipso puero» per il prezzo di 6 ducati (not. Gabriele
Gozzadino, Arch. Not. di Udine).
1543, marzo 12, Udine — Gli uomini della chiesa di S. Pietro
di Borgo Aquileia convengono con «magistro Pellegrino de
S. Daniele pictore » che egli dipinga quattro figure per il
prezzo di io libbre e 8 soldi (not. Antonio a Varis, Arch.
Not. di Udine).
1:543, ottobre 20, S. Daniele — « Spese (del Comune di S. Da-
niele), per far depenzer li taulazi et far le arme de li palij
de m. Piligrin, li fo lasade le colte (imposizioni comunali)
che sono lire quattro. I Colta: lassati a ser Piligrino per di-
penger lo tavolazzo de S. Daniel et per le arme del pallio
lire 2. II Colta: al detto che depinse le arme del pallio de
schioppo et lo tavolazzo lire due » (Quaderno del Giurato,
Archivio Munic. di S. Daniele).
- 586 -
1546, marzo 24, S. Daniele — Reclamando m. Agostino in-
tagliatore veneto una ricompensa da m. Pellegrino, come
mediatore della Pala allogata a Pellegrino dalla chiesa di
S. Lucia di Prata, i due artisti, onde evitare le spese giudi-
ziali, si mettono d’accordo, e m. Agostino riceve 27 lire di
compenso (not. Dom. Filomuso, Arch. Not. di Udine).
1546, settembre 20, Tolmezzo — « Insignis pictor Magister
Peregrinus Belianus (sic) de Sancto Daniele » promette
di dipingere per la chiesa di S. Maria della Plebe di Tol-
mezzo un gonfalone con le immagini della Vergine in trono
col Bimbo (not. Cristoforo di Angelo, Arch. Not. di Udine).
1547, febbraio 28, Udine — La Confraternita della Vergine
della Misericordia (de’ Battuti) conviene « cum egregio
pictore ser Pellegrino » che egli dipinga « in Sale Frater-
nitatis Consiliaria, in facie capitis ipsius salae in medio
unam imaginem Divae Virginis cum puero... Divos Joan-
nem et Petrum... et nonnullas alias Imagines ». Oltre la
mercede promettono a Ser Pellegrino vitto e alloggio (vo-
lume II, 170, Instrumenta not. dell’Ospedale di Udine,
Arch. Not. di Udine. V. loppi, loc. cit.).
3:547, giugno 12, Udine — « M. Peregrinus de S. Daniele
pictor », avendo già compiuto, per la Confraternita di S. Ma-
ria della Misericordia di Udine, le immagini della Vergine
e di S. Giovanni Battista e di S. Pietro, chiede gli venga
concesso un altro acconto per poter portare innanzi il lavoro.
Gli vengono concessi io ducati (Annali della Frat. suddetta,
fol. 79. V. loppi).
3:547, giugno 28, Udine — La Confraternita dell’Ospedale di
S. Maria della Misericordia di Udine affida a « ser Peregri-
nus de s. Daniele pictor » la pittura di due gonfaloni, uno
ornato d’oro da portare in processione e uno da usarsi nei
funerali (Annali della Fraternità suddetta, fol. 82. V.
loppi).
- 5^7-
1547» agosto 21, Udine — Si fa la stima delle pitture com-
piute da ser Peregrino nella sala del Consiglio della Confra-
ternita di S. Maria della Misericordia e si stabilisce di pa-
gare 50 ducati (Annali della Fraternità suddetta, pag. 85.
V. loppi).
1547, ottobre 23, Udine — Si eleggono alcuni arbitri, i quali
determinino il valore di un gonfalone dipinto da « ser Pe-
regrina pictor » per la chiesa di Meriano (not. Antonio
a Varis, Arch. Not. di Udine. V. loppi).
1547, dicembre 17 — Morte del pittore Ser Pellegrino di San
Daniele, registrata nel Necrologio Udinese del contemporaneo
notaio Antonio Bellone, così: « 1547, r7 decembris ser Pere-
grina pictor obiit » (Arch. Not. di Udine. V. loppi).
In ritardo grandissimo di fronte alla piena fioritura veneziana
era l’arte del Friuli nel 1494, quando ci appare la prima volta,
nella paia della chiesa di Osoppo (fig. 382), Martino da Udine,
detto Pellegrino da San Daniele,1 che già aveva esordito negli
affreschi, ora perduti, della chiesa di Villanova. Qualche im-
pressione da Giambellino sembra vedersi nelle figure della Vergine
1 Bibliografìa sul Maestro: De Rubeis (Giambattista), Catalogo dei quadri, ecc., Mss. cit.
dal Ciconi; De Rinaldis (Girolamo), Della pittura friulana, saggio storico, Udine, Pecile,
1778; Boni (Mauro), Sulla pittura di un gonfalone della V. Fraternità di S. M. di Castello
di Udine, ivi, 1797; Maniago (Fabio di), Storia delle Belle Arti Friulane, Udine, Mattiuzzi,
1823; Ctncina (Iacopo), Memoria sopra un dipinto a fresco di Pellegrino da San Daniele,
ivi, 1824; Rota (Ludovico), Cenni di alcuni oggetti di Belle Arti esistenti nella R. Città di
Udine, ivi, 1847; Hartzen (E.), Martino da Udine, in Deutsches Kunstblatt, 1853; Eitelberger
(R. v.), Die Fresken des Martino da Udine genannt Pellegrino zu San Daniele in Frisul, in
Mitth. d. . k. Central Comm. ecc., Wien, 1856; Ciconi (Giandomenico), Elogio di Martino da
Udine detto Pellegrino da San Daniele, letto nella pubblica adunanza della Imp. R. Accademia
di Belle Arti in Venezia del dì 7 agosto 1864, Venezia, 1865; Dr. Ioppi, Monumenti storici pub-
blicati dalla R. Deputazione veneta di Storia patria, serie IX, volumi V, XI, XII, e supplemento
a questo volume; Campori (Giuseppe), in Atti e memorie delle RR. Deputazioni di Storia patria
per le Prov. modenesi e parmensi, serie I, voi. VI, pagg. 337 e segg.; Cristofani (Giustino), Una
data sicura nella vita di Pellegrino da San Daniele, in L'Arte, a. XV, fase. Ili, 1912; Crowe
e Cavalcaselle, A History of Painting in North Italy, ed. Borenius, London, 1912, vo-
ume III; Berenson (Bern.), Una testa di Pellegrino da San Daniele nel Gabinetto delle
Stampe a Berlino, in Rassegna d’Arte antica e moderna, a. Ili, fase. XVI, 1916, pagg. 275-279;
Borenius (Tancred), Ora a north-italian aitar piecef Pellegrino da San Daniele?), in Burlington
Magazine, XXXVII, 1920, pagg. 95-96.
- 588 -
e di San Sebastiano, ma più certe reminiscenze dell’arte vi-
centina, del Montagna e del Cima, si scorgono nelle altre im-
magini, nel terzetto di Fanciulli sonatori, composto su schema
affine a quello del gruppo di Bartolomeo Montagna a’ pie’ del
trono della Vergine a Brera. Ma anche di fronte ai Maestri vicen-
tini del Quattrocento appare arcaica la chiusa tradizione di questa
Provincia, lontana dai centri maggiori del Veneto: mentre i proto-
tipi di Pellegrino, Montagna e Cima, affrontavano nella loro pittu-
ra il problema dei piani, il primo sfaccettando le sue adamantine
costruzioni formali, il secondo lavorando al tornio le immagini
arrotondate, Martino da Udine è ancor fermo, nel 1494, al pro-
blema di linea e di superfice. È tutta un lavoro paziente d’intar-
siatore, nella pala di Osoppo, l’architettura inorganica: pilastri
e colonne in due ordini, con rozzi capitelli sovraccarichi d’or-
nati, pulvini e cornici e gradi marcati da un segno nero profondo,
di xilografo; nicchia angusta e sperticata al trono della Vergine.
Nella sua visione di superficie, il Pittore cerca l’effetto con la
minuzia del lavoro, con lo studio instancabile di ornare e
arricchire, di non lasciar spazi fra colonne e pilastri, appena
divisi da un largo solco nero nella transenna inferiore, da ret-
tangoli di cielo biondo nell’ordine superiore, come da specchi di
marmo chiaro inseriti fra il cupo verde delle colonne. Candelabre
lungo i pilastri e lungo l’arco, pesanti capitelli, larghe cornici e
gradi, tappeti variopinti e tesi, come di lacca policroma, sui gradi
del trono, cortine di damasco dietro i Santi laterali, drappeggi a
luci vitree sciorinati dall’alto della balaustra, tutto serve al
Friulano per riempire lo spazio e divertire l’occhio. E le immagini
stesse rientrano in questo gioco di superfici multicolori, suddi-
vise e ricamate: i sei Santi con teste minuscole, mani secche, li-
neamenti rattrappiti, corpi di mummie spianati sotto tuniche a
cannelli: i tre angeli sui gradi del trono; i due Santi nel second’ or-
dine; la Vergine coperta di un manto lavorato d’oro, come a
cesello. Due angeli suonano, riempiendo lo spazio tra le colonne
sui fianchi della nicchia; e dappertutto par che le figure abbiano
solo il compito di far da paravento ai vani, di livellare le cornici,
Fig. 382 — Chiesa di Osoppo. Martino da Udine: Pala d’altare.
— 59° ~
di aggiunger drappi colorati a drappi colorati, ornamento a or-
namento. La forma, anche nei visi, si restringe, si dissecca, si
mummifica, per meglio venir a far parte di quella minuta e va-
riopinta tarsia, condotta a termine con tutta la pazienza di un
industre artiere alpigiano, che lavori instancabile a colpi di tem-
perino e di scalpello, durante le veglie invernali. Completa l’ef-
fetto una serie di putti atticciati e angolosi, intenta a piantare
sopra ogni pulvino gli arbusti simbolici della vita.
L’argento, nella colonna e nel drappo di Sebastiano, è la
sola nota un po’ viva nella policromia, svariatissima eppur sof-
focata e bassa, della pala, ove anche l’oro dei broccati non grida,
e il tono delle carni è pallido, grigiastro. Già si trovano le note
di viola e di verde predilette da Pellegrino e da tutta l’arte friu-
lana; e l’insieme della composizione, trita, con forme prive di
venustà e di grazia, non è sgradevole all’occhio nella infinita
variazione delle superfici di legno intarsiato policromo, come
di stecchi e tavolette variopinte.
La data del 1498 si legge nel catino dell’abside della chiesa
di Sant’Antonio a San Daniele (figg. 383-387), decorata di pitture
dal Friulano a lunghi intervalli, così che basterebbe conoscere la
chiesuola, purtroppo minata da umidità, per conoscere in tutti i
suoi aspetti la figura del primo maestro di Gian Antonio da
Pordenone. Egli porta nell’affresco, all’inizio dell’opera, gli
stessi metodi di intarsiatore in legno seguiti nel dipingere la
pala di Osoppo, figurando nelle vele Cristo adorato da angeli, e i
Quattro Evangelisti coi loro simboli: strascichi di forme mante-
gnesche, specialmente il Cristo e San Giovanni. Ma le figure,
tolte dal complicato organismo di assicelle policrome della pala
di Osoppo, per trasportarle nei vasti campi delle vele, ritagliate
dal fondo chiaro, e disegnate da un pittor minuzioso, non abi-
tuato alla tecnica larga dell’affresco, ancor più mettono in evi-
denza la grossolana durezza delle pieghe cartacee e delle teste
ossute, la proporzione goffa, negli angeli adoranti, la deformità
del modellato a bozze, specialmente nei cherubi, confitti tre a
tre, come mele schiacciate, entro gli angoli dei vertici. Siamo
— 59i —
davanti all’opera di un artefice rozzo e arcaico che forma ango-
lose le teste, rigonfi gli zigomi, rattrappiti e secchi i profili,
Fig. 383 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Affreschi dell’abside e dell’arco trionfale.
(Fot. Filippi).
tutto coprendo di tinte basse, ma cariche e grevi. Soltanto in
alcune figurine di Sante sgranate lungo il costolone, adorne di
acconciature e affilate di volti come quelle della pala di Osoppo,
Fig. 384 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Affreschi negli spicchi del catino dell’abside.
Fig. 385 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Affreschi negli spicchi del catino dell’abside.
Venturi, Stori « dell'Arte Italiana, IX, 3.
38
Fig. 387 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da
Udine: Affreschi negli spicchi del catino dell’abside
— 596 —
il pittore imprime qualche nota di grazia, qualche movenza
carezzevole, un accenno a quella libertà di movimento che è
tra le caratteristiche dell’arte friulana nel secolo xvi. Anche il
colore qui si allevia alquanto e si schiara, nei violetti, nei freschi
verdi, nei bianchi argentati. 1
Tutta guasta da restauri è la pala di San Giuseppe nel Duomo
di Udine (fig. 389), con ricordi cimeschi nel fondo di ruine e
d’alberi, e una costruzione di figure un po’ più larga e sicura,
come se lo sforzo fatto dal frescante di San Daniele avesse raf-
forzata la mano aggranchita e rigida del pittore di Osoppo. In
migliori condizioni è la predella, difficilmente visibile per l’oscu-
rità del colore, con paesi a fondo bruno, d’intonazione cimesca,
ma più iiberi e varii che nel Cima.
Ancora gli sfondi del candido vicentino eran davanti agli
occhi dell’Udinese quando dipinse l’ancóna di S. Maria in Valle,
ora nel Museo di Cividale (figg. 390-392), scomposta nei tre campi
con le figure dei Santi Giovanni Battista, Benedetto, e Giovanni
Evangelista, senza più V Assunta, che era nella cimasa. L’albero
contorto, con larghe foglie brune stampate sulla chiarità del
cielo, è ricordo cimesco, mentre la roccia a strati fuor d’equi-
librio è una stenta imitazione delle rocce di Giovanni Bellini.
E sempre si scorge la manuale fatica del pittore che divide in
cumuletti i tondi sassi sul terreno liscio, e distingue ciocca da
ciocca l’orlo di pelliccia della tunica di San Giovanni, e i riccioli
della chioma, serbando alla figura le forme lignee, le superfici
tirate della pala di Osoppo, ma schiarandone le carni sul fondo
di cielo e studiandosi di sveltirne le forme e di muoverle più
liberamente nel campo più vasto e più libero. Coi suoi metodi
d’intarsiatore, Pellegrino riesce qui ad ottenere un effetto armo-
nico di linee tra la figura piatta e il tronco d’albero; tra le carni
giallette, la veste bionda e il bianco cilestre del cielo.
1 Più ampia e costruita la forma, ma sempre inscritta e lignea nel quadro a Londra
(fig. 388), ove l’elemento vicentino appare insieme con caratteri affini alla scuola del Car-
paccio, così come in una pala d’altare a Spilimbergo, con la Purificazione . Di questo tempo
primitivo è V Annunciazione, in due porteli e della Galleria di Venezia.
Fig. 388 — Galleria Nazionale di Londra.
Martino da Udine: Madonna e i Santi Giacomo e Fortunato
(Fot. Anderson).
— 598 —
Il rosa lilla argenteo, che è la prediletta nota cromatica di
Pellegrino, si stende sul manto di San Benedetto, compatto e
Fig. 389 — Duomo di Udine. Martino da Udine: Pala di San Giuseppe.
(per cortesia della Signorina Ida Bianchi).
rigido come cuoio, teso a disegnare il lungo cono della figura.
Sempre più ci fan sentire l’influenza dell’ abitudine di lavorare
a
Fig. 390 — Museo di Cividale.
Martino da Udine: San Giovanni Battista.
Fig. 392 — Museo di Cividale.
Martino da Udine: San Giovanni Evangelista.
— Ó02 —
a fresco su vaste superfici, le forme ingrandite, le mani gonne,
in spessore, la struttura della testa più giusta e morbida; ma
progredisce a rilento la scioltezza pittorica dell’artista inabile a
intenerire le superfici compatte e levigate, e intento a miniar
figurine di Santi nel piviale, copertine di messali a ornati geo-
metrici; a riprodurre i cordoni di seta del ricamo e le righe di
scritture microscopiche nell’interno del libro.
Fa riscontro a San Benedetto, V Evangelista Giovanni, più
morbida figura delle altre nella posa arcuata, nel gesto della
mano che tiene il calice: par che sia giunta al rude intarsiatore
qualche eco dell’arte belliniana, ed egli si studi di addolcir mo-
venze, persino di riflettere qualche perlaceo chiaror veneziano
nella destra del Battista sul chiaror delle nuvole e in quella,
enorme di spessore, dell’Evangelista, scavata a conca sotto il
calice d’oro.
Ma solo nel dipingere gli scomparti laterali del trittico per
il Duomo d’Aquileia, Pellegrino tenta di avvolger d’atmosfera le
coppie di Santi, ingrandite da larghi panneggi, ed emergenti
dal fondo caliginoso in un’ombra animata di riflessi (fig. 393).
La seconda fase degli affreschi di Sant’Antonio a San Daniele
è rappresentata dalle figure dei Quattro Dottori entro medaglioni
sulla volta del coro (figg. 394-395), e da figure di Patriarchi e di
Profeti entro rettangoli, nel sottarco (fig. 396). Ivi il colore è più
fuso che nei primi affreschi; e la fusione è ottenuta elevando tutti
i toni, così da impedire gli stacchi violenti dal fondo; a un tempo,
le teste son costruite con vigor di rilievo, grandiose, imponenti.
Vincolato a una tradizione provinciale, Pellegrino è ancora anti-
quato; non rinuncia al risalto dei contorni, alla intensità delle
tinte; ma una gran forza penetra nelle forme scheletriche del
Pittore di S. Maria in Valle e dei primi affreschi di S. Antonio;
e il tono delle carni s’accende.
Più s’illumina il colore negli affreschi successivi, il Miracolo
di Sant' Antonio che risuscita un fanciullo (figg. 397-398), entro
un lunettone del coro; l’ Annunciata sulla fronte dell’arco d’in-
gresso al coro; Y Adorazione del Bambino e V Epifania, entro
Fig. 393
Duomo d’Aquileia. Martino da Udine: Pala d’altare,
Fig. 395 — Particolare della testa di San Girolamo nella volta suddetta.
Fig. 396 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Figure di Patriarchi e Profeti nel sottarco.
— 6oy —
lunettoni, i Santi entro nicchie, e gli angeli in adorazione del
calice eucaristico (figg. 399-400), tutti sulla fronte dell’arco;
Fig. 397 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Sant'Antonio che resuscita un fanciullo.
(Fot. Filippi).
Santi entro nicchie nel sottarco (figg. 401-404); Sant' Antonio che
benedice una Congregazione, sulla parete sinistra della chiesa
(figg. 405-406). Sin dal 1504 Pellegrino era andato a Venezia
- 6o8 —
per acquistar colori destinati a un quadro commessogli dal Duca;
probabilmente vi ritornò più a lungo negli anni trascorsi fuor
del Friuli, e nel Friuli stesso vide lavorare il Pordenone, con l’im-
peto del nuovo sangue trasfusogli dalla pittura veneziana. Solo
queste visioni possono spiegarci il mutamento davvero sconcer-
tante di Pellegrino pittore della volta del coro, ligneo, fosco,
Fig. 398 — Chiesa di S. Antonio. Particolare dell’affresco suddetto.
impacciato, nel Pellegrino di questi affreschi, morbidi e chiari
di colore, dipinti con facile scioltezza, ampli e lievi di volume.
Come Gian Antonio da Pordenone, egli segue il Romanino nel
dipinger V Epifania, ove le figure appaion tutte al riflesso rosa
del cielo acceso dietro la capanna, mentre nella lunetta del coro
(fig. cit. 397), raffigurante la Risurrezione di un bimbo, è chiara
l’influenza delle pitture di Tiziano nell’oratorio del Santo, sia per
l’immagine della madre, sia per il paese con un cielo tutto rosa
acceso, tra cupe scogliere. E se rimane arcaistica, sulla parete
Fig. 399 —
Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Angelo adorante.
Venturi, Storia dell'Arte Italiana., IX, 3.
39
Fig. 400 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Altro Angelo adorante.
Fig. 401 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: San Giorgio (figura nel pilastro dell’arco trionfale).
Fig. 402 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Santo F^scovo (figura nel pilastro dell’arco trionfale).
Fig. 403 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Santa Colomba (?)(figura nel pilastro dell’arco trionfale).
Fig. 404 - — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: U Arcangelo e Tobiolo (figura nel pilastro dell’arco trionfale).
Fig. 405 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Sant' Antonio che benedice una Congregazione.
— 6i6 —
divisoria fra chiesa e coro, l’architettura di base a cinque imma-
gini, per ogni lato dell’arco, disposte entro una nicchia come
entro caselle di polittico, nell’ ordine superiore, messe a guardia
di un tabernacolo, nell’inferiore, gli angeli gonfi e lievi, investi
verdine e rosee, che adoran l’Eucarestia come dagli sportelli di
un ciborio donatelliano, avanzano in un fluttuare di nastri e di
Fig. 406 — Chiesa di Sant’Antonio. Particolare dell’affresco suddetto.
ciocche chiaramente ispirato ai mossi ritmi del Pordenone, e i
vescovi dai volti accesi e San Lorenzo in dalmatica aurea,
staccan dal fondo con pienezza di rilievo, ampli di forme,
imponenti. E se gli angeli, nella lor vacua rotondità di palloni
gonfi d’aria, ci presentano la più uggiosa maniera di Pelle-
grino, appena rialzata dalla soave levità cromatica, che fa ap-
parir l’uno come in un raggio di sole, l’altro nella trasparenza
marina di una veste verdazzurra, i Santi della nicchia opposta
(fig. 407), divisa a trittico dalle orlature di un parato d’oro, spe-
cialmente il San Sebastiano, che fuoresce col nudo tornito dalla
conca ombrosa in una rosea luce d’aurora, svelano in Pellegrino
— • 617 —
un pittore nuovo, sapiente e disinvolto, che sa ottener la pie-
nezza del rilievo con grande semplicità, nel lento volger delle
forme alla carezza della luce. 1 Da un modello pordenoniano
infiacchito, par tratta anche la figura di San Rocco, e soprat-
tutto il magnifico Santo Diacono che monta la guardia al sotto-
stante ciborio (fig. 409): quadrato, forte, egli esce con risalto
Fig. 407 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Tre santi: Sebastiano, Pellegrino, Rocco.
statuario dal fondo, nel contrasto acutissimo delle vesti violar-
gento con racceso fuoco delle carni. Ma solo in uno sguincio
di finestra (fig. 410), la figura intatta del Diacono San Lorenzo
ci fa conoscere nel suo giusto valore la delicatezza pittorica rag-
giunta dall’ Udinese in questo momento massimo della sua arte,
nell’accordo soave di un pallor bruniccio di carni col bianco ar-
1 Ci è grato pubblicare qui un trittico della Raccolta di Lady Belper, già in quella Ri-
nuccini (fig. 408), giustamente attribuito dal Cavalcaselle e dal Borenius a Pellegrino da
San Daniele, che dipinse i tre Santi Gerolamo, Marco e Gerardo, statue sporgenti da nicchie
a sguscio leggiero, rievocando le proprie pitture della chiesetta di Sant’Antonio.
— 6i8
gerito di un camice e di una nicchia marmorea, col viola cupo di
una dalmatica di velluto.
La trasformazione di Pellegrino quattrocentista in Pelle-
grino cinquecentesco è compiuta, anche nei fregi, che non più
Fig. 408 — Raccolta di Lady Belper, a Londra.
Martino da Udine: I tre Santi: Gerolamo, Marco e Gerardo.
soffocati dalle minute suddivisioni e da meccanica simmetria,
come nella volta del coro, si espandono in larghi girali fogliacei,
svincolati dal fondo con impeto per effetto di luce.
Più vicine, per il colore velato e rosso, agli angeli del taber-
nacolo, ultimi dipinti sulla parete divisoria tra chiesa e coro,
sono le figure dei Santi nel sottarco, entro nicchie adorne di sem-
plici cornici e di sfere nei pennacchi, con ombre proiettate, alla
maniera del Romanino. Mentre un’ombra infocata invade la
Fig. 409 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele
Martino da Udine: Santo Diacono.
nel Friuli.
Fig. 410 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Il diacono San Lorenzo.
nicchia di San Giorgio, lampeggiante immagine nell’ armatura
verdiccia, tratta da un giorgionesco prototipo, come quella in un
quadretto della Galleria Nazionale di Londra, ascritto a Giorgio
da Castelfranco, l’immagine di un Santo Vescovo, in vesti bian-
che e stola di quel rosso pesante e bruno, di porfido, che è
caratteristico dell’arte friulana dal Pordenone a Pellegrino, esce
delicata nel biancor delle carni e nella cadenza della persona
a sagome ovoidali, da una nicchia madreperlacea, come quella
da cui esce Santa Colomba, figura lieve e rosea, di Veneto
Luini, avvolta con grazia nel contorno elissoide del manto. Lo
studio dei risalti di luce, tra le più determinate caratteristiche
dell’arte friulana, guida il pittore a interporre il rosso bruno
del manto fra il chiaror della veste e l’argenteo chiaror della
nicchia, mentre sfondo alla bionda capigliatura e alle carni dia-
fane, come soffiate nell’aria, è l’oro acceso dei musaici. Vera-
mente degna del Pordenone è invece la mole maestosa dell’ A r-
cangelo Raffaele, che non trova spazio nell’angusta nicchia, e
tutta ne esce, di sbieco, nella pompa del piviale viola, a grandi
zone d’oro fulgido.
L’apogeo dell’arte di Pellegrino è rappresentato da alcune
di queste immagini e dall’affresco sulla parete sinistra della chiesa,
antecedente certo le figure del sottarco. Rappresenta Sant' An-
tonio in atto di benedire una Congrega (fig. cit. 401). Dall’alto
trono, la testa del Santo, augusta, tenera, stacca con la mitra
d’argento sul rosso del padiglione; un piviale violetto orlato
d’oro avvolge l’ampia figura. Due candelabri giganti s’innal-
zano sul pubblico forte caratteristico; e si curva dall’alto un
gonfalone con l’immagine della Vergine. La folla è un insieme
di ritratti potenti, stretti nello spazio senza che alcuno perda
la sua vigorosa individualità, determinata dal segno intenso
e fermo, ancora quattrocentistico nelle teste di profilo, mentre
quelle di fronte o di tre quarti, ad esempio il volto del Gen-
tiluomo con grande berretto di velluto, sono talora dipinte
con larghezza romaninesca. E mentre i candelabri, di faticoso
e minuto lavoro, ricordano il Pellegrino arcaico della volta, il
— 62 2 —
Santo apparirebbe senza disdoro tra le maggiori opere del Por-
denone, per l’aprirsi largo e solenne del paludamento viola sfio-
rato da luci argentine, la morbidezza pittorica del volto chino
in penombra, l’imponenza della posa e del gesto. Con grave dol-
cezza, il Santo Vescovo benedice la folla dall’alto del trono.
Sporgenti colonne sostituiscono, negli affreschi di questo
periodo, i pilastri e i fregi del periodo antecedente; e valgono a
Fig. 41 1 — R. Galleria di Venezia. Martino da Udine: L' Annunciazione.
(Fot. Anderson).
introdurre nella scena le forti proiezioni d’ombra caratteristiche
di Pellegrino e dell’arte friulana.
Non vantano, generalmente, questa larghezza pittorica le
altre opere del Maestro: nè la pala di San Rocco presso Udine,
meschina composizione, guasta nel colore dal tempo; nè Y An-
nunciazione del 1519, dipinta per la Confraternita di Santa
Maria de’ Calzolai in Udine (fig. 411),1 di legno verniciato,
come i primi quadri del Pittore, ma con effetto ben più sgra-
devole per la villana gonfiezza delle forme. Tutto il provincia-
lismo di Pellegrino viene a galla in quel contrasto di ornamenti
miniati su baldacchini, tappeti e pilastri, e di forme turgide; in
Ora a Venezia, nei Magazzini della Galleria.
— 623 —
quella sovrapposizione di elementi architettonici faticosa e com-
plicata, che il pittore si studia di animare annodando e snodando,
in linee serpentine, i cortinaggi intorno alla Vergine, svolgendo
in frastagli di pesantezza plumbea le vesti dell’ angelo e torcendo
in due buffe spire la rossa stoffa sulle spalle del Padre Eterno,
che esce dalla nicchia del manto come un chiocciolone dal gu-
scio. Riesce diffìcile persuadersi che il pittore delicato e ampio
di alcuni affreschi di San Daniele sia lo stesso che nel 1519
dipingeva il meschino e volgare quadrone di Venezia. E una sì-
mile impressione di sorpresa si prova davanti allo sbilenco San
Giovanni Battista del Museo Civico di Udine (fig. 412), e ai due
macchinosi Santi Pietro e Giuseppe (figg. 413-414), dipinti grossa-
mente, con larghezza superficiale di pittore abituato alla pratica
deir affresco.
La sola opera tarda di Pellegrino paragonabile agli affreschi
del miglior periodo di San Daniele è la pala nella chiesa di Santa
Maria dei Battuti, in Cividale, finita nel 1528 (fig. 415), e ora
composta in un trittico che al centro ha la Madonna con le quattro
Sante Vergini di Aquileia: Tecla, Eufemia, Erasma e Dorotea;
a pie’ del trono, un angioletto suonatore e due Santi: Giovanni
Battista e Donato; negli sportelli i Santi Sebastiano e Michele.
Ma T opera era più vasta, come indicano due angioletti staccati
da essa e appesi alla parete della chiesa.
Pur costruendo a fatica l’interno della cappella che ospita
la Vergine, e il trono a base cilindrica altissima sopra gradi mar-
morei, e continuando a valersi di grevi ombre per ottenere il
risalto dei muscoli, mentre già nell’affresco celava, dietro la
morbidezza velata delle carni, i risalti ossei e muscolari, Pellegrino,
a Cividale, ci si presenta con una grandiosità e un effetto di mo-
vimento pienamente cinquecenteschi. Nel colore, due toni si
contrappongono: il tono freddo della veste lillacea e del velo
biancargento della Madonna, il tono caldo delle quattro imma-
gini di Santi, le cui vesti ripetono note di verde aureo e d’aran-
cione. San Donato, salda e quadra figura, eretta sul piedistallo
del camice ricadente sui piedi e a terra in un curioso modo.
Fig. 412 — Museo Civico di Udine.
Martino da Udine: San Giovanni Battista.
Fig. 413 — Museo Civico di Udine.
Martino da Udine: San Pietro.
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
40
Fig. 414 — Museo Civico di Udine.
Martino da Udine: San Giuseppe.
— Ó27 —
particolare a Pellegrino, ha l’ampiezza e la monumentale impo-
statura del Santo Diacono citato, di fianco a una nicchia nella
parete divisoria tra il coro e la chiesa di S. Antonio a San Daniele;
la Santa a destra della Vergine, nel fondo, con un ramoscello tra
le dita, è copiata, anche nella posa, da una delle tre sorelle del
Palma, mentre San Sebastiano, con gli occhi arrossati ir un
Fig. 415 — Chiesa di Santa Maria dei Battuti, in Cividale.
Martino da Udine: Trittico.
velo di lacrime, e il cielo nel fondo, a fiotti di bianche nubi
oblique, sono spunti chiarissimi dal Romanino. È questa, nono-
stante l’invincibile legnosità del nudo e pesantezza d’ombra,
la parte più bella del quadro, con quell’impeto della luce che
sferza le spalle nude del Santo, e par trascini le nuvole giù per il
campo azzurro del cielo e strappi il Martire dal cupo tronco
d’albero.
Più che in ogni altro quadro appare qui l’ecclettismo del
Maestro udinese, che pur costruendo nudi schematici e duri
e grosse ali di pietra, imita le forme del vecchio Palma, del
Fig. 4 17 — Chiesa di Sant’Antonio, a San Daniele nel Friuli.
Martino da Udine: Discesa al Limbo.
— 629 —
Romanino, del Pordenone, e si getta a capofitto nel barocchismo,
con gli effetti di movimento capricciosi e violenti.1
Questa pala, e le pitture citate della chiesa di Sant’Antonio,
sono le maggiori manifestazioni della personalità di Pellegrino,
la cui arte mediocre, talvolta diviene meschina, talvolta, desta
da qualche grande esempio, rasenta l’abilità tecnica e l’afflato
grandioso del Pordenone. Essa decade nel più arido e stucchevole
manierismo con gli ultimi affreschi di San Daniele, a fatica rico-
noscibili come opera sua, e non piuttosto di qualche seguace di
Gian Antonio, che ne ripeta con facile e superficialissima imita-
zione, vuotandoli d’ogni impeto fantastico, i danzanti ritmi
lineari delle ultime opere. Nella Lavanda de ’ piedi (fig. 416) le-
teste ridiventan piccine, come di tartaruga, per meglio confondersi
coi gusci dei manti e accompagnare il movimento serpentino dei
drappi ovunque sciorinati e snodati; e tutte le immagini scivolano
come sopra un piano in pendìo; nella Discesa al Limbo (fig. 417),
la frenesia di rapidità nel passo contrasta con la debolezza va-
cillante delle figure; nella Crocefissione, a uno schema antiquato,
s’innesta una ricerca di movimento spinta all’esagerazione
estrema, di là da ogni limite logico. Fra un ostinato spirito
arcaistico e uno squilibrato barocchismo di maniera, esita, in
questi esempi tardi della sua vita, il Maestro, che con gli affre-
schi del periodo medio a San Daniele si era fatto largo tra i
Pittori del Cinquecento friulano.
1 Alle opere qui indicate, ne aggiungiamo una a tutti ignota: Curzola, chiesa della Con-
cezione: frammento di trittico, con figure in due ordini: i Santi Cristoforo e Rocco nello spazio
maggiore, una Donna in ascolto d’un sacerdote leggente nell’altro minore di sopra.
— 630 —
GIAN ANTONIO DA PORDENONE.
Notizie.
1483 — Giovanni Antonio nasce in Pordenone da Angelo de
Lodesanis, agiato mastro muratore lombardo, e da Maddalena,
d’ignoto casato. Il De Lodesanis apparteneva probabilmente
alla famiglia De’ Sacchi, donde il nome di Sacchiense o De
Sachis, col quale G. Antonio compare nei documenti e firma
talora le proprie opere. Dal luogo d’origine del padre, Villa
Corticelle in quel di Brescia, il pittore trasse il soprannome di
Curticello. Licinio fu chiamato, sembra per errore, del Vasari,
che provocò in tal modo la confusione con la famiglia dei
Licinii.
Quanto all’altro nome di Regillo, si può dire solo che non
appare mai nei documenti contemporanei al pittore, mentre
si trova indicato come nome di famiglia del primogenito Curio
e dei figli di questi, e del pittore stesso, in documenti molto
posteriori alla morte di lui.
1504, maggio 19 — Il Podestà di Pordenone condanna ad
ammenda un certo De Marostica per aver schiaffeggiato
G. Antonio.
1504, ottobre 1 — In Pordenone, nella chiesa di S. Francesco,
si stipulano i patti nuziali tra il pittore e Anastasia di M. Ste-
fano di Giamosa (Belluno).
1506 — G. Antonio firma un affresco nella parrocchiale di
Valeriano (L. Venturi, L’Arte, XI, 1908, pag. 457). È questa
la più antica opera conservata.
1508 — Un Giovanni Antonio era garzone di Pellegrino da
Udine, che allora dipingeva per gli Estensi a Ferrara.
Al Campori questo documento parve la prova dell’alun-
nato del Pordenone presso quel pittore; l’Hadeln, pur am-
— 631 —
mettendo le relazioni, taciute dal Vasari, con Pellegrino, non
ritiene che il documento si riferisca al nostro, il quale già nel
contratto di nozze del 1504 è chiamato « Magister ».
1513, aprile 4 — Elisabetta de’ Quagliati, seconda moglie del
pittore, fa donazione al marito dei propri beni.
1514, giugno 5 — Ricevuta di due. 12 come acconto dell’opera
« che lui fa » nella chiesa di Santa Maria di Spilimbergo.
1514, settembre io — Il Pordenone s’impegna con i came-
rari della chiesa di Sant’Odorico in Villanova a dipingere
la volta della chiesa suddetta per ducati 48.
1514, dicembre 15, Pordenone — M. G. Francesco, detto Car-
gnelutto di Tiezzo, stende il suo testamento, ordinando agli
eredi di far dipingere una pala del prezzo di 30-50 ducati per
l’altare della Madre di Misericordia nella chiesa di San Marco
di Pordenone. Ai lati della Vergine dovranno esser figurati
devoti coi Santi Giuseppe e Cristoforo.
1514 — Firma un’ Immagine della Vergine nella chiesa ora di-
strutta di Sant’Antonio in Conegliano (Maniago).
1515, maggio 8 — Il pittore si obbliga a dipingere per l’anno
seguente la pala della Madonna di Misericordia al prezzo di
47 ducati.
1516, giugno 3 — Contratto per le pitture nella chiesa di San
Lorenzo in Rorai Grande entro il termine dell’estate 1517.
Si indicano i soggetti: nella volta della Cappella, l’Assunzione,
i quattro evangelisti e i quattro dottori; nel fondo, quattro
fatti della vita di Cristo, ecc. Le pitture della volta si conser-
vano ancora. Le altre perdute erano state ultimate, secondo
11 Vasari, da Marcello Fogolino di Vicenza.
1516, settembre 8 — Il Comune di Udine paga al pittore
12 ducati d’oro per V Immagine della Vergine, sotto la loggia
del Comune. Quest’affresco fu distaccato dal muro nel 1642
— 632 —
per l’apertura della loggia; si conserva oggi nell’Accademia
di Udine.
I5I7_33 — Ricevute di pagamenti per le pitture di San Pietro
in Treviso.
1518, gennaio 26 — Il Pordenone è eletto terzo estimatore per
l’ancona dipinta da Giovanni fu Martino da Udine nella
chiesa delle Grazie di quella città.
1520, giugno 11 — Patti coi signori di Torre e col Comune per
la consegna della pala della parrocchiale. La pala di Torre,
detta « intatta » dal Maniago, è oggi assai rovinata (Degani,
I tristi casi di uno fra i migliori dipinti del Pordenone, in Arte
e Storia, XII, 1893, pag. 179).
1520 — In quest’anno Tullio de’ Tinghi venne nel Friuli e vi si
fece cittadino: è perciò questo un termine post quem per la
decorazione (figure mitologiche, gigantomachia) della casa
dei Tinghi, poi dei Bianconi. Pochi frammenti di quella de-
corazione si conservano (Incisioni in Bartsch, XVII, 20-23).
1520, agosto 2 — Contratto con i massari del Duomo di Cre-
mona per la pittura dei tre ultimi arconi a seguito di quelli
già dipinti dal Romanino, e per l’interno della parete d’in-
gresso. Si indicano i soggetti da rappresentare e si aggiunge
che le pitture dovranno essere eseguite con nobiltà pari a
quelle « in lo Palazzo dello Magnifico Messer Pans de Cere-
sana in Mantua ». Il pittore si obbliga ad eseguire l’incarico,
previa approvazione di una prima pittura di saggio (primo
arcone) e dei cartoni. Il testo del contratto ci assicura così
dell’autenticità delle pitture di Mantova, celebrate dal Vasari.
1520, ottobre 9 — Essendo stata approvata la pittura del
primo arcone, se ne dà al pittore il pagamento, autorizzandolo
a procedere nell’opera sua.
1520 — G. Antonio firma YEpifania nel Duomo di Treviso.
— ^33 —
1520 — Data letta dal Ridolfi sulla decorazione di una casa in
Conegliano.
1521, agosto 27 — G. Antonio lavora agli affreschi del duomo
di Cremona.
1522, febbraio 24 — Contratto per la pittura di un gonfalone
per la chiesa di Valle.
1522, aprile 14 — Pagamento parziale per la pala dei Santi
Giacomo e Filippo di Strada, presso San Martino di Valva-
sone.
1522, dicembre 30 — Si pagano al pittore L. 150 imperiali
per la Deposizione dipinta nel Duomo di Cremona, a sinistra
delbingresso.
1524, maggio 28 -luglio io — Nota di spese per le portelle
dell’organo di Santa Maria di Spilimbergo. (Esterno: Assun-
zione. Interno: Caduta di Simon Mago, Conversione di S. Paolo.
Cantoria: Fatti della vita della Vergine e di Cristo).
1524, settembre 8 — Deliberazione del Capitolo di Cividale,
di allogare al Pordenone la pittura sulla volta della Cappella
maggiore della chiesa Collegiata (opera che, pare, non fu mai
eseguita) .
1524, ottobre 1 — Il Pordenone s’impegna a dipingere, per 45
ducati, la facciata della chiesa di Santa Maria di Valeriano.
1524 — Spese per la pittura dei leoni di S. Marco sulle porte di
Terra di Spilimbergo.
1525, marzo 20 — Testamento di Angelo de Lodesano, che
istituisce usufruttuaria di alcuni beni la moglie Maddalena,
ed eredi i figliuoli Bartolomeo, Giovanni Antonio e Baldas-
sarre.
1525 — G. Antonio dipinge a fresco un Sant' Erasmo e un San
Rocco in un pilastro del Duomo di Pordenone.
— 634 —
1525, ottobre 13 — Si obbliga con la Fraternità di San Got-
tardo, San Sebastiano e San Rocco, a dipingere una pala
con le immagini dei tre Santi titolari della Confraternita e le
relative storie nella predella, entro il prossimo 4 maggio,
per il prezzo di 70 ducati. L’Hadeln ritiene frammento di
tale predella (e con lui il Fiocco), la tavoletta dell’ Accademia
Carrara di Bergamo, segnata col n. 196 e recante la data
del marzo 1534. Attribuita a B. Licinio da C. Ricci, e, in ge-
nere, a « Scuola del Pordenone ».
1526, aprile 4 — Sebastiano Mantica si fa fideiussore al pit-
tore per 300 ducati, prezzo pattuito per la pala della chiesa
di Varmo.
1526, aprile 5 — Contratto coi nobili consorti di Varmo e del
Comune per la pittura della suddetta pala dell’altar mag-
giore nella chiesa di San Lorenzo in Villa di Varmo (È la
pala ancora in situ, raffigurante la Vergine coi Santi Lorenzo,
Giacomo, Michele, Antonio). Vi si conviene che G. Antonio
debba provvedere anche alla cornice scolpita a colonne sca-
nalate con basi quadrangolari.
1526 — Firma una Fuga in Egitto sulla facciata di un’antica
Confraternita a Blessano (data letta dal Maniago).
1527, gennaio 6 — Secondo testamento di Angelo de Lodesanis,
che ordina al figlio di dipingere una pala per la chiesa della
SS. ma Trinità presso Pordenone, con la Trinità al centro,
fiancheggiata dai Santi Bartolomeo e Giacomo (Non si ha
notizia che questa pala sia stata eseguita).
1527, febbraio 26 — Contratto per le pitture nella cappella
maggiore della chiesa di San Rocco.
1527, marzo 21 — Ricevuta di pagamento per pitture in San
Rocco di Venezia.
1527, marzo 30 — Il Consiglio della città delibera di allocare al
Pordenone, per 31 ducati, la cantoria dell’organo del Duomo
— 635 —
di Udine, dopo aver discusso se si debba invece attendere
Pellegrino da San Daniele, il quale, trattenuto nel proprio
paese dalle nevi e dalle piogge, ha chiesto una dilazione. Pel-
legrino ha già dipinto gli sportelli dell’organo.
1527, giugno 3 — La Confraternita di San Gottardo (Porde-
none) alloga al M. Antonio Bragadino di Venezia la dora-
tura della cornice della pala eseguita da Giacomo Quirini su
disegno di Giovanni Antonio.
1527, ultimo di giugno — G. Antonio riceve, dal camerario
della Confraternita di Santa Maria di Valeriano, un acconto
per la pittura « fatta su lo aitar de sopra » {Natività di Cristo).
1527, ottobre 28 — Il pittore accetta l’incarico di dipingere,
nella cantoria suddetta, quelle storie di Santi che piacessero
ai signori canonici. Furono poi scelti i fatti dei Santi Erma-
gora e Fortunato.
1528, gennaio 5 — Si assegnano al pittore 40 ducati per aver
dipinto la cantoria dell’organo nel Duomo di Udine.
1528, gennaio io, Udine — I camerari della chiesa di San
Floriano di Ponalis nominano un procuratore nella lite (della
quale s’ignora la causa) che hanno con G. Antonio.
1529, febbraio 15 — Contratto per le pitture di Santa Maria
di Campagna in Piacenza.
1529, marzo 21 — Ricevuta del pagamento totale delle pitture
di San Rocco (Restano i putti ai lati dell’altar maggiore e
uno sportello del « Grand.0 Armario » coi Santi Martino e
Cristoforo).
1530, novembre 5 — G. Antonio riceve, a mezzo di suo fratello
Baldassarre, il compenso per la pala di Varmo.
1530 — Esegue la pala di San Giovanni di Rialto, in concorrenza
con Tiziano (Il Maniago dà questa data citando la Vita di
Tiziano del Vasari).
— 636 —
I53L marzo 11 — Convenzione coi rettori della chiesa di Santa
Maria di Campagna in Piacenza per il compimento delle pit-
ture in detta chiesa. Al momento della convenzione, il pit-
tore aveva eseguito parte del ciborio e, dovendo assentarsi
per qualche tempo, s’impegnava a tornare nel termine di
quattro mesi. Il Vasari asserisce che queste pitture furono
finiate da Bernardo da Vercelli.
1531, aprile 23 — Si aggrega alla Confraternita di Santo Spirito
in Saxia a Roma, insieme col fratello, la madre, i figli, i pre-
defunti più prossimi.
1531, dopo il 31 luglio — Il Capo del Consiglio dei Dieci scrive
al Governatore di Piacenza, pregandolo di voler attendere,
per le pitture in quella città, che il Pordenone abbia com-
piuto l’opera sua nella sala del Gran Consiglio.
1532 — Termine post quem degli affreschi del chiostro di Santo
Stefano a Venezia, giacché in quell’anno fu riedificato un
lato del chiostro stesso.
1532 — Data della pala di San Lorenzo Giustiniani (Dai docu-
menti relativi a una lite sostenuta dal Pordenone, pubbli-
cati dal Ludwig, risulta che nel 1532 il pittore eseguì una pala
per i fratelli Turchini, canonici di Santa Maria dell’Orto; per
non esservi altra pala di tale provenienza all’infuori di quella
di San Lorenzo Giustiniani, e per essere, questo Santo, patrono
dei Turchini, sembra al Ludwig indubbio doversi la data in
parola riferire appunto alla nota pala dell’Accademia di Ve-
nezia).
1533, aprile 1 — Terzo matrimonio di G. Antonio, con Eli-
sabetta Frescolino da Pordenone.
1533, ottobre 16 — Inizio della lite col fratello Baldassarre
per la divisione del patrimonio.
1533 — Data apposta al fresco sulla porta di Conegliano che
conduce a Ceneda (Maniago).
— 6.37 —
I534» gennaio 2 — Baldassarre denuncia il fratello G. Antonio,
per aver questi asportato dalla dimora comune alcuni valori
di comune proprietà.
1534, gennaio 9 — Baldassarre denunzia al Podestà di Por-
denone il fratello G. A., per avergli questi teso un agguato
con evidente intenzione fratricida.
3:534, gennaio 17 — Un arbitro dirime la questione fra i due
fratelli, effettuando la divisione dei beni.
3:534, gennaio 23 — Deposizione d’un teste per romicidio di
Pasqualino Vissa, avvenuto nell’imboscata ordita contro
Baldassarre.
3:534, aprile 25 — Mandato di comparizione agl’imputati del
processo iniziato per la denuncia di Baldassarre del 9 gen-
naio.
3:534, giugno 19 — Contratto di nozze fra Graziosa, figlia di
G. A., e il pittore Pomponio Amalteo di San Vito. G. Antonio
assegna alla figliuola 300 ducati di dote.
1534, agosto io — Il pittore versa la dote della figlia Graziosa.
1535, gennaio 22, S. Daniele — Riceve un acconto sul suo
avere per la pala della SS. ma Trinità nel Duomo di San Da-
niele. È testimonio Pellegrino da San Daniele.
3:535, marzo 15 — Offerta dei devoti di Pordenone per far com-
piere la pala di San Marco, iniziata da Gian Antonio nel 1533.
3:535, marzo 25 — G. Antonio si obbliga verso i Consorti di
Valvasone a dipingere le portelle dell’organo della chiesa par-
rocchiale per ducati 130 (loppi afferma che quest’opera non
fu eseguita).
3:535, aprile 24 — Giovanni Zapoeski, re d’Ungheria, confe-
risce dignità nobiliare a G. Antonio e ai suoi eredi per gl’in-
- 638 -
signi meriti di lui, resi noti dal protonotario Girolamo Rorario
da Pordenone, Nunzio Apostolico della Corte d’Ungheria.
L’arma del Pordenone (aquila bicipite), in seguito a questo
privilegio fu adottata dalla famiglia Regilla, discendente
da Curio Regillo, primogenito del pittore.
3:535, maggio 14 — G. Antonio riceve un acconto per la pala
di San Marco, alla quale sta lavorando.
1536, luglio 3 — I Capi del Consiglio di Venezia ordinano il
pagamento di io ducati in favore del Pordenone. Non si sa
precisamente per quale opera.
1536, dicembre 31 — I Rettori di Santa Maria in Campagna
designano un procuratore per le questioni sorte col pittore.
1537 — Data approssimativa della pala degli Angeli di Murano
(Annunziata), eseguita in sostituzione di quella di Tiziano,
troppo costosa.
1538, settembre 16 — Ercole II, Duca di Ferrara, scrive al
Tebaldi, suo residente in Venezia, di invitare il Pordenone ad
andar a Ferrara con la maggior sollecitudine possibile.
1538, settembre 18 — Il Tebaldi assicura l’immediata par-
tenza del pittore per Ferrara.
1538, settembre 18-ottobre 5 — Il Tebaldi avverte il Duca di
ritardi frapposti dal Pordenone alla partenza.
1538, novembre 22 — Vengono assegnati, dal Consiglio dei
Dieci, 50 ducati in anticipo dei 200 dovuti al pittore per l’o-
pera sua nella sala del Maggior Consiglio.
3:538, dicembre 12 — Il Duca rinnova al Tebaldi premure per
avere il Pordenone a Ferrara (Il pittore stava eseguendo
cartoni per arazzi con episodi dell’Odissea, destinati agli
Estensi: opera rimasta incompiuta per la morte dell’artista,
e della quale il Ridolfì ci ha lasciato la descrizione).
— 639 —
I539> gennaio 12-13 — Muore a Ferrara, all’Albergo dell’An-
gelo, con sospetto di veleno. La data, contrastante con quella
del 40 segnata dal Vasari, trova conferma nel Registro dei
defunti, nell’Archivio di San Francesco a Ferrara, che nota:
« depintore da Porto de non, sepolto in San Polo die 14 Ja-
nuaris » (Campori). Il sospetto di veleno fu avvalorato dal
Vasari, che passò per Ferrara un anno dopo la morte del Por-
denone, e soprattutto dallo zio di Pomponio, Marc’ Antonio
Amalteo, che ne pianse la morte in un’elegia latina, sca-
gliando maledizioni all’ignoto assassino.
3:539, gennaio 24 — Il Tebaldi comunica, da Venezia, al Duca,
di aver consegnato alla vedova 50 scudi d’oro, secondo gli
ordini ricevuti.
1539 — Il Tebaldi ascrive a proprio credito la suddetta somma
data alla vedova del pittore: « qual morse in Ferrara ne l’ho-
staria de l’Angello dove l’Excell.tia soa lo faceva stare et
lavorava de cose de Prospettiva ».
L’Opera. 1 Il
Nulla si sa delle fonti prime dell’arte di Gian Antonio da
Pordenone, compreso dal Vasari tra i seguaci di Giorgio da
1 Bibliografia su Gian Antonio da Pordenone:
Baldinucci, Giovanni Antonio Regillo detto Licinio da Pordenone ed altri pittori del Friuli
III; Maniaco, Storia delle Belle Arti Friulane, Udine, 1823, pag. 54; Vittorelli, Guida di
Possagno, 1853, pag. 76; Garilli (Raffaele), Pordenone e Lomazzo in Piacenza, 1861; Cam-
pori, in Atti Dep. St. Pai. di Modena e Parma, 1865, ser. I, voi. Ili, pag. 271; Campori,
Il Pordenone a Ferrara, Modena, 1866; Zanotto, Pinacoteca dell' Accademia Veneta, Ve-
nezia, 1867; Zaist, Notizie storiche de' pittori, scultori ed architetti cremonesi, Cremona, 1774,
voi. I, pag. 126; Crowe e Cavalcàselle, ed. Borenius, 1876, voi. VI, pag. 344; Campori, in
Atti della Dep. di St. Patria di Modena, voi. Vili, 1876; Vasari, Vite, ed. Milanesi, Fiienze,
1878-85, voi. V, pag. 103; Ostermann, I dipinti del Pordenone a Valeriano, in Arte e Storia,
voi. VII, 1888, pag. 47; Ioppi, Contributo terzo alla Storia dell'Arte in Friuli, in Misceli, della
R. Dep. di Storia Veneta, voi. XII, 1892, pag. 29; Decani (E.), I tristi casi di uno fra i
migliori dipinti del Pordenone, in Arte e Storia, voi. XII, 1893, pag. 179 (Pala di Torre); Mo-
relli, Della pittura italiana, Milano, 1897, pag. 308; Corna, S. Maria di Campagna, 1901;
Venturi (L.), in L'Arte, voi. XI, pag. 457; Molmenti, Il Pordenone, in L'Arte, 1902, p. 44;
Ridoi.fi, ed. Hadeln, 1914, pag. 112-132; Salmi, in L'Arte, 1919, pag. 180 (Pala di Terlizzi
— 640 —
Castelfranco; ma le sue opere più antiche, nella intonazione scura
con vividi risalti di rosso, nei drappeggi angolari, nei tipi marcati
e lignei, lo mostrano affine a Pellegrino da San Daniele, con una
sua personalità ben presto spiccata e forte. La prima di esse, fir-
mata e datata 1506, nella chiesa di Santo Stefano in Valeriano,
presenta il Pordenone con le limitazioni di un piccolo ritardatario
quattrocentista, che fa grosse le teste a cincinniJdDstoppa, duri
Fig. 418 — San Salvatore, a Collalto.
Pordenone: Affresco della Resurrezione di Lazzaro
(Fot. per cortesia del dott. Coletti).
i movimenti delle immagini tagliate come entro ceppi dalla scure
di un montanaro. Delle tre immagini, racchiuse da archi, rimane
soltanto il San Michele nella nicchia mediana, lungo l’asse del
vaso di fiori che adorna una lunetta sull’architrave, nota di bianco
in Puglia); Campbel Dogson, Marcus Curtius. A. Woodcut after Pordenone, in Burlington
Mag., XXXVII, 1920, pag. 61; Fiocco, Pordenone ignoto, in Bollettino d’ Arte, N. S., 1921-2,
pag. 193; Hadeln, A drawing after an important losi work by Pordenone, in Burlington Mag.,
XLIV, 1924, pag. 149; Gamba, Nuove attribuzioni di ritratti, in Bollettino d’Arte, 1924-25,
pag. 198; Froei.ich-Bum, Beitràge zum Werke des G. A. Pordenone, in Miinchener Jahrb.,
N. F., II, 1925, pag. 68; Pettorelli (Arturo), Il Pordenone nella Cattedrale di Cremona,
in Cronache d' Arte, II, 1925, pag. 157-65; Longhi, Precisioni, in Vita Artistica, gennaio 1927;
Ludwig, Archivalische Beitrdge zur Geschichte der venezianischen Malerei, in K. Pr. Ksts, XXVI,
Beiheft, pag. 126.
— 641 —
purissimo, in un’architettura tinta con gusto campagnolo di tutti
i colori, dal rosso al verde, come di legno dipinto.
Negli affreschi di San Salvatore a Collalto (figg. 418-419),
Fig. 419 — San Salvatore, a Collalto. Pordenone: Fuga in Egitto.
(Fot. per cortesia del dott. Coletti).
ora perduti, la composizione era antiquata, le forme chiaramente
montagnesche, ma la personalità del Pordenone si affermava
nei tipi e nella gamma di colore violenta e grave. L’espressione
del movimento, che è tra gli aspetti più proprii all’arte del
Venturi, Storia dell'Arte italiana, IX, 3. 41
— 642 —
focoso pittore, era appena accennata nel maggior affresco della
serie, la Resurrezione di Lazzaro, dove la folla indifferente, alli-
neata con la preoccupazione di mantener le teste a uno stesso
livello, lasciava che tutta la potenza del dramma si accentrasse
nella testa esterrefatta di Maddalena, e in quella di Lazzaro,
malata, carica di dolore. Cristo, più addietro, faceva scaturire il
dramma, senza parteciparvi, dalla tranquilla maestà del gesto.
Così, in un’altra composizione, il Giudizio universale, il Friu-
lano si studiava, con la rude grandezza delle immagini, di met-
tersi all’unisono con l’arte cinquecentesca.
La data del 1511 è segnata sul basamento del trono, nella
pala d’altare, sola rimasta di questo giovanile ciclo di op?re
pordenoniane (fig. 420). Sebbene essa abbia molto sofferto, anche
di ridipinture, ci mostra la derivazione vicentino-cimesca del
Friulano, simile a quella di Pellegrino da San Daniele, ma con
forme più ampie, arrotondate e solide. Netto e marcato è il con-
torno delle figure, come tornite in lucido legno variopinto, in
pose rigide, tranne quella del Bimbo sgambettante e dell’armo-
niosa Santa Caterina. Le immagini, che poi prenderanno forza,
talora brutale, sono qui giovanilmente gentili.
Ancora prossimo alle forme di Pellegrino si presenta il pit-
tore con lo scenario complicato a sorpresa della pala di Suse-
gana (fig. 421), ove le carni della Vergine e dei Santi son tirate
di stucco, e il villico San Pietro, di tipo cimesco incrudito e
segaligno, ha la struttura angolosa e la rigidezza di piolo dei
Santi che popolano le pale di Martino da Udine. Anche il ricordo
di Giambattista Cima, nel fondo di cielo aperto fra le rovine e
nella testa di San Giovanni, sembra giungere traverso gli esempi
di Pellegrino nel Duomo di Udine; e il tono monocromo giallo
bruno delle carni, con ombre nericce, è tipicamente friulano.
Sicché in tutta la pala il pittore ci apparirebbe nelle forme di
un Pellegrino ingrandito e ardimentoso, che gode ad appesantir
il gesto risoluto di San Pietro, portinaio del Cielo, e a complicar
la macchina scenografica dell’architettura, se non ci si presen-
tasse d’un tratto, in un particolare del quadro, l’angioletto
— 643 —
intento ad accordare il liuto (fìg. 422), il Pordenone giorgio-
nesco, signore del pennello. Il colore osseo delle altre figure
ocme per miracolo s’ammorbidisce in un fluido biondo vapo-
Fig. 420 — San Salvatore, a Collalto (già).
Pordenone: Pala d’altare.
roso, che tutta avvolge la bella soave figurina, dalle chiome
pallide al biondo miele della veste, alle carni tenere e soffici
come polpa di frutto. E l’ala argentea del manto che palpita
attorno le spalle propaga nella penombra dorata l’onda melo-
dica della posa piena di slancio e d’abbandono.
Questa meravigliosa creazione, dove il ruvido pittore del
San Pietro cimesco ci appare trasfigurato dagli esemplari vene-
Fig. 421 — Chiesa di Susegana. Pordenone: Pala d’altare.
ziani, veemente e carezzevole a un tempo, ci ha aiutati a com-
prendere un capolavoro della giovinezza di Gian Antonio, di-
— 645 —
pinto certo circa il 1514, la Deposizione del Museo di Feltre
(fig. 423), ascritta al Lorenzo Luzzo, del quale non ha le vitree
luci, la gamma a base di viola e d’argento, lo sfumato colore.
Fig. 422 — Chiesa di Susegana. Particolare della pala suddetta.
Nè mai il Morto avrebbe saputo creare un nudo statuario come
quello del Cristo sorretto da Maddalena, nè costruire la testa
leonina dell’ultimo vecchio in alto a destra, nell’ombra, dipinta
con larghezza degna di Tiziano. L’aggruppamento è ancora un
— 646 —
po’ faticato, in queirarcaico parallelismo di linee appena mosse
da pochi accenni di profondità, mediante la nicchia formata
alla Vergine dalle Marie e dall’Apostolo Giovanni e mediante
la trasversa del greve tronco di Cristo, che accentra in sè tutto
il peso della composizione. Il vecchio curvo tra i due gruppi,
della Vergine e del Cristo, è il tipico Dottore della Chiesa ripe-
tuto dal Friulano negli affreschi di Rorai Grande e di Treviso;
Fig. 423 — Museo Civico di Feltre. Pordenone: La Deposizione.
i verdi muschio luminosi, i verdi fulvi, di foglia imporporata
dall’autunno, i rossi intensi, sanguigni, il tono biondo delle
carni, soffici e vaporose come quelle dell’angioletto di Susegana,
sono altre tipiche note dell’arte di Gian Antonio, qui estese
al quadro intero. Ma soprattutto il Cristo, scavato nel ma-
cigno dei monti friulani, e i tre armigeri che chiudono il
gruppo a siepe, lampeggiando, riflettono una grandezza non più
superata dal Maestro, e degna dello stesso Giorgione. Chiuso
nell’elmo sferzato di luce a rapidissimi tocchi, il profilo dell’ar-
migero dietro le Marie si disegna assorto e sfingeo come un
profilo leonardesco, mentre il volto di un altro, in esatta fron-
talità (fìg. 424), si dilata soffice, nel suo caldo pallore di cera
bionda, tra i lampi delbelmo e della gorgiera. Il genio pittorico del
Pordenone tocca il suo vertice, plasmando il tessuto delle carni
con una pennellata sciolta e placida, larga e leggiera, per vibrar
Fig. 424 — Museo Civico di Feltre.
Particolare del quadro suddetto.
d’un tratto con impeto superiore a quello del giovane Tiziano
sulla convessità delbelmo.
L’effetto che ne risulta è fantastico, esaltante: contrapposto
di leggerezza e di peso, di una luminosità diffusa e velata col
subito grondar di stille infocate nell’ombra, guide di luce alla
simmetrica posa. Con questo particolare del quadro di Feltre il
Pordenone si colloca accanto agli eroi della pittura veneziana,
— 648 —
accanto a Giorgione, da cui si allontana per la composizione
della scena a curve riecheggianti, di stile piuttosto lombardo
che veneziano. Ma la rapidità sommaria, la forza del tocco, non
trovano riscontri neppure nella Venezia del 1514' una stilla di
luce e una goccia rappresa sull’elmo di un soldato mettono in
rilievo, con meravigliosa concisione, l’asse della figura e della
Fig. 425 — Chiesa di Sant’Odorico a Villanova (presso Pordenone).
Pordenone: Vòlta dell’abside.
scena, divenendo elementi essenziali di un’architettura schema-
tica pur nella sua pittorica levità.
A stento si distingue invece, nella fluidità del colore e nello
studio di atteggiamenti e di sguardi sentimentali, un influsso del
giorgionismo nelle pitture del coro di Sant’Odorico a Villanova,
commesse al Pordenone il io settembre del 1514 (figg. 425-426).
Lo schema decorativo della volta non si discosta dalla tradizione:
tre figure per ogni vela, un Dottore fra un Evangelista e un
Profeta: grandi, enormi i Dottori entro le piccole cattedre adorne
di marmi maculati alla maniera padovana, e lunghi rotuli
arcaici serpeggianti negli spazi delle vele; appena le pupille
stravolte ad esprimere entusiasmo ed estasi, i cincinni carez-
zati delle chiome giovanili, alcune teste a rilievo ondeggiante,
con barbe gonfie di luce, indicano un tentativo di mettersi allo
unisono con la Venezia del primo Cinquecento. Il grandioso
San Girolamo, in veste bianca e manto violaceo, Sant’Agostino
Fig. 426 — Chiesa di Sant’Odorico, a Villanova (presso Pordenone).
Particolare della volta suddetta.
assorto, chiuso in una cerchia di meditazione e di pensiero, il
profeta Geremia lanciato in un contrasto impetuoso di luce e
tenebre daH’impeto del gesto, annunciano, in quest’opera stret-
tamente vincolata alla tradizione, i caratteri propri del pittore.
Ancor lisce e compatte sono le carni e nitidi i contorni nella
bellissima^pala d’altare del Duomo di Pordenone (fig. 427): la
Madonna della Misericordia fra i Santi Giuseppe e Rocco. Pene-
trato nell’anima dalle profonde armonie di Giorgione, il violento
Friulano atteggia con grazia ideale di movenze la verginale
immagine, che appena schiude il mantello per accogliervi le
— 650 —
arcaiche figurine e china verso i fedeli il capo con dolcezza so-
lenne, con un’aria squisita di serenità attenta, non commossa,
Fig. 427 — Chiesa Parrocchiale di Pordenone.
Pordenone: Pala d’altare.
mentre sguscia dalle braccia del vecchietto arzillo San Giuseppe,
friulano tipo schietto, il Bimbo vivace, biondo rosa, con occhi
pungenti, e San Cristoforo impetuosamente si volge a fissare
in volto il Bambino, legandosi d’un tratto, per quel suo moto
improvviso, con il movimento delle masse d’ombra e luce nel-
l’affascinante paese. Il vertice fiorito del ramo cui s’appoggia il
Santo, investito dai venti, e il tronco stesso della figura, attorto,
diventano elementi dello scenario misterioso, dove case, rocce,
castelli, praterie vivono un attimo di lotta fra tenebre e luce, tra
fiotti d’oro solare e ombre opprimenti notturne. L’impeto che
trasporta San Cristoforo, e lo fonde col romantico paese, si smorza
come per incanto nel gesto calmo della Vergine, nel purissimo
lume del volto, come in un’oasi di pace. Il colore stesso inter-
preta il meraviglioso passaggio: fluido come la luce nel volto
di San Cristoforo, liscio e compatto nel volto della Vergine,
tra le più nobili creazioni di bellezza plastica nell’arte del Por-
denone.
La figura di San Cristoforo, specchio della focosa immagi-
nazione del Friulano, tanto gli piacque, che la replicò in uno
sportello rimasto di grande trittico (fig. 428), sopra uno sce-
nario di paese mutato, ma avvolto da un’atmosfera ugual
mente bionda, ugualmente ricca e vaporosa. Un picco dorato
s’aguzza sul capo biondo del fanciullo e ne continua la luce,
fra cupe siepi d’ombra. A destra s’apron le rupi verso up dorso
azzurro di monte e un nido di case azzurro argento, sulla fiamma
rosa vivo del cielo. S’incastra fra le rupi lontane il gruppo
colossale: le acque mosse dal passo del gigante spumeggiano
in una nebbia verdazzurra di fantastica effervescenza, e legger-
mente si sommo vono; una fascia azzurro cupa, cinta al capo
di Gesù, sventola dietro il capo del Cananeo come vessillo agi-
tato dal vento. Con questo nastro aggrovigliato serpentino, con
i capelli fiammanti di Cristoforo, con la tensione violenta del
corpo, il Friulano rende il movimento, l’agitazione, lo sforzo
del portatore gigantesco.
L’intonazione del manto è di un rosso oro, di vecchio rame,
soffocata, bassa, come quella del verde, scuro nell’ombra, mira-
bilmente fluido e leggiero allo sfiorar di un raggio di sole; e
tanta levità di velo cromatico nel verde trae risalto dallo spes-
sore corposo dei bianchi, rappresa neve con ombre azzurrine.
Facilmente si passa dal Cristo deposto di Feltre al Cristo
trasfigurato (fig. 429), molto inferiore, già a San Salvatore di
Cobalto, tanto diverso nelle forme rotondeggianti e fluide dai
quattro poderosi Santi laterali, da farci pensare che questi
sian stati dipinti molto più tardi. Le tre immagini in vetta alla
montagna, infagottate entro grossi panni, rotondeggiano come
palloni nelbinvolucro delle carni grasse e delle stoffe imbottite,
ma il Cristo raggia d’interna luce nella veste bianca, nuvola
gonfia di sole; e la foga dell’impetuoso Friulano si rispecchia
nelle immagini travolte degli Apostoli. E se Pietro spaventato
springa calci contro le zolle, cadendo nel grottesco, non raro
alle figure del Pordenone, l’Apostolo a sinistra, di scorcio, col
volto sollevato, è tutto un volo, una fiamma; e il gesto a spira,
tra gli oscillanti riverberi, infonde all’immagine dell’Apostolo
Giovanni, alle sottili mani, guizzo di face al vento. Per la prima
volta, in questo vacillar di luci e nel ritmo turbinante delle figure,
il Pordenone rasenta i caratteri dell’arte lottesca.
A Rorai Grande, nella chiesa di San Lorenzo, il Friulano
sembra camminare a ritroso verso il Quattrocento, dipingendo le
storie della Vergine entro medaglioni al centro delle vele (fig. 430),
chiuse agli angoli dalle immagini dei Dottori della Chiesa e
degli Evangelisti: schema faticoso e nulla più di quello di
Villanova rispondente alla libertà e alla grandiosità della deco-
razione cinquecentesca.1 Guasti e ridipinture hanno ancor di-
minuito il valore di questa serie d’affreschi, che ben poco rap-
presenta nella vita del Pordenone. Delle quattro composizioni
principali, la Presentazione al Tempio, con oblunghe figurine dalle
vesti a pieghe rigide, e una scaluccia giocattolo da pittor tre-
centista, si direbbe opera del Fogolino, mentre nell ’ Assunta si
riconoscono i gonfi panneggi e le caratteristiche teste .pordeno-
niane di vegliardi con quei gran cespi di chiome e barbe nivee,
1 Sulle pareti della cappella erano scene della vita di Cristo, forse dipinte dal Fogolino, e
ora perdute.
e nella Fuga in Egitto (fig. 431), e nello Sposalizio di Maria
(fig- A32), si nota un primo accostamento del Pordenone all’arte
Fig. 430 — Chiesa di San Lorenzo, a Rorai Grande (presso Pordenone).
Pordenone: Volta dell’abside.
di Girolamo Romanino. Ma più che nei guasti medaglioni, lo
spirito dell’arte di Gian Antonio è trasfuso nelle immagini degli
— 656 —
Evangelisti e dei Dottori (fìgg. 433-434), alcune secche e angolose,
ricalcate sul vecchio stampo friulano, altre quadre e possenti.
Fig. 431 — Chiesa di San Lorenzo, a Rorai Grande (presso Pordenone).
Pordenone: Fuga in Egitto.
come il calvo San Luca e San Girolamo leonino (fig. 435), con la
gran barba a cespo e gli occhi smarriti nella luce, tipo già invec-
chiato nell’arte del Maestro, che lo ripete]; instancabile. Oui il
gorgo del manto aggiunge alla convenzionale figura una nota
Chiesa di San Lorenzo, a Rorai Grande (presso Pordenone)
Pordenone: Sposalizio della Vergine.
di movimento e di grandiosità, in contrasto coi piccoli libri e il
minuscolo crocifisso, che il Santo, sospeso nel vuoto, tien fisso
Venturi, Storia dell'Arte italiana. IX, 3.
42
Fig. 433 — Chiesa di San Lorenzo, a Rorai Grande (presso Pordenone).
Pordenone: Affreschi
Fig. 434 — Chiesa di San Lorenzo, a Rorai Grande (presso Pordenone).
Pordenone: Affreschi.
Fig. 435 — Chiesa di San Lorenzo, a Rorai Grande (presso Pordenone).
Pordenone: San Girolamo.
al davanzale, come per farsene puntello. Ma solo nel dipingere
le formose Sante dei medaglioncini lungo la cornice, il Pordenone
si mette all’unisono coi maggiori giorgioneschi, e soprattutto
col Palma, per vigorosa espansione di forme e biondo splendore
di carni. Sant’Orsola, fulgida in uno sprazzo di sole, che ac-
centua il fermo rilievo del busto, e fa vibrare il timbro squil-
lante dei colori nella veste e nell’argentea croce dello sten-
dardo, è un magnifico esempio dell’arte giorgionesca di Gian
Antonio da Pordenone. Pur mantenendo intatta la solidità
gagliarda e la placida fermezza delle forme proprie al Maestro
friulano, l’immagine melodiosa si schiera tra le bionde bellezze
del Palma, più molli e ceree, e quelle del giovane Vecèllio, per
l’effetto suntuoso delle vaste zone cromatiche splendenti al sole.
Lo stesso momento di schietto giorgionismo è rappresentafo
dal gruppo Borghese di Giuditta con la servente 1 (fig. 436),
volta l’una da tergo, l’altra di fronte, la prima col vasto scudo
delle spalle ignude e l’affilato volto girati dall’ombra verso la
luce, china l’altra in un dibattito di barbagli fra tenebre. Il
Pordenone ha raggiunta la pienezza della sua forza, e tutta
la spiega in quel taglio ovoidale dello scollo come aperto
da una sciabolata sul torso possente, e nelle sagome acute del
volto che imprimono forza energetica ai morbidi ovali giorgio-
neschi. Il tocco smagliante e libero completa la bellezza del-
l’opera, scapricciandosi tra i ricci di una capigliatura tutta
fremiti, e sprizzando in rivi argentei dalle forbiciature delle
rosse maniche e della veste verde cupa, per distendersi compatto
e niveo sulle grandi pieghe del panno tenuto dalla servente, di
morbidezza così scintillante e densa, da sembrare un preludio
a certi brani pittorici di Mattia Preti, saturi di luce e corposi.
A questo prezioso esempio del maggior periodo veneziano
del Pordenone dobbiamo aggiungere un quadro della Galleria
Giovanelli a Venezia (fig. 437), raffigurante ancora Giuditta,
con la spada chiusa nella destra e la sinistra sul fianco, poderosa
1 V. Roberto Ronchi, Precisioni nelle Gallerie italiane, in Vita artistica, anno II,
— 662 —
di forme nella veste -di velluto verde a lumi d’oro. Volta di tre
quarti allo spettatore, esce con superbo risalto plastico dal fondo
tenebroso, nella matronale bellezza delle carni color bruno oro,
quasi monocrome, di un tessuto compatto e ricco che rivela su-
bito l’opera del Pordenone. Vicina ai tipi di Tiziano giovane e del
Fig. 436 — Galleria Borghese, a Roma.
Pordenone: Giuditta con la servente.'
Palma, l'eroina se ne distacca per la virile fermezza dei contorni,
la massività del busto corazzato dal rigido velluto verde, la sere-
nità baldanzosa' dello sguardo, l’ampiezza scultoria dei lineamenti
rilevati d’ombre. Lontana da ogni abbandono giorgionesco è l’im-
magine gagliarda scesa dai monti friulani, con membra poderose
e occhi lampeggianti di fierezza, tipica del Pordenone, in quella
- 663 -
sua posa di baldanza campagnola che riceve l’ultimo tocco dalle
triplici righe doro sul velluto del corsetto, girate a bandoliera.
Un medesimo criterio coloristico guida il pittore a volger di
Fig. 437 — Galleria Giovanelli, a Venezia. Pordenone: Giuditta.
tre quarti il dorso della donna nel quadro Borghese, di tre quarti
il petto nel quadro Giovanelli, e ad ampliare lo scollo. Gli occhi
oblunghi, l’arcata sopracciliare sottile e netta, la chioma crespa
e disfatta dal tocco della luce, persino il verde gemmeo della veste,
— 664 —
e il rosso oro si ripetono nei due quadri, dove il pittore sembra
abbia goduto a invertir la posa della figura e a variarne, di con-
seguenza, l’effetto di luce. Studiato, come per il quadro Borghese,
l’effetto luministico dell’acconciatura nel turbante verde che
dalle frange goccia stille d’oro freddo sull’oro acceso delle chiome,
il Pordenone ripete la testa del gigante coi lineamenti scolpiti
in melma verdiccia. Ma nel quadro Giovanelli, le sagome ovoi-
dali dei volti, dello scollo, delle maniche, allacciano, tra le figure
dell’eroina e della servente, un ritmo di ondulazioni lento e
largo, che preannuncia lo stile dei freschi di Treviso, mentre nel
quadro di Venezia la composizione si basa sopra un saldo cri-
terio architettonico, che non consente deviazioni dall’asse ver-
ticale, e medita il contrappeso tra l’immagine eretta e la scimi-
tarra chiusa nel pugno dell’eroina come simbolo di giustizia. Sod-
disfatta la sua passione per il movimento nel comporre il fluido
reticolato d’oro della manica, il pittore calcola ogni particolare,
persino la continuità esatta tra lo spigolo delle dita ripiegate e
il filo sottile della scimitarra, per comporre un’architettura gran-
diosa e ricca di colore.
* * *
Si rivede la maestosa bellezza delle Sante di Rorai Grande
nella Madonna con Gesù, dipinta a fresco il 1516 per la loggia del
palazzo comunale di Udine (fig. 438), mentre la composizione,
chiusa in un largo giro di curve dal manto di Maria e dal nudo
ampio del Bimbo, riflette, come in nessun’altra opera giovanile,
le qualità del Pordenone maturo. Gesù offre tutto se stesso
alla Madre nello sguardo carico d’amore tanto da divenirne lan-
guido, morente, e questa gira sul mondo uno sguardo così denso
di bontà e di calma da far pensare alla Madonna della Seggiola
di Raffaello. Probabilmente prima di creare questo andante
maestoso di linea e di colore, il Pordenone ha conosciuto, forse
indirettamente, traverso qualche maestro veronese, un modello
dell’Urbinate.
Del resto, lo sviluppo formale e il tipo raffaellesco della Ma-
donna col Bambino a Udine si trovano in un affresco (fig. 439),
della chiesa parrocchiale di Alvi ano (Marche), indubbiamente
all’arte romana ispirato, non solo per il ricordo delle Vergini di
Fig. 438 — Palazzo Comunale di Udine. Pordenone: Madonna con Gesù.
Raffaello nella bruna immagine entro la nicchia d’ombra del
manto, ma ancor più per il valore costruttivo ed energetico
dei gesti di San Gregorio e di Sant’Antonio: primo indizio d’im-
— 666 —
pressione da Michelangiolo nel Friulano, che’; se ne varrà per
raggiungere gli effetti di rilievo e di moto essenziali alla sua
Fig. 439 — Chiesa parrocchiale di Alviano (Marche).
Pordenone: Madonna col Bambino e due Santi.
arte, senza rinunciare, come Sebastiano michelangiolista, nep-
pure in parte, al tesoro ereditario di Venezia, il colore.
— 667 —
E perciò, se i tipi di un angioletto, di Gesù e della Vergine
sono raffaelleschi, e la mano di San Gregorio posata sul lib*o ha
la morbidezza pastosa e disossata delle belle mani prelatizie nei
ritratti del Sanzio, l’elemento vitale, che si trasfonde perla prima
volta in quest’opera con l’atteggiamento statuario, a contrappesi,
del Santo Papa e col gesto contorto e impetuoso del Santo Abate,
viene da Michelangelo ispiratore dei colossi di Tiziano maturo e
degli atletici rilievi luminosi del Tintoretto. Non è mutato il
tipo dei due Santi da quello che si vede ripetuto sino alla stan-
chezza sulle volte delle chiese friulane decorate dal Pordenone,
ma ne è mutato, mediante incroci di membra o torsioni faticose,
l’effetto plastico nella luce. E i tre magnifici angioletti, curvi
sino allo schianto sui loro strumenti, travolti dall’onda del suono,
preparano, con l’effetto dinamico degli sbattimenti di luce a con-
trapposto, un finale vertiginoso all’armonia larga e pacata del
gruppo sacro.
* * *
Nel 1520 il pittore compiva V Adorazione de Magi sulla pa-
rete destra della cappella Malchiostro a Treviso (fig. 440), am-
piamente sviluppando il principio di dilatazione delle zone cro-
matiche su cui è basata la Giuditta Borghese, con l’enfasi dei con-
torni che circoscrivono vesti e figure nei primi piani, soprat-
tutto il mantello straripante del vecchio Re. E sebbene ancora i
tipi siano affini a quelli del Palma, il principio giorgionesco, pa-
lese nelle roride teste dei consueti vecchioni, qui melodiosamente
inscritti entro le scodelle penombrate dei pennacchi, va scom-
parendo davanti al prepotente affermarsi della personalità del
pittore, sempre più volta a ricerche di moto, a violenti ritmi
compositivi. Il risalto plastico delle figure sempre più si deter-
mina, e accanto all’elemento colore, l’elemento linea acquista
importanza nel barocco slancio della composizione. Ancora il
Maestro friulano cerca di avvolger le sue folle multicolori nel
velo dell’atmosfera, ammorbidendo il forte modellato; ma so-
prattutto tende all’espressione del movimento e all’intensità del-
l’effetto. La retorica ha qui il sopravvento sull’abbandono fan-
tastico: una retorica fatta di slanci, di gesti grandiosi, di violenza
per la violenza. Scorci audacissimi, costumi variopinti, folle di
cavalli e di armati, macchine, come l’Eterno erculeo, diventano
il linguaggio colorito e rumoroso dell’atletico Friulano. Il piccolo
Bimbo del V Adorazione de Masi, nel ripetere il movimento a
cerchio del Bimbo di Udine, sembra guizzar via dal cuscino; e
Fig. 440 - — Cappella Malchiostro, nel Duomo di Treviso.
Pordenone: Adorazione de ’ Magi.
(Fot. Alinari). ,/
una volgare forza montanara scaturisce dai profili taglienti, dal
guizzo dei manti serpentini. Nel colore dominano il rosso porfido
e i gialli aranciati; nella composizione, un serpeggiar del con-
torno, un intrecciarsi e snodarsi di linee, tra i corpi fuori di
proporzione, ora smisurati, ora stranamente impiccioliti, secondo
vuole il ritmo largo e impetuoso.
I drappi stanno spesso a sè, sciorinati, svolazzanti, pomposi,
come nella lunetta della Visitazione, dove escon dagli argini
delle figure, strascichi ondulanti al moto della linea. Il quadro
, — 669 —
di Tiziano, sull’altare, apre come una visione di quiete celeste,
fra queste rumorose scene del Friulano, culminanti nell’enfasi
dell’affresco entro il catino della nicchia, ove Augusto e la gonfia
Sibilla (fig. 441), presi nel vortice sonoro delle stoffe, avanzano
incalzati dai roboanti edifici. Solo nel fondo il chiaro di luna
che emana dal gruppo di Madonna e Bambino suscita fantasmi
Fig. 441 — Duomo di Treviso. Pordenone: Augusto e la Sibilla.
di piramidi e di castelli, in una visione notturna, ultimo richiamo
ai paesi romantici del Pordenone giovane.
Ma soprattutto la cupola, forse eseguita più tardi (figg. 442
e 443), rispecchia in un colpo di scena rapido e spettacoloso l’im-
petuosità del genio di’ Giovan Antonio da Pordenone. Chiari
vi sono i richiami a Michelangelo nella Cappella Sistina e al
Correggio nelle cupole di Parma, ma non svanisce per essi la
personalità gagliarda e violenta del Friulano, che scaglia nello
spazio, come una michelangiolesca figura-bolide, l’Eterno severo,
con nodose braccia di contadino, e, a un tempo, prodiga grazie e
flessibilità correggesche ai corpi snodati degli angeli e alle chiome
Fig. 442 — Duomo di Treviso. Pordenone: Cupola.
I
Fig. 443 — Duomo di Treviso.
Pordenone: Un pennacchio della cupola alla cappella Malchiostro.
— Ò72 —
fiammanti. Nuota l’Eterno, a braccia distese, nel gorgo del cielo,
e genera inoltrando il roseo nembo dei putti. E l’occhio segue
divertito il labirinto serpentino dei corpi color d’aurora, acca-
vallati; l’incessante annodarsi e snodarsi di spire tra i nudi te-
neri dei putti e le volute barocche delle stoffe, che schioccano e
s’attorcono, come idre furiose, alle membra dell’Eterno. Nuova
nell’arte e intensa d’effetto è la distribuzione delle masse nel
campo della cupola: il peso del grappolo umano solo da un lato,
dall'altro il vuoto atmosferico, che tutto risuona del rombo di
quel nugolo roteante in un vortice turbinoso.
* * *
1 ritmi lineari veementi delle composizioni di Treviso de-
generano in manierismi nella maggior parte degli affreschi ese-
guiti, con rapidità da pittore di pratica, per il Duomo di Cre-
mona, a continuazione di quelli del Romanino, e già compiuti
nel primo campo il 9 ottobre 1520. Le pitture della navata figu-
rano Cristo trascinato al Calvario (fig. 444), Cristo cadente sotto la
Croce; Cristo inchiodato alla Croce (fig. 445), e la Crocefissione, in
campi, dove le figure ora tessono intrichi sul fondo, aggirandosi
in larghe curve fuor di misura, ora sporgono verso la chiesa,
con effetti illusionistici, come il Cristo inchiodato alla Croce,
che esce per metà dalle cornici ed è quasi raggiunto col braccio
da un Profeta negli oculi nel pennacchio. Chiude la serie la
Crocefissione ( figg. 446-447), roboante e confusa, con gran moto
di cavalloni bianchi e col gesto melodrammatico del comandante
che brandisce uno spadone smisurato e sbandiera il braccio a
indicar il Cristo. È una maniera, paradossale e chiassosa, dove
i. più triti arcaismi accompagnano barocchi contorcimenti e
svolazzi, in un effetto manieristico di potenza e audacia quasi
brutale. Sembran dipinti dal Pordenone, quegli affreschi, per
bravata, alla svelta, con noncurante disinvoltura.
Egualmente di maniera è il Cristo risorto, a destra della porta,
m una elissi di luce. Il tipo è ad evidenza correggesco, ma nella
parte inferiore, a furia di effetti illusionistici, di proiezione
Fig. 444 — Duomo di Cremona. Pordenone: Cristo trascinato al Calvario.
(Fot. prestata dal Direttore del Museo Civico di Cremona).
Venturi, Storia dell' Arte Italiana, IX, 3.
43
Fig. 446 — Duomo di Cremona. Pordenone: Particolare della Crocefissione .
(Fot. prestata dal Direttore del Museo Civico di Cremona).
I
Fig. 447 — Duomo di Cremona. Pordenone. Particolare della Croceftssione.
(Fot. prestata dal Direttore del Museo Civico di Cremona).
— 676 —
d’ombre di architetture e figure, di scorci complicati, il pittore si
avvicina ai manieristi della scuola romana, ai peggiori Giulio
Romano. Anche gli atteggiamenti delle macchinose figure si
ripetono con noiosa insistenza.
Ma la Deposizione, a sinistra della porta d’ingresso, pagata
il 30 agosto 1522, riflette la gran forza del Maestro friulano
(fig. 448). Egli aduna le figure ampie, maestose, in una delle
sue predilette absidi, con catino a musaico e cornici acute ir-
ruenti: la nicchia è veduta di scorcio, e così il gruppo, più denso
dal lato ove più avanzano e s’appuntano gli angoli della cornice,
quasi figure e architettura insieme roteassero in un vortice dit-
tico attorno il corpo di Cristo, che giace sull’orlo del pavimento,
a braccia sbarrate, come ancora crocefisso al suolo, e sembra stia
per esser trascinato dallo scroscio del sudario, come tronco dalla
corrente di un fiume in piena. Anche qui sono enfasi e manie-
rismi; ma la foga del pennello, che accenna in rapidi tocchi
ali, stoffe, il pavone variopinto nel musaico dell’abside, e ìileva,
come da un sepolcreto di Venerdì Santo, la cupa mole del Cristo,
riflette tutta l’audacia inventiva della fantasia di Antonio da
Pordenone, alimentata dai ricordi della scuola romana. 1
Dopo un passaggio da Verona si direbbe dipinta la pala della
Cattedrale cremonese (fig. 452), tanto è chiara, nella composizione
del gruppo sullo sfondo mantegnesco d’alberi, nell’oblungo ovale
dei volti, nelle ombre cariche e bituminose, l’affinità con le pit-
ture del Caroto e del Cavazzola. Solo i drappi gonfi, accartocciati
e pastosi; la bella mano dell’angelo che trilla al tocco di un raggio
di sole nell’ombra cadente sulla mandola; il fogliame tizianesco
1 Si trovano i lineamenti della Maddalena nella Deposizione, deformati da un volgarissimo ro-
tondeggiar del segno, nell’immagine di San Sebastiano (fig. 449), attribuita al Vecellio, nella Gal-
leria Harrach a Vienna, e certamente friulana, intermedia fra la pittura di Pellegrino da San Da-
niele e del Pordenone, anche per il segno grosso e nero dei contorni. Bellissimo, e veramente tizia-
nesco, è il velo di luce dorata che avvolge e affusa l’immagine entro l’aurea penombra del fondo.
Lo sfondo architettonico di nicchia, a impetuose cornici elastiche, richiama la Deposizione
anche nella pala di Torre (figg. 450-451), presso Pordenone, come il chiaroscuro profondo il
quadro d’altare nel Duomo stesso di Cremona. La pala di Torre è molto guasta, e in gran
parte ridipinta, ma lascia scorgere ancora, specialmente nell’immagine squadrata del Santo
Diacono, una singolare imponenza di masse, e ad un tempo la ricchezza pittorica del Porde-
none giorgionesco, che fa splendere la neve dei bianchi nell’apertura lanceolata di una dalma-
tica di velluto.
— 677 —
forato dall’oro del tramonto; il paese burrascoso, con un pastore
che suona il flauto e una capretta che saltella,- collegano all’arte
Fig. 448 — Duomo di Cremona. Pordenone: Deposizione.
(Fot. Betri).
di Venezia la grande pala, ove è tutta la montana energia del
Pordenone nel divoto in ginocchio e nel rigido San Donnino;
Fig. 449 — Collezione Harrach, a Vienna.
Pordenone: San Sebastiano.
(Fot. Wolfrum).
— 679 —
tutta la sua foga di movimento nella posa sgangherata che
storce e deforma un piede di Gesù e nell’impeto dell’angelo,
Fig. 450 — Chiesa di Torre (presso Pordenone).
Pordenone: Pala.
tutto piegato sulla viola, capelli al vento, grandi occhi sbarrati.
L’iride larga nella rotondità dell’orbita e il tipo cavazzoliano
delle figure sono note inconsuete all’arte del Maestro, che si
Fig. 451 — Particolare della pala suddetta.
— 68i —
rispecchia invece nella composizione a correggesca ghirlanda e
negli strappi d’ombra e luce, preludi al regno del barocco.
Fig. 452 — Cattedrale di Cremona. Pordenone: Pala d’altare.
(Fot. Alinari).
L’opulenza palmesca dell’immagine di Maddalena, coi linea-
menti larghi e tumidi, si ritrova nella figura meno guasta del-
l’affresco dipinto ai lati di un’antica Madonna in una cappella
— 682
di Conegliano, ora distrutta (figg. 453-454), brano di colore
magnifico nella tonalità delle carni di un biondo di messe
matura, tra il giallo della veste e delle chiome flave. La formo-
sità di questa Santa si rispecchia nella Danae del Museo di
Rovigo (fig. 455), minuscolo quadro che appar grande per lo
sviluppo ampio della figura modellata dalla luce in larghi piani
sintetici, tra il baglior di sole di una gonna gialla, tesa sulle
ginocchia, e la penombra abbagliata di un corsetto rosso viola.
Poche opere del Pordenone, che non appartengano al periodo
degli affreschi di Cortemaggiore, o agli anni successivi, sono
concepite con sì rapida sintesi di forma e di colore come questa
opulenta figura col grembo sfaccettato, le pieghe della manica
solide e corpose, entro uno scenario chiuso da linee orizzontali
e verticali di suolo, di mare, di alberi, schematico e semplice,
ma invaso da un fiotto idealmente leggiero e vaporoso di erbe
molli e bionde che portan lontano, verso il cupo azzurro del
mare, in note più tenere, il giallo vibrante della gonna, giallo
di ranuncolo dorato dal sole.
* * *
Tra le opere che meglio rappresentano le qualità proprie del
Pordenone maturo, uscito dalla tradizione giorgionesca, son gli
sportelli d’organo del Duomo di Spilimbergo, per violenza di ritmi
compositivi e per ardimenti scenografici (1524). L’obliqua della
Vergine ascendente, i gruppi degli Apostoli, i colonnati a li-
mite della scena, descrivono, nell’ Assunzione (fig. 456), una
serie di diagonali che si accompagnano e si sorreggono: persino
l’errore prospettico nella fuga di colonne vale a farci sentir tra-
scinati con maggior forza dallo slancio della Vergine che fende
l’aria con impeto, a testa indietro, braccia alzate. Angeli e nubi
la seguono più che la portino, e il tono quasi monocromo bruno
dorato infonde al gruppo una nota paradisiaca. Dabbasso gli
Apostoli, d’origine correggesca nel gioco illusionistico delle incli-
nazioni, smisurati, contorti, piegano in tutti i sensi, incalzati da
raffiche. Uno di essi, imperioso, indica la Vergine come darebbe
Fig. 453 — Villa dell’ing. Viola, a Conegliano.
Pordenone: Particolare d’affreschi in un’absidiola.
(Per cortesia dell’avv. Oreste Battistella).
asm*
Fig. 454 — Villa dell’ing. Viola, a Conegliano.
Pordenone: Particolare d’affreschi in un’absidiola.
- 685 -
un comando a un esercito; un altro si slancia come a seguire
il volo della sua preghiera: un parossismo di emozione sconvolge
la folla, nella scena enfatica e grandiosa. Il bianco è il tono più
Fig. 455 — Accademia de’ Concordi, a Rovigo. Pordenone: Danae.
alto del quadro a color soffocato e basso: la ruota argentea del
manto fa della Vergine il centro di luce.
Il lato opposto delle portelle d’organo, ora staccate, rappre-
senta la Caduta di Simon Mago (fig. 457) e la Conversione di
San Paolo (fig. 458), entro sonanti arcate con volta a botte,
di tutto slancio, cornice architettonica che dà modo al Pordenone
di spiegare tutti gli ardimenti della fantasia, tutti gli effetti
illusionistici. Nello sportello della Caduta di Simon Mago, la
volta, spezzata come per l’urto del corpo che cade, mette a
:
— 686 —
nudo il suo scheletro di archi, ove s’avverte ancora una lon-
tana reminiscenza del Cima; e dal basso quattro figure, in con-
trapposto violento d’ombra e luce, partecipano alla scena: tra
Fig. 456 — Duomo di Spilimbergo. Pordenone: V Assunta.
esse Pietro sembra stia per sollevarsi a volo, scagliandosi nel
vuoto aereo col gesto fatale della maledizione; e la bianca veste,
con le sue pieghe a spira, accompagna lo slancio del corpo che si
stacca da terra. Gli altri Apostoli, e la guardia che, poggiandosi
alla balaustra da un livello più basso, si volge di scatto in alto a
Fig. 457 — Duomo di Spilimbergo.
Pordenone: La Caduta di Simon Mago.
Fig. 458 — Duomo di Spilimbergo.
Pordenone: La conversione di San Paolo.
— 689 —
guardare, quasi facendo del suo braccio leva allo slancio della
composizione, son masse d’ombra cupe; e tutto il lume del cielo
chiaro cilestre si raccoglie sull’argentea veste del taumaturgo,
per farne il centro di luce, il centro della scena, come la Ver-
gine nel campo esterno delle ante d’organo.
Nello sportello raffigurante la Conversione di San Paolo, l’ef-
fetto è anche maggiore. I cavalieri sono entrati sotto la volta; e la
luce del fulmine raggiunge il Duce, costringendolo a voltare: di
qui 1’audacissimo scorcio della figura e la mossa perigliosa del
cavallo caduto, con la zampa fuor della cornice architettonica,
quasi stesse per precipitar nella chiesa. Tutto è cupo e metallico:
barcone immenso e il ferrigno trofeo di cavalli e di armigeri; la
luce stessa che saetta dall’alto ha barbagli d’acciaio. Per con-
trasto con la massa che sporge dall’arcone ferreo, sfonda lontano
la base di cielo cilestre chiaro, velata in basso da nuvole violette;
e fra le note cupe d’acciaio brunito e di rosso scuro fiorisce, come
per miracolo, la tinta primaverile dello stendardo rosa limpido e
bianco acerbo, sfumato d’ombre verdicce. Qui il Pordenone
afferma tutto se stesso: lontano dalla calma riflessiva di Giorgio
da Castelfranco, lotta con lo strumento suo proprio, lo scorcio
creatore d’effetti di moto.
* * *
Non segnano alcun progresso sulle pitture dell’organo di
Spilimbergo gli affreschi del coro di San Pietro a Travesio, dipinti
fra il 1525 e il 1532, con frequenti ripetizioni di tipi e scorci dagli
affreschi precedenti, e con un ritorno alle note sentimentali di
Giorgione e del Romanino nelle immagini di Virtù lungo l’arco
trionfale, atteggiate a un’incantevole pigra dolcezza di movenze.
Nel coro, il Cristo ascendente è tozzo, enorme; l’insieme della
decorazione caotico e volgare, nonostante la bellezza di alcuni
particolari, ad esempio le teste grandiose dei Patriarchi intorno
al Cristo, e la Liberazione di San Pietro.
Simile ritorno all’antico, dopo gli slanci iperbolici degli spor-
telli d’organo a Spilimbergo, si ritrova in altre opere del Por-
V nturi Storia dell'Arte Italiana, IX, 3. 44
«
— ógo —
denone, ad esempio nell’affresco d’altare della chiesa di Pin-
zano (fig. 459), composizione campagnola, illuminata dalla ferma
Fig. 459 — Chiesa di Pinzano. Pordenone: Madonna .
e grave beltà della Vergine, che nella purezza dei lineamenti
rettilinei e concisi, degli occhi chiari e calmi, nell’appiombo
— 691 —
risoluto della posa, impersona il tipo del Pordenone, forte, fermo,
virile. Dai capelli biondo pallido, la gamma dei gialli passa
all’accesa biondezza delle carni, al tono di ruggine del manto
regale. 1
Fig. 460 — Chiesa di Pinzano.
Pordenone: San Floriano.
1 II tipo della Vergine riappare, più ampio e morbido, nell’armoniosa figura di San Flo-
riano (fig. 460), che di sè copre, soffermandosi al limitare della cornice marmorea, il vano del-
l’angusta nicchietta.
— 692 —
Anche nel dipingere il trittico di San Lorenzo in Yarmo
(fìg. 461), opera del 1526, il Pordenone torna sui suoi passi.
Tiziano, componendo il trittico di Brescia, stabilisce un rapporto
Fig. 461 — Chiesa di San Lorenzo in Varmo. Pordenone: Trittico.
diretto, di ritmo compositivo e luminoso, tra i Santi ai lati e il
Cristo risorto nel mezzo; il Friulano stacca, anche per le propor-
zioni. dal gruppo divino troneggiale sotto una sonora volta
bramantesca, le due coppie dei Santi negli sportelli, che hanno
per base un fondo scuro. Probabilmente ha tratto il motivo del
campo mediano dal Giambellino de’ Frari, ma lo conduce a un
effetto diverso e nuovo mediante la monumentale grandiosità
— 693 —
architettonica del blocco, formato, sotto la volta solenne, dal trono
massiccio e dalla statuaria Vergine, e la contrapposta vivacità
pittorica del terzetto di bimbi suonatori, che gioca d’angolo, affac-
cendandosi intorno ai suoi strumenti, e animando la festa croma-
tica col variar delle luci sul mutabile incrocio dei piani. Ma negli
sportelli laterali le figure troppo riempiono lo spazio, facendosi
largo a fatica quando avanzano d’impeto, come l’immagine di
San Michele, chiassosa accanto al taciturno Sant’Antonio Abate,
in ogni tratto esprimente la maestà del pensiero.
* * *
Lo schema costruttivo della scena e l’energico tipo sebastia-
nesco delle immagini muliebri avvicinano alla pala di Varmo
il quadro raffigurante Salomè nella Collezione Holford (fig. 462),
ove il pittore rinuncia, per volger alla luce il prisma delle tre
immagini aggruppate contro una massiccia muraglia, al ritmo
mosso ed enfatico dei contorni. Un’elaborazione in senso correg-
gesco del tipo di Giorgio da Castelfranco, sembra, per tenerezza
d’impasto e ondulazione di contorni, la nobile testa del Santo,
mentre il tenebroso armigero è copia libera di un ritratto tizia-
nesco del Gonzaga.
Ancora per angoli è costruita la Natività del 1527 nella chiesa
di Santa Maria dei Battuti a Valeriano (fig. 463), con la Vergine
che guarda al minuscolo putto, e i Santi Giuseppe e Valeriano,
di poco addentrati nel campo del quadro. Il fondo di paese, la
capanna con travicelli incrociati sopra un torbido cielo, le mac-
chiette sparse, i due Santi e il pastore, han tonalità luccicante e
ferrigna, propria alle opere di questo periodo, e adatta a con-
centrar la luce sulla veste bianca della Vergine e sulle carni
biondo rosate degli angeli correggeschi, raccolti entro il guscio
di una mandorla di luce, come in un’aerea navicella. Disposti
lungo una linea parallela a quella della Vergine, essi ne conti-
nuano il chiarore nel cielo.
Non han traccia di giorgionismo le pitture dell’abside
nella chiesa di San Rocco a Venezia (contratto del 15 27)>
— 694 —
gli sportelli d’organo della stessa chiesa (pagati per intero il
21 marzo del 1529). Del vasto scenario architettonico, ideato
a decorazione dell’abside, restano poche tracce, ma si vedono
Fig. 462 — Collezione Holford (già), a Londra. Pordenone: Salomè.
ancora ai margini di esso due coppie di angeli, di cui una è
quasi abrasa, mentre l’altra mantiene la ricchezza del colore
biondo e fluido. Chiara derivazione correggesca, dalle cupole di
Parma, è questa coppia di fanciulloni paffuti, per la morbida
carnosità delle forme, la trasparente biondezza [del colore, i
fiotti delle chiome color di spiga. Bellissimi, portan l'impronta,
— 695 —
nelle mani enormi, turgide, della noncuranza grossolana del
frescante.
La personalità violenta del Pordenone s’imprime invece,
Fig. 463 — Santa Maria dei Battuti, a Valeriano.
Pordenone: Pala d’altare.
libera da correggismi e da tizianismi, negli sportelli d'organo coi
Santi Martino e Cristoforo (fig. 464-465), dove ancora, come nel
Cristo deposto di Cremona, lo sforzo erculeo del movimento tortile
— 696 —
di San Cristoforo dimostra l’importanza che la visione di Miche-
langelo a Roma e di Giulio Romano a Mantova ha avuta nel-
l’arte del pittore. Si torce San Cristoforo con l’argenteo fanciullo
Fig. 464 — San Rocco, a Venezia. Pordenone: Santi Martino e Cristoforo.
(Fot. Anderson).
Fig. 465 — Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Anderson).
sulle spalle; rotea il cavallone focoso sulla sua breve base di
marmo; rotea San Giorgio, e il manto rosso fiamma garrisce al
vento come bandiera. E in quei due gruppi a spira, il gigante col
putto imperioso, San Martino col suo massiccio destriero, in
quel rotear di luce tra i vortici della composizione, in quella
scena di ferro veduta al chiaror di un baleno, il Pordenone dice
la forza travolgente della sua personalità, il suo slancio verso
T avvenire. Il colore perde importanza, per lasciar alla luce il
compito di creare il rilievo delle forme giganti e il moto istantaneo
della composizione.
Prossimo nel colore alla bionda tonalità dei putti nell’abside
di San Rocco, è il più importante ciclo d’affreschi eseguito dal
maestro friulano per la chiesa di Santa Maria di Campagna, a
Piacenza. Tutto fluidità di colore e di linea, il gruppo di Sant’ Ago-
stino seduto in cattedra (fìg. 466), su fondo troppo angusto di
nicchia, richiama il Correggio, negli angioletti affaccendati, soffici
e languidi, uno dei quali, sotto il peso di un libro enorme, ripete
i] movimento flammeo dei putti nella cupola del duomo di Parma.
Sempre più la linea del Pordenone s’imbarocchisce; dilagano
le vesti, s’arrotolano gli enormi tendoni, fluttuano manti, come
lenzuola sciorinate al vento, s’ingrandiscono e s'impiccioliscono
fuor d’ogni proporzione le immagini, per intonar un ritmo di
contorni veloce e impetuoso, talvolta scapigliato, sempre più
dilatando gli argini del colore. Esempio tipico la Natività della
Vergine (fig. 467-468), con sproporzioni fantastiche tra figura e
figura, tra gonna e busto di una stessa figura, come se la catena
delle immagini fosse veduta in rapidissimo scorcio, dietro le
due enormi volute simmetriche dei corpi muliebri affrontati di
qua di là dal mastello, in primo piano. Un solo enfatico limite
ovoidale circoscrive il bellissimo gruppo, ed entro quel limite
si dilatano le vaste aiole delle gonne, una tinta del sonoro giallo
di nasturzio, tipico al Pordenone, vellutato e ardente, che ros-
seggia nell’ombra. Soffiate da un vento capriccioso, che gonfia
e restringe vesti e figure, per ricomporle in fantastiche pro-
spettive lineari, le immagini rispecchiano le caratteristiche domi-
nanti del Friulano maturo, specialmente le due in primo piano,
insieme racchiuse, per genialissima deformazione stilistica, entro
la sagoma di un capitello ionico; e la terza vicino al focolare.
Fig. 466 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza
Pordenone: Sant' Agostino seduto in cattedra.
(Fot. Alinari).
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Fig, 467 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: La Natività della Vergine (affresco).
che sovr’esse si stampa. A un tempo, sempre più s’afferma, la vi-
rile energia della sua arte nella precisione plastica dei volti a
mandorla, dei lineamenti fermi e concisi sotto un casco rutilante
di trecce, dove il tocco ritrova d’un tutto lo splendor veneziano.1
Nella lunetta della Fuga in Egitto (fig. 470), guasta dal passo
sgangherato di San Giuseppe e dal balzo di ranocchio del Bimbo
Fig.- 468 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: Affresco della Natività della Vergine.
(Fot. Alinari).
tra le braccia materne, delicato è il paese, in quell’albor latteo
di nebbia che s’intona alla dolcezza dell’atteggiamento materno;
nell’altra d e\Y Adorazione di Gesù (fig. 471), la scapigliata figura
di San Giuseppe, il Puttino ruzzolante giù dal manto della Ver-
gine come foglia al vento, il raffaellesco pastore che s’avventa
a buttar come un cencio ai piedi del Messia la belante peco-
rella, sono echi di contadinesca goffaggine, frasi di dialetto mal
1 Della Natività esiste un disegno nella Galleria degli Uffizi a Firenze (fig. 469).
Fig. 469 — Galleria degli Uffizi, a Firenze. Pordenone: Disegno per la Natività
(per cortesia della Direzione degli Uffizi).
Fig. 470 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: La Fuga in Egitto.
(Fot. Alinari).
— 7°2 —
camuffate nel linguaggio impreziosito del Friulano; eppure l’arco
melodioso della Madonnina, la morbidezza cromatica dei pastori,
che sopraggiungono come vestiti della luce bionda dei prati; e
il paese dolcissimo, ove le montagne grigio violette riprendono
il tono del manto di Maria, ci dicono intera la virtù del pittore.
Fig. 471 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: Adorazione dei Pastori
(Fot. Alinari).
Barocca fra tutte le scene della cappella dedicata alla Ver-
gine è L’ Adorazione de Magi (fig. 472-473), nel suo andamento rit-
mico avviluppato e serpentino, ove figure e drappi s'arrotolano e
si srotolano di continuo tra le bionde architetture del fondo. Il
corteo dilaga come un’orda di barbari; e le assi della capanna,
legate ai travicelli, tentennano, rustiche spade di Damocle, sul
gruppo divino. Popolata di curiose finestre e balconi, punteggiata
di filiformi macchiette la strada in distanza, sbizzarritosi in mille
capricci, il pittore delinea, con minuzia d’incisore nordico, le
marezzature del legno e i trafori della pietra, ora svolgendo con
1
Fig. 472 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: Facciata della cappella, coi fatti della Vita di Gesù.
,r~'
— 7 04 —
noncuranza prestigiosa la linea guizzante del corteo, ora indu-
giandosi a variegar le superfici con un sottile tratto come di
Fig. 473 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: V Adorazione de' Magi.
(Fot. Alinari).
penna. L’effetto cromatico della composizione culmina nella seta
giallo oro e verde, a strie luminose, del vecchio Re inginocchiato.
— 705 —
Dalle candelabre dei pilastri e dei sottarchi (figg. 474-475), la
decorazione pittorica, doviziosa e larga, sale alla cupola, tra gli
angeli musici delle vele, rivali per slancio appassionato a quelli
di Melozzo, e coloriti di soavi tinte crepuscolari, fra cui domi-
nano i grigi violacei e i bianchi azzurrini, in una luce siderea.1
Più alto sale il Pordenone nelle pitture della cappella di
S. Caterina, nei fregi delle candelabre, con gemetti fra cascate di
strumenti musicali, trofei d'armi, vasi madreperlacei (fìg. 476),
e, soprattutto, nelle storie dello Sposalizio di Santa Caterina e
della Disputa.
La scena dello Sposalizio (fìg. 477), oscurata e danneggiata
da vernici, è tra le maggiori espressioni di vigor formale nell’arte
pordenoniana, e sembra presentire la riforma caravaggesca in
quel sicuro convergere della luce a fuoco sulle figure per determi-
narne la forma, così da infondere al profetico San Paolo solidità
di termine lapideo. Stampata sui tipi dei Correggio la preziosa
Santa Caterina, il Pordenone ritrova il brio carezzevole dei suoi
terzetti d’angeli nel comporre il gruppo dei leggiadrissimi putti,
come avvolti a mulinello dall’onda sonora.
Santa Caterina, piccola fata bionda che s’apre tra la folla un
valico di luce nella lunetta del Martirio (fig. 478), e in quella della
Decapitazione (fìg. 479), appare con la stessa grazia di fanciul-
lina nella Disputa (fig. 480), il migliore affresco del ciclo di Pia-
cenza, dove il manierismo audace del Pordenone raggiunge le
sue maggiori altezze, in quell’armonia di spire che si annodano e
snodano da figura a figura entro l’enfatico scenario, in quel
serpeggiante intrico di linee che forma la composizione intiera.
Ondulano le immagini nel gran coro di cui Caterina dà la nota
iniziale, dal primo piano ascendendo, su fino all’angelo minu-
scolo che danza sulla lanterna del tempio.
1 Le proporzioni dei corpi e le testine ricciute di questi angeli ci ricordano gli altri volanti
con ghirlande fra le nubi, in un dipinto dell’Accademia di Venezia; ma essi rispecchiano ancora
tutta la fiamma del color veneziano nelle carni floride, accese di luce, nei ricci e nelle ali, gem-
mate dal tocco denso e brillante del Pordenone. Più gagliardi che a Piacenza, nuotano fra raggi
di sole e veli d’ombra, con impeto gioioso.
Venturi, Storia dell'Arte italiana, IX, 3.
45
Fig. 474 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: Affreschi.
Iig. 475 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: Affreschi.
Fig. 477 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: Sposalizio di Santa Caterina.
(Fot. Alinari).
Fig. 478 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: Martirio di Santa Caterina.
(Fot. Alinari).
— yio —
Riappare, ugualmente di profilo, il tipo correggesco impre-
ziosito di Santa Caterina fidanzata a Gesù, nella pala di Moriago
(fig. 481), certo posteriore agli affreschi di Piacenza; e la solidità
* architettonica del grandioso San Paolo, nelle immagini dei due
santi monaci imperturbati e cupi davanti al gruppo della Vergine
col Bambino, gruppo di gaiezza campagnola, che sembra in pro-
cinto di guizzar via dal trono insieme con la tenda altalenante
sulla funicella tesa da un capo all’altro della volta a vele. Ma
rudezze e preziosismi, baroccherie e pose solenni, si conciliano
al moto della luce, che accende le figure composte a ghirlanda
correggesca sull’ombra del fondo, mossa da bagliori.
Così i travicelli della capanna neW Adorazione de’ Magi,
sconnessi e minuziosamente lineati in ogni fibra, si rivedono in
una Adorazione dei Pastori attribuita genericamente alla scuola
Fig. 4 ycj — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: Martirio di Santa Caterina.
(Fot. Alinari).
Fig. 480 — Chiesa di Santa Maria di Campagna, a Piacenza.
Pordenone: Disputa di Santa Caterina.
(Fot. Alinari).
11
ì
[
— 713 —
veneziana nel Museo Fitzwilliam a Cambridge (fig. 482), armo-
nioso aggruppamento di figure entro un ampio scenario paesistico,
sottilmente variegato di luci come quello che s’apre dietro V An-
nunziata muranese. Solo la mano di un pastore, tesa, enorme, e
il profilo, tagliato obliquo dall’ombra degli alberi, richiamano
le molte scorrettezze e sviste del Pordenone, in questa melodiosa
Fig. 482 — Fitzwilliam Museum, di Cambridge.
Pordenone: Adorazione de’ Magi.
scena georgica, dove i panneggi fluiscono a rivoli di velo, sottil-
mente lineati, e un pastore sopraggiungente sembra un fauno del
Castiglione uscito dai boschi per rendere omaggio alla fresca
divinità di Gesù.
Subito dopo gli affreschi della chiesa di Santa Maria di Cam-
pagna, il Pordenone dovette compiere l’altro glorioso ciclo di
pitture in una cappella della chiesa dei frati di San Francesco
a Cortemaggiore, presso Piacenza, a cominciar dalla gran pala
— 714 —
•
raffigurante V Immacolata e i quattro Santi Dottori, in uno
sfondo più colossale e grandioso di quelli del ciclo piacentino
(fig. 483). Sulle pareti, una serie di nicchie forma loggiato: ne
emergono profeti e santi, colossali. I due vescovi Cirillo (fig. 484),
e Cipriano (fig. 485), piantati al suolo con solidità statuaria,
escono del tutto dalla nicchia nei grevi paludamenti: sono larghi,
massicci, di pietra friulana: trema la nicchietta dietro le figurone.
Sui pilastri e negli specchi del tamburo alla cupola, son fregi
con geni, satiri, corazze, uccelli, scudi, chimere, interpretazione
di grottesche ad altorilievo; e nelle lunette di sostegno alla cu-
pola, sibille e profeti, che ne sporgono, si protendono, par vo-
gliano scavalcare i parapetti, ripetendo gli effetti illusionistici
cari al Maestro. Campione della poderosa bellezza friulana, si
affaccia dall’alto, di fianco all’altar maggiore, una Sibilla in veste
di un verde chiaro, che risuona più acuto nello smeraldo di un
particolare di grottesche sopra il suo capo, e poi nella veste
deH’Eterno, metallica, sgranando così la gamma dei verdi cara
al pittore, sempre più intensa quanto più l’occhio sale.
E dall’alto (fig. 486-487) scende a capofitto, ruina con uno
sciame d’angeli travolti dalla corrente di nuvole, l’Eterno nel gran
svolazzo viola del manto, che esce pregno di sole, come nugolo
tintorettesco, dall’indaco profondo del cielo. Il motivo della com-
posizione è ancora quello della cappella Malchiostro a Treviso;
ma la nube compatta si spezza, lacerata da scoppi di luce fra
l’ombra; e un effetto fantastico di moto scaturisce dalla resi-
stenza opposta dagli angeli alla corrente vertiginosa, che li tra-
scina fuor dalle cornici tra lampi temporaleschi. I nudi arcuati
sembrano tendersi per spasimo; le chiome fiammeggiano; bale-
nano le sclerotiche dei grandi occhi travolti da un’estasi dolorosa;
e le nuvole, che li trasportano come forme di naufraghi, proiet-
tali ombre sulle sottostanti lunette. Il Correggio è presente,
anche in questo gioco illusionistico d’ombre, e nel nudo mira-
bilmente morbido del primo putto in luce, col volto nascosto
dall’arco del braccio, ma, più che nella cupola di Treviso, l’im-
peto di Michelangelo par trasfondersi nella tensione dei corpi
Fig. 483 — Museo Nazionale di Napoli.
Porde-none: L* Immacolata e i quattro Santi Dottori.
(Fot. Anderson).
Fig. 484 — Chiesa dei Francescani, a Cortemaggiore
Pordenone: Affreschi con il Profeta Salomone e San Cirillo.
Fig. 485 — Chiesa dei Francescani, a Cortemaggiore;
Pordenone: San Cipriano .
Fig. 486 — Chiesa dei Francescani, a Cortemaggiore.
Pordenone: Cupola della cappella della Concezione.
Fig. 487 — Chiesa dei Francescani, a Cor te maggi ore.
Pordenone: Cupola della cappella della Concezione.
(Fot. dell’Emilia).
— 720
travolti. E il decoratore pedestre di tanti soffitti di chiesette
friulane ci appare ora un gigante precursore della decorazione
secentesca a luci mutevoli ed effetti illusionistici, violento come
un Michelangelo del Nord.
La stessa forza rispecchia la pala del V Immacolata, ora nella
Galleria di Napoli, composizione monumentale, che sopra una
base granitica — le quattro figure dei Santi — si svolge a
larghi vortici, dal corpo riverso della Madonna agli archi del
loggiato oscuro. La vòlta del loggiato, plumbea, è squarciata
come per l’impeto stesso della sua ascensione; l’ombra fugge-
vole della nuvola che porta gli angeli traversa la grande
colonna bianca. Il colore s’incenerisce, s’impiomba tra luci
argentine; si schiara l’azzurro del manto della Vergine, il giallo
dei piviali si abbassa alle note dell’ora vecchio; nessuna tinta
grida, sebbene il rosso della veste di Maria s’inargenti alla luce,
colpito in pieno: le carni stesse, giallo brune, hanno ombre plum-
bee, simili a quelle del Moretto. Tra le maggiori espressioni cro-
matiche dell’arte pordenoniana, è il piviale di San Gregorio, oro
sull’oro, con orlo cordonato a scacchi bianchi, azzurri e rossi. Ma
soprattutto la potenza del plastico trionfa nelle immagini ampie,
forti, lapidee, specialmente nel busto spianato della Vergine, e
nella figura di San Gregorio, quadra e sintetica, modellata a larghi
piani dalla luce, che precisa il volume della testa energica, come
quello della mano e del libro, abbacinato tra ombre. Essa, an-
ticipa il Caravaggio, come il prodigioso écorché del San Giro-
lamo le pitture più profonde dello spagnolo Ribera. In nes-
sun’altra opera della maturità il Friulano ottiene un’immediata
fusione tra il principio luministico e il principio formale, come in
questa dipinta a Cortemaggiore.1
1 Sebbene le fulgide pennellate di fresca neve nelle trinciature della veste richiamino al vivo,
nell’effigie di musicista a Berlino, la Giuditta Borghese, la solidità corporea del modellato, a piani
lati e fermissimi, induce a ritenere non lontano dalla pala di Cortemaggiore e dai Santi di Collalto
questo capolavoro ritrattistico del Pordenone (fìg. 488). Forse appunto il soggetto — figura a
mezzo busto — condusse il Maestro a una semplificazione costruttiva veramente perfetta e su-
blime. Immoto, di tre quarti, chiusa nel libro la sensitiva mano, l’ignoto ci scruta con la luce
limpida e ferma dello sguardo. Nel fondo è una niochia marmorea, bipartita d’ombra e luce,
e un po’ sfuggente di lato, come l’immagine: nuda e grandiosa, una semplice fascia di cornice ne
— 721 —
Espressa così, al più alto grado, la sua forza di plastico, il
Pordenone rasenta l’elegia nella scena della Pietà (fig. 489), non
turbata da squilibri, da ribellioni, da accenti volgari. È la più
Fig. 488 — Galleria di Stato, a Berlino. Pordenone: Ritratto.
contenuta e la più profonda opera del Friulano, dipinta in un mo-
mento di eccezione: ancor più che nella cappella, il colore dorato
s'impiomba; e dai rosa pallidi, dai tenui azzurrini, dai violetti
delicati, dal bianco del sudario, trae note sideree, barlumi di
sottolinea in alto la concavità. Si volge con la nicchia la figura, sull’asse della nicchia, e ne riflette
la grandezza semplice nello schema corporeo limpido e conciso. Le ciocche ondate dei capelli e il
tondo berretto circoscrivono la rotondità del volto glabro spianato da luce; e le tre pennellate
fulgide: due bianche nella veste, una di fluido oro nella manica, assumono nella costruzione ampia
del busto il valore sintetico dei tocchi di luce sull’elmo dell’armigero al centro della primitiva
Deposizione di Feltre. Un senso impeccabile di metro regge, nell’ampia solenne costruzione,
l’effetto coloristico e formale. E due solchi di rughe simmetrici, un diritto sguardo, l’ala nervosa
di una narice dilatata, bastano al pittore per imprimere nel volto immoto i segni di una energia
indomabile, ferrea. Non conosce ostacoli nella vita, questa immagine animata da un fremito
represso, risoluta e tesa allo sforzo del pensiero creatore.
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
46
Fig. 489 — Chiesa dei Francescani, a Cortemaggiore.
Pordenone: La Pietà.
— 723 —
sole invernale. Donne e pietosi son curvi sul Cristo: le pallide
vesti, gli scialli bianchi, i drappi bianchi, gelidi, si chinano sulla
salma. Dietro la rupe fosca, biancheggia il cielo: un barlume di
luce cala di sbieco sul gruppo triste plumbeo. Nell’ombra, le
teste s’infocano, quasi tutte chine sull’Atleta divino, sulla salma
calda ancora. Solo rompe il silenzio il manto rosso di una pia
donna, il manto giallo di un’altra ginocchioni. La salma di Cristo
stacca sul lenzuolo d’argento. I colori attorno s’attenuano, sva-
niscono; la pietà corona la salma.
Vicino alle figure della Concezione, per la salda mole corporea
del Santo prelato, esempio superbo di sintesi volumetrica, sono
le quattro mezze figure di Santi già ai lati della Trasfigurazione
di Cobalto, certo più antica; ma la funzione della luce, special-
mente nello sportello a destra, vi è meno organica e fonda-
mentale che nel quadro di Napoli. Solo il Santo prelato, potente
nella sua espressione di pacifica energia, schematico e massiccio,
con l’anfora sagomata da luce, è veramente parallelo a quei
campioni di solidità plastica, che il Pordenone ha eternato,
valendosi di uno scalpello d’ombre più energico, nel quadro
della Concezione.
Simili principi, ma espressi in forma più bonaria e campa-
gnola, e con assai minore grandezza di risultato, sono seguiti dal
Friulano nella pala di San Gottardo, del Municipio di Pordenone
(fig. 490), ove due immagini di montanara baldanza, piantate
solidamente d’angolo, fan contrasto alla svenevole figura del
martire Sebastiano, tipo del più uggioso e dolciastro sentimenta-
lismo, nell’arte tutta urti e lotte del pittore. Il tono stesso,
grigio verdastro, dominante nel fondo architettonico, si avvicina,
come nella Concezione e nel Cristo deposto di Cortemaggiore, alla
gamma del Moretto.
Dall’ombra di un’abside, alto nel presbiterio, insegna il Ve-
scovo, additando le parole di un messale. È la statua dell’altare,
il dominatore del silenzio, buono, pacato, persuasivo. Sul volto
maestoso, sul piviale d’oro a fioroni di color granato, sulla stola
d’oro coi verdi preziosi del Pordenone, nelle figurine dipinte a
Fig. 490 — Municipio di Pordenone. Pordenone: Pala di San Gottardo.
(Fot. Cividini).
— 725 —
forti incrostazioni di colore, gira l’atmosfera verdastra dell’abside,
con un effetto altamente pittorico di fusione. San Rocco, lanzo
superbo pronto a brandir l’archibugio, sembra l’immagine ideale
del pittore, in quella sua posa pugnace, di spavalda baldanza,
in contrasto con l’estasi zuccherina di San Sebastiano, che turba
la linea forte, severa, grandiosa.
Due angioletti siedono irrequieti sui gradi della cattedra, e
poggiano una sull’altra; le testine come per concertare il suono.
E ai due leggiadri puttini, specialmente al suonatore di mandòla,
il Pordenone prodiga tutta la ricchezza del color veneziano. Dal
giallo avorio la mandòla scende al granato nell’ombra; dal giallo
ardente al vermiglio, dall’oro delle carni al rosso granato del
manto, si gradua il tono della morbida figurina, monocromo
scaldato da fiamma.
La grandiosità e la pompa coloristica dell’immagine di San
Gottardo si ritrovano, ingrandite e men grevi, in una profetica
figura di Santo Vescovo benedicente, nella Raccolta Nicholsòn a
Londra (fig. 491), animata dal tocco scintillante e prezioso, che
accende i fili dei ricami sul fondo granato del manto; la pienezza
del volume scolpito da luce nel quadro di Napoli, in un Ritratto
di Gentiluomo, della Galleria di Vienna, ascritto al Tintoretto
(fig. 492). E anche l’attribuzione errata è una prova di quei rari
momenti in cui baite del Pordenone, volta a rendere la sculturale
massa michelangiolesca mediante la luce, ha qualche atteggia-
mento in comune con l’arte del Tintoretto. Quasi in ombra è il
corpo, avvolto nel mantello scuro, appena schiarato nella fulva
pelliccia da pochi tocchi liberissimi, a stille di fuoco; ma la testa,
investita in pieno da una luce intensa e fissa, come di proiettore,
emerge poderosa dal fondo cupo nella magnifica varietà dei suoi
piani.
* * *
Larghezza da frescante e movimento correggesco di compo-
sizione ricordano gli affreschi di Piacenza nella pala della chiesa
di San Giovanni Elemosinario a Venezia (fig. 493)» roboante e
slargata di forme. San Sebastiano segue la linea della centina con
— 726 —
le braccia arcuate, e così il busto della formosa Santa Caterina;
e il ritmo a vortice della composizione, sviluppo in senso barocco
del ritmo correggesco, si ripercuote nelle due roteanti figure di
Fig. 491 — Raccolta Nicholson, a Londra.
Pordenone: Un Santo Vescovo.
San Rocco e dell’angioletto pietoso. Sebbene macchiato da pe-
santi ombre, che accentuano il rilievo delle parti in luce, il colore
è superbo nella tonalità delle carni di un giallo scuro dorato,
quasi monocrome. Anche la veste rosso svanita del bimbo, l'ala
d’argento e di fuoco, s’indorano; s’indora il \erde della veste
di San Rocco e della Santa: non ha un grido il colore, immerso
in questa profonda ardente tonalità aurata. Le forme sono in-
grandite, inturgidite; nella testa della Santa, l’estasi rasenta il
i
|
i
Fig. 492 — Hofmuseum di Vienna.
Pordenone: Ritratto di Gentiluomo.
(Fot. Wolfrum).
sensualismo secentesco; eppure la forza atletica del Pordenone
s’imprime nelle immagini, nel bellissimo San Sebastiano, che
accompagna col flammeo trasalir dei muscoli la linea della cor-
nice, e imprime a tutta la composizione lo slancio del moto
Fig. 493 — Chiesa di San Giovanni Elimosinario, a Venezia.
Pordenone: I Santi Bastiano, Rocca e Caterina.
(Fot. Anderson).
— 729 —
rotatorio, piegandosi, come ramo aurato, lungo la centina del
quadro.
I forti risalti luministici, la granosità delle ombre, il disfa-
cimento della forma nelle gonfie mani disossate, indicano quale
Fig. 494 — Galleria di Brera, a Milano
Pordenone: Gentiluomo in nero.
opera intermedia tra la pala di San Giovanni di Rialto e la pala
di San Lorenzo Giustiniani all’Accademia, il ritratto, nella
Galleria di Brera a Milano (fig. 494), di un Gentiluomo in nero,
la cui testa rivela tutta la sua crudele energia in uno sprazzo di
luce. Un cagnolo niveo, rapidamente descritto dall’argutissimo
— 730 —
pennello, forma con la veste del personaggio il contrasto di
bianco a nero prediletto da tutti i coloristi; e il lembo di paese,
con gli intensi contrasti di ombra e luce e la gran nuvola ornata
di sole, avvicina, più che in ogni altro fondo delle pitture di
Gian Antonio, la visione luministica del Tintoretto.
Traccia di manierismo correggesco è ancora il movimento
a vortice delle figure adunate nella pala di San Lorenzo Giusti-
niani (fig. 495). Visto di scorcio, con l’architettura, il cerchio dei
Santi s’aggira sullo sfondo della consueta abside a conca decorata
di musaico. Tutto lo studio del pittore si volge qui a coordinare
il mosso ritmo della composizione con la virtù modellatrice dei
raggi, che investono a sprazzi le figure nell’ombra, e s’accentrano
nel camice bianco del beato Giustiniani, foco luminoso del
quadro. Torna a disegnarsi l’ovoide dei volti levigati e torniti,
ma senza più traccia dell'ampia energia di sagome, se non nella
lignea immagine del Santo benedicente. La mimica impacciata
e stucchevole, la mancanza più assoluta di unità spirituale tra
le figure, certe volgari trascuratezze di forma, sono tutti segni
palesi di decadenza, marcati dallo sforzo del pittore per abba-
gliare la folla e oscurar Tiziano. Solo il profilo dantesco della
figura in ginocchio presso il Santo, di cui lo sguardo ardente
beve la luce, riflette il fuoco del Pordenone in questo mancato
coro di anime. In compenso, il tono avvolge la scena della sua
calda e vibrante armonia, lentamente degradando dal vapor
d’oro dell’abside al grigio sfumato dell’ombra.
Alle grandi composizioni di Cortemaggiore ancor si allaccia
ia Trinità del Duomo di San Daniele (fig. 496), tra le ultime
opere del maestro Friulano, che ricevette un acconto per quel
lavoro nel 1535- Come a Cortemaggiore, gli angioletti natanti, in
balìa di una corrente di nuvole, richiamano i morbidi nudi cor-
reggeschi, e il colore è calmo, avvolto in un velato chiaror ve-
spertino. In quella calma profonda, in quel silenzio del tono,
giganteggia la maestà del gruppo sacro, l’Eterno michelangio-
lesco, l’enorme Crocefisso marmoreo, la colomba in un nimbo di
luce. Il gruppo, immenso, ingrandito dai panneggi, disposto di
Fig. 495 _ R. Accademia di Vèrteva. Pordenone: San Lorenzo Giustiniani.
(Fot. Anderson).
— 733 —
sghembo, squarcia il torbido cielo, e inoltra dall’ombra nella
diffusa luce della sera. Inoltra la statua del Crocefìsso, greve,
funerea, segnacolo di morte, tenendo con le tese braccia tutta
l’ampiezza del quadro; e la sua luce trae risalto dall’ombra del-
l’Eterno, che si dilata immensa, misteriosa, velata dal dolore.
Un più intenso effetto luministico, e la composizione, col gran
brivido tragico della linea scoppiettante e la scultorea evidenza
del Cristo, raggiungerebbe Jacopo Tintoretto.
Poche tracce rimangono di un’altra opera del Pordenone a
Venezia, di cui si può segnare nel 1532 il termine post quem, e
cioè della decorazione del chiostro di Santo Stefano; ma i rari
frammenti dimostrano come sempre più il pittore miri, col volger
del tempo, a ritmi compositivi sciolti e sfrenati, quelli stessi che
trovano la loro più audace e completa attuazione nella pala di San
Marco, iniziata per il duomo di Pordenone nel 1533 (fig. 497), con-
tinuata nel 1535, e non finita. Lo slancio della colonna argentea,
che divien l’asse e il perno della composizione, dando appoggio
al trono dell’Evangelista, è accompagnato da tutte le figure, in
un coro d’osanna. E l’effetto di movimento nasce vertiginoso
dalle grandi linee ascendenti. Intorno al fusto della colonna e al
Santo col libro aperto sulle ginocchia, rotea la protesa immagine
del Vescovo; rotea con gli angioletti la Corte dei Santi, mentre
lo sguardo di San Giorgio si leva di slancio in alto, rapito dalla
visione di Cristo, che passa a nuoto, nell’aria, con grazie di bal-
lerino. L’enfasi dei movimenti non fu mai più barocca nell’arte
del Pordenone, mai più bizzarro il ritmo delle immagini, che s’in-
clinano e tentennano in tutti i sensi, e par non tocchino terra,
roteando in una ridda sfrenata e leggiera intorno alla calma figura
dell’Evangelista.. Anche le proporzioni mutano per meglio ade-
rire agli scopi del pittore: le forme grandiose delle pale di Napoli,
di Pordenone, di San Giovanni Elemosinario, diventano smilze
come nelle opere dei tardi manieristi, per adattarsi al ritmo dan-
zante della composizione. E quantunque non finita, priva ancora
degli accenti di luce, la gran pala, vitrea e scialba nel suo biondo
velo di colore, rimane tra le opere più significative del tardo
Fig. 497 — Duomo di Pordenone.
Pordenone: Apparizione di Cristo a San Marco e altri Santi.
— 735 —
Pordenone, tra quelle dove egli raggiunge pienamente il suo
intento.
Squillano le luci; tornano a ingrandirsi e arrotondarsi le
figure, nella scena del V Annunciazione, celebrata a suon di gran-
cassa in un quadro dell’ Accademia veneziana (fìg. 498), dove pur
trova una sua speciale espressione di grazia la Madonnona oscil-
lante sull’angusto inginocchiatoio, veduto in uno di quei rapidi
inverosimili scorci che ama il Pordenone. Nelle vesti gonfie d’aria,
la forma s’affusa e s’assottiglia sino al vertice appuntito; e da
quel veloce assottigliarsi nasce, in chi guarda, un’impressione di
fragilità, d’instabilità aerea, che solo potrebbe richiamarci, da-
vanti a questa smisurata immagine del più macchinoso pittore
veneto nel primo Cinquecento, l’aerea e fluida eleganza delle im-
magini botticelliane. Sul vertice acuto dell’ampia forma si diaccia
un velo cristallino; e le mani, peritosamente aperte, accostate
ad aiutare l’equilibrio difficile della posa, si porgono alla luce
del minuscolo libro come alla fiamma di un focolare. Linea e
luce concorrono a far un capolavoro di questa immagine, ampia
di volume, e lieve come l’aria che muove a festa le chiome degli
alberi nel paese sfumato e chiaro, attorno la guizzante fiammella
del gruppo di Raffaele e Tobiolo. I tre arcangeli celebrano in-
sieme l’avvenimento sacro: Michele che squilla con gli acuti
dell’armatura lampeggiante la fanfara al corteo dell’Eterno,
e si scaglia come un bolide dal cielo, sferzando con le bilance
l’aria; Gabriele che penetra come una folata improvvisa nel
quieto ritiro di Maria; Raffaele sperduto, nel tenue paese, col
suo passo rapido e silenzioso: fievole eco di clamori lontani.
Il crescendo sconcertante del moto tocca il suo vertice nel gruppo
caotico dell’Eterno, con gli angeli scagliati nello spazio in mosse
sgangherate e buffonesche da un vento di pazzia. L’uragano,
che trasporta nella cella di Maria il macchinoso Gabriele, arcua
e torce sino al parossismo i cori degli angeli intorno alla rossa
navicella dell’ Eterno. E alla tremula poesia del gesto della
Vergine succede il selvaggio jazz-band intonato dall’orchestra
celeste.
Fig. 498 — R. Galleria di Venezia. Pordenone: V Annunciazione.
(Fot. Anderson).
— 737
* * *
Solo per un breve periodo della sua affaccendata e tumultuosa
vita,1 il Pordenone, dopo gli umili esordi provinciali, fu cofn-
2 Lista delle opere.
Alviano, Chiesa: Madonna col Bambina e due Santi.
Berlino, Galleria di Stato: Ritratto.
Blessano, Affresco: Fuga in Egitto (1526).
Cambridge (Inghilterra), Museo: Natività.
Casarsa, Parrocchia vecchia: Il Ritrovamento della Croce (r526).
Collalto, S. Salvatore: Pala d’altare.
- — Castello: Esigua parte superstite degli affreschi.
C-onegliano, Villa dell’Ing. Viola: Affreschi di un’abside.
— Affreschi su case: es. Pietà in una lunetta.
— Porta del Leone: Il Leone di S. Marco.
Corbolone, Chiesa di S. Marco: Balaab profeta.
Cortemaggiore, Chiesa dei Francescani: Affreschi nella cappella della Concezione.
Pietà.
Cremona, Duomo: Affreschi.
Feltre, Museo: La Pietà. Quadro d’altare della cappella Schizzi.
Fontanafredda, S. Agnese: Affreschi.
Londra, Collezione Nicholson: Santo Vescovo.
Milano, Galleria di Brera: Cristo trasfigurato.
— ■ — Ritratto.
Moriago, Chiesa: Madonna e Santi (tornata da Vienna), opera matura.
Motta di Livenza: Presepe.
Napoli, Museo Nazionale: Pala dell’ Immacolata, già a Cortemaggiore.
— Museo Filangieri: la Pietà (attribuita a Bonifacio Veronese). .
Piacenza, S. Maria di Campagna: Affreschi (1529).
Pinzano, Chie a: Madonna.
— — Affreschi.
Pordenone, Duomo: Tavola, Sacra Famiglia e S. Cristoforo.
— — Sull’altar maggiore: Cristo e Santi, S. Marco in gloria, incornp., r535.
Su un pilastro della cupola: Ss. Erasmo e Rocco (affresco).
— Palazzo Comunale, sala I: 7 Santi Gottardo, Rocco e Sebastiano (1525).
Roma, Galleria Borghese: Giuditta e la servente.
— Collezione privata: San Cristoforo.
Rorai Grande, Chiesa, Coro: Mezze figure di Evangelisti (a fresco).
Rovigo, Accademia dei Concordi: Danae.
Sacile, Chiesa, coro e parte superiore della cupola: Annunciazione e figure.
S. Daniele, SS. ma Trinità: Trinità (r535).
Spilimbergo, Duomo: Assunzione.
— — Simon Mago.
— — - Chiamata di San Paolo.
Sacrestia: quadro d’altare e cinque tavolette guaste e frammentarie.
— Castello: Affreschi (frammenti di)
Susegana, Chiesa di S. Elisabetta: Pala con la Madonna e Santi.
Torre: Pala d’altaie.
Venturi, Storia t eli’ Arte italiana, IX, 3.
47
- 738 -
pagno a Tiziano Vecellio e ad Jacopo Palma nell’eredità giorgio-
nesca. L’angioletto dell’arcaica pala di Susegana, la Deposi-
zione della Galleria di Feltre, la Giuditta Giovanelli e la Giuditta
Borghese, la Madonna della Misericordia nel duomo di Porde-
none, sono gli esempi maggiori del periodo più schiettamente
veneziano del pittore. E tuttavia, anche in queste opere, la luce,
che in pochi tocchi sintetici definisce il volume di una testa;
l’ovoide energico di un volto muliebre; le ombre giganti di un
paese romantico, lasciano apparire l’impetuosa personalità del
Friulano. E ben presto la sua arte si orienta verso le due ten-
denze che si manifestano nel Veneto subito dopo Giorgio di
Castelfranco: ampiezza di forme e movimento di composizione.
Le sue figure appaiono giganti; i contorni segnano viluppi,
intrichi di linee sempre più flessuose e complesse; i panneggi
raggiungono enfatiche ampiezze; sempre più si espandono, trai
dilatati argini della linea, le superfìci del colore: contrasti d’ombra
e luce, ardimento di scorci, diventano strumenti al ritmo
violento della composizione, base dell’arte di Gian Antonio
da Pordenone, che porta nella pittura le sue caratteristiche di
alpigiano ardito, vigoroso, anche brutale.
Ed ecco la tendenza verso lo svolgimento ritmico della linea
condurlo presto a intonarsi all’arte correggesca, gran creatrice
di scorci e di linee vorticose o serpentine. L’esempio del Cor-
reggio conduce il rude pittore, che negli affreschi di Udine e
Treviso, Duomo: Cappella Malchiostro: Affreschi.
Udine, Palazzo Tinghi (contrada S. Maria Maddalena), n. 1849: Frammento d’affresco (7521).
— Duomo: Organo.
— Pinacoteca Civica: Madonna (affresco distaccato dal Palazzo Comunale, 7576).
Valeriano, S. Maria de’ Battisti: Pala d’altare (7526).
Varmo, Chiesa: Quadro d’altare (7526).
Venezia, San Giovanni Elimosinario: I Santi Bastiano , Roco e Caterina.
— S. Rocco: Affreschi nella tribuna (7526).
San Martino e San Cristoforo.
— Accademia: Sala IX: Annunciazione (da S. M. degli Angeli di Murano, depos. temporaneo,.
Gloria di S. Lorenzo Giustiniani.
— S. Stefano, Chiostro: Affreschi rovinatissimi.
Venezia, Palazzo Giovanelli: Giuditta.
Vienna, Hofmuseum: Ritratto di Gentiluomo.
Villanova, S. Odorico: Volta del coro.
— 739 —
di Alviano aveva dimostrato di aver veduto Raffaello e Miche-
langelo a Roma, verso eleganze e leggiadrìe di tipi e di pose,
che qua e là, d’un tratto, egli spezza, facendo largo, a gomitate,
a qualche suo tipo cocciuto e diffidente di contadino.
Più forse che Parte di qualsiasi altro pittore veneto, Parte
del Pordenone ha sbalzi d’altezza: dal capolavoro all’opera
mancata; da uno stile antiquato al preannuncio di forme secen-
tesche; da una semplicità quasi povera all'abbagliamento sceno-
grafico. Tempra di barocco, doviziosa di sensi, il Friulano trova
la sua espressione nel moto violento della scena, ora figurando
masse lanciate nello spazio da forze subitanee, come negli spor-
telli d’organo a San Rocco, ora avvolgendo la composizione
in labirinti inestricabili, come nella Disputa di Santa Caterina.
E sempre più si allontana dalla Venezia del Palma e di Tiziano,
sia che si valga della luce per determinare l’architettura gra-
nitica di un corpo umano, ad esempio nel quadro di Napoli;
sia che si valga della linea e del colore per intrecciare le verti-
ginose danze figurate della pala di San Marco a Pordenone.
* * *
Nessuno, tranne forse il ruvido Florigerio, ebbe una perso-
nalità nel piccolo gruppo di Friulani, che sulle orme di Pelle-
grino e del Pordenone trascinarono sino alla fine del Cinquecento
una pittura di maniera, debole, superficiale, incerta. Con fati-
cosa diligenza, Luca Monverde, morto giovanissimo alla fine
del 1525 o al principio del 1526, condusse l’opera sua principale,
la pala di Santa Maria delle Grazie a Udine (1522), insigni-
ficante di colore, con figure in atteggiamenti di danza. Ivi il
piccolo maestro resta nell’ombra di Pellegrino, entro la cui
cerchia visse.
Alla maniera del Pordenone si attenne invece fedelmente
Giovanni Maria Zaffimi, di soprannome Calderari, autore di
Scene della vita di San Giovanni nella cattedrale di Pordenone,
di una Natività con Santi e un divoto nella chiesa di Pissincana
in Friuli, e di affreschi nella cappella Montereale del duomo di
— 740 —
Pordenone (1555). È un disegnatore di pratica, rapido e scor-
retto, e colora le carni della tinta rossigna comune ai seguaci
del Maestro Friulano.
Trova invece un’espressione propria nella forza bruta delle
forme pesanti e dislocate, Sebastiano Florigerio, parafrasando,
nel quadro dell’Accademia di Venezia, col gruppo di Maria,
Sant9 Anna e Gesù tra i Santi Sebastiano e Rocco (fig. 499), la pala
del suo maestro Pellegrino in Santa Maria de’ Battuti a Cividale.
I risalti di luce su fondi cupi, prediletti dalla scuola friulana,
diventano eccessivi, striduli; e scuri carboniosi piombano sulle
carni giallognole. Il profilo nero del Santo pellegrino sul marmo
lucente della colonna; l’ombra proiettata dal corpo di Sebastiano
sul fusto marmoreo e dalla veste di Maria sul piedistallo; i con-
trasti tra la fosca edicola in rovina e la nicchia percossa di luce,
tra l’ombra di Anna e l’abbacinato gruppo di Madre e Figlio,
intensi fino a un’insopportabile pesantezza, sono il motivo fon-
damentale del quadro. E le forme rotonde e solide, le pieghe
dei panneggi dure e profonde, le grevi mani, la torsione sgan-
gherata del Martire, riflettono con un’esagerazione violenta e
cruda alcuni aspetti dell’arte di Pellegrino.
Ritroviamo Florigerio nel ruvido San Sebastiano della Gal-
leria Berlinese (fig. 500), che urla grondando sangue, e flagella
l’ombra col drappo annodato sui fianchi; e nel Cristo sul sepolcro,
sorretto da angeli (fig. 501), opera certamente tratta da mo-
dello del Pordenone, con quella intenzione modellatrice dei partiti
di luce sul mirabile blocco marmoreo del sepolcro, e sul torso
macchinoso di Cristo, il quale però, nelle gambe molli, a contrasto
con la massività delle cosce, e nei globi turgidi delle spalle,
non rivela davvero la potente organica unità dei nudi virili di
Gian Antonio. Anche l’impeto fantastico dell’arte pordeno-
niana si rispecchia nell’effetto dinamico di quel vortice di putti
che in sè trascina la testa scavezza del Cristo, non nei due
toni che si urtano e stridono entro il campo del quadro: un
tono giallo plumbeo, caratteristico di Florigerio, e un tono
di rame, forzato e ignoto a Gian Antonio. Fa eccezione a
— 74i —
questa torpida e greve gamma, appesantita ancora dalle ombre
bituminose del Florigerio, il putto che pesca il drappo di Cristo
Fig. 499 - — Accademia di Venezia. Florigerio: Madonna col Bambino e due Santi.
nel sarcofago, tutto rosa e rorido, e davvero creato da un raggio
di sole, così da farci domandare se non vi abbia avuto parte il
pennello stesso del Maestro.
Fig. 501 — Monte di Pietà, a Treviso. Florigerio e Pordenone: Cristo morto.
(Fot. Alinari).
Fig. 502 — Chiesa di Castel Roganzuolo. Pomponio Amalteo: Affreschi.
— 744 —
L’opera più evoluta di Florigerio è la pala dipinta nel 1529 per
la chiesa di San Giorgio a Udine, raffigurante la Lotta del Santo
Cavaliere col drago. La composizione si svolge a cerchio; e tutte
le figure, guidate da un movimento di vortice, ne seguono la
traccia come sospinte dal turbine. Qui il pittore s’ispira certo
a un grandioso, epico Pordenone, come nel quadro di Venezia a
Pellegrino da San Daniele; anche la tecnica è più libera e sciolta
che in tutte le sue opere precedenti. L’intonazione giallobruna
delle carni rimane la stessa, ma riflessi argentei schiarano i volti
del Santo e della Principessa e la criniera del cavallone ricalci-
trante. E le ombre, non sempre logiche, comunicano gran forza
di rilievo alle figure, tinte di colori bassi e monocromi, ove
soltanto risaltano il rosso e l’oro della veste regale. Il paese
ombrato, con luci sinistre, il turbinoso nugolo d’angeli intorno alla
Vergine, la figura della Principessa dominata da terrore, si met-
tono all’unisono col rombo di tempesta che traversa la scena.
Il più fecondo tra i seguaci del Pordenone, ma anche uno
dei più. superficiali, fu Pomponio Amalteo, che inaugura nella
sua regione, per facilità e speditezza, la pittura di pratica.
Egli rispecchia i difetti del Pordenone, senza compensarli
con la forza dell’ingegno e lo slancio della fantasia. Le sue
pitture del 1533, nel duomo, e nella chiesa dell’ospedale di San
Vito, e le altre nel coro della chiesa di Castel Roganzuolo presso
Conegliano (fig. 502), sono imitazioni fedeli, studiate, del Por-
denone, specialmente le immagini di Virtù entro nicchie, che
sembrano uscire dai medaglioncini del sottarco di Rorai Grande,
più miti, più agghindate, con una grazia dolce, un po’ melensa,
e sangue men ricco. A Prodolone, a Valvasone, a Varmo, a
Cividale, a La Motta, a Treviso, a Pordenone, a Udine, a Osoppo,
a Portogruaro, a Serravalle, a Tolmezzo, è sparsa l’opera del
longevo pittore, che cerca l’effetto contorcendo figure, agitando
stoffe, avvivando i chiari con la sorda profondità delle ombre,
ristampando, sino alla stanchezza, immagini e composizioni sui
modelli del grande Friulano.
Vili.
GIAN GIROLAMO SAVOLDO, IL ROMANINO
E I SUOI SEGUACI.
GIAN GIROLAMO SAVOLDO: La vita. — La bibliografia. — L’opera: Ricerche d’in-
terpretazione grafico-luminosa della forma e delle variazioni di superficie nelle
prime opere di carattere lombardo con qualche reminiscenza toscana. Trasparenze
d’ombra e tonalità argentine affini a quelle del Lotto. Motivi giorgioneschi di ri-
flessione entro specchi e di notturni, che divengono particolari della visione di
Girolamo Savoldo. Tendenza luministica volta ad effetti di risalto plastico e di
superficiali variazioni cromatiche. — Al contrario dei giorgioneschi, inclini a sfumar
i contorni nell’atmosfera colorata, il Savoldo si vale dei contrapposti d’ombra e
luce per circoscrivere e precisare la visione degli oggetti. Eccezione il “Flau-
tista ’’ di Casa Agnew. — Schematismo di composizione e addensamento del co-
lore nella “Natività’’ di Torino, nel “San Paolo’’ di Lord Lee, nell’ “ Ebbrezza
di Noè’’, e in altre opere tarde del pittore. — Capolavoro dell’ultimo periodò : la
“Visione di San Matteo” a New York, la “Veneziana in iscialle ” di Berlino.
Breve decadenza nelle ultime opere. Epil< go. Catalogo delle opere.
GIROLAMO DI ROMANO, DETTO IL ROMANINO: Notizie della vita. — Bibliografia.
— L’opera: Rispondenze delle opere giovanili del Bresciano con quelle del
Boccaccino e con la tradizione lombarda del Foppa. — Influssi pordenoniani, e
indiretti, da Giorgio di Castelfranco; vivezza accresciuta del colorito, pastosità
del modellato. — Accentuazione dell’effetto di movimento. — Dilatazione delle
forme e intenerimento cromatico; influsso delle incisioni tedesche. — Agglomera-
melo di forme massicce e grandiose, ispirate per gli effetti di luce a Girolamo
Savoldo. — Accostamento a Tiziano. — Massima espansione delle figure e soffo-
camento dello spazio. Ultima opera. Catalogo.
SEGUACI DEL ROMANINO : Calisto Piazza, Ferramola, Andrea da Manerbio, Fran-
cesco Prato, Gualtiero Gualtieri.
GIAN GIROLAMO SAVOLDO
Notizie della vita.
1480? — Verso questo tempo, non dopo, dev’esser nato a Brescia
Gian Girolamo Savoldo, se nel 1548 Pietro Aretino lo ricorda
come decrepito (Cfr. Lionello Venturi, Giorgione e il Giorgio-
nismo, pag. 215 e segg.)
1508, dicembre 2 — È immatricolato pittore a Firenze, come
si ricava dal « Libro della Matricola dell’Arte dei Medici e
— 746 —
Speziali» di questa città, dov’è ricordato come «Joannes
Jeronimus Jacopi domini Pieri de Savoldis de Brescia,
pictor ».
1510 — Data probabile dei due Santi eremiti Antonio e Paolo
all’ Accademia di Venezia. La scritta che vi si legge ora, e
che porta la data del 1570, è rifacimento moderno derivante
dall’errata lettura di quella antica (Cfr. Ortolani, in U Arte,
1925, pag. 163 sgg.)
1521 — Il Savoldo abitava a Venezia, donde è chiamato a Tre-
viso per dipingere una pala in San Nicolò (Cfr. per tutti
questi documenti: Ludwig, in Jahrb. der kòn. preuss. Kunsts.,
1905, XXVI, Beiheft, pag. 119 sgg.)
1521, settembre 8 — A «maestro Zan Jeronimo depentor » son
pagate 3 lire « per so viazo » da Venezia a Treviso, per lui,
il compagno e un «forzier», per venire a dipingere la pala
di San Nicolò. (Dal Libro della Procuratia dell’Archivio
di S. Nicolò di Treviso). La pala di S. Nicolò a Treviso,
per cui Gian Girolamo Savoldo è chiamato (e rifatto delle
spese di viaggio), doveva esser dipinta da Fra’ Marco Pen-
saben. Il 13 aprile 1520 questi ebbe una caparra per mezzo
di Vittor Belliniano, da lui delegato. Il 24 aprile di quel-
l’anno arrivò il frate stesso, e il 4 di maggio si sa che era al
lavoro. I pagamenti a lui per tale ancona durano fino al 31
gennaio dell’anno seguente. Allora Fra’ Marco fugge im-
provvisamente da Treviso, lasciando in asso il quadro co-
minciato. Invano un frate Alvise è mandato a Padova, a
Monselice, a Este, a Legnago e a Soave, « a cercar fra’ Marco
Pensaben che il dovesse venir a compir de depinser la pala
dell’ aitar grando »: costui non si trova, nè si fa più vivo.
La pala, allora, vien affidata al Savoldo.
1521, ottobre 13 — Pagamenti di L. 124 e di L. 80 « a mistro
Zan Ieronimo depentor per parte del depenzer la pala del-
l’ aitar grando» e per «resto a saldo de sua mercede». Gli
— 747 —
si rimborsano poi anche spese di alimenti e di colori. Con
lui son pagati « mistro Zan indorador, per aver inzesà la
pala del aitar grando » e « mistro Lio de Venetia per far
el teler della pala granda », e per averlo verniciato. A « mi-
stro Bernardo fenestrer » son fatti pagamenti, « per fattura
delle fenestre e lamade della capella dell’ aitar grando ».
1526, ottobre 17 — « Iovan Jeronimo dipintor da Bressa di Sa-
voldj fijolo che fo de miser Betino di Savoldj », fa testa-
mento e lascia erede sua moglie «la quale a nome Marija
fijamenga de Tilandrija », e le dà incarico di fornire certe
somme a vari individui, tra cui due pittori, un Ieronimo
e un Venturino. Ricorda fra gli eventuali eredi « Lqsabetta,
mia fijastra, zoè fijola de mia mojer » ed i « soij fiijoli... zoè
Zovan, Marcho et... » Il Savoldo, dunque, aveva sposato
una donna fiamminga, vedova e con diversi figliuoli.
1527 — Natività con committenti, ad Hampton Court.
1527, luglio 3 — Pietro Contarini nel suo testamento ricorda di
aver « quattro telleri de la Madonna che va in Egipto, facto
(sic) per mano di mistro Zuan Hieronirrno, pictor da Bressa ».
1528 — In quest’anno esisteva in casa di Messer Francesco Zio
una tela del Savoldo rappresentante la Lavanda dei piedi .
1532 — In casa Odoni era « la Nuda grande destesa da diretro
al letto », pure del Savoldo (ricordata da M. Ant. Michiel)
(Il Longhi la identifica con una Venere dormiente nella Gal-
leria Borghese: Vita Artistica, 1926, 71-2).
i532, giugno 28 — Il Savoldo è testimone in Venezia al testa-
mento di un tal Bernardino da Bexana, orefice, ed è ricor-
dato come « pittore degnissimo »; si conosce di qui che egli
stava di casa « in Venetia, in calle dala Testa, apresso a
santo Joanne et Paulo».
1533 — Data (ora non più visibile) della pala di S. Maria in
Organo a Verona, commessagli dalla famiglia della Torre.
— 748 —
I539> novembre 8 — È testimone al testamento di Giovanni
Antonio de Gandino: abitava ancora nello stesso luogo, a
Venezia.
1539, novembre 17 — Ancora testimone per lo stesso testa-
mento, davanti al notaro.
1540 — Tale data, secondo antiche guide, era sulla pala di
S. Giobbe, a Venezia.
1544 — Un tale « Joannes Savoldinus de Roversis », dal Ludwig
supposto il figliastro dell’artista, Zoan, ricordato nel testa-
mento suo del 1526, è condannato a morte in contumacia.
1548, aprile 20 — Il Savoldo è testimone a un atto di vendita,
in Venezia, ed è ricordato come abitante in quella città in
confmio sancte Crucis. In questo stesso anno Pietro Aretino
lo rammenta come vivo in una lettera, dove accenna alla
« di lui decrepitudine» ( Lettere , ediz. parigina del 1609, lib, V,
pag. 64). L’anno di morte del Savoldo non si conosce.
L’opera. 1 .
La più antica opera nota di Gian Girolamo Savoldo, i Santi
Eremiti Paolo e Antonio nell’Accademia di Venezia (fig. 503),
1 Bibliografia su Gian Girolamo Savoldo: Aretino (Pietro), Lettere, voi. V, 648; Pino
(Paolo), Dialogo della pittura, Venezia, 1548; Rossi (Ottavio), Elogi historici di Bresciani
illustri, Brescia, 1620, pag. 502; Ridoi.fi, Le meraviglie dell'arte, Venezia, 1648; Boschini (Mar-
co), Carta del navegar pittoresco, (365), Venezia, 1660; Sansovino, Venetia città nobilissima,
Venezia, 1663; Boschini (Marco), Ricche miniere dèlia pittura veneziana ( Sestiere S. Polo, 43),
Venezia, 1674; Lanzi, Storia pittorica della Italia, Bassano, 1795-96, tomo II, parte I, pag. 103;
Federici, Memorie trevigiane sulle opere di disegno dal 1100 al 1800 per servire alla storia delle
Belle Arti d'Italia, Venezia, 1803, pag. 31; Rosini. Storia della pittar a in Italia, Pisa, 1845, pag. 115,
voi. V, pag. 114; Michiel (Marcantonio), Notizie d'opere del disegno ( Der anonimo morelliano )
curate dal Frimmel, in Quellenschriften fiir Kunstgeschichte und Kunsftechnik des Mittelalters
11. der Neuzeit, N. F., voi. I, Glàser, Vienna, 1888; Vasari (Giorgio), Le Vite, cui-ate dal Mila-
nesi, voi. VI, 507 ss.; Venturi (Adolfo), La Galleria del Campidoglio, Roma, 1890; Morelli (G.;.
Kunstkritiscke Studien iiber Italienische Malerei. Die Galerie zu Berlin, Lipsia, 1983, pag. 118;
Jacobsen (E.), Die Gcmàlde der einheimischen Malerschule in Brescia, in Jahrb. der kòn. prem s.
Ksts., voi. XVII, iSgó^pag. 26-28; Jacobsen (E.), La R. Pinac. di Torino, in Arch. stor. dell' Arie,
1 897, pag. 130; Jacobsen (E.), La Galleria del Castello Sforzesco di Milano, in L'Arte, 1901,
pag. 304; Cook (Herbert), Two alleged Giorgione, in Burlington Mag., 1903, pag. 78 ss.;Cook
(Herbert), The « Savoldb » in thè Nat. Gallery, in Buri. Mag., 1905, pag. 398; Ludwig, Archi-
— 749 —
nulla riflette dell’arte veneziana, nonostante il vigore dell’im-
pasto nelle carni lucenti e come madide, nei densi tessuti. Le
due immagini han la struttura voluminosa greve lignea delle
forme del Sacchi: la roccia profonda, che aduna l’ombra come
nel cavo di una grotta, e lo spiraglio di paese velato e leggiero,
quasi smarrito nella luce, si collegano alla scuola leonardesca
di Lombardia. Ma già la misura della composizione, col gioco
di larghi piani e di spigoli arrotondati dai riflessi di un pallido
sole radente l’ombra della grotta, rivela il pittore studioso di
rilievi corporei fissati dalla luce, la quale, cadendo sulla tunica
di un Santo romito, sembra addensarne e tenderne il tessuto,
mentre s’indugia altrove a commentare il minuzioso lavorìo
delle superfici, sulle fronti rugose e sulle mani, come nelle erbe
e negli sterpi che intreccian grovigli in vetta alla roccia.
Riappare la rupe oscura a fondo dell’ immagine investita
di luce, nel Profeta Elia della Raccolta Loeser (fig. 504), ma
più s’aggrotta a proteggere, come in un nido d’ombra, la figura
del Santo, puntellata alla roccia in una posa d’angolo vivace e
tesa, che giova a racchiudere in rapido contorno dittico l’intera
immagine. Al movimento insolito della composizione risponde
valische Beitràge zv.r Geschichte der Venez. Malerei, in Jahrb. der kòn. pr. Ksts., Beiheft zum XXVI
Band, 1905, pag. 11 7 ss.; Berenson (B.), V enetian painters of thè Renaissance, 1906; Jacobsen
(E.), Nachtrag zie meinem Artikel « Handzeichnungen in den Uffìzien », in Rep.fùr Kstiv., XXIX,
1906, pag. 270; Venturi (L.), Note sulla Galleria Borghese, in L'Arte, 1919; Lorenzetti (G.),
De la giovinezza artistica di Jacopo Bassano, in L'Arte, 1911, pag. 244 ss.; Bernardini (G.),
Poche spigolature in alcune Gallerie tedesche, in Rass. d'Arte, 1911, pag. 37; Venturi (A ), La
formazione dell' Accademia Layard a Venezia, in L'Arte, 1912, pag. 452; D’Achiardi, Nuoti
acquisti della Gali. Borghese, in Boll. d'Arte, 1912, pag. 2 ss.; Venturi (A.), Giorgione e il giorgio-
nismo, in L'Arte, 1913, pag. 215 ss.; Biancale (M.), G. B. Moronie i pittori bresciani, in L'Arte ,
1914; Burckhardt, Der Cicerone K nelle diverse edizioni; Cavalcaseli^ e Crowe, Storia della
pittura italiana (vederne le varie edizioni); Cavalcaselle e Crowe, Tiziano, voi. I, pag. 410;
Venturi (L.), Attraverso le Marche, in L'Arte, 1915, pag. 206; Bonghi (R.), Cose bresciane del
Cinquecento, in L’Arte, 1917, pag. 110; Salmi (M.), Appunti per la storia della piti, in Puglia,
n L'Arte, 1919, pag. 177 ss.; Salmi (M.), La pittura veneta in Puglia, in Rass. d’Arte, 1920,
pag. 209 ss.; Venturi (A.), Disegni di S. da Zevio, del Savoldo, di L. Lotto, di Raffaello all' Albertina
di Vienna , in L’Arte, 1922, pag. 112 ss.; Gamba (C.), La Raccolta Crespi-Morbio, in Dedalo, IV,
1923-24, pag. 535; Serra (L.), Un dipinto del Savoldo, in Galleria d'Arte, 1924, pag. 65 e in Ras-
segna Marchigiana, II, 1923-24, pag. 266-268; Detlev I^reiherr vcn Hadeln, Notes ori Sa-
voldo, in Art in America, XIII, 1925, pag. 72 ss.; Ortolani (S.), Di Giangirolamo Savoldo, in
L'Arte, 1925, pag. 163 ss.; Longhi (R.), Precisioni nelle Gallerie Italiane (R. Galleria Borghese:
la Venere attribuita al Savoldo), in Vita Artistica, 1926, pag. 71-72; Longhi (R.l, Due dipinti
inediti di Giovali Girolamo Savoldo, in Vita Artistico, 1927, pag. 72-75-
— 75° —
un irrequieto gioco di luci, non più fisse e irretite come nel
quadro di Venezia, ma erranti fra le stoffe accartocciate.
Forse di Toscana venne al Savoldo questa eccezionale vi-
Fig. 503 — Accademia di Venezia.
G. Girolamo Savoldo: I Santi eremiti Paolo e Antonio.
(Fot. Andcrson).
t
vezza energetica dell’ atteggiamento, -come il risalto delle rocce
scheggiate e degli sterpi sul cielo chiaro, motivo ripetuto, di
convenzione, dal Bugiardini, dal Franci abigio, e da altri minori
Fig. 504 — Raccolta Loeser, a Firenze. G. Girolamo Savoldo: II Profeta Elia.
- 752 —
fiorentini nella cerchia di Fra’ Bartolommeo; certo di Toscana
egli trasse ispirazione al fondo scenografico della Venere dor-
miente nella Galleria Borghese a Roma (fig. 505), ove non solo
la negra cortina di nuvole richiama la nube che si dilata nel cielo
per mettere in risalto il bianco profilo' di Simonetta'dipinta da
Piero di Cosimo, ma anche il moderato fermo e asciutto del
nudo, il volto piccolo e cesellato, volgono il nostro pensiero a
F g. 505 — Galleria Borghese, a Roma. G. Girolamo Savoldo: Venere dormiente.
quel fiorentino amnrratore dell’arte nordica.1 Forse il Savoldo
ha veduta la Venere di Giorgione prima di adagiare sul drappo
t'-so, sollevata da un alto cuscino, la statuaria dormiente, e di
calar dietro il capo della dea una tenda cupa a sostituire la
roccia di Dresda; ma lo spirito dell’arte giorgionesca è quanto
mai lontano da questa nitida forma, fasciata da strisce di velo
sul braccio e sulla gamba, come fusto d’albero da scorza. Anche
il drappo forma cumuletti nivali alla maniera di Giorgi one, ma
così assottigliati e lucidi da sembrar composti in duttile me-
tallo; e il paese ■ elegiaco di Dresda, dorato e calmo alla luce
1 Cfr. Roberto Longhi, in Vita artistica, anno I, n. 5-6.
— 753 —
del tramonto, qui si vede tra nembi, sconvolto e furmgante,
come apparizione evocata da un torbido sogno. Il cielo ardente
riecheggia da lungi la luce che investe e isola il bel corpo irri-
gidito, ma il terrapieno coronato di case forma, col gran nugolo
tempestoso, l’argine d’ombra necessario alle mire del Savoldo.
Nè alcun’eco risuona del paese di Giorgi one in questo patetico
Fig. 506 — Raccolta Lòtzbeck, a Monaco.
G. Girolamo Savoldo: Riposo sulla via dell’ Egitto.
scenario, che si perde tra i nembi per riaprirsi in solitudini mae-
stose. Una torre in ombra sul cielo acceso, come albero di nave
lontana, un arbusto gramo, una lenta groppa di colle, sono i
solitari abitatori.
La modellatura serrata e ferma delle mani strette al libro
e del piccolo volto fasciato da una benda di lisci capelli rie-
voca la Venere nella tranquilla Madonnina che leggendo veglia
la culla del Bimbo dormiente, nella -Raccolta Lòtzbek -a Monaco
(fig. 506). Il quadretto, che ricorda, per la grazia delle propor-
Venturi, Storia dell'Arte Italiana IX, 3.
48
zioni rotonde, piccolette e concise, il tardo Boccaccino, figura
il Riposo sulla via dell Egitto , ma il Savoldo trova modo di
separare, mediante rigide scogliere di roccia, le tre immagini
dal paese umile e silenzioso in un mesto finir del giorno.
Giuseppe dorme, ombra nell’ombra; dorme il Piccino fra i
drappi, e tutto par fermo in quell’angolo pittoresco di terra:
le due figure dormienti, come la Madonnina assorta, come gli
alberi immoti: non uno spiro d’aria turba quel mondo di pace.
Nulla di coreografico, di eroico, di appassionato, nella scena
così penetrata di silenzio, di grave e placida intimità lombarda.
Alta sino al confine del quadro si erge la scogliera per isolare
come tra le pareti di una casa la Sacra Famiglia, annicchian-
dosi a proteggere d’ombra il sonno di Giuseppe e lasciando
emergere in una luce calma la piccola Madonna seria, ingenua,
assorta nella letturà come una bimba attenta, e il pargolo roseo,
con una manina aperta sul fianco, coi piedini tondi che sbu-
cano dal groviglio delle coperte. La piccola culla, le tele am-
massate, il cartoccio della coltre rossa, sono squisiti brani di
natura morta, accenni a un avvenire più lontano di quello ser-
bato alla grande arte di Giorgione e del Vecellio primitivo.
Vicino di tempo alla piccola Fuga in Egitto per la model-
latura ferma e serrata, crediamo il ritratto, in una raccolta
privata a Bergamo (fìg. 507), di giovane in cappello e veste
neri, su fondo nero, appoggiato con la sinistra a un parapetto
di taglio giorgionesco. Anche qui, tuttavia, la visione appare
totalmente diversa da quella del Maestro di Castelfranco: Il
mentre le immagini di Giorgione si fondono con l’ombra
di base per lenti e dolci passaggi, la luce, nel quadro di
Bergamo, attrae violentemente dalle tenebre del fondo la rubea
testa e la mano carnosa, con un risalto quasi notturno. Più
che i Veneziani, il Bresciano ricorda qui il grande Messinese I
non ignaro dell’arte fiamminga, Antonello, anche nella vampa
improvvisa del colore. Ed ecco riapparire la minuzia pittorica
savoldiana nell’orlatura a fìl di ferro della camicia, nella tenue
catenella, nei ricami ageminati, senza intaccare l’evidenza pia-
— 755
stica deH’immagine che s’affaccia dal fondo di tenebre, minac-
ciosa e volontaria, fissata come da un igneo raggio di riflettore.
Quando il Savoldo riprende, nel quadro di Casa Albani
(fig. 508), il tema della Fuga in Egitto, rinuncia alla grazia in-
genua del quadretto Lòtzbech, arricchendo lo sfondo con una
Fig. 507 — Raccolta privata, a Bergamo.
G. Girolamo Savoldo: Ritratto.
veduta di Venezia e complicando il paravento di roccia con
una porta, un tabernacolo, una scaletta, e anche una finestrella
tonda per la consueta apparizione del curioso affacciato contro
luce. Le vesti della Vergine, che solleva piamente il bimbo tra
le braccia per accostarlo al dolce viso materno, sono più sot-
tili di tessuto, più variegate di pieghe, così tenui e minute da
sembrar incrinature. La luce calligrafa ne disegna i dorsi affi-
lati, mettendo all’unisono la figura col vasto panorama agitato
di riflessi nell’ombra e più vicino allo spirito dei settecenteschi
Viz. 508 — Casa Albani, a Pesaro. G. Girolamo: Riposo sulla via dell' Egitto.
cantori di Venezia, e soprattutto del Canaletto, che a quello
dei seguaci di Giorgione.
* * *
Con ricchezza nuova d’impasto il Bresciano dipinge le carni
della Vergine e del Bimbo, terse sotto veli d’ombre radenti,
di trasparenza cristallina, e quasi lottesca, nella bella Adora-
zione di Gesù a Torino (fig. 509), dove il San Girolamo richiama
le minuziose grafie del primitivo Savoldo, mentre San Fran-
cesco, spianato e rigido nel suo grandioso gesto d’estasi, ci si
presenta con una solennità di stile pittorico degna dello Zurba-
ran. Quasi replica del quadro torinese è V Adorazione del Bam-
bino nella Galleria di Hamptoncourt (fig. 510), ove il Savoldo
Fig. 509 — Galleria di Torino. G. Girolamo Savoldo: Adorazione di Gesù.
(Fot. Alinari).
Fig. 510 — Collezione Ideale di Hamptoncourt.
G. Girolamo Savoldo: Adorazione del Bambino.
— 758 —
sostituisce a San Girolamo, nel sollevare il manto di Maria sopra
la testa del Figlio, un bellissimo ritratto palmesco di gentiluomo,
e al San Francesco estatico una grave divota in ginocchio. Iden-
tica, nei due quadri, è la posa del bimbo sgambettante e tor-
nito sui lini argentei. Un medesimo principio di contrapposti
guida il pittore a formar nicchia per Gesù di un lembo del
manto materno, e ad aprire la grande esedra di roccia che
s’incide cupa sulla chiarità del cielo verdemare, distaccando
come per effetto notturno la testa in luce del gentiluomo.
Fig. 51 1 — Galleria Liechtenstein, a Vienna.
G. Girolamo Savoldo: La Pietà.
L’effetto luministico più intenso induce a ritenere alquanto
più tarda questa replica dell 'Adorazione di Gesù, poste-
riore certo alla Pietà Liechtenstein (fig. 51 1), dove i chiari
dominano, in un gioco di luce e controluce sottile e delicato
all’estremo. A varie riprese, in anni precedenti, il pittore aveva
svolto il tema della Pietà, in scene affollate e tragiche, con luci
sanguigne e note acute e violente di colore, come nei quadri
di Venezia e di Vienna. Qui non la folla: Cristo solo, con Nico-
demo che lo sorregge: solo nel regno delle nuvole, sulla gla-
ciale bianchezza del marmo e dei lini. Appena l’orlo del se-
polcro fasciato dal sudario affiora alla cornice, come sospeso
— 759 —
fra terra e cielo. Le nuvole a globi bianco oro, come vapori sor-
genti da acqua versata sopra un incendio, circondano il se-
polcro; lo fasciano di silenzio; s’aggirano dietro il Cristo per-
chè riposi sopra un aereo guanciale la testa divina pacificata
dal sonno. Le voci della disperazione e della ferocia si sono
allontanate: la cerchia di nuvole protegge di un silenzio sacro
la salma, in un regno non turbato dalle tempeste umane. Nico-
demo, solo, sorregge il Redentore; fa conca all’immagine lumi-
nosa con le braccia, con la figura controluce; il viso è rubeo;
di fuoco il manto che inviluppa tutta la persona, in un con-
trasto potente di tono con la bianchezza illividita del Cristo.
Pensoso, egli china verso la terra lo sguardo stanco, gli occhi
che non hanno più lacrime: e la sua ombra separa la luce delle
nuvole dalla luce del corpo divino. Egli è un ritratto, reso con
tutta la cura veristica del primitivo Savoldo, e le rughe incise
dal dolore sul volto avvizzito esaltano per contrasto la bel-
lezza eterna del Cristo, non tocca, non offuscata da morte.
Non un rabesco di luce sulle stoffe e sui volti; non un accento
che turbi il ritmo pacato e profondo della composizione. Il
corpo di Cristo, tornito e algido, traspare come alabastro la
luce delle nuvole; anche le pieghe tortuose, predilette dal Sa-
voldo, s’irrigidiscono, si compongono, in quell’aria di pace, tra
i fiotti di nuvole ascendenti dal suolo, nel consueto contrasto
savoldiano degli esseri immoti col respiro della terra e del cielo.
Scritta questa pagina, commovente ed eterna come una
Pietà di Giambellino, il pittore ci trasporta ancora lontano
dalla terra, in un regno d’aria azzurra e di nuvole, con la figura
dell’ Evangelista Giovanni, in un quadro del Castello dei Conti
Schònborn a Pommersfelden (fig. 512). La forma è qui a basso
rilievo, ma con la posa trasversa suggerisce profondità di spazio,
nonostante il fondo piatto di cielo. L’evidenza volumetrica del
♦
grande libro marmoreo e della mano che lo squaderna s’accentua
per contrasto col busto spianato dalla veste oscura.
Tronca dalla cornice, come la figura di vegliardo nella
Pietà Liechtenstein, la severa immagine ci appare lontana
— 760 —
dalla terra, in una regione inaccessibile di cielo e di nuvole:
intorno al fulcro dell’ Evangelista, la cui testa in posa frontale
coincide esattamente con Tasse mediana del quadro, si bilan-
ciano il blocco niveo del libro, Tombra nera delTaquila, le due
orizzontali strisce di nuvola sul cielo di un profondo azzurro:
schema rigido, che imprime il suggello della tradizione lombarda
a questa immagine di veglio, michelangiolesca, epica, che guarda
Fig. 512 — Castello dei Conti Schònborn, a Pommersfelden
G. Girolamo Savoldo: San Giovanni Evangelista.
alla terra dal suo regno di nuvole. Le sopracciglia aggrottate
velano gli occhi folgoranti; un nimbo di luce aureola la fronte
sproporzionata, enorme, cupola gigante, forzata dal pensiero.
E il libro monumentale, che riverbera come lastra di marmo
la bianca luce delle nuvole, si muta ai nostri occhi nelle
tavole della legge presentate al popolo dalla maestà formida-
bile e corrucciata del duce d’Israele.
Nella grande pala della Galleria di Brera (fig. 513), dipinta
per San Domenico di Pesaro, il Savoldo, come Lorenzo Lotto
nella pala del Carmine a Venezia, divide in due campi la scena:
Fi‘g. 513 — Galleria di Brera. G. Girolamo Savoldo: Pala d’altare.
(Fot. Anderson).
— 7^2 —
i quattro Santi sulla terra, la Vergine nel cielo tra due angeli
musici, sopra un alone popolato di cherubi, che ricordano, seb-
bene tradotti in una pittorica dispersione di fiocchi di luce
entro la luce, il motivo raffaellesco della pala di Foligno. Nel
basso, le forme si stagliano nitide, sul fondo glauco e oro di
cielo e di nuvole, innalzandosi come rocce granitiche in om-
bra dal paese piano, smarrito nella luce: San Girolamo nell’at-
teggiamento di una statua del Vittoria, San Mauro irrigidito dal-
l’estasi, con la destra tesa e vibrante sulla pagina del libro come
sui denti di una tastiera. I Santi, radicati al suolo, sono ruvidi
uomini dei campi, ma la fantasia del Savoldo pittore delle Ve-
neziane e del quadro Borghese colora il fanciullo tibicine, as-
sorto in contemplazione nostalgica della terra. E lo spirito nor-
dico del pittore penetra il paese piano, animato di luci da un
tocco sensibilissimo e tenue, sotto il cielo vasto, commosso e
arioso, screziato di pallidi riflessi dalle nuvole nella sua glauca
profondità marina.
* * *
Il motivo giorgionesco del San Giorgio tra specchi è ripreso
dal Savoldo nel Ritratto di guerriero al Louvre (fig. 514), pre-
ludio alla composizione caravaggesca, in quella posa divulsa,
di sghembo, che per sè costruisce in profondità lo spazio, e ri-
suona lontano, ripetendosi a contrasto neirimmagine riflessa
dallo specchio. La luce tuttavia non penetra la sostanza dei
corpi, paga di animare le superfici a sprazzi e baleni. Solo divien
lieve e diafana, nella rara nebulosità dell’ombra riflessa, la
mano che s’imperla incontrando una corrente di luce. E un
luminismo più affine ai modi di un Van Mieris che a quelli dei
seguaci di Giorgione.
Come in un crudo riverbero di fiamma a bengala, esce dal
fondo d’ombra V Aristotile della Galleria di Vienna (fig. 515),
mezza figura ispirata probabilmente da esemplari dureriani
nell’asprezza metallica dei contorni: il volto stesso par lavo-
rato a cesello nei lineamenti impressi di una grandezza barbara
— 763 —
e febbrile, messa in risalto dall’audace dissonanza cromatica
fra la tunica di un verde metallico e le carni accese da riflessi
di vampa. Caratteristica del Savoldo è la massa della destra,
rappresa e scorciata quasi per violenza del getto luminoso, che
Fig. 514 — - Louvre. G. Girolamo Savoldo: Ritratto di guerriero.
(Fot. Alinari).
ne inscrive e limita il volume come in un’opera del Seicento
caravaggesco.
S’inizia probabilmente in un momento prossimo al Ritratto
di guerriero la serie delle Veneziane in iscialle, con la Madda-
lena della Galleria Nazionale di Londra (fig. 516). Ivi, come
nel ritratto del Louvre, l’atteggiamento della figura indica in
profondità lo spazio, costruendo la forma a vasti piani riqua-
drati. E più dell’armatura risplende lo scialle serico dai larghi
specchi variamente esposti alla luce, in un gioco di ombre
limpide e di superfici abbacinate. I lineamenti stessi del volto>
raggiunto da fiochi barlumi, sono geometrici.
. — 764 —
Più tardi, nel dipinto di Berlino, quasi la forma si 'perde
entro il serico fruscio dello scialle; qui si sente riquadrata e forte
Fig. 515 — Galleria di Vienna. G. Girolamo Savoldo: Aristotile.
(Fot. Wolfrum).
sotto l’argentea stoffa, che ora si spiana, come sulla spalla, in
larghi campi di ombra fredda e di fulgidissima luce, ora s’in-
crespa come specchio d’acque sfiorato dal vento in una notte
di plenilunio. E verso misteriose lontananze s’approfonda il
- 765 -
romantico paese intorno all’immagine che passa vestita dei
magici splendori notturni, celando nell’ombra gli occhi pensosi.
Tessuto di raggi lunari nella sua trama bigio argento, lo
scialle par l’anima stessa della notte che s’addensa nell’azzurro
Fig. 516 — Galleria Nazionale di Londra.
G. Girolamo Savoldo: La Maddalena.
(Fot. Hanfstaengl).
cupo del cielo e della laguna, più fondo per il contrasto con
le nubi color d’amaranto e di croco. E il vasetto d’unguenti, che
dà alla figura, come nel quadro Giovanelli (fig. 517), il titolo di
Santa Maddalena, sembra assorbire nella sua porosa sostanz i
il chiaro di luna, accostando in un rapporto finissimo di toni
la mezza luce vellutata dalle muraglie. 1
1 I lineamenti riquadrati e il cielo frecciato di nuvole, la struttura delle mani simile a quella
àe\V Aristotile e del Pastore già Bòhler, inducono a ritener opera del medio periodo savcl-
Con gli stessi principi, in un momento d’ispirazione felice,
il maestro bresciano dipinse il Pastore già in Casa Bòhler a
G. Girolamo Savoldo: La Maddalena.
Monaco (fig. 520), sostituendo la tesa di un cappellone floscio
alla conca dello scialle.
Anche qui i contrapposti di lume e d’ombra, intensi e pro-
fondi, rivelano la corposità delle forme e delle stoffe, creando
diano la Deposizione berlinese (fig. 518), non senza qualche perplessità, causata dalla cru-
dezza dell’illuminazione, che staglia il gruppo come di statue colorate sul fondo cupo di roc-
cia, dalla grafia ritmica delle pieghe nelle vesti di San Giovanni, dallo splendore metallico delle
stoffe arrovellate di Maddalena. A questa Deposizione di chiaroscuro violento, aperta verso
una fantomatica visione di rocce e castelli sotto un cielo di diaspro sanguigno, si collegala testa
di giovane ricciuto che, in un quadro della Galleria Borghese (fig. 519), ricorda il San Giovanni
dHla Deposizione. La mezza figura, fissa dalla luce in un’espressione di stupor doloroso, ripete,
con la mano schiusa e rassodata dallo scorcio pittorico, il savoldiano gioco di piani rapi-
damente costruiti dalla luce.
— y6y —
brani pittorici degni del Caravaggio o di Velazquez giovane,
quali una mano poggiata al bastone e una compatta falda di veste
sopra il ginocchio; e pongono in evidenza, come per rimbalzo,
la figura fortemente chiaroscurata sul fondo che slontana vapo-
roso, coi suoi colli azzurri e le case leggiere sottili, graficamente
Fig. 518 — Galleria di Stato, a Berlino. G. Girolamo Savoldo: La Deposizione.
(Società fotografica).
illuminate. La stessa scelta del soggetto esce dal mondo ve-
neto: che se pure il contadino con boraccia e zufolo figurasse
un personaggio biblico, quale il Figliuol prodigo o Giuseppe al
pozzo, noi lo vedremmo sempre tradotto in soggetto di genere,
da quel suo pacifico e pieno riposo nella calma laboriosa dei
campi. E il colore, di sobrietà lapidea, si allontana dal mondo
giorgionesco per gli accordi profondi di grigi su grigi, a con-
trasto con la subita fiamma di una manica rossa, che accende
il volto nelFombra del cappellone di feltro.
— 768 —
Variano i criterii luministici in un capolavoro firmato dal
Savoldo: il Flautista di Casa Agnew (fig. 521), ove la luce e
Fig. 519 — Galleria Borghese, a Roma.
G. Girolamo Savoldo: Ritratto di giovane.
(Fot. Brogi).
l’ombra diventan veramente atmosfera e immedesimano la figura
al suo fondo di pareti ombrose. Novità, questa, assoluta nel-
l’arte del pittore bresciano, che suole staccar per contrapposti
di luce rimmagine dallo scenario in cui si presenta, tale novità
da sconcertare il nostro occhio e da render ardua la colloca-
cazione del bellissimo quadro nella serie delle opere savoldiane. ^
Il ritratto è qui semplice pretesto a raffinati passaggi di
tono. *Non s’arresta la luce alle superfici, ma s’identifica col
soffice colore e forma l’interno vaporoso e l’immagine nel suo
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
49
Fig. 521 — Casa d’Arte Agnew, a Londra. Savoldo: Il Flautista.
— yyi —
caldo nido di pellicce e di velluto. Non più semplice schermo
alla luce del plein air, l’ambiente qui s’identifica con l’atmo-
sfera da cui nasce e in cui respira l’immagine. L’oscurità che
invade l’interno si attenua sulle pareti e sulle vesti in bagliori
vellutati, e gradatamente sale’ al triangolo di luce che s’intaglia
nella maschera d’ombra del volto, e alla superfice abbagliata
Fig. 522- — Galleria Borghese, a Roma. G. Girolamo Savoldo: Tobiolo e V Angelo.
(Fot. Anderson).
del foglio di musica appeso a una parete, traendo la nota più
intensa dai contrasti con l’ombra calata dal# grande cappello
sulla fronte e sugli occhi, dal flauto sulle mani carnose, mor-
bide, modulate nel gesto sul largo accordo tonale che tutta
pervade la scena. E veramente questa musica di luci che a grado
a grado penetra l’ombra diffusa nell’interno è tra i più chiari pre-
ludi alle visioni rembrandtiane di tenebre diradate e di mistero.
Riprende la propria via il Savoldo col Tobiolo della Galleria
Borghese (fig. 522), ove il bosco sostituisce la ruina creatrice
— 772 —
deiroscurità necessaria al risalto pittorico deH’immagine, la-
sciando che il nostro occhio spazi, traverso le frondi, su lon-
Fig. 523 - — Galleria Borghese, a Roma: Particolare del quadro suddetto.
4 (Fot. Alinari).
tananze idealmente leggiere e ariose. E la luce torna ad ara-
bescare le vesti dell’angelo (fig. 523), giocando tra i meandri
delle pieghe; marezza la crespa superficie dei rasi; soffia leg-
Fig. 524 — Pinacoteca di Torino.
G. Girolamo Savoldo: Adorazione de' pastori.
(Fot. Anderson).
per i giorgioneschi, in un solo respiro col grande scenario de-
stinato a lanciar nella luce le tre figure della leggenda: il pesce,
modernissimo brano di natura morta, il raffaellesco Tobiolo,
la grande farfalla argentea dell’ angelo. L’azione è sospesa, e
il sogno aleggia intorno alle immagini silenziose, sul volto li-
liale dell’angelo.
* * *
Prossima al quadro Borghese è la Natività di Torino (fi-
gura 524). Ivi non solo il pastorello che avanza da sinistra ri-
chiama il Tobiolo, ma la dirupata ruina e la roccia che le forma
sostegno sostituiscono il mazzo d’alberi, salendo ancora più alto,
giera sulle grandi ali nivee, per investire dall’esterno Tobiolo,
col volto nell’ombra, e costruirlo in salda posa trasversa. Un
senso patetico spira dal cielo tutto fughe di luce tra nuvole;
ma il bosco, che i Veneziani avrebbero trattato a massa, è qui
paravento serico e sottile; e le immagini non si fondono, come
— 774 —
tronche dalla cornice, mentre ai lati un mondo pittoresco di
montagne, casolari, alberi, confina col cielo animato dall’ ultima
luce del tramonto. E se le immagini in primo piano sono ancora
nell’atmosfera argentea prediletta dai Bresciani, la pasta del
colore, densa e ricca nelle stoffe e nelle mani carnose, s’avvi-
cina, più che nei quadri precedenti, a quella del Palma. A un
tempo, nessuna composizione del Savoldo è più schematica
di questa, ove una rigorosa misura determina le distanze tra
le figure costrette nelle pose e nei gesti. Persino l’atteggiamento
del giovinetto che ultimo arriva sembra voluto perchè la deli-
ziosa figurina riecheggi nei suoi limiti di spazio l’angusta fen-
ditura tra roccia e bosco, che le forma sfondo.
Fig. 525 — Raccolta di Lord Lee of Fareham, a Londra.
G. Girolamo Savoldo: San Paolo.
— 775 —
La rigidità schematica della posa, che inscrive la figura come
entro uno schiacciato prisma rettangolare, avvicina al quadro
di Torino il San Paolo ora nella Raccolta privata di Lord Lee of
Fareham (fig. 525), ove la pasta del colore, ispessita, prean-
nuncia le opere dell’ ultimo periodo. Eretta sopra un piedistallo
invisibile, la gran statua del Santo stacca con sintetici effetti
di luce e controluce dal paravento di roccia grigia, che si spezza
per riecheggiare, attenuato, l’angolo preciso composto dalla
testa immota con la spalla rigida del Santo, e per lasciar spa-
ziare l’occhio sulla chiara lontananza di paese e di cielo. Da
essa viene all’immagine granitica il lume che la sospinge dal-
l’ombra fuor del quadro; e il calcolo delle direzioni è così pre-
ciso e acuto che l’orlo luminoso dell’acqua presso la riva con-
tinua, di là dalla parete, l’orlo di luce del manto sulla spalla.
Poche opere rispecchiano le caratteristiche proprie all’arte del
Savoldo come questa immagine austera di Santo, sul grigio
fondo di pietra che la separa dal paese vaghissimo. Assottigliata
dalla penombra ha perduto ogni corposità la muraglia, semplice
mezzo di risalto luministico all’immagine monumentale, scol-
pita dalla luce e dall’ombra nel vivo di una roccia. Anche
alla complicazione minuta delle stoffe, agli arabeschi luminosi
delle superfici, rinuncia qui il pittore per una concisa sempli-
cità di spigoli e di pieghe. Nè conosciamo brano paesistico del
Savoldo più ammirabile di questa veduta di case bianche in un
nido verde d’acque e di boschi, remoto e limpido.
La costruzione angolare del gruppo risulta invece a un in-
solito effetto di dinamismo nell 'Ebbrezza di Noè, appartenente
a una collezione privata romana (fig. 526). Il fondo, con masse
d’alberi vellutate da azzurre ombre di prima sera, avvicina
il quadro al Tobiolo della Galleria Borghese. Ma lo spirito delle
due pitture è profondamente diverso: la prima è un’ appari -
z:one fiabesca, la seconda uno spettacolo di teatro tragico;
nella prima il Savoldo si diletta di contorni capricciosi, di pieghe
a inestricabili meandri; nella seconda, luce e ombra defini-
scono le masse corporee con un’evidenza degna del primo
— 776 —
Caravàgg'o. Il vecch’o è steso al suolo, di scorcio, avvolto dal-
l’oro del tramonto; e la figura dell’ uomo ridente s’annicchia nel-
l’ombra come per sottrarsi al dramma di luce che impietra i
fratelli arretranti. La tensione delle due grandi immagini irri-
gidite in posa trasversa, la costruzione angolare di quella abbaci-
nata muragl’a umana, la massa potente della figura in ombra,
sono il più chiaro preludio, nell’arte nostra del Rinascimento,
alle conquiste del secolo di Michelangelo da Caravagg’o.
Il San Paolo di raccolta privata da noi ricordato riappare
nella pala della chiesa di Santa Maria in Organo1 a Verona (fig. 527) ,
la quale segna una svolta nell’arte del Savoldo per il muta-
mento portato al colore da un tocco denso e grasso, che toghe
alle carni il lustro marmoreo e sgrana il tessuto delle stoffe.
La pala di Verona ripete all’incirca lo schema di quella
di Brera; ma la riduzione del paese e del cielo nascosti dalle
invadenti figure toglie alla scena il respiro di spazi lumino*- i.
Fig. 526 — Raccolta Marinucci, a Roma.
G. Girolamo Savoldo: L'ebbrezza di Noè.
Fi \ 5-27 — Santa Maria in Organo, a Verona. G. Girolamo Savoldo: Pala.
(Fot. Brogi).
che ne era l’incanto maggiore. Tanto s’innalzano da terra le
immagini stirate in lunghezza che il pittore è costretto a tro-
var posto alla testa di San P:etro ritagliando a festone la grotta
Fig. 528 — Galleria degli Uffizi.
G. Girolamo Savoldo: La Trasfigurazione.
(Fot. Alinari).
di nuvole in cui s’annicchia pesantemente la Vergine. Si sente
lo sforzo della fantasia che s’era librata ad altissimi voli nella
Pietà Liechtenstein e nel Tobiolo, in questa pala ove sono echi
dell’arte veronese del Cavazzola e di Gian Francesco Caroto.
— 779 —
Ad essa si collega, per l’incandescenza e la pastosità del co-
lore, la Trasfigurazione degli Uffizi (fig. 528), respiro ansioso di
luci dibattute tra l’ombra, lacerate dal vento, che effonde nel
cielo, ai lati dell’aureola di Cristo, grandi ali argentee di nu-
vole. Il Redentore s’innalza nella luce, come nella Trasfigura-
zione di Giovanni Bellini a Napoli, ma il bianco lume di mattino
Fig. 529 — Galleria Nazionale di Londra. G. Girolamo Savoldo: San Girolamo
(già nella Raccolta Layard, a Venezia).
(Fot. Alinari).
d’aprile è qui un freddo abbrivi dente splendore, che serpeggia
tra ombre come di fumo, e sfavilla per le trite pieghe dei drappi
screziando il colore.
Nel San Girolamo della Galleria Nazionale di Londra (fig. 529),
proveniente dalla Raccolta Layard, il paese, come rade volte nel
l’arte del Savoldo, s’immedesima con la figura, nella solitudine
mesta del piano, sconfinato e lieve com’aria sotto la vastità di
un cielo di fiamma e d’oro. S’annicchia l’altare di roccia per ac-
cogliere in una grotta d’ombra il Crocefisso, mentre il libro riceve
— 7So —
come specchio i riflessi del cielo screziato dal tramonto, e la
mano aperta del Santo avanza dalla penombra umidiccia sino
a raggiunger la corrente di luce. Torna il Savoldo a dilettarsi
di minute grafie, definendo erbe ed arbusti, screpolature di rocc a
e labirintiche pieghe, rughe di carni e ciocche di capelli selvaggi,
come nel pastoso disegno degli Uffizi (fig. 530); ma il colore denso
e vellutato s’imbeve di luce, e il nudo, specialmente nel braccio
Fig. 530 — Galleria degli Uffizi.
G. Girolamo Savoldo: Disegno per il San Girolamo.
(Fot. Alinari).
— y8i —
enorme, spianato come ceppo sotto la pialla, si assimila, per
grandiosità immanente e primigenia, al castello di roccia che
dall’alto strapiomba sull’altare.
Più denso e viscido si fa il colore nel quadro del Campidoglio,
creduto Ritratto della Duchessa d’ Urbino (fig. 531). Seduta in
Fig. 531 — Galleria del Campidoglio.
G. Girolamo Savoldo: Ritratto detto della Duchessa d' Urbino.
(Fot. Anderson).
un interno, presso una finestra, come nei ritratti tizianeschi, la
gentildonna turbata medita, tenendo a segno l’indice nel libro
che stava leggendo. Il modellato fermo ed energico del volto
nella sua triplice corona di trecce, la mano compatta e nervosa,
il brano commosso di paese, i fuochi del rosso nella manica di
b'occato, riflettono le più alte qualità del Savoldo maturo nella
importante opera guasta. E anche qui, come nella pala di Brera,
rimmagine, nella tensione volontaria dell’atteggiamento, è fissa
dalla luce che ne modella i bneamenti in spessore, mentre l’ala
delle brezze notturne agita il romantico cielo.
— J&2 —
La calda tonalità, d’ispirazione tizianesca, e lo spessore
del tocco, avvicinano al ritratto del Campidoglio V Apostolo
di Casa Bòhler, a Monaco (fig. 532), staccato dalla sua base
Fig. 532 — Casa d’Arte Bòhler, a Monaco.
G. Girolamo Savoldo: Apostolo.
di tenebre con rilievo prismatico di roccia. Qualche tocco ar-
genteo s’aggruma nel velluto della veste, mentre, percossi da
luce, emergono dal fondo, con superba integrità plastica, volto
mani e libro della grandiosa immagine, che si eleva come
monumento nella notte, col suo piglio d’aquila aggrappata
alla roccia.
— 7^3 —
Tra i capolavori di questTiltima fase dell’arte savoldiana
è la Visione di San Matteo nel Museo Metropolitano di New
\ork (fig. 533), il più incandescente notturno del pittore bre-
sciano, e quasi un preludio alla visione dipinta dal Caravaggio
per la chiesa di San Luigi dei Francesi, in quel serico fruscio
Fig- 533 : — Museo Metropolitano di New York.
G. Girolamo Savoldo: La visione di San Matteo.
(Fot. cortesemente fornita dalla Direzione del Museo).
dell’angelo che s’aggira intorno al Santo come pianeta nella
sua orbita di luce, stendendo nelle tenebre dell’interno l’ar-
genteo par d’ale. Come nel Tobiolo, non è l’angelo la fonte lu-
minosa, ma la lampada, che dallo scrittoio abbacina del suo
riflesso il velluto greve della tunica e illumina di sotto in su
il volto estasiato del Santo, per diffondersi in delicate fluore-
scenze su quello dell’angelo, carico di languore. Fusa nel colore
denso e ricco, la luce discioglie in tortuosi torrenti ignei le
pieghe della tunica aggrovigliata del Santo, e a un tempo pre-
— 7^4 —
corre le sintesi formali secentesche nei risalti di sotto in su
della mano e del volto, costruiti con estremo vigore mediante
il semplice accenno di un piano d’ombra, di un piano di luce.
Nel fondo, a sinistra, si scorge l’interno di una stanza, con
la scenetta di genere delle figurine accanto al focolare, tra i va-
pori di fiamma: s’apre in tal modo allo sguardo la fuga di luce
che il Savoldo negli altri quadri creava mediante sfondi lontani
di paese e di cielo. Tra i due centri luminosi è un intervallo
di tenebre: l’oscura parete, che s’aggrotta come a raccogliere
in un letto d’ombre la testa del Santo, tesa e languente nel-
l’estasi. Così immagini e ambiente si fondono in una, spirituale
unità rara nell’arte del Savoldo.
In questo momento egli riprende il tema delle Veneziane in
iscialle, nella figura muliebre del Museo di Berlino (fig. 534),
tutta corsa, tra le multiple pieghe del manto, da incandescenti
rivoletti, come di colore liquefatto da fiamma. La muraglia
intorno chiude l’immagine corrusca in una cerchia oscura, che
si spezza in alto perchè il dolce volto circonfuso nell’ombra dal
baglior del drappo riposi sulla seta verdemare del cielo. Ravvolta
nel manto color di ruggine e d’oro, l’ignota volge a noi, dal suo
cammino, i grandi occhi, il viso diafano, protetto dall’ombra di
uno scialle. Non più trattenuta dalle ampie superfici, che riflet-
tevano come specchi lume e ombra nella Maddalena di Londra,
la luce goccia a larghe stille, si dilata in lingue incandescenti,
come nel San Matteo di New York, accentuando per contrasto la
calma della penombra che protegge il volto di raso. In un mite
grigiore scolora il rosso delle muraglie; di un pallido verde ma-
rino è il cielo, e in quel sopore dolcissimo di toni prende vita lo
scialle abbrividente di luce, come grande foglia d’autunno sfio-
rata dal vento. In fiochi arpeggi si smorza quella fanfara di
luci sul volto della bella passeggera, che rimane nei nostri
occhi come il fiore più raro sbocciato dalla fantasia di Giro-
lamo Savoldo, in un momento d’accordo felice tra i suoi istinti
luministici di Lombardo e la magìa degli ori veneziani. Il
vento, che gioca con la luce sul raso smagliante, s’acqueta
- 7«5 -
nella conca dello scialle, per sfiorare di un soffio vespertino
Timmagine di giovinezza protetta dall’ ombra.
Lo spessore incandescente dei tessuti avvicina alla Visione
Fig. 534 — Galleria di Stato, di Berlino.
G. Girolamo Savoldo: La Maddalena con lo scialle.
(Fot. Hanfstaengl).
di San Matteo il Presepe della Galleria Tosio e Martinengo a
Brescia (fig. 535), terza replica del soggetto ispirato ai not-
Vf.nturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
50
— 786 —
turni giorgioneschi, ove il Bimbo ripete lo sgambettìo del pic-
colo Gesù adorato della Madre e da Santi nei quadri di To-
rino e di Hamptoncourt, e in un intenso risalto pittorico emer-
gono dal fondo le immagini assorte e severe. Il paese è quasi
Fig. 535 — Galleria Tosio e Martinengo, a^Brescia.
G. Girolamo Savoldo: Presepe.
(Fot. Alinari).
disegnato dal pennello nella sottigliezza delle ruine e nella
esilità filiforme degli alberi; e con ugual cura meticolosa, da
incisore nordico, son numerate le crepe della capanna, gli in-
tervalli tra le assicelle di legno, i fiocchi della nuvolaglia oscura,
— 7«7 —
da cui erompe Y angelo, libellula minuscola, sperduta nell’im-
mensità dello spazio. Scolpito dalla luce, s’appoggia al muric-
ciolo un pastore curioso, e contrasta con la meticolosa sotti-
gliezza grafica del fondo nella pienezza dei volumi arroton-
dati di testa e busto, sotto lo spessore davvero illusorio del ca-
miciotto e del cappellaccio di fustagno. E di là dalla parete il
consueto pastore s’affaccia dal chiaro di luna del paese notturno
alle tenebre della capanna, aggiungendo un contrapposto ai con-
trapposti d’ombra e luce su cui si basa l’opera intera.
Qualche anno dopo, il Savoldo ripete il soggetto della Nati-
vità nel quadro della chiesa di San Giobbe a Venezia (fig. 536).
Sono le stesse figure, quasi nella disposizione stessa: Giuseppe
appoggiato al muricciolo, la Vergine orante, i pastori curiosi;
persino il ragazzetto importuno che interroga l’uomo barbuto
affacciato alla finestrella: il pittore stanco raccoglie il suo an-
tico materiale, per ricomporne la scena con uno sviluppo in
lunghezza maggiore, un effetto di notturno più intenso, una
forzata vivacità di pose, che toglie al pastore curioso la bella
semplicità di modellato e di espressione. Pareva un brano
di pittura fiamminga, nella Natività di Brescia, quel contadino
lombardo, che, preso possesso del muricciolo come di un pal-
chetto di teatro campestre, comodamente vi si adagiava per
contemplarsi la scena, mentre nel quadro di Venezia s’insinua
d’impeto nell’angolo spezzato della muraglia, stringendo con
enfasi le mani nella preghiera. E così la Vergine semplice e
assorta delle primitive Natività si è trasformata in gentildonna
orante, e il Bambino ha perduta l’antica tornitura di membra.
Solo il vecchio San Giuseppe mantiene l’austera solennità di
antico filosofo, nel quadro che forse fu l’ultimo notturno
composto da Gian Girolamo Savoldo.
* * *
Tempra schietta di Lombardo, il maestro bresciano edu-
cato a Venezia non fu mai un vero giorgionesco. Mentre Ti-
ziano giovane e il Palma miravano all’accordo tonale delle
Fig. 536 — Chiesa di San Giobbe, a Venezia.
G. Girolamo Savoldo: Natività.
(Fot. Alinari).
— 7§9 —
zone cromatiche, il Savoldo, sin dall’inizio volto a ricerche
luministiche, vedeva nei contrapposti d’ombra e luce lo stru-
mento al risalto pittorico delle forme. Perciò, invece di fon-
dere figura e paese, come solevano i giorgioneschi, in unità
spirituale, quasi il paese fosse un riflesso dell’emozione che
anima l’uomo, egli isola la forma umana valendosi di pareti d’om-
bra — rocce, o muraglie, o filari d’albero — e fissa mediante
la luce la posa delle immagini assorte in un silenzio grave, so-
spese nei gesti, mentre infonde movimento e vita alle verdi
campagne, e anima i cieli col respiro delle nuvole. I paesi di
Tiziano giovane son paesi di sogno, dorati e rigogliosi come
le sue bionde figure; i paesi delle opere tarde partecipano
alla vita eroica dei personaggi o alle tristezze che gravano
sull’ anima loro, come i fondi dei due ritratti di Carlo V al
Prado e a Monaco; i paesi del Savoldo sono dipinti invece
con un abbandono schietto e immediato al vero. Se anche
l’ammirazione per il colore veneto guida il pittore a intene-
rir col tortuoso moto della luce i tessuti delle vesti, a trar
bagliori di madreperla dal vetro di una fiasca, a incrostar di
scaglie gemmate la meravigliosa testa del pesce di Tobiolo,
simile intenerimento della sostanza cromatica, prima dura
compatta e liscia, si limita generalmente alle superfici delle
stoffe, mentre rimane intatta l’unita levigatezza delle carni
nei volti giovanili, netto il disegno delle rughe in quello dei
vecchi, perspicua e circoscritta la forma. E quando vien meno
la ricerca delle variazioni di colore mediante minute variazioni
di superficie, il Savoldo, nel dipingere il tessuto compatto di
una casacca di fustagno o di un cappellaccio di ruvido panno,
come nel fissar in luce la massa greve di una mano, apre
spiragli verso la pittura del Caravaggio o di Velazquez giovane.
Sempre più tende Tiziano, nel corso della sua vita, a discio-
gliere con la smagliante libertà del tocco la compattezza del-
l’immagine, nell’atmosfera sempre più densa e satura di splen-
dore, mentre il Savoldo vede concisa e definita la forma, traverso
multiple proiezioni d’ombra e luce. La parete d’ombra, com-
— 790 —
posta da rocce o alberi, strapiomba, spesso prolungandosi di
là dalla cornice; e le figure stesse, con le pose di sghembo o a
incrocio di piani, costruiscono intorno a sè lo spazio per azione
di luce. Perciò l’angelo non guida Tobiolo, come solevano i
pittori italiani rappresentarlo, ma siede in una complicatis-
sima posa, e invade lo spazio in profondità con gli scarti delle
ali d’argento, delle gambe, delle braccia, dei massi raccolti a
piedistallo: costruzione di spazio mediante piani incrociati di
luce e d’ombra che diviene anche più evidente nel Ritratto di
guerriero al Louvre, nell’ Apostolo Bòhler, nel San Mattia di New
York. Mentre Venezia si abbandonava alla inebriante canzone
del colore, e rapiva ai tramonti l’oro delle carni e dei lussuosi
paesi, il Savoldo semplificava il tono per la determinazione pit-
torica della forma sbalzata da luce. Restìo alle morbidezze dei
Veneziani è il suo colore, come lontano dal fuoco tizianesco è
il sentimento di grandezza muta, di serietà profonda, che per-
vade l’arte di questo pensoso ricercatore. Ma dai suoi paesi ani-
mati e pittoreschi, dai rapporti di luce preziosi di una capiglia-
1 Catalogo delle opere di Gian Girolamo Savoldo:
Bergamo, Collezione privata: Ritratto virile.
Berlino, Kaiser Friedrich’s Museum, n. 307-/I: La Veneziana (Santa Maddalena), firmata.
— — n. 307A: Pietà.
— Collezione Wilhelm von Stumm: Ritratto virile (poi presso van Diemen).
— Collezione De Burlet: Giovane contadino in un paese (poi presso il Bòhler, quindi presso
Contini a Roma).
Brescia, Pinacoteca Tosio e Martinengo: Adorazione dei pastori (già in S. Barnaba).
Fermo, Casa Bernetti: San Gerolamo in un paesaggio (citato dal Berenson).
Firenze, Uffizi, n. 645: Trasfigurazione (già nella Collezione di Paolo del Sera, poi in quella
del Granduca di Toscana).
— Collezione Loeser: Il Profeta Elia.
Gosford House, N. B. Longniddv (Scozia), Collezione di Lord Wemyss: Pastore che suona il
flauto in una campagna.
Ritratto virile.
Hampton Court, Galleria, n. 138: Gastone di Foix (replica di quello al Louvre).
n. 139: Natività con committenti (datata 1527).
Leningrado (già a), Collezione Leuchtenberg: Adorazione dei pastori.
Londra, National Gallery, n. 1031: Maddalena (già in casa Fenaroli a Brescia).
— — San Girolamo (già nella Collezione Sayard a Venezia).
— Thos. Agnew and Sons: Flautista in una stanza, firmato (già a Seven Oaks, presso Lord
Amherst).
■ — Collezione di Mr. Doetsch (già): Busto di uomo.
— Collezione di Lord Lee of Fareham: San Paolo.
— 791 —
tura bruna con un volto bianco e un’ala nivea, di un viso
muliebre velato d’ombra col serico fruscio di uno scialle, dal
silenzio stesso che avvolge della sua misteriosa divinità le scene,
sgorga una vena di poesia fresca e profonda.
Milano, Brera: n. 234: Madonna in gloria e quattro Santi ( proveniente da San Domenico di
Pesaro) .
— Ambrosiana, Trasfigurazione (replica di quella agli Uffizi).
— Raccolta Crespi- Morbio: Natività.
Monaco, Bòhler (presso): Apostolo.
— Collezione Lotzbeck, n. 98: Riposo nella fuga in Egitto.
New York, Metropolitan Museum, n. 272: Ritratto virile (Collezione Marquand).
— — San Matteo e l’Angiolo (già presso il Grassi).
Parigi, Louvre, n. 1518: Gastone di Foix (firmato).
— - Collezione Lazzaroni: San Sebastiano.
Pesaro (presso), Villa di Mirafiore, Collezione Castelbarco-Albani: Riposo nella fuga in Egitto.
Pommersfelden, Collezione dei Conti Schònborn: L'Evangelista Giovanni.
Roma, Galleria Borghese, n. 139: Busto di giovane.
n. 547: Arcangelo e Tobiolo.
Venere in un paese.
— Galleria Capitolina: Dama coi simboli di Santa Margherita.
— Collezione Marinucci: Ebbrezza di Noè.
Terlizzi, Chiesa degli Osservanti: Presepio.
Torino, Galleria, n. 118: Natività.
n. 119: Natività e adorazione dei pastori.
Treviso, S. Nicolò: Pala d’altare (datata: 1521).
Venezia, Accademia, n. 328: Gli Eremiti Antonio e Paolo.
— S. Giobbe: Adorazione dei pastori (datata: 1540?)-
— Collezione Giovanelli: Veneziana in iscialle.
Verona, Santa Maria in Organo: Madonna in gloria e quattro Santi (datata: 15331-
Vienna, Hofmuseum, n. 208: Deposizione nel Sepolcro.
n. 213: Aristotile.
— Collezione Liechtenstein: Cristo morto.
Ritratto di giovane guerriero.
ROMANINO DA BRESCIA.
Notizie.
1484-1487 — Nasce in Brescia Girolamo di Romano detto il
Romanino. Il nome della famiglia deriva da Romano in
Lombardia, ma essa si era stabilita a Brescia fin dalla prima
metà del '400. L’anno di nascita del pittore è incerto, perchè
dalle tre polizze d’estimo in cui egli stesso dichiara la sua
età si ricavano tre date diverse.
1510 — Data della Deposizione della Galleria dell’Accademia
di Venezia, e della Pietà a Wimborne (Dorset), nella Colle-
zione di Lord Wimborne.
1513, aprile 30 — I padri del monastero di Santa Giustina a
Padova incaricano il Romanino di dipingere la pala per l’altar
maggiore della loro chiesa, e una tela a olio con Y Ultima
Cena per il refettorio. Entrambe le opere sono ora nel Museo
Civico di Padova.
1516 — L’artista va a Verona per collaudare i dipinti eseguiti
nel Duomo dal suo discepolo Altobello Melone. In questa
perizia è ricordato il nome del padre del pittore, Romano
di Luchina, cui vien dato il titolo di magister.
15*17 — In una polizza d’estimo ii Romanino dichiara di avere
33 anni, e fa il nome di sua madre, madonna Margherita,
che viveva con lui.
1519, luglio 26 — Federico Gonzaga scrive al Romanino, ricor-
dandogli la promessa fatta di dipingere la facciata del palazzo
di Paris Ceresara, astrologo di Mantova; ma il pittore non
ubbidì mai all’invito.
1519, ultimo di dicembre — L’artista riceve l’incarico di dipin-
gere la quarta e la quinta arcata del Duomo di Cremona.
Questo lavoro fu finito di pagare solo nell’agosto del 1523,
— 793 —
in seguito a una lite sorta fra i committenti, non soddisfatti
del lavoro di lui, e il Romanino, che citava a suo prò il giu-
dizio di Boccaccio Boccaccino e di altri pittori.
1521 — Data del quadro con la Vergine e il Bambino nel Museo
di Padova, proveniente dal Vescovado.
1521, marzo 21 — I Padri della chiesa di San Giovanni di Bre-
scia stipulano con « magistro Hieronymo de Rumani sive
de Rumano et magistro Alexandro de Bonvisinis pictoribus
et civibus et habitatoribus Brixiae », il contratto per la deco-
razione della cappella del SS. Sacramento.
1524, dicembre 1 — I deputati di Asola si accordano con il
Romanino per le pitture della loro chiesa.
1525 — Data del polittico della National Gallery di Londra,
proveniente dalla chiesa di Sant’Alessandro a Brescia.
1529 — Data della Presentazione al Tempio, ora nella Pinacoteca
di Brera, e della pala del Duomo di Salò.
1531, giugno 12 — Girolamo Romanino riceve un pagamento
per lavori fatti nel Castello del Buonconsiglio a Trento,
dove era stato chiamato da Bernardo Clesio. I documenti
che riguardano l’opera del pittore in quel luogo durano fino
all’ottobre 1532.
1534 — In un’altra polizza d’estimo l’artista si dichiara di 47 an-
ni, e dice di aver con sè un figlio, Bonaventura, di anni 7.
1538 — Data del ritratto di G. A. Acquaviva, conservato in
High legh hall (Kunstford, Cheshire).
1539, marzo 5 — L’artista riceve un primo pagamento di 50 lire
per gli sportelli del Duomo di Brescia.
1548 — « Hieronimo depentor quondam domini Rumani de
Rumano » dichiara di avere 62 anni, e di vivere con la moglie
Paola e con 7 figli.
— 794 —
1557» dicembre 15 — Stringe un contratto con i Benedettini
di San Pietro a Modena per il quadro con il Redentore che
predica alle turbe, ancor oggi nella chiesa.
1559, ottobre 13 — L’artista viene chiamato a far parte del
Consiglio municipale di Brescia.
1566 — Non è perfettamente certa la data della morte, che
però dev’essere avvenuta circa quest’anno.
L’opera.1
Primo documento dell’attività artistica del Romanino è la
Pietà nella Galleria di Venezia, datata 1510 (fìg. 537). Non si
riconosce quasi il pittore che tre anni dopo dipingeva la solenne
1 Bibliografia su Girolamo Romanino:
Michiel (Marc’Antonio), Notizie d'opere del disegno; Vasari (Giorgio), Le Vite degli ec-
cellenti pittori, scultori ed architettori, Firenze, 1568 (edizione Milanesi, Firenze, Sansoni, 1880)
(Vita di Vittore Scarpaccia, voi. Ili, pag. 653; Vita di Gerolamo da Carpi, voi. VI, pag. 504);
Rossi (Ottaviano), Elogi historici di Bresciani illustri, Brescia, 1620, pagg. 502-504; Coz-
zando (L.), Vago e curioso ristretto, ecc., Brescia, 1694, pag. 119; Ridolfi (Carlo), Le mera-
viglie dell'arte, ovvero le vite degli illustri pittori veneti e dello Stato, Venezia, 1648, pag. 252;
Averoldi (G. A.), Le scelte pitture di Brescia additate al forestiere, Brescia, 1700; Paglia (Fran-
cesco), Giardino della pittura diviso in sette giornate, in forma di dialogo fra la Pittura e la Poesia,.
Manoscritto della Biblioteca Queriniana di Brescia con V imprimatur del 14 dicembre 1712;
Carboni (G. B.), Le pitture e scolture di Brescia che sono esposte al pubblico, con un' appendice
di alcune private Gallerie, Brescia, 1760; Orlandi (Pellegrino), L'abecedario pittorico, Na-
poli, 1733, pag. 262; Lanzi (Luigi), Storia pittorica d'Italia, Bassano, 1795, voi. II, pag. 100;
Baldinucci (F.), in Notizie, V, 1817, pag. 102; Odorici (F.), Guida di Brescia, 1853; Storia
di un dipinto (di Romanino da Brescia), Padova, 1866, in-8° (senza nome d’autore); Fe’ D’O-
stiani (L.), Il Padre Francesco Sanson e la Chiesa di S. Francesco a Brescia, 1869, pag. 12;
Muoni (D.), Un dipinto del Romanino ad Antignate, Milano, 1869; Crowe e Cavalcaselle,
A history of painting in North Italy, cit, voi. II; Fenaroli (S.), Dizionario degli artisti bre-
sciani, 1877, pagg. 201-206, e 282-285; Morelli (G.), Le opere dei maestri italiani nelle Gallerie
di Monaco, Dresda e Berlino, Bologna, 1886, pagg. 412, 417; Baldoria (R.), Pitture di Giro-
lamo Romanino, in Archivio storico dell'Arte, IV, 1891; Jacobsen (E.), Die Gemàlde der
einheimischen Malerschule in Brescia, in Jahrbuch der Kóniglichen Preussischen Kunstsamm-
lungen, XVII, 1896; Morelli (G.) (Ivan Lermolieff), Della pittura italiana, Milano, 1897;
Kunsthistorischer Kongress Innsbruck, 1902, Die Wandgemaelde in der Loggia des Lòwen
hofes in Castello del buon Consiglio zu Trient von Girolamo Romanino, IX Taf., Innsbruck, H.
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Roma, 1908; Hadeln (D. v.), Romanino und Bacchiaccas und ihre Beziehung zu Diirer, in
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1908; Frizzoni (G.), Autoritratti di Girolamo Romanino, in Boll, d' Arte, II, 1908, pag. 215;
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(L.), Giorgione e il giorgionismo, Milano, 1913; Longhi (R.), Cose bresciane del Cinquecento,
— 795 —
pala di Santa Giustina a Padova. In un tono basso, nel silenzio,
è presentato Cristo morto tra i pietosi che T accerchiano commossi;
lontano si vede la vetta del Golgota, schiarata da un riflet-
tore al modo usato da Ercole de’ Roberti nel fondo della Pietà
Fig. 537 — R. Galleria di Venezia. Romanino: La Pietà.
di Liverpool. x\ncora nell’orlatura dello scialle che copre il capo
di Maria, e in altre vesti delle figure qui raccolte, si posson notare
in L'Arte, 1917; Venturi (A.), Girolamo Romanino nelle Raccolte Holford a Londra, Harrach a
Vienna, in L'Arte, XXVI, 1923, pag. 30-2; Nicodemi (G.), Girolamo Romanino, Brescia, «La
poligrafica », 1925, pag. 251; Belotti (Bortolo), Il banchetto di Malpaga, in Arch. stor. lomb.,
LII, 1925, pagg. 352-61; Longhi (R.), Di un libro sul Romanino (recensione del volume del
Nicodemi), in L'Arte, 1926; Nicodemi (G.), Per un libro sul Romanino (risposta a R. Longhi),
in L'Arte, 1926; Renesch (Otto), An early and a late portraitby Girolamo Romanino, in Buri.
Mag., XLVIII, 1926, pag. 98.
Fig. 538 — Museo Nazionale di Belle Arti, a Budapest.
Boccaccino: Il Bambino adorato dalla Vergine, San Giuseppe e San Girolamo.
— 797 ~
le reminiscenze quattrocentesche dei modelli del Romanino,
pronte tuttavia a scomparire, incompatibili con l’amplificarsi
cinquecentesco della forma. E così, mentre il manto di Maddalena
è segnato da avvallamenti e da lunghe costole tonde di lamina
Fig. 539 — Hofmuseum di Vienna. Boccaccino: La Poetessa.
(Fot. Wolfrum).
metallica, si osserva in generale un cader delle vestimenta più
libero e sciolto. I tipi hanno corrispondenza con quelli del Boc-
caccino: per esempio il vecchio presso Giovanni è simile di mo-
dulo, benché men duramente segnato, al San Girolamo dell’an-
cona del Boccaccino nel Museo d’Arti Belle a Budapest (fig. 538).
Così Maddalena per i lineamenti ricorda la Poetessa nell’ovato
— 79« —
deirHofmuseum di Vienna (fig. 539); proprio del più sviluppato
Boccaccino: tutto però con un’energia nuova, come se il Maestro
Fig. 540 — Collezione Benson (già), a Londra.
Romanino: La favola di Pane e Siringa.
(Fot. Braun).
cremonese, nella trasformazione operata dal seguace bresciano,
stesse per prendere scatti di vita. Il Boccaccino, con l’inoltrar nel
Cinquecento, si amplificava accorciando le sue lunghe donzelle;
— 799 —
rosseggiava e imbruniva i piani delle figure perlacee. Quell’ade-
sione del Maestro cremonese alle nuove forme lo portava più
Fig. 541 — Collezione Benson (già), a Londra.
Romanino: La favola di Apollo e Dafne.
(Fot. Braun).
facilmente a contatto con i giovani bramosi del nuovo; e Ga-
rofalo ferrarese e Romanino bresciano furono della schiera dei
suoi adepti.
— 8oo —
Vi sono due quadri nella Collezione Benson, ora Duveen
(fìgg. 540-541), con istorie ricavate dalle Metamorfosi di Ovidio:
Apollo e Siringa che si trasmuta in giunco, Apollo e Dafne,
attribuiti allo « Pseudo Boccaccino », mentre potrebbero bene asse-
gnarsi al giovane bresciano: alte scogliere con muschi grondanti,
Fig. 542 — Pennsylvania Museum di Filadelfia.
Romanino: Una donna, due putti abbracciati e un alabardiere.
(Fot. per cortesia del Pennsylvania Museum).
con torri circolari e castelli nelle vette e nelle insenature, con
alberelli esili, altissimi, a foglie rade, puntolini scuri sul cielo
nubiloso. Sembrano proprii del Romanino nel tempo in cui
s’erudiva all’arte tenendo di mira il Cremonese, tanto più
che reminiscenze di questo pittore si troveranno anche di poi,
per esempio nell’acconciatura della donna seduta presso un albero
tra un alabardiere e due putti in abbraccio (fig. 542), nel vasto
paesaggio di un quadro attribuito al Palma Vecchio nel Penn-
sylvania Museum di Philadelphia, e da assegnarsi verosimilmente
ai Romanino, in tempo prossimo alla pala d’altare di San
Francesco di Brescia, ora a Berlino, quando le reminiscenze
Fig. 543 — San Rocco, a Brescia. Romanino: Pala d’altare.
boccaccinesche erano soffocate da un luminoso velo d’arte
giorgionesca. Nel quadro del Pennsylvania Museum, il Roma-
nino trasporta in un mondo idilliaco il soggetto della Tempesta
Giovanelli, pure evocando il motivo lombardo dei putti abbrac-
ciati, e abbandonandosi ai suoi smaglianti capricci cromatici nel
volger le spire nere e argento di una veste di seta.
Prossima al tempo della Deposizione, è la pala d’altare di
San Rocco a Brescia (fig. 543), con la Madonna in un trono scavato
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
5
— 802 —
nella rupe, e i Santi Bernardino e Rocco, Onofrio e Margherita.
La figura di una pia donna nella Pietà fasciata dal manto si
ripete nella Santa Margherita, con occhi però più tondi e
piccoli, con impronta più boccaccinesca. Anche il paese, con
Fig. 544 — Collezione Marinucci, a Roma.
Romanino: Madonna col Bambino.
certe schegge di roccia erette e pianticelle a foglie rade, quali
si vedono ne’ piani anteriori dei fondi del Boccaccino, conser-
vate dal Maestro pur quando le sue figure s’eran fatte formose,
si rivedono similmente in questa ancona d’altare, esordio del
Romanino, ancor più magro che nella Pietà già descritta, e
meno padrone del chiaroscuro.
— 8o3 —
Un quadro della Vergine col Bimbo, presso il Marinucci a
Roma (fig. 544) , mostra ancora qualche elemento della tradi-
zione foppesca, e in genere alcune caratteristiche lombarde del
pittore, il quale si prova tuttavia, specie nel risvolto dorato
della tenda, a commettervi effetti veneziani di colore.
* * *
Ben presto il Romanino s’accende, nel San Pietro e nel San
Paolo, grandi sportelli di trittico a Cassel (fìgg. 545-546): San
Pietro in veste rossa e manto verde oro; San Paolo come un
barbaro sire, con veste che par lucente armatura e manto rosso.
S’innalzano come due statue sul cielo, strisciato da cirri; ma
appaiono ancor primitive, nonostante il loro fiammeggiare, a chi
guardi le vestimenta con que’ piegoni metallici a scanalature,
a tiranti, che notammo nella Pietà. Piegoni a scanalature, a rag-
giere di cordoni, si vedono anche nei due Cavalieri della chiesa
di Santa Maria in Valvendra, a Lovere (fìgg. 547-548), staccati dal
cielo di un purissimo azzurro con argentei cirri, come i due Santi
di Cassel. San Giovita, sopra un destriero bianco screziato,
madreperlaceo, indossa un guarnello di tela d’oro e impugna una
picca; San Faustino, sul cavallo baio, con una magnifica criniera
bionda luminosa, ha veste gialloro con pezze purpuree a scacchi.
Avanzano i due cavalieri, proiettando le ombre sul pavimento
levigato, davanti a una transenna marmorea. Le due ante d’or-
gano hanno nel primo piano V Annunciazione del Ferramola con
forme derivate dal Boccaccino; e questo è un altro accenno
all’importanza ch’ebbe il Maestro a Brescia e negli esordi del
nostro pittore.1
1 Anche più chiaro il rapporto con l’arte del Boccaccino si mostra negli affreschi di San
Giovanni a Edolo, dove il trittico con la Croce fissione, il Battesimo di Gesù, e la Decapi-
tazione del Battista, per le figure fasciate dai drappi, i paesi a contorni sottili e nitidi, a
rocce frastagliate e alberetti sterili, sembra imitazione delle forme di Boccaccio Boccaccino
nel Duomo cremonese. Altri affreschi del Romanino nella stessa chiesa (volta con le Storie
della Genesi, pareti con Storie del Battista) affermano l’importanza dell’elemento lombardo
nell’educazione del pittore.
— 804 —
Lo sforzo di vestire, di acconciare i personaggi, è dimostrato
dal Romanino anche in una pala d’altare in San Francesco, a
Fig. 545 — Galleria di Cassel.
Romanino: San Pietro.
(Fot. Hanfstaengl).
Brescia (fig. 549), eseguita probabilmente prima della pala di
Santa Giustina, a Padova, e nella quale il coloritore già prova
tutta la gioia dei suoi rossi e dei suoi gialli. La composizione è
assiepata sotto quell’arco, ma i quattro Santi in ginocchio
— 805 —
a’ piedi del trono sembrano muoversi in giro tondo attorno il
piedistallo, così che la compagine dei Santi viene da quell’idea
di moto alleggerita. Nel cielo nuvole bianche girano a cerchio,
gonfie di luce, e a scemarne il bagliore due soleggiati an-
gioletti stendono il baldacchino dietro la Madonna in trono,
così che soffocato lume d’oro vela il sottarco; l’ombra avvolge i
Fig. 546 — Galleria di Cassel.
Romanino: San Paolo.
(Fot. Hanfstaengl).
Fig. 548 — Santa Maria in Valvendra, a Lovere,
Romanino: San Giovita.
— 8o8
due Santi ai lati della Vergine; e un velo di luce trasparente,
rosata, scalda gli altri Santi e più la Madonna e il Bambino.
Fig. 549 — San Francesco, a Brescia. Romanino: Pala d’altare.
(Fot. Alinari).
La base del trono scompare sotto due tappeti, uno d’oro, uno
azzurrino, sottile questo e rabescato di luci, così da sembrare
serica rete che tra le maglie chiuda fremiti argentei.
— 809 —
La pala d’altare di Santa Giustina (fìg. 550), ora nel Museo
di Padova, par completare la fantasia coloristica del Romanino
Fig. 550 — Pinacoteca di Padova. Romanino: Pala d’altare.
(Fot. Anderson).
con la decorazione pittorica che continua l’incorniciatura e
forma un tutto con essa, con lo spazio acquistato dalle figure
— 8io —
nel solenne ambiente festoso di luce, atrio del cielo. Stilla di
rosa violetto la veste della Vergine; arde di fuoco la tunica
deirangiolo a sinistra; splende il rosso nel piviale tra le orlature
d'oro, sprilla da stole e dai risvolti dei panni; lustran d’oro il
piviale a fiorami del Vescovo, le orlature metalliche dell’archi-
tettura, le rose nell’azzurro dei cassettoni, la vela di paranza
adriatica che si spiega al sole, vestendo l’angiolo col braccio
al fianco. Dietro tutto quel clangore di rossi, quell’osanna di ori,
il cielo d’un azzurrino chiaro, sparso di nuvole, si arrosa, sulla
cortina azzurra dei monti. Tutti quei rossi spremuti dai grap-
poli, o splendenti nel velluto o infocati di rubino, imporporano
le guance delle figure: è il giorno della vendemmia per il colore.
In queste due pale d’altare quale fu il maestro che agitò
l’arte del Bresciano perchè vestisse di porpora e d’oro? Forse
il Pordenone, che già aveva attinto a Giorgio da Castelfranco: si
può notare che il tipo della Santa nella pala di Santa Giustina
è quello stesso delle figure muliebri del Friulano. Anche i verdi
luminosi, le carni trasparenti, mostrano come il Romanino,
traverso questo pittore, sentisse Giorgione. Son già stati notati
da Lionello Venturi, nella pala di Santa Giustina, « due busti
di giovani che, per gli occhi ispirati e per la lunga zazzera,
rivelano intenzioni giorgionesche»; ma non ancora il pittore s’ac-
costa, se non indirettamente, al Maestro di Castelfranco. Anche
i Tre Innocenti morti, con le teste in iscorcio, nel tondo mediano
della predella della pala, benché coloriti con delicata pastosità
di carni, restan lontani dal mondo romantico di Giorgione, e
mantengon nel fondo quelle strie bianche di nugoli che abbiamo
già veduto.
Il Romanino aveva spiegato tutto l’ardore dei suoi colori, ma
non ancora a quel fuoco cominciavano a sciogliersi, a serpeggiare
i movimenti delle sue figure. I due ritratti del Museo di Budapest
(fig. 55i) e dell’Accademia Carrara di Bergamo (fig. 552), eseguiti
a un tempo, in simile costume, ci mostrano l’artista sempre più
volto a fantasie di colore: quello di Budapest veste, come l’altro,
di vellutojnero pezzato d’oro metallico; si copre d’un berretto
— Sii —
aureo; ha il volto luminoso in quel riverbero di giallo oro contro
una superba cortina verde. Ma non ancora in questi ritratti sfol-
goranti il segno de’ contorni perde determinazione e fermezza,
sebbene, come nelle pale d’altare descritte, insieme con l’aumento
Fig. 551 — Museo Nazionale di Belle Arti, a Budapest.
Romanino: Ritratto d'ignoto.
(Fot. Hanfstaengl).
della vivezza del colorito, si abbia quello della pastosità di
modellato.
Ben presto il Romanino dovette cominciare tuttavia ad ac-
compagnar il crescendo coloristico con un crescendo di movi-
menti. Aveva veduto in Padova Tiziano, alla Scuola del Santo,
porre in lotta l’ombra con la luce per intensificare l’agitazione,
— 8l2 —
degli animi, la violenza degli atti umani; e verosimilmente creò,
non senza ricordi di quegli affreschi, V Adultera di Glasgow
(fìg. 553), con strappi di luce, baleni sulle vesti rasate, tenebrori
Fig. 552 — Galleria dell’ Accademia Carrara, a Bergamo. Romanino: Ritratte.
(Fot. Anderson).
a contrasto, dibattiti tra le masse splendenti e le scure, rispon-
denti a quella rissa di un giovinastro che trascina la donna,
piena di vergogna e di paura, davanti a Gesù, proteso dal seggio
a respinger l’accusatore minaccioso eja’scacciarlo, mentre il grasso
Fariseo, superbo della sua collana d’oro, si allontana quasi im-
paurito di quel trambusto, e una guardia par gli chieda l’ordine
dell’arresto di Cristo. La volgare trasformazione dell’iconografia
della scena forse fu eseguita dal Romanino, il quale mantenne
nella colorazione quel rasato dei Santi Pietro e Paolo di Cassel,
che egli derivò forse dal Savoldo, ottenendo per i contrasti for-
tissimo effetto. L’osservazione del Pordenone e di Tiziano
Fig. 553 — Galleria di Glasgow. Romanino: L' Adultera.
fece scoppiare nel Romanino la tendenza al movimento; e dal
1514, data del compimento del quadro di Santa Giustina, al
1520, data degli affreschi sugli arconi della nave nel Duomo
di Cremona, il pittore s’infuriò nelle ricerche del nuovo. Sembra
probabile che abbia eseguito, poco dopo V Adultera, la fronte
di cassone con la favola di Adone, e l’altra con quella di Erysicton
(figg. 554-555) nel Museo di Padova, attribuite a Giorgio da
Castelfranco. Il movimento s’imbarocchisce nelle figure tondeg-
gianti, nelle masse degli alberi staccate dal cielo fulgido, come
nel fondo de\Y Adultera, in tutto quel ghirigoro del segno, in quei
— 814 —
contrasti d’intensi colori, in quegli accenti di sole, di fuoco,
d’oro. L’artista si è ispirato a Giorgione per dare aspetto ro-
mantico alle sue composizioni, ma gli arpeggi giorgioneschi son
Fig. 554 — Museo Civico di Padova. Romanino: La nascita di Adone.
(Fot. Alinari).
Fig. 555 — Museo Civico di Padova. Romanino: La selva di Polidoro.
(Fot. Alinari).
tradotti da tamburi e da trombe. È un giorgionismo chiassoso
che nulla riflette del grande prototipo.
Nel lustro che corre dal 1515 al 1520 il Romanino trapassa
da uno ad altro esemplare, al Palma in un Ritratto d’uomo accon-
ciato alla carnevalesca (fig. 556), e nella pala d’altare già a San
Francesco di Brescia, ora a Berlino (fig. 557). In questa il pittore
mette il trono della Vergine all’aperto, come fece Iacopo nel
quadro di Santo Stefano a Vicenza, in un recesso verde di piante
e di fronde.
Dall’ombra azzurrata del baldacchino si stacca la luce dia-
fana, biondorosa, delle carni della Vergine, del Bambino, degli
angioletti, con ali notturne screziate d’azzurro e d’argento lu-
nare: la stessa luce d’argento che traspare dal volto dell’angio-
letto a sinistra e dalle nuvole sul marmo azzurro del cielo. La
opulenta Vergine, sotto il manto azzurro, ha una veste rossa
svanita nell’oro, color di foglia secca; il putto suonatore, appiè del
- 8i5 -
trono rustico, una camiciola d’argento come l’orlo delle ali;
veste azzurra e manto gialloro il cavaliere San Rocco, col volto
Fig. 556 — Buckingham Palace di Londra.
Roman ino: Ritratto d'uomo acconciato alla carnevalesca.
diafano e il berretto grigiazzurro scintillante. Sfarzoso del Santo
vescovo, è il piviale rosso aureo, con ricami d’oro pallido.
* * *
Il colore del Romanino si stempera e dilaga nelle forme allar-
gate delle’fìgure; mentre la pasta del colore s’intenerisce, le forme
aggrandiscono, e si svuotan di forza. Anche nell 'Assunta della
Fig. 557 — Galleria di Stato a Berlino. Romanino: Madonna e Santi.
(Fot. Hanfstaengl).
- 8i7 -
chiesa di Sant’Alessandro in Colonna, a Bergamo (fig. 558), ove
ancora non sono gonfie le immagini, appare il tormento del
558 — Sant’Alessandro in Colonna, a Bergamo.
Romanino: Assunzione della I7 ergine.
(Fot. Alinari).
pittore intento a cumular nugoli sopra nugoli, monti sopra
monti, a torcer drappi, ad acuire gli atteggiamenti degli Apostoli
Venturi, Storia dell' Arte Italiana, IX, j.
52
— 8i8 —
sorpresi. Tranne uno che guarda in alto alla celeste bambola,
essi gesticolano e discorrono, scossi come da terremoto. Tutta la
preparazione del Maestro, solenne nella vermiglia pala d’altare
a Padova, si dissolve, si va disperdendo.
Lo squadro delle figure, non ancora ampio, ci fa classificare
Fig. 559 — ■ Castello di Malpaga. Romanino: Affresco.
anteriormente al 1520 gli affreschi del castello di Malpaga
(es. fig. 559), ove il pittore gode ai contrasti delle vesti bianche
e nere, delle piume bianche e nere dei giostratori, delle tappez-
zerie a strie alterne grigio perla e grigio verde nel Convito, delle
variopinte stoffe nella Distribuzione dei doni al vincitore, del
dominio dei bianchi a strisce rosse e a trinciature rosse, nella
Partenza del Colleoni coi suoi, del corteo che sfila sul paesaggio,
sui prati di biondo velluto. Ma, nonostante tanta varietà di
colori, tanta bontà di sfondi, quelle sfilate, quelle rassegne,
sono materiali quadri di costumi cinquecenteschi, pagine aperte
di un libro di figurini.
— 8ig —
Ci sembra di vedere Gerolamo Romanino, in [quelle rico-
struzioni nel castello di Malpaga, alle prese con la storia e con
Fig. 560 — Duomo di Cremona. Romanino: Cristo davanti a Caifa.
(Fot. per cortesia della Direzione del Museo Civico di Cremona).
l’araldica, sbuffare, mordere i freni come un corsiero scalpitante.
Si sfoga poi negli affreschi del Duomo di Cremona, cercando
— 820
di renderci la Passione di Cristo. Nel rappresentarlo davanti a
Caija (fig. 560), pensa ai costumi variopinti dei lanzi coi cappelloni
Fig. 561 — Duomo di Cremona. Romanino: Cristo flagellato.
(Fot. per cortesia della Direzione del Museo Civico di Cremona).
piumati, coi saioni a scacchi, più che alla divina tragedia. Ricorre
anche al Dùrer per comporre la scena, senza intenderne l'alto pen-
— 821 —
samento; e fa una rappresentazione greve, pesante, in un colore
rosso, torrido. Nè la successiva, con Gesù flagellato (fig. 561), in
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Fig. 562 — Duomo di Cremona. Romanino: Cristo coronato di spine.
(Fot. per cortesia della Direzione del Museo Civico di Cremona).
tutto quel torcersi di figure è migliore, nè la Coronazione di spine
(fig. 562), in quel ripiegamento degli sgherri a ruota intorno al
— 822 —
perno di Cristo; nè le quinte di ominoni alla scena di Gesù pre-
sentato 'al ’ pop olo (fig. 563), ci permetton di riconoscere, nella
Fig. 563 — Duomo di Cremona. Romanino: Ecce Homo.
(Fot. per cortesia della Direzione del Museo Civico di Cremona).
maturità di Romanino, progredita virtù. La violenza s’accresce in
quel tormento della linea curva: perfino entro gli oculi dei semi-
pennacchi, e dalle architetture, teste e busti sporgono, si svinco-
— 823 —
lano fuor del fondo. In tutto quel trambusto non mancano tut-
tavia pezzi di pittura, ove il Romanino sembra trovare un po’ di
calore e compiacersi di men rumorose trovate: così nel dipingere
i due, uomo e donna, che dall’alto d’un balcone, coperti di verde,
guardano a Gesù davanti a Caifa; così il puttino col cagnolo, a
Fig. 564 — Pinacoteca Tosio e Martinengo, a- Brescia.
Romanino: Ritratto di Gentiluomo col corsetto a 'righe.
mezzo la gradinata, legame tra le due ali di popolo, che guarda
a Gesù martire presentatogli dall'alto del Pretorio.
Un’impronta tedesca è anche nel ritratto dell 'Uomo che stringe
i guanti con la destra (Hofmuseum di Vienna), in quello scontor-
cersi forzato di lineamenti, anche in quella durezza d’espressione;
e il tormento del contornare, insieme col tormento del pensiero, si
ripete nell’effigie del Gentiluomo col corsetto a righe della Pina-
1 oteca Tosio e Martinengo (fig. 564).
Intanto s’è aggrandito il modulo delle figure intenerite nella
pasta coloristica, fatte più mature e grandiose, più tonde e
piene nei volti arrossati come melograne. E non cessa l’ingran-
— 824 —
dimento delle forme nelle opere del Romanino e il loro roton-
deggiare, anzi, più l’artista avanza nel tempo, più tende a in-
cluder le membra delle figure entro globi, finché in un ghirigoro
Fig. 565 r — Friedrichs Museum, a Berlino. Romanino: Salomè.
di curve, in un mulinello di linee, dipingerà la Salomè del Frie-
drichs Museum dì Berlino (fig. 565).
* * *
Nei quadri della cappella del Sacramento, di San Giovanni
Evangelista a Brescia, non nei Profeti dei sottarchi, proprii del
Moretto, Girolamo Romanino riempie lo spazio con le sue imma-
gini pasciute, piene, opulenti. In queiragglomeramento di figure
- 825 —
massicce, nello Sposalizio della Vergine, ad esempio (lìg. 566),
par che l’aria manchi, gli ambienti s’oscurino, e solo la luce con
Fig. 566 - — San Giovanni Evangelista, a Brescia,
Romanino: Sposalizio della Vergine.
(Fot. per cortesia della Direzione della Pinacoteca di Brescia).
lampi di freddo oro venga ad attrarre verso un mondo fanta-
stico. Grandi cappe d’argento, talvolta schiarate dai cumuli
826 —
nivei delle nubi sui fondi azzurri, si posson vedere nella Resur-
rezione"di Lazzaro (fig. 567) e nella Cena in casa di Simone Fariseo
(fig. 568); è tutto un barbaglio di luci,, di fuoco, di vampate, il
Miracolo del Sacramento. Al tempo stesso di queste pitture in
Fig. 567 — San Giovanni Evangelista, a Brescia.
Romanino: Resurrezione di Lazzaro.
(Fot. per cortesia della Direzione della Pinacoteca di Brescia).
San Giovanni Evangelista, il Romanino dipingeva la Circonci-
sione della Galleria di Brera a Milano (fig. 569), che traverso
l’ombra dell’arco a limite della scena, come nello Sposalizio a
San Giovanni Evangelista, mostra il cielo cilestre con veli d’ar-
gento lunare. Anche il fondo architettonico è qui pure mono-
eremo, cupo, schiarito appena da tpialche velo di luce che vi
s’irradia di sbieco dall’alto; e si ha un risalto tutto lombardo
delle figure su quello scenario ombroso. Il color delle carni
r.mane in tutti epiesti quadri di una chiarità argentea rosata
— 827 —
fra note di rosso chiaro, di verde luminoso, di turchino. Ma
nella Cena in casa del Fariseo s’accendon come rosee lampade, i
volti; grida il manto giallo oro sulla veste rossa della Maddalena;
splendon nell’ombra il rosso cupo della veste di Cristo, e il
Fig. 568 — San Giovanni Evangelista, a Brescia.
Romanino: Cena in casa del Fariseo.
(Fot. per cortesia della Direzione della Pinacoteca di Brescia).
manto di puro argento; carezza l’occhio il fruscio di una veste
di seta, di un rosa tenero, che imbionda l’arco vaporoso di una
piuma d’argento. Per tutto, il colore è suntuoso, serico e lieve.
Nella Resurrezione di Lazzaro, in un lato della cappella, le
figure in ombra del corteo, con volti come lampade che dol-
cemente si spengano nelle tenebre invadenti, si curvan col Cristo,
caduto in ginocchio entro il manto d’un bianco d’argento, che
riecheggia nelle nuvole del cielo lontano, e forma con esse l’ac-
cento del quadro: lume di luna, diaccio, nell’ombra invadente
Fig. 569 — Galleria di Brera, a Milano. Romanino: Circoncisione.
(Fot. Alinari).
della notte. Anche le nuvole sembran seguire quel bianco roseo
traino.
Della ricerca di questi effetti fu ispiratore il Savoldo, il quale
ci appar chiaramente, in quella stessa cappella di San Giovanni
Evangelista, nella figura di San Matteo (fig. 570), vestita di un
livido violaceo, illuminata da una luce bassa, traversa, con
effetto notturno, insieme col fanciullo che tien la candela, ed ha
un volto di raso, di un tono uniforme biondo: ispirazione im-
mediata dal Savoldo. Il fanciullo è lo stesso in un quadro della
Collezione Wesenix, e si rivede nella Cena del Moretto, in un
lunettone della stessa cappella del Sacramento; ma, mentre la
luce solidifica la forma del Moretto, toglie alla forma del Ro-
manino consistenza.
Con le pitture di San Giovanni Evangelista, possiamo asso-
ciare le figure degli Evangelisti e dei Dottori nell’abside della
chiesa di San Francesco a Brescia (fig. 571), dove Sant' Agostino
col flagello ripete un tipo consueto al Romanino, quello di vecchio
con barba bipartita, che rivediamo anche nella Messa di San-
t' Apollonio in Santa Maria in Calcherà a Brescia (fig. 572), e,
alquanto ringiovanito, nel Santo vescovo della pala della chiesa
parrocchiale di Calvisano (fig. 573). Quel tipo quadrato, con la
barba bipartita irregolare, con tre fiocchi di capelli sulla fronte,
si rivede anche nei San Giuseppe della Sacra Famiglia e Santi
(fig. 574) nel trittico della National Gallery di Londra (1525),
eseguito per Sant’Alessandro di Brescia.
Dominano, in tutti gli scomparti del trittico, il cilestre e il
bianco del cielo di marmo screziato. Nel mezzo, è il Presepe: fiotti
di nuvole bianche veleggianti sul cielo turchino trasportano gli
angioli biondi rosati con ali a luci multicolori, a riflessi metallici,
come spruzzate dalla spuma argentea di quei fiotti. Nel paese,
che spumeggia come le nuvole, si passa, dal verde intenso al
giallo di grano e al turchino nel fondo, con effetti di screzia-
tura: il terreno coperto d’erbe ingiallite e folte, ai piedi dei
colli, ha leggerezza; s’apre, alle pecorelle e al pastore, un nido
gialloro, nel folto degli alberi verde cupi. Su questo sfondo,
Fig. 570 — San Giovanni Evangelista, a Brescia.
Eomanino: San Matteo.
Maria e Giuseppe adorano il Bambino, che punta una gam-
betta e comanda imperioso: il sole scalda il visetto rotondo
Fig. 571 — Chiesa di San Francesco, a Brescia. Romanino: Abside.
dagli occhi neri; impasta del rosa più tenero le carni del corpic-
ciolo. Tutta la fantasia del Romanino s’è rivolta al cavaliere
Sant’Alessandro, a sinistra nel trittico, curvo da un lato con
lo stendardo rosa, che gli gira attorno e lo ammanta: un pezzo
— 832 —
d’armatura azzurra, frecciata da luci d’acciaio, giace sul terreno,
tra le erbe schiumanti, spruzzate d’oro sul verde. A riscontro
Fig. 572 — Santa Maria in Calcherà, a Brescia.
Romanino: Messa di Sant' Apollonio.
di Sant’Alessandro, è San Girolamo seminudo, dalle carni bionde,
coperto da un drappo di un bianco composto di grigio e d’ar-
gento. Mentre cammina, egli abbassa il Crocefìsso sopra la rigo-
Fig. 573 ■ — Chiesa parrocchiale di Calvisano
Romanino: Lo Sposalizio di Santa Caterina e un Santo Vescovo.
I
!
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
53
— 834 —
gliosa, straripante vegetazione gialloro propria al Romanino, a
ciuffi lievi, che sembran marosi. Dietro la boscaglia corron onde
d’azzurro sotto la lastra di cielo screziata di glauco e di bianco.
Sopra ai due Santi in specchi rettangolari, stanno altri due in un
Fig. 574 — Galleria Nazionale di Londra. Romanino: Natività e Santi.
(Fot. Hanfstaengl).
quadrato: Sant’Antonio da Padova col volto di rossa ombra e
una veste monacale nera; il vescovo San Gaudioso col manto
verde strisciato di lumi d’argento e adorno di larga orlatura
d’oro.
* * *
Dopo il 1525, data del trittico di Londra, il Romanino si
accostò a Tiziano negli sportelli dell’organo di Asola, ma il
suo rotondeggiare crebbe con la maggiore scioltezza di pennello.
Così si vede non solo nell’anta dell’organo rappresentante il
- 835 -
Sacrificio d'Àbramo, ma anche nell’altra con ]a Profezia della
Sibilla Tiburtina. Le proporzioni delle figure si riconoscono inoltre
nel Cristo [risorto già di Casa Benson, attribuito alla Scuola
Fig. 575 — Collezione Benson (già), a Londra. Romanino: Resurrezione.
di Giorgione (fig. 575). Di fuoco è il volto sollevato della guardia
nel riverbero del cappello rosso adorno di una gran piuma nivea;
tutta in gamme d’argento e di rosso svanito l’altra che impugna
la spada. Sale Cristo, con la croce e il manto rosso oro, sul cielo
- 836 -
verdazzurro a schiume di nuvole, dal piano scaldato di un
vapor d’oro di messi, sino al lontano mare azzurro e all’ombra
di una rupe.
Intorno al 1530 il Romanino crea i capolavori della piena ma-
turità per il Duomo di Salò: Madonna e Santi (fig. 576), Sant’An-
Fig. 576 — Duomo di Salò. Romanino: Pala d’altare.
(Fot. fornita per le premine di Pompeo Molmenti).
tomo da Padova adorato da un divoto (fig. 5 77). La Madonna col
Bambino, seduta sopra un trono apprestatole tra gli alberi agitati
dal vento, sulle rive del Garda, è assistita da un Santo cardinale e
da San Sebastiano legato a un tronco: le vesti han costole luminose
taglienti, metalliche, e il drappo che cinge i fianchi di Bastiano
NH
Fig. 577 — Duomo di Salò.
Romanino: Sant'Antonio da Padova adorato da un divoto.
(Fot. fornita per le premure di Pompeo Molmenti).
- 838 -
sembra'un arco d’argento vivo. Ma non s’intende donde vengano
quelle lame di luce, tanto il fondo è oscurato dalle nubi e dalla
Fig. 578 — Collezione Harrach, a Vienna.
Romanino: Gesù e Giovannino abbracciati.
burrasca, mentre nel Sant1 Antonio da Padova il cielo tempestoso
è corso da fulgide strie, come da subiti lampi, che contornan di
fuoco i due monticelli del fondo, si sbatton sulle pagine del libro
- 839 ~
di Sant’Antonio controluce, si riverberano sulle piume dell'ala
d'un angiolo, s’irradiano nella faccia della grossa committente.
Intorno allo stesso tempo può essere classificato il gruppo di
Fig. 579 — Galleria Martinengo, a Brescia. Romanino: Cristo portacroce.
Gesù e Giovannino abbracciati (fig. 5 78), nella Collezione Harrack
di Vienna, sotto il nome di Francesco Vecellio. Figura il noto
motivo lombardo dell’abbraccio fra i due fanciulli, ma la fan-
tasia del Bresciano vi irrompe e lo trasforma col suo fervore.
Nel Cristo portacroce , già della Galleria Crespi (fig. 579), l’om-
bra cupa del fondo è traversata dal caldo lume della croce, su cui
Fig. 580 — Pinacoteche Tosio e Martinengo a Brescia.
Roraanino: 1 Santi Faustino e Giovita che levano in cielo la SS. ma Croce di Brescia.
— 841 —
si plasma in un’atmosfera d’oro la testa del Cristo, incorniciata
di capelli rosso rame, come tinti di sangue. La veste è di raso
giallo, vibrante, crivellato d’ombre rossigne, che aumentano
l’incandescenza fantastica del colore; e luce ed ombra riceicano
le fibre del raso con effetto cromatico di straordinaria intensità
e ricchezza. Le pieghe semplici acute, che nel tondo della Galleria
Martinengo a Brescia incidevan di ombre e luci taglienti, la tunica
tesa sul corpo di Cristo, per scomporsi solo nelle grandi maniche,
son qui meandri, cartocci, cumuli, tra cui gioca con infinite varia-
zioni il giallo splendente, corrusco. A contrasto, la testa di Cri-
sto è sfumata d’ombre; e l’ombra stagna nell’occhio profondo,
appannato come d’un velo di sangue.
Non soio Tiziano, ma Lorenzo Lotto influisce sul Roma nino
nel gran quadro con i Santi Faustino e Giovita che levano in cielo
la Santissima Croce di Brescia (fig. 580), tanto nella disposizione
delle mezze figure di oranti nel basso, quanto nella lumeggiatura
trasparente che schiara i volti dall’ interno, mentre il vecchio
Prelato in primo piano, e la donna con bianco velo nel fondo,
ricevono una luce argentea, come riflesso delle tre mitre.
* * *
È il momento forse in cui il Romanino dipinge la Madonna
oggi a Brera (fig. 581), rosa espansa, rosa di toni accesi, quasi
oppressa dalla propria opulenza di forme e di colori. La testa
bionda e rubea si reclina sotto il drappo di un grigio avana;
la linea della composizione s’ingorga. Le note calde del rosso
e dell’oro invadono l’intiero quadro; s’indora il risvolto verde
del manto di Maria, e la veste rossa ha luci di rubino; i fogliami
impressi sul cuscino del Bimbo si tingon di rosso ai contorni,
e anche il drappo accartocciato, denso, cretaceo è di un caldo
biancore. Biondo è il Bimbo impastato di sole nelle carni floride
e sanguigne. Ma non ancora il Romanino è giunto all’apice della
sua turgidezza: vi giungerà con la Madonna della Raccolta
Lederer a Budapest (fig. 582). Confrontata con la precedente,
questa ha curve più ampie, masse più globose; e se nel primo
quadro la mano della Vergine, posata sulla gamba del Bimbo
— 842 —
sembra tratta a muoversi e le dita a rincorrersi, si può notare,
nella seconda, la mano del Bambino racchiudersi in cerchio. Se
nella più antica si determinano linee parallele, concorrenti, nella
più recente il colore si liquefà, dilaga, cola spesso e denso, si
stende a formar crosta o si rapprende neH’avvallarsi.
— 843 —
A quest’ ultima Madonna si può associare il Presepe della
Galleria Martinengo a Brescia, cor figure enormi (fig. 583), e la
Fig. 582 — Collezione Sandor Lederer, a Budapest.
Romanino: Madonna allattante.
(Fot. fornitaci dalla signora Sandor Lederer).
Madonna col Bambino nella Congrega di Carità Apostolica
(fig. 584) di quella stessa città, dove le figure sembran lavorate
al tornio, i putti figli di Pomona, gli uomini scoppiare nel grasso.
Soltanto le Madonne traggono imponenza da tutto quel volume
- §44 -
di carni e di drappi, dallo splendore dei manti, da rivoli d’ar-
gento vivo. L’enormità delle figure toglie al pittore di poter
Fig. 583 — Galleria Martinengo, a Brescia. Romanino: La Natività.
(Fot. Brogi).
segnar le distanze in rapporto a quei colossi, così che i fondi
s’addensano, si comprimono, e la pittura del Romanino perde
Fig. 584 — Congrega di Carità Apostolica, a Brera.
Romanino: Madonna col Bambino.
(Fot. per cortesia della Direzione della Pinacoteca Civile di Brescia)
— 846 -
aria, respiro. Anche ne’ ritratti, esempio quello della Raccolta
Holford (fig. 585), l’ambiente si sottomette alla dominatrice
figura, tipica del Bresciano per la suntuosa morbidezza dei volumi
spiegati nel dolce lume di una nicchia poco profonda, dalla
Fig- 585 — Raccolta Holford, a Londra. Romanino: Ritratto.
figura opulenta e placida, girata di tre quarti, secondo lo schema
prediletto dal Romanino per offrire più vasti campi al colore.
Anche negli affreschi di Trento (fìgg. 586-5 87), le figure gra-
vitano sulle volte, nella lunetta della loggia del Castello del
Buon Consiglio, nel cortile dei leoni, come nella loggia supe-
riore. Tutto s’addensa, nonostante il vento sbatta vessilli, tra-
sporti chiome, barbe, nuvole, e il terremoto a vortice aggiri ogni
persona.
Fig. 586 — Castello del Buon Consiglio, a Trento.
Romanino: Affreschi.
(Fot. Alinari).
— 848 —
Come in una muda sembra avvenire la Cena in casa del Fariseo
(Pinacoteca Martinengo) (fig. 588) e l’altra in Emaus (fìg. 589)
tanto lo spazio è preso dalle colossali figure. Nella Pietà della
Galleria di Berlino (fig. 590), tutto l’ambiente è soffocato dalle
poderose immagini, e la loro azione è più lenta, grave, conte-
nuta: appena, su quella muraglia umana, dietro le teste più
Fig. 587 — Castello del' Buon Consiglio, a Trento. Romanino: Affreschi.
elevate, spunta una breve striscia di verde, di terra, di case, di
cielo. Chi guardi le altre Pietà del Romanino, andando a ritroso
nel tempo, da questa del Museo Federico, assiepata, massiccia,
densa, spettacoloso finale d’un dramma, a quella eseguita circa
dieci anni prima nella chieda parrocchiale di Cizzago (fig. 591),
ove le figure son disposte in linea trasversa nell’ ambiente cre-
puscolare, e infine alla Deposizione della Galleria di Venezia,
con la quale abbiamo iniziato questo studio, vedrà chiara tutta
la via percorsa dal pittore. Mancano però, lungo questo cam-
mino, gli spazi ove il Maestro, tutto fuoco e fiamma, passò
Fig. 588 — Pinacoteca Martinengo, a Brescia.
Romanino: La Cena in Emaus e la Maddalena.
(Fot. Brogi).
Veniuri, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3
54
Fig. 589 — Pinacoteca Martinengo, a Brescia.
Romanino: La Cena in Emaas.
(Fot. Brogi).
- S5I -
folgoreggiante, con i suoi bravi piumati, con i suoi genietti vam-
panti, con le sue Madonne frutti di melograno. Nella giovinezza,
presto s’infocò, e, come Gaudenzio Ferrari, vide la natura con
occhi di bove, sovrumana, gigantesca, lussureggiante. In tutto
Fi g. 590 — Galleria Statale di Berlino. Romanino: Pietà.
(Fot. fornitaci dalla Direzione della Pinacoteca Martinengo).
quel rigoglio di figure e di cose bruciate dal sole, si perdette lo
spirito del pittore, che si assopì stanco sotto l’afa estiva. Lom-
bardo, si accostò a Venezia, e, nell’ accostarsi, fu preso come
da subita fiamma. Già le propaggini della pittura veneziana
erano giunte a lui per mezzo del cremonese Boccacciro, come
quelle dell’arte lombarda erano nell’ aria bresciana, nella tradi-
zione che faceva capo al Foppa; ma Tiziano prima, Lotto, e
Fig. 591 — Chiesa parrocchiale di Cizzago.
Romanino: Cristo morto.
— §53 —
il compaesano Savoldo poi, gli dettero impulsi al nuovo: Ti-
ziano con il calore della sua tavolozza, Lorenzo Lotto con i suoi
Fig. 592 — San Pietro, a Modena. Romanino: La Predica di Gesù.
argenti, Savoldo con i suoi notturni. Ma la sua stessa superba
facoltà di pittore, lo condusse presto a ingrandire, a ingrossare,
a guastar le forme uscite dalla fecondità della terra.1
1 Catalogo delle opere del Romanino:
Alnwich Castle, Duca di Northumberland: Ritratto di dottore.
Ritratto d'armigero.
- 854 -
* *
Ultima nel novero tra le opere del Romanino è la Predica di
Gesù sul monte, in San Pietro di Modena (figg. 592-593), iniziata
Fig. 593 — San Pietro, a Modena. Romanino: Particolare del quadro suddetto.
a settantun anni. Non si riconosce quasi più il maestro, vinto
dal comune classicheggiare del suo tempo, nel profilo rettilineo
Arcore (presso Monza), Collezione Vittadini: Madonna.
Asola, Chiesa: Ante d’organo col Sacrificio d'Àbramo e la Profezia della Sibilla Tiburtina.
Bergamo, Chiesa di Sant’Alessandro in Colonna: L’Assunta.
— Collezione Morelli nell’Accademia Carrara: Ritratto di Cavaliere.
— ■ Collezione privata: Ritratto di giovane gentiluomo.
— - Collezione Conte Suardi: Ritratto di giovane signora.
— Collezione Piccinelli: Santi Sebastiano, Bartolomeo, Giacomo e Stefano.
- §55 -
di Gesù e di uno degli ascoltatori, benché ancora nella turba a
sinistra la massa molle schiarata da luci riecheggi di forme vene-
Berlino, Galleria di Stato: Pietà (n. 15 1).
Madonna e Santi (n. 157).
Brescia, Galleria Tosio e Martinengo: La Maddalena ai piedi di Cristo.
— — Cristo in Emaus.
Cristo in casa del Fariseo.
/ Santi Paolo, Giovanni e altri Santi.
San Domenico, Santi e Donatori, e la visione dell'Immacolata.
Natività.
— — Pietà.
Redentore con la Croce.
— — Esaltazione della Croce di Brescia.
— — Coronazione e Santi.
Ritratto d'uomo col corsetto a righe.
Altro ritratto d’uomo.
— ■ Duomo, Sagrestia: Nascita della Vergine.
Visitazione.
— Chiesa di San Francesco: Madonna e sei Santi.
— — - Sposalizio.
Evangelisti e Dottori, nella volta dell’abside.
— Chiesa di San Giovanni Evangelista: Cristo in casa del Samaritano.
Resurrezione di Lazzaro.
San Matteo.
— Chiesa di Santa Maria in Calcherà: Messa di Sant’ Apollonio.
Chiesa di San Rocco: Madonna in trono e i Santi Bernardino, Rocco, Ono rio e Margherita
(avanti il 1510).
— Chiesa di San Salvatore: Affreschi.
— Congrega di Carità Apostolica: Madonna col Bambino.
— Casa Pirozzi: La Pietà.
Budapest, Museo Nazionale di Belle Arti: Ritratto di Cavaliere.
— — Ritratto d'uomo.
— Raccolta Sandor Lederer: Madonna.
Calvisano (presso Brescia), Chiesa parrocchiale: Pala d’altare.
Cassel, Museo: San Pietro (n. 502-A).
: San Paolo (n. 503).
Cizzago, Chiesa parrocchiale: Deposizione.
Cremona, Duomo, Navata mediana: Affresco di Cristo davanti a Caifa.
— — — Affresco della Flagellazione.
— — — Affresco della Coronazione di spine.
Affresco di Gesù presentato al popolo.
Edolo, Chiesa di San Giovanni: Crocefissione.
Battesimo di Gesù.
— — Decapitazione del Battista.
— — -La volta con le Storie della Genesi.
— — Pareti con le Storie del Battista (affreschi).
Filadelfia, Collezione John G. Johnson: Madonna.
— — Busto di giovane uomo.
— - Pennsylvania Museum: Una donna, due putti abbracciati, un alabardiere in un paese.
Firenze, Uffizi: Ritratto di fanciullo (n. 578).
Francoforte s. M., Galleria dell’Istituto Stàdel- Ritratto di giovane uomo (n. 43*a).
Ritratto senile.
Genova, Palazzo Brignole Sale: Busto di Prigione in adorazione del Crocefisso.
Glasgow, Museo: L'Adultera (n. 67).
- 856 -
ziane già quasi bassanesche. E non si riconosce più lo scenario,
prima soppresso dal Romanino, qui ampio, solenne: un grande
albero chiomato presso il Cristo, una gran rupe scheggiata a
sinistra, il fiume che scorre tra le rive ai piedi delle rocce, il
cielo burrascoso. Alla fine dei suoi giorni, il pittore che aveva
soffocato lo spazio gli donava ampiezza nuova, scenografica,
tanto da rendersi irriconoscibile nella sua tarda età.
Hannover, Museo Kestner: Ecce-Homo (n. 49).
High Legh Hall (Knutsford, Cheshire): Ritratto di J. A. di Acquaviva, a. 1538.
Londra, Galleria Nazionale: Polittico (n. 297), a. 1525.
Ritratto d'uomo (n. 2096).
— - Collezione Benson (già): Apollo e Siringa che si trasmuta in giunco.
Apollo e Dafne.
La Resurrezione.
— Collezione Holford (già): Ritratto d'uomo.
— Collezione Jekwill: Vescovo inginocchiato.
— - Collezione Brinsley Marlay: Uomo in pelliccia.
— Buckingam Palace: Ritratto d'uomo.
Lovere, S. M. in Valvendra: Sportelli d’organo con i Santi Cavalieri Faustino c Giovila.
Malpaga, Castello: Affreschi con la Vita e le gesta di Bartolomeo Colleoni.
Milano, Galleria di Brera: Madonna.
La Circoncisione.
— Galleria Cristoforo Benigno Crespi (già): Il Redentore.
— - Raccolta Sessa: Santi Bernardino, Giorgio e Francesco.
Modena, Chiesa di San Pietro: Predica di Gesù sul monte.
Padova, Museo Civico: Ultima Cena (n. 663).
Ancona di Santa Giustina, a. 1504.
Palermo, Raccolta del Barone Chiaramente Bordonaro: Abbozzo di una Natività.
Potsdam, Sanssouci: Decapitazione del Battista.
Praga, Rudolfinum: Ritratto virile (n. 486).
— Tynkirche, Coro: Sportelli dell’organo: Presentazione.
— — Visitazione.
Richmond (Surrev), Collezione di Sir Frederick Cook: Madonna col Bambino e i Santi Giacomo
e Girolamo.
Mistico Sposalizio di Santa Caterina (n. 154).
Roma, Collezione Marinucci: Madonna col Bambino.
Salò (Lago di Garda), Duomo: Madonna col Bambino e i Santi Sebastiano e Bonaventura.
— — Sant'Antonio da Padova, Angeli e Donatore.
Scozia, Gosford House, Conte di Wemyss: Adorazione dei Pastori.
— — ■ — Ritratto d'uomo.
Stenico (Val Giudicarla), presso Trento, Castello: Affresco con fregi decorativi.
Trento, Castello del Buonconsiglio: Affreschi (a. 1531-32).
Venezia, R. Galleria: Pietà (a. 1510).
Verona, Museo: San Girolamo.
— San Giorgio in Braida: Sportelli con il Martirio di San Giorgio e San Giorgio davanti al
Giudice (a. 1540).
Villongo (Bergamasco), Oratorio aperto: Affreschi (citati dal Berenson).
Wimborne (Dorset), Collezione di Lord Wimborne, Canford Manor: Pietà (a. 1510).
Sposalizio.
Vienna, Hofmuseum: Ritratto d'uomo che stringe i guanti con la destra.
— Collezione Harrach: Gesù e Giovannino abbracciati.
— 857 —
* * *
Di Calisto Piazza da Lodi, seguace del Romani no, si hanno
le seguenti notizie:
1519 — Sua cooperazione col padre Martino e lo zio Albertino
nel polittico di Castiglione d’Adda.
1521 — Sua pittura della Visitazione, oggi a Santa Maria
Calcherà di Brescia.
1524 — Altra sua pittura della Natività, ora nella Pinacoteca
Tosio e Martinengo.
1525 (circa) — Affresca il grande Cenacolo nell’antico refet-
torio del convento dei Santi Cosimo e Damiano in Edolo e
la pala dell’altar maggiore con il Martirio di Sant’Agata tra
Santi.
1527 — Eseguisce la Deposizione dalla Croce nella chiesa di
Esine.
1529 — Compone la pala d’altare di Cividate e il polittico del
Duomo di Lodi.
I53°~I532 — Eseguisce, insieme col fratello Cesare, dipinti
per l’ Incoronata di Lodi, riproducenti antiche decorazioni
della chiesa.
1545 — Affresca il Cenacolo nel Monastero di Sant’ Ambrogio.
Calisto Piazza, ancor imbevuto dei principi artistici fami-
liari (esempio nel quadro della chiesa dell’Incoronata a Lodi,
fìg. 594), timidamente si accosta al Romanino, nella Natività
della Pinacoteca Tosio e Martinengo (fìg. 595), ma quasi si
confonde con lui nella Decollazione del Battista del Friedrichs
Museum di Berlino. Glauco è il cielo, tutto screziato da spume e
frecce di luce bianca. Su quel cielo di tono freddo, limpido, m -
fallico, rosseggiano, in contrasto di toni caldi, le fulve muraglie.
1
Fig. 594 — Chiesa dell’Incoronata, a Lodi.
Calisto da Lodi: Nascita di San Giovanni Battista.
(Fot. Anderson).
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Fig. 595 — Pinacoteca Martinengo, a Brescia.
Calisto Piazza da Lodi: La Vergine col Bimbo
e i Santi Stefano e Antonino.
Fig. 596 — Galleria Nazionale di Belle Arti, a Budapest.
Calisto da Lodi: Tre Santi.
Salomè ha veste rossa, con maniche gialloro; il comandante veste
grigio verdastra tutta variata di lumi d’oro, corrusca di metallici
bagliori, sotto il manto bruno; maniche rosso e oro; berretto
cupo falcato da una piuma d’argento. Di un biondo splendore
son le carni del Battista.
Il movimento però non trascina in Calisto uomini e cose,
come nel Romanino. Egli cerca la parata; presenta i suoi perso-
naggi, li espone, invece di trascinarli in giro, con la violenza
romaninesca. Esempio i Tre Santi del Museo di Belle Arti a
Budapest (fìg. 596), ove il pittore s’accosta più al Dosso che non
al suo prototipo: son combinati per la positura, che simmetrica
s’impone a San Giovanni Battista e a San Giorgio, di qua e di
là dal Santo Diacono, il quale sembra tuttavia aggirarsi, rotare
sullo scanno, secondo i modelli romanineschi.
Nella Decollazione del Battista, appartenente al Museo Storico
Artistico di Vienna (fìg. 597), il Lodigiano si fa sempre più pesante
e volgare: nel Romanino c’è naturale animazione, e c’è una forza
esuberante, ma sincera, da bravaccio; in Calisto da Lodi c’è il car-
tellone per il pubblico dei di voti, quale avrebbe voluto nel Sei-
cento il Padre gesuita che raccomandava al Pomarancio di
mostrar bene la scorticatura di San Bartolomeo, per attrarre a
devozione i cuori. E il pubblico c’è, dietro il torso troncato e le
figure principali del manigoldo, di Salomè, del comandante; ma
tutte quelle teste ugualmente stampate sogguardano, fissano la
testa sanguinante del Battista, con curiosità, senza scomporsi.
La luce che, nel Maestro, dà unità alla scena, avvolgendo
a gradi di scuri e di chiari i personaggi delle composizioni, o
tutto schiarando a lampeggiamenti, avviva in Calisto i meno
voluminosi attori de’ sacri drammi, e lascia in penombra il
coro che dietro s’assiepa. Il rotondeggiamento del Romanino,
tutto coordinato, vien meno in Calisto, che cade in squilibri di
linee e di luci; e questo basta a non permetterci di riconoscere
come del Maestro gli affreschi rappresentanti la Decollazione
del Battista, nella chiesa di Santa Maria del Restello a Erbanno,
ove Calisto fece una seconda edizione del quadro di Vienna.
Fig. 59 7 — Hofmuseum di Vienna.
Calisto Piazza da Lodi: La testa di San Giovanni- presentata ad Erodiade.
(Fot. Brukmann).
- 863 -
* * *
Altro seguace del Romanino fu Altobello Melone. Vicino al
prototipo egli si presenta nella pittura dei Pellegrini in Emaus,
della Galleria Nazionale di Londra (fig. 598), specialmente nel
Fig. 598 — Galleria Nazionale di Londra.
Altobello Melone: / Pellegrini in Emaus.
Cristo col volto trasparente di luce biondo calda a riflessi argen-
tini sul naso e le labbra, sotto il cappellone grigio, con la man-
tellina gialloro bruno. Simili toni biondi trasparenti danno risalto
al verde azzurro metallico del mantello, schiettamente romani-
nesco. I toni biondi invadono anche il terreno nel primo piano;
e si ripete il contrasto fra giallo e grigiazzurro nelle vesti di
— 864 —
un Apostolo; il manto di un altro trapassa dal giallo oro al
rosso nell’ ombra.
In secondo piano, i prati scolorano in un verde gialliccio,
chiaro e tenero, tra alberi verde gialli, e case in trasparenze
grigio argento.
* * *
Entra nella cerchia del Romanino anche il Ferramola, che
lavorava con lui nella chiesa ora Museo Cristiano di Brescia,
Fig. 599 — Santa Sofia, a Padova.
Gualtiero Gualtieri: La decollazione del Battista.
ove dipinse una serie di affreschi, rimessi da qualche anno
in luce.
La vicinanza al Romanino è soprattutto palese nello Sposa-
lizio della Vergine, dipinto con predominio di bianchi, di colori
chiari e leggeri. Melle Tre Sante del Museo, è invece evidente
il ricordo boltraffiesco, sì ne' tipi, sì nel taglio del volto; e in altri
affreschi del Ferramola nelle chiese di Brescia, inferiori a quelli
del Museo cristiano, sono frequenti i ricordi del Bramantino.
- 865 -
* * *
Fra i seguaci del Romanino sono ancora citati: Andrea da
Manerbio, che pose la data del 1540 a vari affreschi nella chiesa
di S. Maria in Lovere; Francesco Prato da Caravaggio, del
quale sono noti lo Sposalizio della Vergine, nella prima cappella
della chiesa di San Francesco a Brescia, eseguito nel 1547, e una
Pietà nella sagrestia della parrocchia di Manerbio, ove si uniscon
strido di colori e arcaismo di forme. Per ultimo aggiungiamo
Gualtiero Gualtieri, supposto scolaro di Tiziano, gonfio e pe-
sante imitatore del Romanino, associato talvolta a Domenico
Campagnola. Il San Rocco condotto in carcere, nella Scuola che
s’intitola'fa questo Santo in Padova, e più la Decollazione del
Battista in Santa Sofia della stessa città (fìg. 599), ci mostrano
il volgare, corpulento, tronfio pittore, far la parodia del Maestro.1
1 Cfr. sul pittore il voi. XV delVAllgemeinesLexikonderbildenden Kiinstler del Thieme
Becker (Leipzig, 1922).
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
55
IX.
I CAROTO, IL CAVAZZOLA, IL TORBIDO VERONESI.
GIOVANNI CAROTO: Notizie. — Bibliografia. — L’opera: Commistione di elementi
veneti e lombardi. Catalogo.
GIOVANNI FRANCESCO CAROTO: Notizie. — Bibliografia. — L’opera: Forme ini-
ziali con caratteri desunti da Liberale. Influenze della pittura raffaellesca ed eclet-
tismo del Maestro. Catalogo.
PAOLO MORANDO, DETTO IL CAVAZZOLA: Notizie. — Bibliografia. — L’opera:
Esordio sulle tracce di Francesco Morone e di Girolamo dai Libri. Sintetismo di
colore e di forma nelle scene della “ Passione ” del Museo veronese e nel “ Gatta-
melata ” della Galleria degli Uffizi. Influenza della Scuola Romena. Catalogo.
FRANCESCO TORBIDO, DETTO IL MORO: Notizie. — Bibliografia. — L’opera: Ricordi
dell’arte di Liberale nelle prime opere del pittore. Tentativi di accostamento ai
modelli giorgioneschi. Catalogo.
GIOVANNI CAROTO.
Notizie.
1491 — Le anagrafi che ci dicono l’età di Giovanni Caroto
fanno oscillare Tanno della sua nascita fra il 1488 e il 1495.
Ma il 1491 è la data più probabile, perchè è la più antica ed
è due volte ripetuta.
1508 — Verona, S. Giorgio in Braida: Annunciazione.
1514 — Verona, S. Giovanni in Fonte: Pala d’altare.
1515 — Verona, S. Paolo: Pala dell’ aitar maggiore.
1517, settembre 14 — Innanzi al testimonio don Stefano Baschi
del q. ser Bettino da Caravaggio, promette di dare al nipote
Giovanni Caroto pittore dai 500 ai 1000 ducati, quando
prenda moglie che gli porti in dote una somma corrispon-
dente.
— 868 —
1530/ maggio 12 — Giovanni Caroto riceve cinque lire dal
Monastero di Santa Maria in Organo « per un quadro fece
ne li banchi et un altro lavorer al Monastero ».
1540 — Torello Saraina pubblica la sua opera De origine et
amplitudine civitatis Veronae, con i disegni di Giovanni
Caroto^
1552 — Il Monastero di Santa Maria in Organo paga a Gio-
vanni Caroto « li adornamenti de li dui quadri va da le bande
de l’altar grando ».
1555, novembre 15 — Giovanni fa testamento.
1556, aprile 15 — « Giovanni Carotto depentor successo in
luogo della quondam madonna Placida sua consorte » viene
pagato dal Monastero di Santa Maria in Organo.
1558 - L' artista viene ricordato nell’estimo per quattordici
soldi.
1560 — Il Caroto ripubblica i disegni già pubblicati dal Sa-
raina: De le antiquità de Verona con novi agionti da M. Zuane
Caroto pitore veronese.
1562, novembre 15 — Giovanni Caroto, dichiarandosi sano di
mente e di corpo sebbene settantaquattrenne (dalle anagrafi
sembra invece che non avesse ancora raggiunto i settanta
anni), fa testamento, lasciando la metà dei suoi averi a un
Gian Pietro Centenari, e l’altra metà ai discendenti del
fratello.
Due sole opere firmate rimangono di uno tra i più notevoli
maestri del primo Cinquecento in Verona: Giovanni Caroto, 1
1 Bibliografìa su Giovanni Caroto: Zaunandius, Vite dei pittori veronesi, Verona, 1891;
Biermann (G.), Die beiden Carctos in der Veroneser Malerei, in K,tnstkronik, 1903, XV;
Simeoni (Luigi), Nuovi documenti sui Caroto, in L'Arte, 1904, fase. Ili; Baron Barclay,
Giovanni Caroto, in Burlington Magatine, ottobre 1910; Trecca (Giuseppe), Giovanni Ca-
roto, in Madonna Verona, 1910.
— 86g —
autore del quadro d’altare di San Paolo (figg. 600-601), che poco
ci rivela riguardo l’educazione del singolare Veronese, in quella
Fig. 600 — San Paolo, a Verona. Giovanni Caroto: Pala d’altare.
(Fot. Anderson).
sua mistione di vicentino, di mantegnesco, di lombardo, na-
scosta da uno splendore metallico di sete, di ori e di marmi, in-
tenso e vibrante. Giorgione aveva già compiuta la pala di Ca-
— Syo —
stelfranco, di cui forse è un’eco nella posa della Vergine e nel-
l’oblungo ovale del volto, ma lo spunto giorgionesco è ben
Fig. 601 — San Paolo, a Verona. Giovanni Caroto: Particolare della pala suddetta.
(Fot. Anderson).
celato dalla tensione ieratica e quasi bizantina del busto e del
volto di Maria, e dalla barbarica pompa dei fioroni d’oro nel
broccato del trono. Alla composizione tonale dei nuovi gior-
gioneschi, il Veronese, come i Lombardi, dal Foppa allo Zenale,
sostituisce un effetto di linea e di luce: sfavilla ogni filo cel
broccato che appara il trono, ogni punto e ogni piega della
Fig. 602 — Battistero, presso il Duomo di Verona. Giovanni Caroto: Pala d’altare.
(Fot. Anderson),
veste e del manto di Maria, idolo dal volto immoto e severo;
hanno il luccichio del metallo le immagini degli x\postoli,
contorte come in una pittura ferrarese o tedesca; e i marmi
- 873 -
deU’arcone lombardesco, il paese intenso d’ombre, il cielo striato
di nuvole, completano il lustro delle superfici screziate.
Simile effetto luministico trito e smagliante si ripete nel
quadro del Battistero di Verona (fig. 602), compiuto durante
il 1513, dove le immagini brunite piegano in cadenza le teste,
e il labirintico moto dei panneggi, sottolineato da rivoletti di
luce, richiama, sebbene più metallico e intinto di barocchismo
liberalesco, gli inestricabili meandri luminosi delle stoffe savol-
diane. Anche le carni fosche assumono un luccichio ferrigno, nel
ripetuto risalto di chiari su scuri e di scuri su chiari: il volto
in piena luce della Vergine e del Vescovo sul fondo cupissimo
di alberi e di rocce; il volto scuro di Santo Stefano sul cielo
chiaro, che più in alto s’offusca di una funerea cortina di nembi.
Omogenea si sviluppa dunque l’arte di Giovanni Caroto nei due
quadri, ove i continui contrapposti di luce si svolgon sulle guide
di un linearismo insistente e serpentino, raggiungendo nella testa
del divoto un effetto di risalto notturno, spiccatamente savol-
diano. Lo sguscio in luce dell’orecchio, identico nel Divoto del
quadro veronese e nel San Paolo del pittore bresciano, dimo-
strano come fossero vivi anche a Verona i germi dell’arte lom-
barda. E simili concordanze, dovute a una contaminazione di
elementi veneti e lombardi, si affermano sempre più in un'opera
tarda di Giovanni Caroto, i due grandiosi Oranti del Museo Ci-
vico di Verona (fig. 603), scolpiti, con solennità sepolcrale e
misteriosa, da intensi contrapposti di tenebre e di luce siderea
sul cielo verdemare. Il velo argenteo con ombre azzurre, dalle
cui maglie sembran venire palpitanti riflessi al volto della donna,
e le mani del lapideo divoto, trafitte da luce nell’ombra, son
brani pittorici di grande maestro. 1
1 Opere di Giovanni Caroto:
Verona, Chiesa di San Paolo di Campomarzo: Madonna e i SS. Pietro e Paolo.
— Chiesa di San Giovanni in Fonte: Madonna, i SS. Martino e Stefano e un donatore.
— Museo civico: Due oranti.
Apparizione della Madonna ai SS. Lorenzo e Girolamo.
— Sant’Eufemia, cappella a destra del coro: SS. Lucia e Agata.
— San Giorgio in Braida, a destra e a sinistra del coro: Annunciazione (1508).
— Santo Stefano, transetto a destra: Apparizione della Madonna a Santi.
Firenze, Collezione H. W. Cannon, Villa Doccia: Testa di Monaco.
— 874 —
GIOVANNI FRANCESCO CAROTO.
Notizie.
147S-79 : — Circa questi anni nasce Giovan Francesco, figlio di
ser Pietro Caroto da Caravaggio. La data che si ricava dalle
anagrafi di Santa Maria Antica di Verona non è ben certa,
perchè se le due prime anagrafi del 1529 e del 1545 quasi
concordano, l’ultima anagrafe del 1555 lo dice di 72 anni,
e cioè nato nel 1483.
1501 — Data del quadro della Pinacoteca Estense di Modena,
rappresentante la Madonna che cuce.
1508 — Data dell’affresco in S. Girolamo di Verona, rappre-
sentante l’ Annunciazione.
1508, gennaio 3 — Francesco, rimasto vedovo, compra dal suo-
cero Baldassarre Gandoni (il Braliassarti Grandoni del Va-
sari) una casa a nome del figlio Bernardino. Nell’atto è
detto che Giovan Francesco abita in Verona da ventisei
anni e più, in contrada di Santa Maria in Organo. La sua
famiglia vi si era dunque stabilita circa il 1482.
1514, dì ultimo di marzo — Data dell’affresco rappresentante
la Vergine con il Bambino e un donatore, nell’Accademia
Virgiliana di Mantova.
1514 — Si inizia forse in quest’anno la permanenza di Giovan
Francesco a Casale.
1515 — Torino, Raccolta Fontana: La Pietà.
1516, luglio 12 — Guglielmo, Marchese di Monferrato, dona
a Francesco Carote, in compenso dei suoi servigi, alcune
terre presso Casale.
1517, marzo 5 — « Magistro Francisco Caroto da Verona, mar-
chionali pictore » è testimonio ad un atto a Casale.
— 875 —
J523. gennaio 24 — « F.gregius magister Franciscus Carottus
pictor veronensis et camerarius illustrissimi domini mar-
chionis Montisferrati » affitta alcune sue proprietà in Casale.
1523, marzo 28 — Francesco Caroto, « residens in civitatis Ca-
salis », vende alcune sue proprietà, da lui già acquistate a
Casale.
1527 — Milano, Raccolta Frizzoni: La nascita della Vergine.
1528 — Verona, S. Fermo: Madonna in gloria e Santi.
I53° — Milano, già nella Raccolta Crespi: Sacra Famiglia.
I53° — Verona, Parrocchiale di Bionde di Visegna: Sposalizio
mistico di Santa Caterina.
1531 — Verona, Museo: Sacra Famiglia.
1531 — Verona, Arcivescovado: Resurrezione di Lazzaro.
1541, marzo 22 — Francesco Caroto affitta alcuni cassoni che
egli possiede in piazza del Mercato di Verona.
1:543, settembre 17 — Da Verona il pittore scrive a Marghe-
rita Paleologa, Duchessa di Mantova, per raccomandarle una
sua nipote. In questa lettera abbiamo la conferma che il
Caroto aveva fatto dei ritratti per la Duchessa di Man-
tova.
1545 — Verona, S. Giorgio in Braida: Sant' Or sola e le Vergini
compagne.
I545 — II Caroto in Verona è ricordato in un estimo.
1:554, gennaio — Affitta alcune terre che possiede al Palù.
1555, aprile 29 — Giovan Francesco Caroto fa testamento.
Non è ricordato il figlio Bernardino, certamente morto da
poco tempo, perchè compreso nell’ anagrafe di quest’anno.
Non si hanno più notizie dell’Artista, che dovette morire
poco dopo.
- 876 —
* * *
Inferiore, sebbene assai più largamente rappresentata, è la
figura di Gian Francesco Caroto,1 Il la cui vita si stende dal 1470
al 1546. Inizia la sua opera con forme liberalesche indurite dallo
spessore di ombre grevi e sorde, nella Madonna cucitrice della
Galleria di Modena (fig. 604), irta di pieghe angolose e seduta
in un cantuccio di paese tutto gotici uncini, e ne\Y Adorazione di
Gesù del Museo Civico di Verona (fig. 605), fioca imitazione di
modello mantegnesco. Già in questa pittura giovanile la roton-
dità delle forme e un largo uso di ombre affumicate riflettono
modi lombardi, assai più evidenti nella tarda Santa Caterina
dello stesso Museo (fig. 606), che sembra un Boltraffio dipinto
in un momento di vena sentimentale, e che ha per sfondo una
vedutina di paese varia e sgranata dal gioco quasi molecolare
dei chiari e degli scuri.
A manierose e dolciastre delicatezze tende il pittor Veronese
già nel comporre la replica della Madonna cucitrice (fig. 607),
ripetendo il gesto sospeso e lo sguardo perplesso del primitivo
quadro, e infondendo una pastosa rotondità di forme al volto
della Vergine e alla grossa bambola di gomma elastica in bilico
sulle sue ginocchia. Calligrafo minuzioso, il pittore spiega la
stessa cura nel torcere il fil d’oro liberalesco ad orlo della sciarpa
di Maria, o nel tramare il ragnatelo quasi invisibile dall’aureola,
le rotelline lucenti di foglie che compongono gli alberi lievissimi,
soffiati nell’aria, o nel ricamare con civettuola ricerca la propria
cifra accanto al braccio della Vergine.
1 Bibliografia su Giovanni Francesco Caroto: Di Vesme ( Ale ;.sandro), Giovanni Francesco
Caroto alla corte di Monferrato, in Archivio Storico dell'Arte, 1895; Biermann (G.), Die beiden
Carotos in der Veronescr Malerei, in Kunstkronik, 1903, XV; Simeoni (Luigi), Nuovi docu-
menti sui Caroto, in L'Arte, 1904, fase. Ili; Frizzoni (Gustavo), La Pala di Giovan Francesco
Caroto nel Duomo di Trento, in Archivio Storico Trentino, 190C, fase. Ili; Vignola (G. N.),
Il lago di Garda in un quadro di G. F. Caroto, in L'Eco del Garda, 1907; Gerola (Gustavo),
Un prezioso affresco di Giovan Francesco Caroto, in Bollettino d’Arte, 1907, fase. VII; Gerola
(Gustavo), I Caroto di Casa Cavalli agli Uffizi, in Marzocco, 1908, n. XVII, Marginalia;
Avena (A.), Giovan Francesco Caroto e Battista Zelotti alla Corte di Mantova, in L'Arte, 1912;
Fiocco (Giuseppe), Appunti d'arte veronese, in Madonna Verona, 1913, fase* 27.
— §77 —
Intanto si diffondeva in Verona, soprattutto per opera del
Cavazzola, la moda raffaellesca. V’indulge, senza smarrire il
Fig. 604 — Galleria Estense di Modena.
Gian Francesco Caroto: Madonna cucitrice.
(Fot. Anderson).
senso della propria personalità, Giovanni Caroto, nella Ma-
donna con due Santi del Museo Civico di Verona, e vi adatta la
sua dolcigna maniera Gianfrancesco, nel dipinger la grassa e
Fig. 605 — Museo Civico di Verona.
Gian Francesco Caroto: Adorazione di Gesù.
(Fot. Anderson).
Fig. 606 — Museo Civico di Verona.
Gian Francesco Caroto: Santa Caterina.
(Fot. Anderson).
— 88o —
lustra Madonna che porta a passeggio il ricciuto bambino in
un quadro del Museo Civico di Verona (fig. 608), e la pala di
Fig. 607 — R. Galleria di Venezia.
Gian Francesco Caroto: Madonna cucitrice.
(Fot. Anderson).
Sfin Fermo, ove il triplice gruppo di Sant' Anna, la Vergine e il
Bambino sembra tratto da opere di Giulio Romano (fig. 609).
— 88 1 —
Forse allo scopo d’imitar le ombre affumicate di Giulio, nella
pala di San Fermo Gian Francesco rinuncia alla maniera dolciastra
Fig. 608 — Museo Civico di Verona.
Gian Francesco Caroto: Madonna col Bambino.
(Fot. Anderson).
e sfumata, per infondere alle forme i lustri ferrigni, che s accen-
tuano nella Sacra Famiglia del Museo Civico di Verona .(fig. 610)
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
5b
Fig. 609 — San Fermo, a Verona. Gian Francesco Caroto: Madonna e Santi,
(Fot. Anderson).
— 883 —
e nella Resurrezione di Lazzaro (fìg. 611), entrambe datate al
1531. Nel primo quadro, il pittore ha unito l’abbraccio di Gesù
Fig. 610 — Museo Civico di Verona.
Gian Francesco Caroto: Sant' Anna, la Vergine e il Bambino
a Giovannino sotto gli occhi della Vergine e di Santa Elisabetta,
e la visione di San Giuseppe; nel secondo, si è studiato di com-
— 884 —
porre una grandiosa accademia con le sue figure grassocce, dalle
mani a cuscinetto e dagli occhi di gufo, in un vasto paese, che
Fig. 611 — Palazzo Arcivescovile di Verona.
Gian Francesco Caroto: Resurrezione di Lazzaro.
(Fot. Anderson).
completa con due quinte d’alberi la scrupolosa bipartizione della
scena. In entrambi i quadri le forme affumicate prendon lustri
- 885 -
ferrigni, simili a quelli di Giovanni Caroto, dalla cui personalità
vigorosa riman lontano il pittore, incapace, con quel suo lumi-
nismo di superfice, d’infonder trasparenze ai tessuti, come si
Fig. 612 — Galleria dell’ Accademia Carrara, a Bergamo.
Gian Francesco Caroto: Adorazione de' Magi.
(Fot. Anderson).
Gian Francesco Caroto: Strage degl' Innocenti.
vede mettendo a confronto il misterioso profilo mantegnesco
dell’angelo con la testa del divoto nel quadro di Giovanni, al
Battistero.
Fig. 614 — Museo Civico di Verona. Gian Francesco Caroto: Ebe.
(Fot. Anderson).
— 887 —
Qualche traccia d’influsso raffaellesco è ancora ne\Y Adora-
zione de Magi dell’Accademia Carrara a Bergamo (fig. 612), per-
Fig. 615 : — San Giorgio in Braida, a Verona.
Gian Francesco Caroto: Sant’Orsola e le Vergini compagne.
(Fot. Anderson).
vasa di un mistico sentimentalismo alla maniera umbra, e il
colore torna ad ammorbidirsi, per influenza dell’arte veneziana,
e più precisamente di Bonifacio. Il paese rimane secco, arido.
— 888 —
ma nella veste del vecchio re inginocchiato è chiaro lo studio
d’imitare la libertà del tocco tizianesco.
Ancora da Bonifacio derivano lo sfondo architettonico e la
macchiettistica vivezza del brano di paese nella Strage degli
Innocenti (fig. 613), accademia raffaellesca alla Giulio Romano,
da cui certo il Caroto ha tratto di peso il cumulo dei putti
uccisi.
Fedele agli esempi di Giulio, il Veronese compone la patetica
Ebe del Museo Civico di Verona, concentrando tutti i suoi sforzi
nella ricerca di una fredda e corretta eleganza da pittore neo-
classico (fig. 614), per ripiombare poi nel barocchismo più sgan-
gherato, col Cristo-bolide sospeso sul capo delle Vergini di Orsola
nel quadro di San Giorgio in Braida (fig. 615), dipinto il 1546.
Atteggiamenti pretensiosi, drappi di stampo classico, ombre bi-
tuminose e metallici lustri, ci mostrano il Caroto,* 1 alla fine della
1 Catalogo delle pitture di Gian Francesco Caroto:
Amsterdam, Collezione Vito Lanz: Didone e la partenza di Enea.
Barnard Castle, Bowes Museum, n. 344: Santa Caterina.
Bergamo, Galleria dell’Accademia Carrara (Lochis, 170): Adorazione de' Magi.
— — (Morelli, 2): Giudizio di Salomone.
Strage degl' Innocenti (1527).
Berlino, Friedrich’s Museum, n. 1434: Pietà.
Bruxelles, Museo Reale, n. 517: Busto di giovane.
Dresda, Galleria di Stato, n. 66: Madonna e due Angioli.
Firenze, Collezione H. W. Cannon, Villa Doccia: Madonna e San Giovannino in un paese ;
I Santi Giovanni e Benedetto.
— Galleria degli Uffizi: Strage degl'innocenti e San Giuseppe e due pastori adoranti, la Circon-
cisione e la Fuga in Egitto.
Francoforte, Museo dell’Istituto Stàdel: Madonna.
Frome (Lomerset), Mells. Park, Collezione J. Horner: Slancio d'amore.
Hamburg, Collezione Weber (già): Predella della Natività.
Lutschena (presso Lipsia), Barone Speck von Stemburg: Madonna.
Mantova, Accademia Virgiliana: Madonna e Donatore (1514, affresco).
— Chiesa della Carità, Coro: San Michele con i Santi Cosma, Damiano e altri Santi.
Milano, Galleria già Crespi: Sacra Famiglia (1531).
— Galleria già Frizzoni: Nascita della Vergine (152 7).
— Museo nel Castello: Pietà.
Modena, Galleria Estense: Madonna cucitrice (1501).
Norimberga, Collezione già Tucher: Madonna.
Parigi, Louvre, 1318: Madonna e che rubi.
Salizzole, Chiesa parrocchiale di Bionde di Visegna: Madonna e i Santi Caterina, Francesco
e Antonio abate.
Scotland, Gosforde House, presso il Conte di Wemyss: Processione.
Torino, Galleria Leone Fontana, già Casale, presso Caputo Cerioli: Cristo morto (1515).
Trento, Duomo: Madonna e i Santi M assenzio, Vigilio, Gerolamo, Gio. Battista e un Vescovo.
— 889 —
vita, nel suo più uggioso aspetto di manierista eclettico e super
fidale.
Venezia, R. Galleria: Madonna cucitrice.
Verona, Sant’ Anastasia: San Martino.
— San Bernardino: Il Congedo di Cristo dalla Madre.
— Sant’Eufemia: Storia di Tobia (affreschi nella cappella degli Arcangeli).
— San Giorgio Maggiore: Trittico con la Resurrezione e i Santi Sebastiano e Rocco, e predella.
Sant’Orsola e le compagne (1545).
— — terz’altare a sinistra: Santi Rocco e Sebastiano; lunetta con la Trasfigurazione, e pre-
della.
— San Fermo Maggiore: Santi Rocco, Sebastiano, Pietro, Giovanni Battista c l'Immacolata
(1528).
— Chiesa di San Girolamo: Annunciazione (affresco del 1508).
— Santa Maria in Organo, nave a sinistra: Bernardino, Francesco, Davide e Golia ; Elia traspor-
tato al cielo ; Mosè in atto di ricevere le tavole della Legge; Passaggio del Mar Rosso, Due
monaci Olivetani; Santi Michele e Giovanni, Antonio, Chiara.
transetto a sinistra: Angelo.
— San Pietro Incarnano, Villa Alberto Monga: Annunciata (1528).
— : Museo Civico, n. 343: I tre Arcangeli.
— — n. 325: Madonna, Ecce Homo e i Santi Giuseppe, Maddalena, Bernardino e Francesco.
n. 300: La Lavanda dei piedi.
n. 92: Madonna col Bambino e San Giovannino.
n. 108: Deposizione.
■ n. 112: Tentazione.
n. 114: Sacra Famiglia (1531).
n. 129: Madonna, n. 130.
— — n. 132: Figli d’Israele nel deserto.
— — n. 140' Cristo portacroce.
n. 154: Caduta di Lucifero.
— — n. 251: Santa Caterina.
— — n. 260: Natività.
n. 262: Cristo morto e quattro Santi.
n. 341: Cleopatra.
— — n. 566: Santa Veronica.
■ — Palazzo Arcivescovile: Resurrezione di Lazzaro (1531).
— Palazzo Vignola: Madonna col Battista e San Bartolomeo (affreschi).
— Piazza delle Erbe, Casa n. 36: Madonna in gloria, e Nudo in basso (affreschi!.
PAOLO MORANDO, DETTO IL CAVAZZOLA.
Notizie.
14S6 - — Nell’anagrafe di San Paolo del 1514 troviamo ricor-
dato Taddeo Cavazzola, q. Iacopo de Morando, con la moglie
Isabella e sette figli, di cui il maggiore è Paolo, di 28 anni.
1508 — La Vergine con il Bambino, proprietà del conte G. Ga-
gnola, Gazzada presso Varese.
1510-11 — L’ Annunciazione, affresco, chiesa dei Santi Nazaro
e Celso in Verona.
1514 — La Vergine con il Bambino e San Giovannino , Berlino,
Castello.
1517 — La Deposizione, Vienna, Pinacoteca.
1517 — Passione di Gesù e Santi, Verona, Museo Civico.
1518 — San Rocco, National Gallery, Londra.
1518 — La Vergine, Raccolta Frizzoni, Milano.
1519 — La Vergine , Raccolta Staedel, Francoforte.
1520 — U Arcangelo Raffaele e Tobiolo, affresco alLesterno della
cappella dei tre Arcangeli, in Sant’Eufemia, Verona.
1522 — Pala d’altare già in San Bernardino, ora nel Museo
Civico di Verona.
1522, agosto 18 — Paolo Cavazzola muore ed è sepolto in
San Polo.
Paolo Morando, detto il Cavazzola, 1 esordisce in forme mo-
roniane con la Madonna del Museo Civico di Verona (fìg. 616)
1 Bibliografia: Aleardi (A.), P. Morando, Verona, 1853; Gamba (Carlo), Paolo Morando
dato il Cavazzola, in Rassegna d' Arte, marzo 1905; Berenson (Bernardo), Scoperte e primizie
artistiche, in R. d'A ., ottobre 1904 (a proposito di un quadro del C. presso W. a Leatham, Miserden
Park, Cirencester [Inghilterra]); Frizzoni (Gustavo), A proposito del Cavazzola veronese, Let-
— 891 —
e la Pietà dello stesso Museo, ove tuttavia un modello umbro-to-
scano sembra aver suggerito al pittore la disposizione del gruppo
Fig. 616 — Museo Civico di Verona. Paolo Morando, detto il Cavazzola: Madonna
(Fot. Anderson).
davanti un'altissima loggia, l’agghindato intreccio delle chiome di
Santa Maddalena (fig. 617) e il movimento irrequieto delle pieghe.
tera aperta al conte Carlo Gamba, in R. d'A., aprile 1905; Brfxk (Josef), Un dipìnto del Cavaz-
zola (nella Raccolta Platt in Engelwood W. J.)> ln R- d'A ., settembre 1910; Lederer, Muevészeti ,
V, Budapest, 1906; Simeoni (L.), Verona, guida storico artistica, Verona, 1909; Tua (P. M.),
Per un elenco delle opere pittoriche della scuola veronese prima di Paolo, in Madonna Verona
VI, p. 103 e segg. (elenco di quadri di Paolo Cavazzola).
Fig. 617 — Museo Civico di Verona. Paolo Morando, detto il Cavazzola: Pietà.
(Fot. Anderson).
— «93 —
Il Moroni e Girolamo dai Libri erano ancora modelli al
Cavazzola quand’egli compose il Battesimo di Cristo del Museo
Civico di Verona (fig. 618), provincialmente arcaistico nella
Fig. 618 — Museo Civico di Verona.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: Battesimo di Cristo.
immagine dell’Eterno tra nuvole e cherubi, che sembra tratta di
peso da qualche miniatura del ritardatario primo Cinquecento
veronese, nel paesaggio con magri alberelli e colli ritagliati
come di cartone scuro sul cielo chiaro, nell’ogiva di cornice for-
mata da un gramo festone mantegnesco. Ma la soave compun-
Fig. 619 — Museo Poldi Pezzoli, a Milano.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: Sant' Antonio.
tra l’arco di un nitido par d’ali angeliche e l’uncino — goffa-
mente tozzo — di una roccia, sembra echeggiare ancora, in
— 894 —
zione dei gesti scende in linea diretta dalla claustrale dolcezza
delle Madonne di Francesco Morone, mentre l’accordo lineare
— 895 —
quest’opera del primo Cinquecento, remote armonie di Verona
gotico fiorita.
I mantegneschi verzieri cari al più limpido e lieto pittor di
Verona quattrocentesca, Girolamo dai Libri, e a Liberale, fanno
una breve apparizione nel Sant'Antonio del Museo Poldi Pez-
zoli, a Milano (fig. 619), tra le prime opere dove l’arte del Ca-
vazzola coloritore si orienti decisamente verso una estrema
riduzione dal tono, plumbeo e corrusco. A differenza che nella
maggior parte delle sue pitture, le pieghe sono semplici, larghe,
composte; i contorni, incisi e fermi; lo stacco dal fondo ridotto
al minimo, così da far rientrare, può dirsi, l’ immagine tesa nel
piano dell’ albero e della tenda a larga trama d’ornati, quasi fosse
intessuta nel drappo insieme ai gigli metallici.
Simile rinuncia all’effetto plastico è tuttavia eccezione nel-
l’arte del Cavazzola che dipingendo i quadri della Passione al
Museo di Verona costruisce le immagini ad altorilievo, o tra
bizzarri edifici di roccia, come nel Cristo orante (fig. 620), ove
riappaiono i tipi di Girolamo dai Libri trasfigurati da un in-
tenso metallico luccichio, o accanto a grandiosi accenni archi-
tettonici, come nella Flagellazione e nell’ Incoronazione di spine.
Statue a tutto tondo, modellate in bronzo translucido da for-
tissime ombre, si adunano intorno al Cristo morto (fig. 621),
componendo uno di quei gruppi di plastica colorata caratte-
ristici dell’Ortolano e di altri discendenti ferraresi da Ercole
de’ Roberti. Ma, a differenza che nell’arte dei discendenti di
Ercole, il tono volge al monocromo per l’ intensità plumbea
dell’ombra, e alla vivida policromìa è sostituito un corrusco
splendor di superfìci, che nella veste sfaccettata e metallica della
Maddalena emula effetti savoldiani. I tipi di Girolamo dai Libri,
anche qui imitato dal Cavazzola, ad esempio nella bella testa
di San Giovanni (fig. 622), diventano quasi irriconoscibili per
l’intensità sculturale dell’ombra e per il cupo splendor del tono,
che richiama l’arte lombarda. Analitico e fiacco nel quadro
del V Incredulità, il maestro veronese divien mirabilmente conciso
quando svolge il dramma della Flagellazione di Cristo (fig. 623),
I
Fig. 620 — Museo Civico di Verona.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: L’Orazione nell’Orto.
(Fot. Anderson).
Fig. 621 — Museo di Castelvecchio, a Verona.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: Pietà.
Venturi, Storici dell'Arte Italiana, IX, 3*
57
H
— 898 —
valendosi di tre figure in contrapposti intensissimi d’ombra e
luce, e in potenti contrasti di timbro cromatico, sopra una
parete nera e un cielo frecciato da pochi strali di nuvole incan-
descenti. L’illuminazione violenta infonde una intensa vita pit-
torica alla testa del flagellatore di sinistra; e il risalto dell’elmo
Fig. 622 — Museo di Castelvecchio, a Verona.
Particolare della pala suddetta.
(Fot. Anderson).
abbacinato del suo compagno sulla chiarità del fondo, la po-
tenza modellatrice dei riflessi che dall’elmo cadono sul volto
camuso, il taglio stesso di sghembo della muraglia cupa sopra
la luminosità del cielo, e il conseguente effetto di un largo
fascio di luce proiettato nell’ombra, dimostrano come una forte
personalità si celi sotto le apparenze troppo spesso di facile e
leccata maniera, proprie all’eclettico pittore.
;
!
>;
!
Fig. 623 — Museo di Castelvecchio, a Verona.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: Flagellazione di Cristo.
(Fot. Anderson).
i
— 9°° —
A questo lampeggiante quadro fa degno riscontro un capo-
lavoro del Cavazzola, dall’ J usti attribuito a Giorgione: il così
Fig. 624 — Galleria degli Uffizi.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: Ritratto di Cavaliere con lo scudiero.
(Fot. Anderson).
detto Gattamelata della Galleria degli Uffizi (fig. 624), tra le
scarse opere del Veronese, ove si distingua chiara un’influenza
giorgionesca. L’ignoto Cavaliere reclina sopra una spalla il fiero
— 901 —
volto d’arcangelo, e incrocia le braccia, volgendosi di sbieco
allo spettatore e inarcandosi tra i limiti della spada e dell’asta
di uno stendardo retto dallo scudiero in profilo. Ne risulta una
successione di piani di luce e d’ombra, ristretta quasi alla su-
perfice del quadro, in limitata profondità, ma complessa al-
l’estremo, e complicata ancora dalla varia direzione dei pezzi
Fig. 625 — Museo di Castel vecchio, a Verona.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: San Giovanni Battista e San Pietro.
(Fot. Anderson).
d’armatura sul parapetto. Il colore è ridotto al minimo, soffo-
cato, basso, e tutto lo studio dell’artista si volge all’effetto lu-
ministico delle armature brunite e splendenti. Appena la stoffa
chiara di un berretto, la stoffa tesa, con magistrale semplicità
di piega, sul braccio del paggio, smorzano il clangore guerriero
delle luci. Le stesse teste, mirabili per la costruzione larga, sicura,
ferma, si vedono come al riflesso dei corruschi metalli. Tema
precipuo del quadro non sono i due personaggi, ma le rifrazioni
di luce sulle armature che li circondano e li vestono.
La disparità notata fra i vari quadri della Passione si
ripete fra le altre opere di maniera, ad esempio tra i Santi
— go2 —
Pietro e Giovanni Battista del Museo Civico di Verona (fig. 625),
e il San Bonaventura dello stesso Museo (fig. 626). Composte
su modelli di convenzione ben verniciati e lustri le figure dei
Fig. 626 — Museo di Castelvecchio, a Verona.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: San Bonaventura.
(Fot. Anderson).
primi quadri, il pittore si trattiene con insistente partico-
larismo ad arrovellar stoffe, a delineare ornamenti di spade
con civettuola grafia da iniziali miniate, a inserir nei fondi
chiari tasselli di marmo scuro, come pezzole cucite da mano
inesperta sopra gli strappi di una veste sdruscita. Nella impe-
riosa immagine di San Bonaventura, invece, il modellato a
Fig. 627 — Museo di Castelvecchio, a Verona.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: La Vergine in gloria e Santi.
(Fot. Anderson).
— 904 —
frequenti ammaccature, che varia il grado delle luci, e il sun-
tuoso panneggio, immedesimato per semplicità di pieghe alla
energica forma, rispecchiano le doti migliori del Cavazzola.
Il modulo, cinquecentesco per grandiosità, non cela l’ar-
caismo del pittore ritardatario, che sottolinea con insistenza i
Fig. 628 — Museo di Castel vecchio, a Verona.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: Particolare della pala suddetta.
(Fot. Anderson).
contorni di questo severo e quasi spagnolesco San Bonaventura,
e ancora nella pala del Museo Civico di Verona (figg. 627-628),
datata 1522, dipingendo la Santa monaca con fiori, richiama
— 905 —
il veneziano Alvise. E sebbene abbia imparato dagli esempi
raffaelleschi a drappeggiar di vesti classiche gli angeli con sim-
boli della Passione, a tornir spalle e braccia, a contrabbilanciare
Fig. 629 — Museo di Castel vecchio, a Verona.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: La Vergine, il Bambino e San Giovannino.
(Fot. Anderson).
movimenti in ritmo classico, si presenta sempre come un ri-
tardatario che arabesca il fondo azzurro di nuvole festonate a
colpi di forbice in rigido cartone, e stende, a indicare la con-
— 9°6 —
vessità del cielo, fasci iridescenti da musaico bizantino, per assi-
dervi, come sopra una corda, la Vergine lettrice. Alcune teste, coi
tipici occhi lucidi e sporgenti, sorprendono per vigor magistrale
di modellato, ad esempio quella del Santo vescovo con labbra
Fig. 630 — Accademia Carrara, a Bergamo.
Paolo Morando, detto il Cavazzola: Dama in turbante.
(Fot. Anderson).
ad arco, di stampo quasi fiorentino; altre per morbidezza pit-
torica estrema; eppur le scritte minuscole ricamate sull’orlo delle
vesti coi nomi dei Santi, le proporzioni minime della committente
in orazione, sembran voci trecentesche in quest'opera compiuta
— 907 —
sul finir della vita dal Cavazzola, mentre in Venezia fioriva l’arte
del pieno Cinquecento con gli eredi di Giorgione.
Simile alla Madonna della pala di Verona è l’altra con Gesù
e Giovannino, nello stesso Museo (fig. 629). Più grandiosa di
forme, essa trae dalla scuola di Raffaello, oltre l’ampia struttura
a piramide, anche il cambiamento del paese a forti contrasti
chiaroscurali in un paese smorzato di tono, velato e uniforme.
Ma le circonvoluzioni di luce, che sottolineano, seguendo il
moto delle pieghe, l’impetuoso gesto della Vergine; il contrap-
posto fra la testa coperta di un drappo lampeggiante e il fondo
tenebroso della cattedra, mantengon chiara all'opera l'impronta
personale del maestro veronese.
Si accosta, per ampiezza formale, agli esempi della Scuola
romana la Dama in turbante della Raccolta Morelli a Bergamo
(fig. 630), ricca di effetti pittorici nei velluti gonfi delle maniche,
sintetica nella costruzione del volto e delle mani. Ciò che inte-
ressa il pittore è anche qui, soprattutto, il risalto di luce, e la linea,
che descrive nitidi i contorni del volto oblungo, delle soprac-
ciglia tese, dell’orecchio in penombra, e segna lampeggiante i
bizzarri frastagli delle pieghe.1 Sonnecchia, in questi tortuosi e
1 Opere del Cavazzola:
Bergamo, Raccolta Morelli, nella Galleria dell’Accademia Carrara: Ritratto muliebre (v. Friz-
zoni, nella bibliografìa del Cavazzola).
Budapest, Collezione Lederer: Santa Martire, forse Santa Giustina.
Chartres, Museo, n. 86: Madonna con San Francesco.
Circenster, Miserden Park (Inghilterra), W. A. Leatham: Santa (ricordata dal Berenson
qui cit.).
Dresda, Galleria di Stato: Ritratto virile.
Firenze, Galleria degli Uffizi, n. 571: Il cosidetto Gattamelata col suo paggio.
■ — — Conte Serristori: Madonna.
Francoforte, Galleria dell’Istituto Stàdel: Madonna col Bambino c un Angiolo (1519).
Londra, National Gallery: San Rocco (15x8).
Madonna col Bambino e due Angioli (1517?).
Milano, Raccolta già Gustavo Frizzoni- Madonna col Bambino (1518).
— Raccolta del Principe Trivulzio: Cristo portacroce e il committente.
■ — Marchesa Trotti Beigioioso: Ritratto di Giulia Trivulzio, con l’iscrizione: « Julia Trivultia
Theodori Franciae marescialli unica fìlia, Francisci Trivultii Marchionis Viglevani Ni-
colai comitis Musochi fìlii uxor » (« Si può credere che i! ritratto venisse eseguito intorno
al 1518 ». Gamba, art. cit.).
— Museo Poldi Pezzoli: Sant' Antonio.
Varese (presso), Villa della Gazzada, presso il Nobile Guido Cagnoia: Madonna col Bambino
(1508).
— 9°8 —
lambiccati avvolgimenti lineari, lo spirito gotico, e il più curioso
provincialismo in quel cartellino d’identità che il pittore ha fis-
sato con due borchiette sul turbante dell’ignota gentildonna.
Verona, Museo Civico: Gesù flagellato.
— - — Deposizione dalla Croce (1507).
— — Pala d’altare per la famiglia da Sacco in San Bernardino, con la Madonna in gloria
tra i Santi Antonio e Francesco, circondata dalle Sette Virtù, con i Santi e la donatrice nel
piano (1522).
Cristo e San Tommaso ; nel fondo l’Ascensione e la Pentecoste.
già Raccolta Bernasconi: Madonna, il Bambino e San Giovannino.
n. ni: Madonna col Bambino.
— - — nn. 292, 293, 294, 295, 303, 308, 390, 392, 394: Passione di Gesù e Santi (1507).
n. 355: Santi Elisabetta, Bonaventura, Lodovico, Ivone, Luigi di Francia, Elear (1522).
— Santi Nazaro e Celso: Annunciazione e i Santi Biagio e Benedetto (affresco, 1510).
— All’esterno della cappella dei tre Arcangeli sul fianco di Sant’Eufemia: L’ Arcangelo con
Tobiolo (affresco, 1520).
— San Bernardino, entrata a sinistra: Santo omonimo sulla porta del convento (affresco nel
basso: Madonna).
— — Entrata a destra: Cristo che porta la croce e un monaco (ridipinto).
— Santa Maria in Organo, transetto a destra: Arcangeli Michele e Raffaello (affresco).
— Esterno della casa già Fumanelli in via del Paradiso: La Sibilla Tiburtina e Augusto e il
Sacrificio d’Isacco (affresco eseguito probabilmente tra il 1517 e il 1520).
— 909 —
FRANCESCO TORBIDO, DETTO IL MORO.
Notizie.
Francesco Torbido, detto il Moro, nacque a Venezia negli ul-
timi anni del '400. Il padre di lui si chiamava Marco de India,
ed era veronese, o almeno di famiglia veronese, come appare
dal nome che si ritrova spesso a Verona, anche in una fa-
miglia di pittori che però non sembra avere alcuna relazione
col nostro. L'anno di nascita è incerto, perchè dalle cinque
anagrafi in cui è ricordatoci pittore si ricavano cinque date
diverse, che variano dal 1472 al 1491; sembrano però più prd-
babili le date che si ricavano dalle prime due anagrafi, da cui
risulta che il Torbido nacque nel 1482 o nel 1483.
1510 circa — Data dell'andata e dimora in Verona di Fran-
cesco Torbido.
1514 — L’anagrafe di S. Quirico ricorda M. Francesco pittore
e il fratello Daniele, entrambi detti Mori, abitanti in casa
dei Conti Giusti; questo viene a confermare quanto dice
il Vasari sulla protezione che godette il pittore da quella
famiglia.
1516 — Data di un ritratto nella Pinacoteca di Monaco.
1526, agosto 25 — v M.r. Franciscus Turbidus, dictus Moro,
q. Marci de India, habitator Verone iam annis XXV et de
presenti habitat in contrata S. Vitalis » è chiamato a dar
giudizio, insieme al Giolfino e a un Leonardo d’ Arcadia,
su dipinti di Nicolò Crollalanza.
1526 — Sembra che il pittore avesse già eseguite le decorazioni
per la cappella dei Fontanelli in Santa Maria in Organo,
e stesse attendendo alla pala centrale (la lunetta di questa,
oggi perduta, è nel Museo di Augsburg).
— 910 —
1527, settembre 24 — Francesco Torbido è testimonio al te
stamento della suocera di Lelio Giusti.
1529 — Francesco Torbido abita in contrada di S. Vitale in-
sieme alla moglie Angela, a due figlie, e a « Dominica uxor
q. m. Liberalis ». Anche qui troviamo una conferma di quanto
dice il Vasari, che cioè Liberale «avendo conosciuto il bello
spirito di Francesco gli pose tanto amore che, venendo a
morte lo lasciò erede del tutto, e l’amò sempre come figliolo ».
1534 — Data degli affreschi nel coro della Cattedrale di Verona,
condotti su disegno di Giulio Romano.
1535 — Data degli affreschi nell’Abazia di Rosazzo.
1536, luglio io — In un documento, il Torbido è detto « M.r
Turbidus pictor q. Marci de Venet. habitator Verone iam
annis triginta septem vel circa ».
1537 — Dipinge per l’abbazia di Rosazzo nel Friuli.
3:537, agosto 3 — Il pittore è testimonio, in casa Marioni, al
testamento di Lelio q. Zenovello Giusti.
1541 — Nell’anagrafe di S. Vitale vediamo che insieme al Tor-
bido abitava, oltre la moglie Angela, anche la figlia Marghe-
rita, con il marito Battista da l’Angolo, pittore che poi ebbe
il nome di Battista del Moro, e tre figli.
1541, dicembre 9 — È ancor una volta testimone ad un nuovo
atto in casa Marioni a San Sebastiano.
1545 — Nell’anagrafe di quest’anno è nominata tutta la fa-
miglia del pittore, meno il Torbido stesso, che quindi doveva
trovarsi fuori di Verona, probabilmente a Venezia.
1546 — L’Aretino, scrivendo al Sanmicheli, dichiara che i ma-
lumori sorti fra loro erano « via dileguati, in virtù solo del
buon Moro ».
1547> gennaio 2 — La Scuola della Trinità di Venezia alloga
al Torbido tre pitture.
1547, giugno 4 — Pietro degli Ingannati e Gian Pietro Silvio,
pittori, chiamati a stimare i tre quadri suindicati di Fran-
cesco Torbido/ affermano con giuramento che essi possono
valere 36 ducati e più.
1547 — La Scuola suddetta alloga una quarta pittura al Tor-
bido.
1550 — Il maestro restaura una pittura nella residenza della
Scuola suddetta.
1557 — <( Francesco pittor » è ricordato nell’anagrafe di
quest'anno come abitante in casa del magnifico Conte Uguc-
cione Giusti, in contrada S. Quirico.
1561, settembre — « Francesco depentor ditto Moro» paga 7 lire
e 6 soldi al Monastero di... È questa l’ultima memoria che
si abbia del Torbido. L’anno successivo quel pagamento
veniva effettuato dalla figlia di lui, Margherita.
Da Liberale, come Gianfrancesco Caroto, deriva il solo in-
terprete della maniera giorgionesca a Verona, Francesco Torbido,
detto il Moro,1 la cui pala in San Zeno (fig. 631) riecheggia, per
forme gonfie, panneggi metallici, lustri di chiaroscuro, i moduli
di quel Veronese, modificati, nell’immagine di San Sebastiano,
da qualche addolcimento alla maniera del Cavazzola. Forti
riflessi tra ombre carboniose dàn luccichio alle carni e ai drappi
arrovellati; i lineamenti son gonfi e volgari: gonfio com’otre il
corpo del Bambino, gonfie le palpebre sugli occhi della Vergine;
1 Bibliografia: Gerola (Giuseppe), Questioni storiche d'arte veronese, in Madonna Verona
IV, 3, 1910; Re (Gaetano da), in Madonna Verona, I, pp. 93 e segg., 1907; Ludwig, in
Jakrbuch der k. preuss. Kunstsammlungen, supplemento p. 103; « Archivalische Beitràge »,
in Italienische Forschungen, IV, 136 e segg.
— gi2 —
Sant’Anna., vecchierella gozzuta, richiama l’altra, alquanto più
tarda, che nell’Accademia di Venezia simboleggia la fine della
Fig. 631 — San Zeno, a Verona. Torbido: Pala d’altare.
(Fot. Anderson).
bellezza «Col tempo ». Intorno al gruppo idropico della Vergine
col Bambino s’adunano i Santi, tutti di proporzioni uguali, tutti
affioranti dall’ombra del fondo alla lustra superfice. Impossibile
— 9i3 —
trovare qualche affinità, sia pur esteriore, tra la grossolana opera
e l’arte di Giorgione.
Invece nel ritratto dell’antica Galleria di Monaco, Giovane che
Fig. 632 — Antica Pinacoteca di Monaco di Baviera.
Torbido: Giovane con una rosa.
tien jra le dita una rosa (fig. 632), lo studio d’infondere grazia
femminea alla posa e di graduar lentamente i passaggi di tono
è certo il risultato dello sforzo compiuto dal piccolo provinciale
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
5^
per aderire alla moda giorgionesca. Ma la velatura delicata delle
superfici, che toglie consistenza alla forma, risente più dello
sfumato pittorico veronese che del tono veneziano.
Ancor tutto veronese nella rotondità viscida del volto si
presenta, con aure di lottesca malinconia, il Gentiluomo del
Fig. 633 — R. Galleria di Brera, a Milano.
Torbido: Gentiluomo.
ritratto di Brera (fig. 633), mentre lo studio d’imitar Giorgione
è chiaro nel Flautista della Galleria di Padova (fig. 634). La
gentile immagine si abbandona a una malinconica inerzia, la-
sciando cadere sul parapetto le mani col flauto, mentre lontano
— 9i5 —
la sera annebbia un indefinito paese di alberi e rocce, ben più
affine ai fondi della scuola di Verona che a quelli dei seguaci
veneziani di Giorgione. È probabilmente il ritratto descritto
dal Vasari come « una testa maravigliosa per bellezza e bontà,
Fig. 634 — Museo Civico di Padova. Torbido: Flautista.
la quale aveva fatta molti anni prima per ritratto d’un genti-
luomo veniziano, figliuolo d’uno allora capitano in Verona;
la quale testa, per avarizia di colui che mai non la pagò, si
rimase in mano del Moro, che n’accomodò detto Monsignor Mar-
tini; il quale fece quello del Viniziano mutare in abito di pecoraio
o pastore ».
— gi6 —
Più vicina ai modelli di Giorgio da Castelfranco è la Testa
di pastore, forse sua, ad Hampton Court, simile alla prece-
dente nella timida sfumata colorazione (fig. 635), mentre il
tardo Ritratto del Fracastoro, nella Raccolta Mond della National
Fig. 635 — Galleria Reale di Hampton Court.
Torbido (?): Testa di pastore.
Gallery (fig. 636), si stacca dal consueto schema di Francesco
per la grandiosità dell’effetto.
Capolavoro del Torbido è la lunetta della pala già in Santa
Maria in Organo, ora nel Museo di Augsburg, con la Trasfigu-
razione (fig. 637), animata da intensissimi contrasti di luce.
Singolare è il concetto della scena: Cristo in colloquio coi due
— 917 ~
profeti, ancor fisso alla terra e intento ad ammaestrar Mosè
che tiene le tavole della legge; due apostoli dormienti attorno
Fig. 636 — Galleria Nazionale di Londra. Torbido: Ritratto del Fracastoro.
alla vetta del Tabor, il terzo teso verso il Redentore, in atto
di ripararsi col mantello il volto dalla luce divina. I secchi
profili caprini, che si ristampano dall’uno all’altro degli Apo-
stoli; la mano aggranchita di Mosè sulle tavole della Legge, il
— 93:8 —
ruvido atteggiamento del secondo profeta, richiamano altre pit-
ture del Torbido; ma l’effetto luministico, di magica intensità,
trasfigura la scena, richiamandoci a un tempo Giovanni Caroto
e il Savoldo nella incandescente veste dell’Apostolo a sinistra,
addormentato, e nei risalti di luce e controluce violenti sulla
figura dell’apostolo sveglio. TI paese fluido trae daH’alternativa
d’ombre e riflessi una vita poetica, misteriosa, all’unisono con
Fig. 637 — Galleria di Augsburg. Torbido: La Trasfigurazione.
(Fot. Fritz Hoefle).
quella delle balenanti figure; nulla è definito a massa, venezia-
namente, in quel dilagar di luci tra l’ombra che tutto fa appa-
rire più lieve e lontano, in un’atmosfera limpida e sottile.
Il provinciale ritardo del Veronese di fronte ai Veneziani
giorgioneschi si svela nel persistente linearismo, che trasforma
le grandi nuvole frecciate di raggi dietro la vetta del Tabor
in cumuli di scagliette madreperlacee e di argentei schisti, mi-
rabile interpretazione lineare dell’etere mosso dai brividi del-
l’onda luminosa attorno a un centro di luce.
Infine, il Tobiolo del Museo Civico di Verona (fig. 638) sembra
l’opera di un manierista prossimo allo Schiavone, che cerchi
eleganza mediante allungamento di forme e sottigliezza di li-
neamenti; enfasi scenografica con l’ombra delle due smisurate
Fig 638 — Museo Civico di Verona.
Torbido: V Arcangelo e Tobiolo.
(Fot. Anderson).
— 920 —
ali appese alle spalle dell’angelo; una incomposta libertà pitto-
rica nel tocco brillante e nei contrasti d’ombra e luce. Scom-
parsa l’antica timidezza, anche più si rivela la superficialità
del pittore studioso di seguire una qualunque moda artistica,
dalle gonfiezze liberalesche della pala di San Zeno alle sfumature
pittoriche e alle forme nebulose dei ritratti giorgioneschi, alla
superficie brillante del Tobiolo di Verona.1 * * * * * * *
1 Opere del Torbido:
Augsburg, Galleria: La Trasfigurazione.
Londra, National Gallery (dalla Collezione Mond): Ritratto del Fracastoro.
Milano, Galleria di Brera: Ritratto (firmato).
Monaco, Alte Pinakothek: Ritratto (turbidus . pinxit — mcccccxvi).
Napoli, Galleria: Ritratto, segnato: franc9 . turbidus — ditto el moro . v . — faciebat.
New York, Metropolitan Museum: Ritratto d'uomo coperto da pelliccia.
Oxford, Christ Church College: Disegno segnato franciscvs . turbidvs . venet . pic .
Padova, Museo Civico: Ritratto (attribuito a Giorgione).
Piazzola sul Brenta, Villa Camerini: Ritratto di due gentiluomini.
Venezia, Galleria: Vecchia che tiene la scritta: col tempo.
Verona, Museo Civico: L’Arcangelo Raffaele con Tobiolo.
— Chiesa di San Zeno: Madonna in gloria ; sopra, la Trinità ; sotto, L’Arcangelo Raffaele con
Tobiolo e Santa Caterina.
X.
I DUE DOSSI.
GIOVANNI LUTERI, DETTO DOSSO DOSSI : Notizie. — Bibliografia. — Opere
aderenti al giorgionismo tizianesco. — Affogamento della plasticità delle forme
sfavillanti. Monumentalità di composizione. — Ebbrezza coloristica. — Larga
determinazione di paese. — Suoi ritratti. — Epilogo. Catalogo.
BATTISTA DI DOSSO : Notizie. — Bibliografia. — L’Opera: Vi si scorgono carat*
teri raffaelleschi? Ove si riconosce Battista di Dosso. — Sua traduzione di un
disegno del fratello. — Catalogo delle opere.
GIOVANNI LUTERI, DETTO DOSSO DOSSI.
Notizie.
— Non si conosce con certezza la data di nascita. Il Vasari
dice che quasi ne medesimi 'tempi che il cielo fece dono a
Ferrara, anzi al mondo, del divino Lodovico Ariosto, nacque
il Dosso pittore nella medesima città, notizia che — essendo
nato l’Ariosto nel 1474 — concorderebbe con la data 7479
riportata dal Boschini, commentatore del Baruffaldi (Vite
de pittori e scultori ferraresi, Ferrara, 1844). Nel sec. xix,
la Mendelsohn (Das Werk der Dossi, pag. 8), fondandosi
sopra una ipotetica datazione di presunte opere giovanili del-
l’artista al 1505, ne riporterebbe la data di nascita al 1482.
Nell’incertezza si può accettare la data tradizionale, rife-
rendo la nascita di Dosso al settimo decennio del sec. xv.
Egualmente incerto è il luogo d’origine dell’artista. Lo
Scanelli (Microcosmo della pittura, libro II, pag. 315) dice
che nacque nella Pieve di Cento da Niccolò Dossi, spenditore
di Ercole I, duca di Ferrara, e da Jacopina da Porto. Questa
notizia riporta il Baruffaldi. 1 II Mattioli, nel suo poema,
1 II suo commentatore (Ed. ferrarese 1844) dice che in un «Compendio degli Obituari
delle Bollette» fatto da Niccolò Baruffaldi, padre dello scrittore, si ricordava un «Dosso
1 V Evangelista , pittar celebre, 1548, S. Po/o». Sembra però certo, da altri documenti, che il
padre di Dosso si chiamasse Niccolò de Lutero, o de Costantino.
— 922 —
Il magno palazzo del Cardinal di Trento, 1539, chiama l’ar-
tista Dosso Tridentino. Che almeno suo padre fosse trentino,
si sa da due documenti riportati dal Cittadella ( I due Dossi,
Ferrara, 1870), uno del 2 ottobre 1532, in cui si parla di ma-
gister Johannes alias Dosso, prò nomine Nicolai de Tridento ejus
patris, l’altro del 19 febbraio 1535, in cui torna di nuovo Ma-
gister Johannes, cognominatus Dossus filius et procurator Nicola]
de Tridento (cfr. Mendelsohn, op. cit., pag. 198, n. 26).
Dal secondo documento citato si ricavano altre notizie
sull’artista, che vi è detto: hahitator in civitate Ferrariae, in
contrata Columbariae, ed appare proprietario di un terreno
in Villa Dossii V icariatus Quistelli. Da questo possesso, se
non proprio dal luogo d’origine, può esser derivato il sopran-
nome Dosso, ipotesi resa maggiormente verosimile da un
atto notarile del 26 agosto 1516, dove si ricorda magistrum
Joannem dictum Doso fìlium ser Nicola] de Villa Dossi di-
strictus Mantuae V icariatus Quistelli...
Col soprannome Dosso l’artista è ricordato fin dal primo
documento che parla di lui come autore di un’opera pit-
torica. Il doppio nome Dosso Dossi compare per la prima
volta nel 1797 negli Inventari della Galleria Estense di Mo-
dena (Venturi, La Galleria Estense, pag. 396).
Regna la più grande oscurità riguardo all’educazione
artistica di Dosso. Dice il Baruffaldi che studiò prima presso
Lorenzo Costa, poi, per interessamento del duca Ercole I,
presso cui il padre dell’artista era spenditore, fu mandato a
studiare sei anni a Roma, e cinque a Venezia. Il Dolce
(L’Aretino, Dialogo della pittura uscito per la prima volta in
Venezia, 1557, Pei tipi del Giolito) dice che, dei due fratelli
Dossi, « uno (verisimilmente Dosso) stette... a Venezia alcun
« tempo per imparare a dipingere con Tiziano : e V altro (Bat-
« tista) in Roma con Raffaello ».
Nessun dato per la prima educazione dell’artista può
venirci dalle opere, non conoscendosene finora alcuna appar-
tenente con certezza al periodo giovanile di lui.
— ‘923 —
1512, aprile 11 — Pagamento a Dosso, in Mantova, per «qua-
li drum unum magnum cum undecim figuris humanis, positum
« in camera superiori solis in palatio novo apud S. Seba-
« stianum... » Questo documento, già scomparso dagli ar-
chivi dei Gonzaga a tempo del Cittadella, è però riportato
in tre versioni concordi, dal Pungileoni ( Memorie del Cor-
reggio, Parma, 1818), dal Coddé ( Memorie Biografiche, Man-
tova, 1837), e dal Conte D’Arco ( Delle Arti e degli Artefici
di Mantova, Mantova, 1857, voi. I» pag. 62).
1516 — Sembra che Dosso sia a Ferrara, dove un documento
del 26 agosto 1516 lo dice mallevadore di Ludovico Pre-
vosti.
1517 — Cominciano con quest’anno i pagamenti ai due fra-
telli nei Libri di Conti degli Estensi. La Mendelsohn (op. cit . ,
pag. 9 e segg.) suppone che già prima di quest’anno Dosso
abbia lavorato per il Duca. Lo attesta un documento pub-
blicato dal Campori ( Notizie della maiolica, Modena, 1871,
pag. 21), secondo cui nel 1514 Cristoforo da Modena lavora
nel Castello ducale «0 le stanze dove sta m° Dosso».
Inoltre il Vasari racconta che nel 1514 Tiziano dipinse
un Baccanale a Ferrara in un camerino del Duca, dove già
un altro Baccanale era stato dipinto da Giambellino e com-
piuto da Dosso.
Poi, uno dei primissimi pagamenti all’artista, nei docu-
menti pubblicati d^l Venturi (I due Dossi, in Arck. stor.
d. Arte, 1892, pag. 440) - — tratti dai registri dell’Ammini-
strazione estense, ora nell’Archivio modenese — è in data
13 novembre 1517: « per andare a fiorenza per faccende del
Signore »; ed è verisimile che il Duca non desse incarichi se
non ad artisti di abilità già provata.
Un altro documento (ibid.) , del 3 dicembre dello stesso
anno, si riferisce a 15 ducati d’oro fatti pagare a Dosso in
Firenze « per man de alfonso strozi ».
— 924 —
1518, giugno 4 — ((A m. Dosso depintore schudi 6 doro per an-
dare a Venetia per facende del Signore L. 18 s. 12. (Venturi,
op. cit., pag. 441, n. V). Il 21 luglio dello stesso anno si
manda da Venezia al Duca la risposta data da m. Luigi
Vicentino a Dosso. Questa risposta non è stata ritrovata
(cfr. Venturi, ibid.) .
Dal 29 maggio 1518 al 4 dicembre si susseguono ininter-
rotti i pagamenti per la decorazione pittorica della « via
coperta », fatta costruire su cinque archi dal duca Ercole
per unire l’antico Palazzo estense al Castello (spesso si ac-
cenna esplicitamente alla « fazada et le fenestre de legno de
dieta fabricha »).
1519, novembre — Dosso è con Tiziano a Mantova. « ...a di’
passati quando se doveva combatere, M° Doso e Ticiano
bon pitore quale fa qui a Ferara al S.r ducha una bela tela
f orono a Mantova et à veduto le cosse del Mantegna e ne dise
gran bene al Sre , e li à laudati li vostri studi j et li ha lau-
dato somamente el vostro tundo... » (da una lettera di Giro-
lamo da Sestola a Isabella d’Este; V. Luzio, La Galleria
dei Gonzaga, Milano, 1913, pag. 218).
1519, dicembre 22 — Dal novembre 1519 al dicembre 1522
non si ha nessuna notizia di Dosso in Ferrara. La Mendel-
sohn (op. cit., pagg. 10-11) pensa che debba riportarsi a
questo periodo una gita di Dosso a Roma, dove sarebbe
stato in relazione con Raffaello (cfr. Campori, Notizie ine-
dite di Raffaello da Urbino, Modena, 1865, pag. 30. Lettera
del Paulucci, messo ferrarese presso la Curia Papale, in
data 20 gennaio 1520, dove si dice che « per maggior fede
scrive [Raffaello] una sua lettera al Dosso che lo excusi con
V. Ex.tia come in quella vedrà).
1520 — Dopo la morte di Raffaello, in un’altra lettera, in
data 11 aprile 1520, il Paulucci informa il Duca: « nel te-
stamento di Raphael d’ Urbino non sento ch'abbia lasciato
— 925 —
memoria de li ducati avuti in nome di V . E. se non che ha
lasciati li modelli de la pictura, come intenderà V . S. Ill.ma
da Dosso » (Campori, op. cit., pag. 31).
1522, giugno 18 — Viene posta nel Duomo di Modena la
Pala d’ Altare con la Madonna e tre Santi, che anche oggi
vi si trova (Lancellotto, Cronaca Modenese, Parma, 1861,
voi. I, pagg. 395-396).
1522, dicembre 22 — Dosso dipinge « uno tondo in lo suffitto
della camara del Pozzuollo » (Venturi, op. cit., pag. 442,
doc. XXIV). Altri pagamenti, probabilmente per lo stesso
lavoro, il 3 settembre e il 15 ottobre 1524, certamente il 15
gennaio 1526 (Venturi, Arch. stor. d. Arte, 1893, docc. XLIV,
L-LVI, pagg. 48-49).
1523, ottobre 3 — Isabella Gonzaga, sorella di Alfonso I
d’Este, incarica il suo messo, Trotti, di sollecitare da Dosso
un disegno della città di Ferrara. Il 31 dicembre dello stesso
anno scrive però che non si faccia premura all’artista, perchè
il freddo eccessivo impedirebbe la traduzione del disegno in
affresco (Cittadella, I due Dossi, Ferrara, 1870, pag. 12).
Appare da una lettera di Isabella al fratello, del 5 giugno
1524, che l’opera doveva essere stata compiuta e inviata. La
Mendelsohn (op. cit., pag. 12) pensa giustamente che Dosso
ne abbia data una replica su tela, e che a questa vadano
riferiti i pagamenti dal 19 gennaio 1524 al 15 settembre 1526
« per compto de depingere ferrara », da uno dei quali, in cui si
parla di « depingere la cornice, che è la tella depinto ferrara »
si deduce appunto che l’opera fosse dipinta su tela (Venturi,
Arch. St. d. Arte, 1892, pagg. 442-43, docc. XXV-XXIX,
XXXI, XXXII, 1893, pag. 52, doc. XCVI). Un documento
del 1531 (ibid., CLVII, pag. 57) parla di « reconzare lo disegno
di Ferrara ».
1524, marzo 12 — - « Per compto de dui retracti della fiolla della
S.a Regina... L. 18. o . o» (Venturi, Arch. St. d. Arte, 1892,
— 926 —
pag. 442, doc. XXVII). Si tratta della ex regina di Napoli,
che, con le figlie, viveva alla corte di Alfonso I.
1524, maggio 14 — Pagamento « per compto de fare duj qua-
drj per el S. Nostro » (ibid. , pag. 442, doc. XXX). Altrove è
specificato che dovevano rappresentare fiori e frutta, e sem-
bra che ad essi si riferiscano vari pagamenti dello stesso anno:
2, 9, 16, 23, 30 luglio; 6, 27 agosto, ecc. (ibid., pag. 443,
n. XXIV-XXVIII e Ardi. St. d. Arte, 1893, pag. 48, nu-
mero XXXIX, XLII, e forse XLIII, XLV, XLVII, XLIX,
del settembre e ottobre 1524).
1524, giugno 4 — Pagamento « per compto de uno Retracto del
quondam Ill.mo Ducha herculle » (Venturi, doc. XXXIII,
1892, pag. 443).
1525 — Il Baruffaldi (op. cit., voi. I, pag. 244) dice che Al-
fonso I condusse seco Dosso in Ispagna, il 5 settembre 1525,
affinchè eseguisse per lui un ritratto di Carlo V. Certo è che
dal 19 novembre 1524 al 5 gennaio 1526 scompare ogni
notizia dei due Dossi dai documenti ferraresi.
1526 — In questo anno e nel seguente l’attività di Dosso si
svolge completamente alla corte di Ferrara. I documenti
ricordano le seguenti opere:
1526, gennaio 5 — « disegno delli jrixi del tappe » (ibid., docu-
menti LVIII e LIX, 1893, pag. 49), cioè disegno per un arazzo.
1526, febbraio 3 — Scenari per il « Tribunalle de la Comedia »
[cioè per il teatro] in Corte » (ibid., pagg. 49-50, docc. LXII
e LXIII)
1526, dal io marzo al 2 giugno — « cornixotti [fregi di corni-
cioni] per le « stanzie del boschetto » (ibid., docc. LXVI-LXVIII,
LXXI-LXXV, LXXVII, pag. 50; LXXIX, LXXX, pag. 51).
1526, dal 9 giugno al 2 luglio — « una Armada suxo una tella »,
in collaborazione con uno scolaro di nome Giacomo (ibid.,
docc. LXXXIV-LXXXVIII, pag. 51).
— 927 —
1526, giugno 30 — « certe ielle » non meglio specificate. Forse
il documento ad esse relativo (ivi, LXXXVII, pag. 51) va
unito col seguente, del 21 luglio (XC, pag. 51): «A m. Dosso.
Spexa de Castello per opere 5 a lauorare a fare una mostra
delli quadri del suffitto novo, et a fare una tella... ».
1526, ottobre io — Soffitto nella « camera del pozzuollo » (pag. 52,
doc. XCIX).
1526, ottobre io — 1527, gennaio 19-26, febbraio 9-23, marzo
16 — Pagamenti per lavori negli appartamenti del Duca Er-
cole (docc. C, CIII-CV, pag. 52; CVII, pag. 53).
1527, marzo 1 — Il Baruffaldi (op. cit., voi. I, pag. 277)
assegna questa data alla Pala con San Giovanni Evangelista
eseguita per il Duomo di Ferrara, per conto di Pontichino
della Sale, nobile ferrarese, oggi nella Galleria Corsini a
Roma. Si fonda su una iscrizione, oggi perduta, che riferisce
nella sua integrità: « a Christi Nativitate anno MDXXVII
kal. Mensis Martii ».
1527, aprile 20 — Ritratto di un certo messer Libo, per il Duca
(ibid. , pag. 53, doc. CLX).
1527, giugno 7 — Pagamento di « duj retracti de S. don er-
chule » (ibid., n. CX, pag. 53).
1527, luglio 23-27 — « cornixotti... per la camera apresso la
tore marchexana » (docc. CXII e CXIII, ivi). Di lavori nella
« camara noua del S. nostro », forse la stessa, si parla il 7 e
14 dicembre (docc. CXVIII e CXIX, ivi).
1527, novembre 9 e 23 — Pagamenti per un « camarino. In
spetiaria doue sono li vaxi de terra » (ivi, docc. CXIV-CXV).
Sembra, come dice più esplicitamente il documento CXV,
che in questa stanza si conservassero vasi di maiolica « de
dipingere ».
— 928 —
1527, dicembre 20 — Pagamenti « de quatro quadri che fa
per il Ss nostro In castello (doc. CXIX, ivi, pag. 53). Si
riferiscono a quadri, probabilmente gli stessi, altri doc.: uno
dell’ultimo di febbraio 1528 (ivi, doc. CXXII, pag. 54), e,
forse, uno del 14 marzo 1528 (ivi, doc. CXXIV). Un altro
documento (CXXIII) parla di spese fatte dall’artista « in
smalto per mettere suxo il tempano luj fa per uno quadro del
S. » e questo quadro potrebbe essere uno dei quattro. Se
ne riparla il i° aprile 1531 (v. più oltre).
1528 — Opere diverse:
1528, febbraio 15 e 22 — (CXX e CXXI), pagamenti per
« dopinzere il tribunale de la comedia ».
1528, marzo 14 — (CXXIV) « uno santo maurelio e una arma
Ducale con lo zimiero », per coni di monete.
1528, marzo 28 — « una impressa da bretta per il S. Don er-
chulle », (doc. CXXVI) in collaborazione col fratello.
1528 — dal 17 aprile al 30 maggio (docc. CXXVII-CXXXIV)
lavora, in collaborazione con altri, alla « fabricha del bo-
schetto ».
1528 — Seguono nel novembre e dicembre pagamenti vari per
opere di minor conto.
1529, febbraio 27 — Disegni di vasi di maiolica (Campori,
Notizie stor. e art. della maiolica, ecc., Modena, 1871, pag. 31).
(La stanza dove si trovavano esemplari di maioliche ferra-
resi e di altra provenienza, la così detta « Spezieria », era stata
dipinta da Dosso, come si è visto, nel 1527).
1529 — Continuano, nei documenti del settembre dello stesso
anno (ibid. , pag. 55), pagamenti di opere varie su tela, spe-
cialmente per soffitti di stanze della « via coperta ».
1529 — Dal 4 ottobre 1529 al io settembre 1530, lacuna nei
libri dell’Amministrazione estense.
— 929 —
i530> settembre io, ottobre 22 — (ibid., pagg. 55-56). Dosso, col
fratello e moltissimi aiuti, lavorano «a depingere la Navesella
del giardinetto del castello ».
1531 — Continuano lavori per il giardinetto, le stanze adiacenti
ad esso, la « Capeleta de Madama », nonché altre sale del
Castello, oltre altri incarichi del tutto secondari, come, per
es., « una lettiera per uno », ecc. Il i° di aprile si riparla dei
« quattro quadri » che Dosso lavorava già alcuni anni avanti.
1531, maggio 20 e 27 — Due pagamenti a Dosso per « reconzare
lo disegno di Ferrara » e per « depinzere suso la Ferrara certe
cose li fa fare il S. » (Venturi, docc. CLVII e CLVIII,
Pag- 57)-
1531, giugno 12 — I due fratelli lavorano — come risulta dai
documenti — per il palazzo arcivescovile di Trento, dove il
cardinale Bernardo di Cles aveva chiamato a decorare, oltre
i Dossi, il Romanino e Marcello Fogolino (cfr. Schmòlzer,
Die Fresken des Castello del Buon Consiglio in Trient, Inn-
sbruck 1901, pagg. 14 e 40, e Hans Semper, Il Castello del
Buon Consiglio a Trento. Documenti concernenti la fabbrica
nel periodo desiano [1527-1536] Trento, 1914).
Sembra che l’opera dei Dossi non si prolungasse oltre i
primi mesi del 1532, perchè dopo questo tempo non sono più
ricordati nei documenti di Trento. In un elenco de « Depen-
ture a facto m° Doso» (cfr. H. Semper cit., pag. 132), sono
indicate: il fregio nel Castello, il vólto davanti la cappella,
la cappella, l’andito che mette alla scala a chiocciola, la
stufa terrena, la camera degli stucchi, la camera sopra la
cappella, il camerino sopra lo studio della cappella, la stufa
grande, la sala grande, il fregio e alcuni motti [brevi) nel
torrione, la camera dietro il torrione, il salotto sopra la
scala, l’anticamera avanti la libreria, l’andito che mette alla
libreria, la libreria, il fregio dell’andito che mette dal Castel
vecchio al nuovo, il salotto e il camerino in capo alla scala
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
59
— 930 —
a chiocciola, la torricella. All’elenco seguon queste parole:
«Pagato et pagato da vero maestro».
1531, novembre 15 — Per fare armi e paesi nel Castello di
Trento, al Dosso è dato ad aiuto un buon pittore tedesco
(Hans Semper, cit., pag. 58)
1531, dicembre 31 — Dosso e il fratello lavorano a Trento le
figure di una fontana (Schmòlzer, op. cit.; Hans Semper cit.,
pag. 73, riporta una lettera, ove è questo passo: « Dela
fontana de bronzo da m. Doso saria da far lui et suo fratei
la forma dela figura a ciò fosse bona e ben facta et lauda-
bilmente andando in luogo honorevole et costando dinari
assai... »).
1532, ottobre 2 — Dosso, in nome di suo padre, rilascia ad un
certo Bernardino un pezzo di terreno « ...In officio bulletta-
rum Ferrariae. Cum fuerit et sit quod de anno millesimo quin-
gentesimo trigesimo secundo, die 2 mensis Octobris, magister
Joannes alias Dosso, prò nomine Nicolai de Tridento ejus
patris, concesserit ad usum Bernardino quondam Alberti
de Tridento, habitanti in Villa Podii, quasdam petias ter-
rae... » (dagli atti del notaio mantovano Battista Crespo-
lani, V. in Cittadella, op. cit. pag. 13). Allo stesso fatto si
riferisce un documento del 1535 (v. più oltre).
1532, novembre 23 — È posta nel Duomo di Modena la Vi-
sione dei Quattro Padri della Chiesa, ora a Dresda (Lancel-
lotto, op. cit., 1. IV, pag. 114).
1532-1533 — Dal 23 novembre 1532 al 20 dicembre 1533, man-
cano pagamenti ai Dossi nei Libri dell’Amministrazione
estense. La Mendelsohn (op. cit., pag. 14), fondandosi su
tale fatto, pensa che debba riportarsi a questo tempo la
decorazione della Villa Imperiale a Pesaro, per il duca
d’Urbino. Rende ancora più verosimile l’ipotesi il fatto che
questa villa si stava costruendo nel 1530 (Patzak, Die Villa
Imperiale in Pesaro, Lipsia, 1908, pag. 17 e segg.).
— 93i —
I533» dicembre 20 — Pagamento a Dosso di due pale d’altare
che dovevano esser portate fuori di Ferrara, certo a Modena e
a Reggio, come si desume dalle note di pagamento delle cor-
nici (Campori, La Cappella Estense nel Duomo di Modena,
in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria
per le Provincie dell’ Emilia, nuova serie, voi. V, parte I,
pag. 83 e segg.). Il Campori riportava due pagamenti ante-
cedenti, per le stesse opere, il io maggio e il 31 agosto dello
stesso anno.
1534, agosto 20 — Pagamento a Dosso per « due quadri che
lui fa per lo Ill.mo S. nostro » (Venturi, op. cit., 1893, doc.
CLXVI, pag. 57).
I534_I53d — Lacuna nei Libri dell’ Amministrazione estense,
dal 20 agosto 1534 all’8 gennaio 1536.
1535, febbraio 19 — In nome di suo padre — già jnorto —
Dosso cede a un certo Bernardino del terreno posto, parte
« in Villa Dossii, Vicariatus Quistelli », parte « in territorio
Quistelli in contrata Villae Pontinae », e parte « in castro
Sancti Joannis » (dagli atti del notaio ferrarese Francesco
Curioni, del 19 febbraio 1535, riportato dal Cittadella, op.
cit., pag. 13, a cui il documento era stato riferito dal conte
D’Arco).
1535, luglio 2 — Dosso Dossi legittima le sue tre figlie, Marzia
di undici anni, Lucrezia di sei, e Delia di circa tre (v. doc.
dagli atti del notaio Francesco Curioni, in Cittadella, op. cit.,
pag. 19). Le due ultime erano figlie di Jacoba de’ Ceccati, poi
sposata dall’artista, e sopravvissuta a lui, come risulta da
un documento del 14 giugno 1543 (dagli atti del notaio
Domenico Zafferini. V. Cittadella, op. cit., pag. 24, 25).
1536, dal 24 marzo al 9 settembre — Diversi pagamenti a
Dosso e ad altri per la villa di Belriguardo (Venturi, op. cit.,
1893, doc. CLXIX e segg., pag. 57).
— 932 —
Senza data — Pagamento a Dosso per dipingere il cartone di un
arazzo nelle stancie del zar din de Napoli » (ibid. , doc. CCII,
pag. 60). Ad un cartone per arazzo, forse lo stesso, si riferisce
un pagamento del io novembre (ibid., doc. CVII, pag. 60).
Intorno a questo tempo stava lavorando ad arazzi special-
mente Battista.
1536, ottobre 20-27, novembre 18 — Pagamenti a Dosso per il
Belvedere, dove lavora insieme col fratello (Venturi, op.
cit., docc. CCIII-CCV-CCVI-CCIX-CCX, pag. 60). Altri la-
vori nelle sale del Castello.
1538, ottobre 12 — «Queste son le bocche che erano fora cola
Corte de Chaxete de magnavache, videlicet... m.° Dosso »
(Dal libro di spesa di Alfonso, Alfonsino e Laura Eustocchia
1538, a carte 32).
1539, giugno 24 — I due fratelli vengono ad un accordo ri-
guardo a certe questioni finanziarie. Si sa dal documento rela-
tivo che in quest’anno era sempre viva la madre loro, a cui
Battista si obbliga a fornire « alimenta, et necessaria prò
victu et vestitu; et prò simili dictus Mag. Joanes (Dosso ) »
è tenuto a « dare et solvere omni singulo mense dicto Magi-
stro Baptistae solidos viginti » (dagli atti del notaio ferra-
rese Francesco Curioni. V. Cittadella, op. cit., pagg. 23 e 24).
1539, ottobre 21 — Si stabilisce con atto notarile la dote di
Jacoba de’ Ceccati, che Dosso deve quindi avere sposata poco
tempo dopo (cfr. Cittadella, op. cit., pagg. 19 e 20).
1540, febbraio 28, marzo 3 e 13 — Pagamenti a Dosso e a Battista
di due grandi quadri su tela « de S.to michiele e de S.to zorzo »
per il Duca, probabilmente (Mendelsohn, op. cit., pag. 15)
quelli ora a Dresda (Venturi, op. cit., docc. CCXXXVIII,
CCXXXIX, CCXLI, pagg. 131-32). Il 30 aprile i due quadri
sono terminati, e ne vien fatto il pagamento a Battista del
Dosso (ibid., doc. CCXLIII, pag. 132).
— 933 —
I54°> aprile 17 — Pagamento ai due fratelli insieme: per la
consegna dei quadri, e « fare in designj dantiporto e retrare
il principe primogenito ». Per questo « antiporto che fa fare
il S. nostro. Ill.mo », Dosso riceve un pagamento insieme
con Battista, tra la fine di maggio e i primi di giugno 1540
(Venturi, op. cit, pagg. 132, 246, 249, docc. CCXLVI e
CCXLIX).
I54° — Doc. CCLII, pag. 133. Contiene tre pagamenti a Dosso:
Pii dicembre « per conto di far quadri per il Duca »; il 18
dicembre « per dipingere tre quadri sopra le finestre nelle ca-
mere di corte », il 24 dicembre « per conto di fare due quadri
in corte ».
154° — Pagamenti per questi due quadri il 26 dicembre (ibid.,
doc. CCLXIII, pag. 134) e, l’anno seguente:
1541, gennaio 8, 15, 22 e 29 — La specificazione è sempre la
stessa: « per conto de depinzere dui quadri in Cortei (ibid.,
docc. CCLXIV, CCLXV, CCLXVI, CCLXVII).
1541, giugno 11 — «A m. Doso per opere 2 de luj » (ibid.,
doc. CCLXXX, pag. 135).
1 1541, giugno 23 — I due fratelli fanno, per incarico di Laura
Dianti, un viaggio a Venezia (Venturi, La Galleria Estense,
pag. 20). Vi andarono per cumprar colori «per dipingiere
la scena per la Comedia che fa fare Sua S. » (Dal libro Zor-
nale de Ussita degli 111. S.ri don Alfonso et fratello estensi,
segnato *$>■). A Venezia il Conte Giovan Francesco Sacrato
sborsò ai due fratelli pittori « mozenici 27 d’argento » a conto
di Donna Laura madre di Alfonso e di Alfonsino (Dal libro
Zornale sudd., a carte 15).
1541 — Dosso fa testamento, ritrovato fra gli atti del cancel-
liere ducale Battista Sarracca, ma non esaminato dal Citta-
della (op. cit.), che ne discorre.
— 934 —
I542 — Il Baruffaldi (op. cit.) parla di un Autoritratto di Dosso,
con una catena d’oro al collo, e l’iscrizione « Ego Doxius
1542 ».
1542, agosto 27 — Viene stimata, per devolverne il pagamento
agli eredi « quondam magistri Dosi », una tavola da lui dipinta
per la Confraternita della Morte (doc. nell’Archivio Muni-
cipale di Modena, Partiti comunali, a c. 125 v.).
Si deduce da questo che Dosso doveva esser morto poco
tempo prima, e non nel 1560, come asseriva il Baruffaldi,
o nel 1558 secondo il suo commentatore. ,
1:555, marzo 15 — Misura di un pezzo di terra posto nella
contrada della Colombara, parte casamentivo e parte ortivo,
degli eredi di M. Dosso (Cancelleria Ducale, Arti Belle, Pit-
tori; Venturi, op. cit., doc. CCCXLII, pag. 224).
La pittura ferrarese aveva dato l’ultimo capolavoro del
suo glorioso Quattrocento con la decorazione del soffitto d’una
sala nel palazzo Costabili; ma il Cinquecento non aveva eredi
dei suoi grandi, nè del ferreo Cosmè Tura, nè del rude Fran-
cesco del Cossa, nè del cavalleresco Ercole de’ Roberti. Erede
di Cosmè e di Ercole, Lorenzo Costa aveva continuato la tra-
dizione quattrocentesca, ora accogliendo le magnificenze vene-
ziane nella pala di S. Petronio, ora struggendosi nell’umbro
pietismo. Altri discendenti di Ercole si perdettero, come Gian
Francesco de Maineri di Parma, nel ricalcare, miniando, Cristi
portacroce, Sacre Famiglie e Madonne; come Michele Coltel-
lini, nel rimpolpare le ossute forme robertiane; come il Maz-
zolino nell’arrotondar figure dalle carni cupree. Insieme con
loro, Domenico Panetti, fallimagini non di pittura a quel che
sembra, ma di legno colorato, e l’anonimo Maestro della Mad-
dalena in gloria dell’Ateneo ferrarese, tirata a lustro fra le rupi
falcate, sulle incerte distese azzurrine, rappresentano la deca-
denza della pittura ferrarese, già dominatrice nell’Emilia. Mentre
— 935 —
nel Quattrocento la corte dei Gonzaga si gloriava di Andrea
Mantegna, quella degli Estensi poteva vantare tutta una schiera
di maestri vissuta adombra del Castello e migrata a Bologna,
ove tenne il campo nella pittura. Il Cinquecento ebbe un’aurora
scolorita a Ferrara; e Alfonso I d’Este, nonostante la sorte e
la politica avverse, pensò a rifornirsi d’arte fresca e nuova, ten-
tando invano di ottenere da Roma opere di Raffaello, riuscendo
invece ad averne di Tiziano Vecellio da Venezia.
Quando questi nel 1516 scese a Ferrara, s’incontrò con
Dosso Dossi, che, se non era ancora il pittore ufficiale degli
Estensi, presto doveva divenirlo. Ma s’erano incontrati vero-
similmente anche prima e, secondo il Dolce, l’uno dei due Dossi
ferraresi stette a Venezia alcun tempo per imparare a dipin-
gere con Tiziano; e l’altro in Roma con Raffaello. Il maggiore
dei due fratelli, Dosso Dossi,1 non s’ispirò all’Urbinate, se non
1 Bibliografia: Dolce (Lodovico), L'Aretino. Dialogo della pittura, Venezia, 1557;
Vasari (Giorgio), Le Vite (Not. su Dosso e Battista Dossi, inserite nella Vita di Alfonso Lom-
bardi ferrarese, ed. Milanesi, V, pag. 96); Baruffaldi (Girolamo), Vite de' pittori e scultori
ferraresi, Ferrara, Taddei, 1844, voi. I, pag. 239; Baldinucci (Filippo), Notizie de' professori
del disegno (edita con note da Giuseppe Piacenza, 1814, voi. IV, pag. 445); Cittadella
(Cesare), Catalogo istorico de' pittori e scultori ferraresi e delle opere loro. Ferrara, Romanelli,
1782, tomo I, pagg. 133-146, 147-148; Scannelli, Il microcosmo della pittura, Cesena,
1657, pag. 318; Lanzi (Luigi), Storia pittorica italiana, 1795, serie II, 229 e segg.; Frizzi,
Memorie per la storia di Ferrara, 1796, IV, 357; Ughi, Dizionario storico degli uomini illustri
erraresi, 1804, I, 152; Pungileoni (I..), Memorie istoriche di Antonio Allegri, Parma, 1819,
II, 45; Zanotti, Lettera a premettersi alle vite inedite di Girolamo Baruffaldi, Bologna, 1834,
pag. 8, 24; Nagler, Kiinstlerlexikon, 1836, III; Fabi Montani (F.), Cenni sulla vita
e le opere di Dosso Dossi, in Giornale Arcadico, Roma, XCII, 1842, 208; Burckhardx
(F.), Der Cicerone, 1855, io1 edizione, 1910, II, 893-5; Campori (G.), Gli artisti italiani e
stranieri negli Stati estensi, 1855, pag. 189-93 e 193’945 Laderchi, La pittura ferrarese, 1856
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— 936 —
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pag. 284; Cantalamessa (Giulio), David, Saul o Astolfo?, in Bollettino d’Arte, 1922-23, pa-
gine 37-43; Lanz (Otto), Two pìctures by Dosso Dossi, in The Burlington Magazine, XLIII,
— 937 ~
Alfonso I da Raffaello stesso. Del resto, tutta l’arte di Dosso
discende da Venezia, da Giorgio da Castelfranco e da Tiziano,
finché trova una sua propria espressione nella ricchezza altiso-
nante e fastosa dei colori gemmei e dei lumi d’oro.
La Circe della Raccolta Benson (fig. 639) è l’opera del Dosso
più antica e più vicina allo spirito di Giorgione. * 1 Non il paese
Fig. 639 — Raccolta Benson (già), a Londra. Dosso: Circe.
(Fot. Braun).
variopinto dell’autunno, come piacerà poi al Dosso di rappre-
sentare, ma alberi senza la densità del fogliame ancor tenue,
primaverile, e, presso la maga, sospesa nell’atto di mostrare
la tabella cabalistica, gli animali intenti, immoti, presi da in-
canto. Dolcemente velato è il nudo di Circe, senza l’ardore,
1923, pagg. 184-87; Grigioni (Carlo), Un'opera ignorata dei Dossi, in Belvedere, Vili, 1925,
Forum, pagg. 1-7; Fogolari (Gino), Trento, in Coll, di monografie illustrate, s. a. (1926),
Bergamo, Istituto d’Arti grafiche; Longhi (Roberto), Precisioni nelle Gallerie Italiane: Un
roblema di Cinquecento ferrarese ( Dosso giovine, in Vita Artistica, anno II, n. 2, febbraio 1927).
1 Si è supposto che il Dosso derivi dal Mazzolino per due 0 tre quadri di un suo seguace,
spirato a questo Maestro, quali la Madonna, un angiolo che le conduce un fanciullo e un
Santo Vescovo (fig. 640), la Fuga in Egitto della Raccolta Harck.
— 938 —
il fuoco delle carni, accese poi dal Dosso; nulla rompe la quiete
del luogo, dove gli animali, Taria, l’acqua, si fermano davanti
al mistero delle cose dominate dalla maga.
Se noi confrontiamo la Circe della Raccolta Benson con
Fig. 640 — Museo Nazionale di Belle Arti di Budapest.
Seguace del Dosso: Madonna col Bambino, Santo Vescovo
e Angiolo introduttore d'un fanciullo.
l’altra della Galleria Borghese (fig. 641), eseguita certo più di
dieci anni dopo, quando il Dosso s’era formata una propria
maniera, noi sentiamo come, all’inizio, l’arte sua fosse più
— 939 —
riposata e tranquilla, più fresca e idilliaca, più. insomma, gior-
gionesca, nella tonalità dolce del cielo, del verde, della terra,
delle carni.
Nella Circe della Galleria Borghese tutto si accentua, dai
bianchi negli occhi del cane alle frange dorate del manto della
Fig. 641 — Galleria Borghese, a Roma. Dosso: La Maga Circe.
(Fot. Anderson).
maga e del suo turbante d’oro; tutto s’accende, dalla pece agli
aborti che sembran sul rogo; tutto sfavilla, dalla corazza nel
primo piano a quella del cavaliere in distanza tra i compagni
seduti alla giorgionesca sull’erba. Il paese non è più quieto,
ma tutto variopinto, in gran dibattito di bianchi e di scuri.
Dosso Dossi è giunto a fare in pittura un grande arazzo per
— 940 —
i camerini d’Alfonso I d’Este, a mostrar sempre più le doti
di perfetto animalista, nel piccione che da poco ha messo
le penne, nell’anitrella accovacciata presso la maga, nel cane
dagli occhi fosforici; è riuscito a darci da perfetto tessitore il
manto di velluto a fiorami; ma in tutto quel fuoco, quegli
ori d’autunno, quella grandiosità della maga, sultana domina-
trice degli elementi, si è perduto il fiato e potrebbe dirsi il so-
spiro delle cose. Nell’antica edizione della Circe, Dosso aveva
Fig. 642 — Galleria Pitti, a Firenze. Dosso: Ninfa inseguita da un Satiro.
(Fot. Anderson).
presenti gli dei pagani a convito, nel quadro di Giovanni Bel-
lini del Castello Estense, dove il candido pittore aveva dato
l’anima cristiana alle divinità dell’ Olimpo; ed egli aveva dipinto
la sua Circe con la timidezza innocente di un Giambellino,
circonfondendo la maga dai vaporosi profumi giorgioneschi.
Nella seconda più tarda edizione, non più candore e te-
nuità di forme, nè tonalità argentine, ma clangore di tinte,
riverberi d’oro, soffio infocato dell’estate. Tra le due edizioni
è il corso dell’arte di Dosso Dossi. Il giorgionismo della Circe
— 94i —
Benson perde la sua timidezza nella Ninfa inseguita da un sa-
tiro (fig. 642), della Galleria Pitti, dov’è però una gran parsi-
monia di forti lumeggiature, appena qualche tocco di bianco
nei dentini del satiro, alcuni punti neri nella cuffia della ninfa,
un po’ di luce nei ciuffi delle pellicce; ma l’atmosfera avvolge
Fig. 643 — Galleria Estense di Modena. Dosso: Un buffone.
(Fot. Anderson).
le” due figure, unisce nella scurità la ninfa al brutale figlio
della foresta. La timidezza è ancora nei mezzi, non nella com-
posizione. Le stesse tendenze rispecchia il furbesco Giullare
della Galleria Estense (fig. 643), che, mostrando la testa di
un pecorone, irride al Genio: Sic Genius. Voleva forse, nella
satirica risata, il matto indicare che il Genio per essere tolle-
rato deve belare, pecora sottomessa alla sferza del pastore?
— 942 —
Comunque sia, il Dosso nel paese s’avvicina a Tiziano anche
per la gran luce dietro la testa del buffone, e la scioltezza del
fare. La stessa scioltezza è nel Bravo del Museo di Vienna
(lìg. 644), ove un guerriero, in corrusca armatura, acciuffa un
Fig. 644 — Hofmuseum di Vienna. Dosso: Il Bravo.
(Fot. Wolfrum).
baccante: quadro attribuito al Cariani e al Palma, più forte
anche di questo maestro, e con fare più risoluto, proprio di
Dosso primitivo. Il giorgionismo di Dosso aderisce così ‘al gior-
gionismo tizianesco.
Questo momento felice dell’arte dossesca è rappresentato
da un Angiolo, che in un tondo di privata Collezione milanese
tocca le corde dell’arpa (fig. 645). Par che Dosso tenda, nei
bianchi gelsomini della chioma, come nell’abito verde con fio-
— 943 —
rami allucciolati, allo scoppio de’ suoi effetti; ma ancora si trat-
tiene, per lasciare all’angelica creatura, messa come' in un occhio
di cielo, alle dita raggiate sulle corde dell’arpa, alla testa pen-
sosa, interrogativa, tutta la sua naturale grazia di adolescente.
Fig. 645 — Collezione privata, a Milano. Dosso: Angioletto musicante.
Quantunque ancora bagnata d’atmosfera, la figura del Bat-
tista nella Galleria Pitti (fig. 646) si copre di stola ricamata e
frangiata d’oro, poco propria al Precursore, che sembra chia-
mar le genti alle acque salutari del Giordano da una verde
oasi delle rive.
* * *
Ormai non si trattiene più, e nella Didone piangente della
Galleria Doria (fig. 647) torna alla consuetudine quattrocentesca
delle orlature d’oro, ricamate con lettere cufiche, delle strisce
— 944 —
metalliche ageminate; e con una larghezza di stole, con uno
splendore di righe auree, di frange luminose, avviva la sua Didone
di fasto, di luci, poco intonate al pianto della derelitta. E nel
rappresentar il fiabesco San Giorgio rutilante (fig. 648), sul bianco
cavallo, sotto il cielo tempestoso, pur mirando alla composi-
zione raffaellesca, ad altro non pensa che a scatenar tutti i
lampi e le folgori sul cavaliere fatato. Sfugge così al pittore
Tintimità del tono, anche se lo trovi materialmente nei gradi
dei colori, nella loro reciproca intesa. Lo spirito di Giorgione
si perde; quello di Tiziano non appare. Per non smarrirsi del
Galleria Pitti, a Firenze. Dosso: Il Battista.
(Fot. Anderson).
Fig. 646 —
— 945 —
tutto in quella pompa, in quello sfavillìo, tra quelle filigrane,
Dosso fu costrettole! afforzare la plasticità delle forme.
Siamo al momento in cui i camerini d’Alfonso I d’Este ven-
gono ornati di losanghe, parte delle quali si conservano nella Regia
Fig. 647 — Galleria Doria, a Roma. Dosso: Didone piangente.
(Fot. Anderson).
Galleria Estense, una a Londra nella National Gallery, un’altra
presso il Duca di Northumberland, nel Castello di Alnwick. Una
delle losanghe, nella Galleria Estense di Modena (fig. 649), rappre-
senta Bacco innanzi a un parapetto coperto da un grappolo d’uva,
Vfnt ri, Slmili delV A ite Italiana, IX, 3.
60
Fig. 648 — Galleria statale di Dresda. Dosso: San Giorgio.
(Fot. Bruckmann).
— 947 —
assistito da una donna e da un giovane. Le tre figure, come
tutte quelle delle altre losanghe, sono formose, massicce, di stucco
variopinto, fortemente rilevate, quasi a tutto tondo. Così ci
appare la Sibilla del Romitaggio a Leningrado (fig. 650), solida-
mente costruita, sculturale. Le dolcezze e la tenuità dei passaggi
giorgioneschi dispaiono in questi altorilievi colorati. Nella Sibilla,
volta di tre quarti, si ha un’illuminazione più forte che non nelle
losanghe, dove le immagini si presentan di fronte; e la ricerca
di forza, di un getto più vivo di scuri, fa torcere al Dosso le
figure, toglierle dalla immobile gravità. Scorciato si presenta
a noi il Guerriero della Galleria Colonna, attribuito a Giorgione
(fig. 651), con la testa girata di tre quarti a sinistra, e il busto
armato a destra: par che sull’asse della figura ruotino contra-
riamente testa e busto, e che il braccio destro poggiato al ba-
stone di comando, come il giaco terminato da raggi scanalati,
Fig. 649 — Galleria Estense di Modena.
Dosso: Frammento di fregio del Castello di Ferrara.
(Fot. Anderson).
Fig. 650 — Musro del Romitaggio, a Leningrado. Dosso: Sibilla.
egli ritrasse un forte, dalla testa, come l’arme, ferrea. Il ri-
trattone per la potenza di rilievo si associa ai pezzi decorativi
per i camerini del castello ferrarese.
Di tempo prossimo è la Sacra Famiglia della Galleria Capi-
tolina (fig. 652), dove la Vergine può ben ricordare la Sibilla
di Leningrado, quantunque ne sia intenerita la massività, atte-
nuata la potenza scultoria delle ombre, e le vesti di Maria
abbiano veramente il fruscio della seta. I più bei colori copron
le figure; il giallo dei pesci dorati splende nel manto di Giuseppe:
— 948 —
a cerchio, dian l’effetto del movimento rotatorio. Chi sia il guer-
riero non sappiamo, ma che sia opera di Dosso Dossi baste-
rebbero a indicarlo le mani dalle dita polpose, grosse, dal largo
pollice schiacciato; forse una determinazione del personaggio
si ha nel paese con edifici ultramontani, insolito al Dosso: certo
— 949 —
sono i colori portati da Venezia, dalle vele del mare che qui si
stende nel fondo. Maria, come Sibilla, si distrae dalle carezze
Fig. 651 — Galleria Colonna, a Roma.
Dosso: Ritratto di guerriero.
(Fot. Anderson).
del Fanciullo per segnare con impeto di sorpresa il libro delle
profezie. Il paese non è ancora quello proprio di Dosso, ma il
mare animato dalla luce ch’esce dalle nubi temporalesche, disteso
— 95i —
dietro gli alberi della riva, è un richiamo del pittore alla la-
guna, dove Giorgione passò come meteora, dove Tiziano fondò
il suo regno.
Ancora per la indeterminatezza del paese, come per la simi-
glianza di tipo fra Arcangelo vendicatore e Angelo della raccolta
milanese, come per il roteare delle forme di San Michele sulla
testa del demone, noi avviciniamo alla Sacra Famiglia Capi-
tolina la pala della Regia Galleria Estense (fig. 653), con la
visione della Vergine sull1 arcobaleno e i Santi Giorgio e Mi-
chele: Giorgio, in armi corrusche, col sole nella visiera, con un
verde bandierone orlato e frangiato d’oro; Michele poggiato
con una mano alla spada, con un piede alla testa fumante
del demone, e tutto fremiti di capelli, di penne, di vesti
gonfie dall’aria, tutto luci nel serto della fronte, nelle ciocche
al vento, nel cherubinetto dell’armatura, nell’elsa, centro lumi-
noso del quadro. Il demone che l’Arcangelo calpesta sta vicino
al drago vinto da Giorgio: i due guerrieri di Dio guardano l’uno
davanti a sè, alla moltitudine dei fedeli, l’altro alla Vergine,
discendente, sopra l’arco lunare, sopra le nubi che le forman
scafo, con il manto che si stende e si gonfia come vela, mentre
i cherubi si tuffan nelle onde marine delle nubi.
Il quadrone fu dipinto quando Alfonso I aveva perduto Mo-
dena e Reggio, le gemme dello Stato Estense; e forse invoca-
vano dal cielo giustizia San Giorgio, vindice patrono di Ferrara,
col gonfalone e con un pugno chiuso, pronto a battersi ancora
contro i draghi che infestan la terra, e San Michele Arcangelo,
che calpesta il demone, e tien spada e bilancia. Mentre il Cor-
reggio tuffava nelle onde di luce le sue figure, Dosso Dossi
sprizzava luci metalliche dai Santi fosforici. Il San Michele
in piedi, come un Davide vincitore, contrastava con quello
del quale Alfonso I d’Este aveva avuto il cartone da Roma,
cioè con l’Arcangelo disegnato da Raffaello per il quadro di-
pinto al Re di Francia. Si precipitava Michele sul demone
fulminato; calava a perpendicolo; e il Dòsso volle fare altret-
tanto (fig. 654); ma egli non era guidato dal direttivo concetto
Fig. 653 — G allena Estense di Modena.
Dosso: La Vergine col Bambino, San Giorgio e San Michele.
(Fot. Anderson).
Fig. 654 — Galleria statale di Dresda. Dosso: San Michele.
(Fot. Alinari).
— 954 —
classico; ed ecco l’Arcangelo, che scende dal cielo con lancia e
scudo, ad ali aperte a semicerchio, con i capelli serpeggianti, me-
dusei, con le mille fettucce frangiate che gli forman gonna, con
il manto che s’accartoccia dietro al corpo in alto fra le nubi,
divenire un’immagine barocca. Non fende le nubi, non precipita
ma si fa delle nubi sgabello; e dove cade Satana è zolfo, pece,
bitume: cratere di vulcano. La testa di Satana può ricordar
ancora quella calpestata dall’Arcangelo nell’ancona modenese,
ma qui i capelli s’arricciano, le corna si torcono, le nubi si
sollevano pizzettate; tutto s’imbarocchisce per la ricerca del
mancato movimento. E a nascondere la linea infelice, vi è uno
scenario del profondo infernale, con fuoco e fumo, luci fosfo-
riche, nubi, turbine intorno a Satana. Alla fin fine, non è ricor-
dato il cartone di Raffaello, al quale il pittore voleva inspirarsi:
il figurone dell’Arcangelo tutto irto, rimane pesante e sospeso.
Gli uncini, i cartocci delle vesti, la spuma delle nuvole in alto e
del fumo in basso, mutano in un capriccio della dossesca fantasia
il gruppo monumentale dell’Urbinate: formano il caos per le vo-
lute di fumo argentato che salgon dalla terra, i flutti argentati
delle nuvole nel cielo azzurro, i cartocci delle vesti verdi sme-
raldo sotto l’armatura giallo-rossa, dorata, il manto giallo-oro,
gli uncini delle penne nelle grandi ali grige solcate sul margine
da un lampo d’argento. Ciò che non otteneva con la linea, il
Dosso tentava di ottenere mediante i colori, perfino la violenza
del moto passato dalle figure alle cose. E, nonostante il cartone
di Raffaello, anche più tardi, il Ferrarese, dipingendo in parte il
San Michele, «ex voto» di Alfonso I d’Este, nella Cattedrale di
Reggio, ora nella Galleria di Parma, per il recupero della città
dalle mani del Papa, non riesci se non negli effetti coloristici,
nei lampeggiamenti sulla corazza, nei contrasti di luce ed ombra,
a ottenere agitazione di elementi, e, meravigliando, abbacinando,
energia.
Dosso Dossi volge col tempo verso monumentalità di forme,
come può vedersi mettendo a confronto i due quadri rappre-
sentanti la Concezione della Vergine (fig. 655), della Galleria di
— 955 —
Dresda. Il primo, quantunque non gli sia mancato Tintervento
di Battista, spiega una bellezza coloristica propria a Dosso.
Fig. 655 — Galleria statale di Dresda. Dosso: Concezione della Vergine.
(Fot. Alinari).
I bianchi con ombre plumbee dei camici episcopali dei tre padri
della chiesa, specialmente di quello che porta San Girolamo,
— 956 —
hanno luci argentine, metalliche, dal timbro d’acciaio. E il pi-
viale dello stesso Santo ha il verde smeraldo di Dosso; le frange
rosse brillano con luci di rubino; i nimbi sono aloni fosforescenti,
tra l’oro e l’azzurro. Il piviale di San Gregorio, con figurette in-
tagliate nelle gemme, ha una frangia multicolore, come ala (^i va-
riopinto uccello: il verde smeraldo vi si mescola all’oro e al fuoco
del rubino. Nel paese, ai toni verdechiari con luci biondo pallide,
succedono toni azzurrini, e la cerchia della città brilla di cuspidi
argentate. I fiotti, le spume azzurre, le creste fulgide delle nubi,
di là da un lembo di cielo azzurro striato d’arancio, fanno pen-
sare a Dosso stesso, come la Vergine bianco vestita e l’ala com-
mossa del suo manto, che riflette l’argento e l’azzurro delle nubi,
come la nidiata leggiadrissima di angioletti nudi, trasparenti, con
tinte graduate dal flammeo all’argento. Uccellini del cielo coro-
nati di verdi ghirlande, essi batton le ali di rubino, screziate
appena d’azzurro e di bianco, sulla spuma di nuvolette capric-
ciose, fra rosei lumi. A sinistra, in alto, è un angelo cantore,
in veste verde-smeraldo, che via via s’indora, inoltrando dall’az-
zurro, con impeto, verso la luce dell’alone.
A queste forme assottigliate, succedono, nell’altro quadro
dello stesso soggetto (fìg. 656), massività grandiosa, corposità
plastica. Fu guasto, nel restauro, dal Guercino, nella parte in
alto specialmente, divenuta diafana e pallida. Solo prendon
consistenza le due coppie d’angioli tuffate nelle nuvole in basso,
contrapposto dossesco di una forma plasmata d’ombre a un’altra
tutta argentino fulgore; ma contrastano quelle coppie coi densi
fiocchi cinerei delle nuvole, che salgono a formar grigia mu-
raglia di sostegno al gruppo di Maria e dell’Eterno, e ad allon-
tanare le forme spianate in alto dall’atmosfera luminosa. Que-
st’imbianchimento guerciniano, voluto forse per dar valore al
lembo di paese dorato in primo piano, immerso poi nell’azzurro
con lumi argentini, aggiunge vigore plastico, rilievo di roccia,
al gruppo dei Dottori in veste di sonante metallo.
Due pesanti volumi fanno sgabello al massiccio San Gre-
gorio, bruno, burbero, potente sotto la tiara gemmata; sopra un
Fig. 656 — Galleria statale di Dresda. Dosso: I Quattro Padri deità Chic
(Fot. Alinari).
— 95§ —
piedistallo di roccia, posa il piede Sant’Agostino, acceso il volto
di luce nella sua cornice nera di barba; a lui parla Ambrogio,
la cui testa sembra rifatta dal Guercino. Squillano nel superbo
gruppo i bianchi, gli ori, i rossi, con una intensità coloristica tra
le maggiori raggiunte dal Dosso. Il rilievo s’attenua nell’arcuato
Fig. 657 — Galleria Borghese, a Roma. Dosso: La ninfa Calipso.
(Fot. Anderson).
San Girolamo, con piedi e braccia che sembran razzi di ruote,
e più scema nella figura di San Bernardino.
I due quadri ci rappresentano Dosso Dossi, nella giovinezza
il primo, nella maturità il secondo: le forme assottigliate, ap-
piattite, qua e là piallate, son divenute col tempo rotonde e
poderose.
Si fa sempre più decorativo, unendo alle figure il paese in
una tonalità torrida, infocata, come nella ninfa Calipso della
Galleria Borghese, al margine di una boscaglia (fig. 657), e nel-
V Apollo della stessa Galleria (fig. 658), il quale innalza l’archetto
Fig. 658 — Galleria Borghese, a Roma. Dosso: Apollo suonator di violino e Da] ne.
(Fot. Alinari).
Fig. 659 —
Galleria di Dresda. Dosso:
(Fot. Alinari).
La Giustizia ,
— g6i —
del violino, quasi invocando dalle nubi, dal cielo, dai venti, dagli
occhi, i suoni della divina armonia della natura.
Non gli bastano più i rami degli alberi che s’innalzano dalle
rupi, ma ha bisogno di mettere tutto un fondo di foglie di vite
alla figura della Giustizia (fig. 659), donna ornata, gemmata,
frangiata, col fascio littorio e la bilancia. Così all 'Ora che guida
il carro d’ Apollo, nella Galleria di Dresda (fig. 660), pone dietro,
aperto mazzo, rami di lauro, e non pago di dar nicchia col
Fig. 660 — Galleria statale di Dresda. Dosso: Ora che guida il carro d' Apollo.
(Fot. Bruckmann).
|
manto verde e oro al dorso del San Sebastiano di Brera (fig. 661), 1
gli fa spuntare accanto rami di cedri; e piante di cedri p;ega,
perchè ombreggino Antiope dormiente, nella Raccolta del Duca
di Northampton (fig. 663). Mentre Giorgione al sonno di Venere
tributa il silenzio della terra e del cielo, V Antiope di Dosso, che
pur la ricorda nella posa distesa, ha tutt’attorno rumori, la coltre
di rose, la sensualità di Giove, la sonorità decorativa della ve-
Ìgetazione.
* * *
Dosso Dossi sempre più s’inebria di colori. Vedansi la Circe
della Galleria Borghese già citata, grande arazzo splendente;
1 Simile ad altro San Sebastiano fra due Santi nel Duomo di Modena (fig. 662).
Venturi, Storia dell’ A ite Italiana . IX, 3.
6l
Fig. 661 — R. Pinacoteca di Brera, a Milano. Dosso: San Sebastiano.
(Fot. Alinari).
Fig. 662 — Duomo di Modena.
Dosso: Apparizione d’una celeste visione al Battista e ai Santi Bastiano e Girolamo.
(Fot. Anderson).
— 04 -
Giove e la Virtù della Galleria Lanckoronski (fig. 664); la Sacra
Famiglia ad Hampton Court (fig. 665), ove la Circe prende il
Fig. 663 — Raccolta del Duca di Northampton.
Dosso: Antiope dormiente.
posto di Madonna; l’altra Sacra Famiglia a Vorcester (fig. 666);
V Adorazione dei Magi, nella Collezione Mond della Galleria Na-
zionale di Londra (fig. 667). Dal cielo di rame scendon fiotti
di luce d’oro sul paese; da un gruppo d’alberi verde cupo stac-
cano, come gemme, la rossa veste di Maria, lo smeraldo del
risvolto al manto azzurro, e il rosso velluto, e il gialloro freddo
»
— 965 —
di uno dei Magi, il verde smeraldino con luci auree del manto.
S’accendono le case di luci temporalesche, e in alto, tra nuvole
fosche, s’apre uno squarcio di cielo, giallo e rosso, e le foglie
di un albero che vi si stampa si tingon di due colori. Tutte le
tinte brillano fosforescenti. Mentre l’arte del Correggio era
Fig. 664 — Galleria Lanckoronski di Vienna. Dosso: Giove e la Virtù.
(Fot. concessa dal possessore).
riuscita a smorzare rubini e smeraldi, topazi e ametiste, memore
di Leonardo che nello sfumato attutiva ogni grido di colore,
Dosso Dossi manteneva la sua gamma intensa, spesso a con-
trasti di azzurro cupo e di giallo, a fuochi, a fiamme, a bar-
bagli di luce. Giorgione non è più ricordato in tutte quelle ma-
gnifiche forme sempre più corpulenti, sempre più gonfie, nè
in tutta quella magìa coloristica. Per ultimo, nel polittico di
Sant’ Andrea dell’Ateneo di Ferrara (fig. 668), la luce notturna
del Sant’ Ambrogio e lo sfavillante San Giorgio possono ricor-
dare ancora in qualche modo, benché su differente falsariga,
Giorgione.
— 966 —
Quando dipingeva quel quadro, Dosso Dossi, artista uffi-
ciale ; degli Estensi, impegnato in cento piccoli lavori, doveva
ricorrere ad aiuti. Nel polittico di Sant’Andrea si scorge la
Fig. 665 — Galleria Reale di Hampton Court. Dosso: Sacra Famiglia.
collaborazione del Garofalo, che tentò di mettersi all’unisono
col Dosso, di scuotere il torpore della sua fiacca natura d’ar-
tista. E oltre il fratello Battista, che prese parte a parecchie
pale d’altare e a decorazioni, altri ancora lavoravan con lui.
* * *
Il paese comincia ad aver più larga determinazione, come
si può vedere nel quadro che fu già di Osvald Sirén (fig. 669);
ma anche in esso i ricchi colori dell’autunno, con le tonalità
— 967 —
differenti di verde, di giallo, di rosso, copron la terra e spumeg-
giano sulle f rondi degli alberi. Le figure, divenute macchiette, si
perdon nel fogliame; e il paese, che già in Giorgione aveva avuto
Fig. 666 — Museo di Worcerster. Dosso: Sacra Famiglia.
(Fot. concessa dalla Direzione del Museo).
il sopravvento sugli uomini, qui li nasconde nelle grotte di
verde cangiante.
Questo paese si rivede nella ninfa Calipso della Galleria Bor-
ghese, come nella Circe della Galleria stessa, con dibattito, tra i
ciuffi alti delle frondi, di bianchi e di scuri, e scroscio di luci;
così nel San Girolamo della Galleria di Vienna (fig. 670), ove il
verde delle chiome arboree presso il convento del Santo s'inar-
— 968 —
genta nelle luci. Si vedono anche figure intorno al convento,
non più disegnate, contornate, ma abbozzate a tocchi rapidi,
di un colore grasso, a gocce di bianco, sfilate per indicar moti
e corpi. Certo il Dosso avrebbe potuto andar oltre questa con-
venzione di grane, di grumi, di verde e di bianco nei paesi,
Fig. 667 — National Gallerv di Londra. Dosso: Adorazione de ’ Magi.
come di zampilli d’erbe sul suolo, ma si contentò presto, anche
traducendo con i colori le ottave ariostesche, o meglio cercando
divulgare i romantici personaggi delYOrlando Furioso o le
scene del poema, come si vede nella lotta di Orlando contro
Rodomonte (fig. 671), nel quadro della Raccolta Brownlow a
Londra. La fantasia ariostesca è resa dal fiabesco Dosso, che
fu ricordato con onore dal Poeta, insieme con il fratello; ma
egli non ebbe dell’ Ariosto nè la classica misura, nè l’alata fan-
tasia. Fu un gioielliere, un apparatore signorile, fastoso, tutto
lucente di galloni; e, a quel suo amor d’apparato, fece aderire
tutto, ligure e paese. Tiziano, nel paesaggio a Buckingam Palace
di Londra, compose un canto ispirato alla vita tempestosa della
Fig. 668 — Galleria dell’Ateneo di Ferrara.
Dosso e collaboratori: La Vergine in trono con Santi.
(Fot. Anderson).
natura; Dosso Dossi intesse i paesi come ghirlande dell’autunno,
in una gran mischia di colori e di luci.
1
Fig. 669 — Collezione Ehrich, a New York.
Dosso: Paese con idillio campestre.
Fig. 670 — Hofmuseum di Vienna. Dosso: San Girolamo.
(Fot. Wolfrum).
— 971 ~
Tutto diviene sfavillìo, come si vede nella Vergine col Bam-
bino della Galleria Borghese (fig. 672), dove i nimbi son pagliuzze
d’oro; i veli son tessuti di fili lucenti; le costole delle pieghe
♦
Fig. 671 — Collezione Brownlow, a Londra. Dosso: Orlando contro Rodomonte.
nella veste, i contorni del manto, brillan d’aeree luci; le foglie
degli alberi forman frangia tra vapori luminosi.
* * *
Una natura così sanguigna, come quella di Dosso Dossi,
difficilmente poteva ritrarre un personaggio, segnarne i carat-
teri, senza forzarli, eccitarli, e, potrebbe dirsi, senza farli sudare
accostandoli alle sue vampe. Così fece, ritraendo l’ammiraglio
Giovanni Moro (fig. 673), ora nella Galleria di Berlino, sotto
il nome di Tiziano Vecellio, di cui non ha la pasta sciolta del
colore. E più spesso, più denso, senza le trasparenze del grande
veneziano. Però, nel ritratto, il personaggio, o si avvicina al-
l’ideale di Dosso, o il Dosso lo accosta a sè stesso, pingendo il
tronfio duce, il lupo marino, che sembra dover sbuffare, scop-
piare, in quell’armatura d’acciaio corrusca.
Ma non molto il Dosso deve aver lavorato nel campo del
ritratto, appunto perchè gli era arduo di rendere i personaggi su
— 972 —
quella falsariga di fuoco, in quella sua atmosfera estiva lampeg-
giante. E, del resto, negli ultimi anni, .oppresso da lavori di
Fig. 672 — Galleria Borghese, a Roma
Dosso: La Vergine col Bambino.
(Fot. Anderson).
tutte sorta, dovette affidare ai numerosi aiuti l’esecuzione delle
pitture che gli erano allogate; e a noi sembra di veder rappre-
sentata l’opera sua in quel quadrò della Galleria Pitti dove i!
— 973 —
mago del colore ci rende una strana tregenda (fig. 674): qua una
specie di Bacco seminudo coronato di rose che gioca con palle
sopra un tappeto orientale, presso un parapetto ov’è un uccel-
letto e un rospo, un piatto con cacio e un grappolo d’uva;
Fig. 673 — Galleria statale di Berlino.
Dosso: Ritratto dell' ammiraglio Giovanni Moro.
intorno, un vecchio, forse un negromante, con la testa di ca-
prone, un gentiluomo con una conocchia, due donne dal petto
scoperto con vassoi di frutta, un tamburello, una maschera;
dietro, tre personaggi, due che sghignazzano come l’uomo dalla
conocchia. Che cosa ha voluto mai significare il Dosso con
questa stregoneria? non lo sappiamo, ma qui ci sembra di
vedere misti molti elementi del suo laboratorio pittorico.
— 974 —
Il Pittore che aveva iniziato la sua opera col ritratto
diabolico del Buffone, ne chiude il ciclo con altre risate la sera
delle streghe, nei Saturnali. Ma non eran queste così finemente
Fig. '674 — Galleria Pitti, a Firenze. Dosso: Una stregoneria.
(Fot. Alinari).
ironiche come l’antica del Sic Gienius: tutte quelle teste adden-
sate, tutti quegli iniziati ai misteri occulti, tutti quei lascivi, si
pigiano nel campo scuro del quadro, senza respiro; e il loro riso
è volgare, melenso, ebete, nel cartellone-cabala di negromanzia.
In un’afosa atmosfera finisce il Pittore che aveva dipinta al suo
inizio nella frescura, sulla riva di un laghetto, la Circe della Rac-
— 975 —
colta Benson, evocando ricordi veneziani. Dopo aver steso un
velo tenue sulle cose, le balzò nella luce, tra le gemme e gli ori,
in una festa dionisiaca. Amò anche Tiziano Vecellio vestir le
immagini di fulgori orientali, ma la luce le penetrò, e serbò loro
freschezza; Dosso Dossi, arrossato, bruciato dal sole sulle com-
patte e dense superfici pittoriche, non ebbe dalla luce infusione,
esaltazione di vita. La ricerca di movimento, che staccò Tiziano
da Giorgio da Castelfranco, fu breve in Dosso, tanto breve, da
conceder poco campo all’ azione. Come, sin da principio, nelle
losanghe decorative d’un camerino estense, ebbe bisogno di ricor-
rere a scritte: Musica corda levat — Modica mensa ivvat,
così sempre mostrò di non saper volgere a effetto drammatico
le scarse qualità di movimento. I ritmi tizianeschi, le gradua-
zioni della luce e deH’ombra nel colore furono ignoti al Dosso,
che si fermò a render il reale nella sua rotondità, nella sua
evidenza, nella sua poco mobile interezza. Anima di bizantino
in pieno rinascimento veneto, parve nato a far ricami, frange,
smalti, a ingioiellare, ornar di filigrane e di pietre preziose
figure e cose; e pur giunse talvolta a maestà, a solennità per
i suoi simulacri imponenti, luminosi, abbaglianti.1 Delle note
1 Opere di Giovanni Luteri, detto Dosso Dossi (i48o?-i542):
Alnwick (Castle), Collezione del Duca di Northumberland: Pianto, riso, ira (parte della serie
di losanghe decorative esistenti nella Galleria Estense a Modena).
— - — Ritratto di donna (attribuito dal Berenson, prima assegnato al Bordone).
Ashby (Castle): Collezione Northampton: Antiope e Giove.
Amsterdam, Collezione Lanz: San Girolamo (Cfr. Otto Lanz, in Buri. Mag., oct. 1923).
Cerere (probabilmente Battista di Dosso).
Lunetta con putti.
Berlino, Kaiser Friedrich Museum: n. 161, Ritratto dell' ammiraglio Giovanni Moro.
n. 227, Sacra Famiglia e un Santo Monaco.
n. 264, I quattro Padri della Chiesa, n. 264 (Scuola del Dosso).
Besan?on, Museo: Favola boschereccia (Longhi, in Vita artistica, II).
Braunschweig, Galleria: Testa di guerriero (da Giorgione).
Budapest, Galleria, 11. 161: Testa d’uomo arrovesciata (attribuita a Giorgione. Certamente
Dosso, tutta accesa nel volto, con i capelli fulvi che si distaccano dall’ala di un berretto
di fuoco).
— — n. 180, Madonna con il Bambino e un Angiolo, una Giovinetta committente, un Santo
Vescovo (probabilmente Battista di Dosso).
Darmstadt, Galleria, n. 529: Ritratto di un vecchio generale (attribuito dal Berenson, già
assegnato al Bordone).
Dresda, Gemàldegalerie, n. 155: Ritratto di un erudito (già in possesso del vescovo Coccapani).
n. 128, Pala d’altare con la Visione dei quattro Padri della Chiesa (proveniente dal
Duomo di Modena, compiuta il 23 novembre 1532).
— 976 —
musicali non usò se non le più forti; degli strumenti se non le
tube squillanti. La scala del tono giorgionesco fu trasportata
Dresda, Gèmàlderie, n. 129, Altra pala d’altare con la stessa Visione.
n. 125, San Michele.
— — n. 126, La Giustizia.
— ■ — n. 136, Un'Ora del carro di Apollo.
— — n. 124, San Giorgio.
Faenza, Museo Civico: Teste di Maria e di un Fariseo (frammenti della Disputa tra i Dottori,
già nel Duomo di Faenza, 15.36).
Ferrara, Ateneo: Grande polittico in sei parti, con la Madonna e Santi (opera di collaborazione
tra i due Dossi e il Garofalo).
- — — S. Giovanni in Patmos (probabilmente ai un seguace).
Filadelfia, Collezione Johnson: Ritratto d'uomo (Berenson).
— — ? Madonna, San Giovanni Battista e committenti (Longhi, Precisioni nelle Gallerie Ita-
liane: Un problema del '500 ferrarese: Dosso Giovine, in Vita Artistica, anno II, n. 2, feb-
braio 192 7, pag. 31).
Firenze, R. Galleria Pitti, n. 148: Bambocciata.
n. 380, San Giovanni Battista.
— — n. 147, Ninfa inseguita da un Satiro.
Pala d’altare (proveniente dal Duomo di Codigoro).
— R. Galleria degli Uffizi, n. 487, Riposo in Egitto.
n. 627, Ritratto di guerriero (Berenson).
— Fondazione Horne: Allegoria della Musica.
Francoforte sul Meno, Stàdelsches Museum: n. 49, Ritratto di giovine (Berenson. Prima dato
a scuola veneta).
Frome (Somerset), Collezione di Mrs. J. Horner, Mells Park: Ratto di Proserpina (Berenson).
Glasgow, Galleria: Sacra conversazione (Longhi, Vita Artistica, anno II, fase. 2, art. citato).
Graz, Stadtgalerie: Ercole tra i Pigmei (J. von Schlosser, Jalirb. d. K. preusz. Kstsamml.,
1900, pag. 262).
Gottinga, Galleria dell’Università: n*. 248, Busto di donna.
Hampton Court, Galleria: n. 9 7, Sacra Famiglia.
— — n. 183, San Guglielmo (Cfr. Lionello Venturi, L'Arte, 1909, pag. 31).
n. 60, Testa maschile (Berenson, già attribuito a Giorgione).
Leningrado, Museo del Romitaggio: Sibilla (attribuito da Lionello Venturi, L'Arte, 1912,
Pag. 215).
Liverpool, Walkcrs Art Gallery: n. 82, Ritratto di Guidobaldo da Montefeltro.
Londra, National Gallery, n. 1234: Quadretto con un Poeta e la Musa.
n. 297, Madonna col Bambino (Cfr. Otto Lanz, Tiro pictures by Dosso Dossi, in Buri.
Mag., 1923, voi. 43, pag. 184. Cfr. anche Longhi, art. citato).
— • — Il Pianto delle Marie (Scuola del Dosso).
— Collezione già Robert Benson: Circe.
— Collezione Holroyd: Ritratto d'uomo.
■ — Collezione Mond: Adorazione dei Magi.
— Collezione Phillips: Pietà.
Sibilla.
— Collezione Mr. James Vernon Watney: Ritratto di Laura Pisani, con data 1525.
— Collezione Earl Brownlow: Scena dell'Orlando Furioso (esposta nel 1911 alla mostra della
Grafton Gallery).
Madrid, Prado: n. 416, Busto di donna.
Milano, R. Pinacoteca di Brera: n. 431, Francesco d'Este (?) in figura di San Giorgio.
— — n. 432, San Giovanni Battista.
n. 433, San Sebastiano.
— Collezione privata: Angioletto musicante (Cfr. Gustavo Frizzoni, in Rassegna d'arte,
1908, pag. 199).
— 977 —
al più alto grado, alla sonorità più rintronante, dal pittore di
Alfonso I d’Este, del San Giorgio vindice, del San Michele sui
Modena, R. Galleria Estense: n. n, Giuditta (Berenson: probabilmente copia antica del
Dosso).
— — nn. 190, 197, 198, 367, 368, Quadretti con tre figure ( Bacco tra due figure, Modica
mensa iuvat, Musica corda levat, Scena amorosa, Una donna tra un giovine e un vecchio).
— — Giovine a cui un servo mesce da bere (Venturi, Galleria Estense, pag. 13).
— — n. 474, Ritratto di un buffone. '
— — n. 450, Ritratto di Ercole I d’Este (irritato da un originale di Ercole de’ Roberti).
— — Ritratto di Alfonso I d’Este (copia con varianti da Tiziano, eseguita probabilmente da
Battista di Dosso).
n. 437, Madonna con San Michele e San Giorgio (proveniente dalla Chiesa di San-
t’Agostino).
Natività (in parte di Battista di Dosso).
n. 475: Testa maschile.
— Duomo: Pala d’altare con tre Santi (18 giugno 1522).
Monaco di Baviera, Collezione Julius Bòhler: Ritratto d'uomo con libro e penna.
Napoli, Museo Nazionale, n. 170, Madonna con San Giovannino (dalla Badia di Montecassino).
Sacra Famiglia.
— — n. 65, Sacra Conversazione (Longhi, art. cit.).
Madonna con San Gerolamo.
Madonna con un Vescovo.
Nervi, Collezione del marchese Durazzo: Conversione di San Paolo (Berenson).
New York, Metropolitan Museum: Copia di Dosso Dossi dal ritratto perduto di Tiziano.
Collezione Ehrich: Paesaggio con scena amorosa (già presso il Sirèn).
Parigi, Museo del Louvre: San Girolamo.
■ — — Guerriero.
— — La cosidetta Laura Eustocchia Dianti con Alfonso I d'Este (copia da Tiziano).
Parma, R. Pinacoteca: n. 361, Adorazione dei Magi.
— n. 398, Sacra Famiglia.
n. 1534, Sacra Famiglia e San Giovanni.
■ — • — San Michele (parte di Battista di Dosso).
Pesaro, Villa dellTmperiale: Affreschi della Sala delle Cariatidi (collaborazione).
Portomaggiore, Municipio: Madonna e Santi (in parte).
Roma, Galleria Borghese, n. 1: Apollo.
— — n. 217, Circe.
n. 304, Callisto.
— — n. 18 1, David, o Saul, o Astolfo (probabile originale del quadro di Stuttgart).
n. 21 1, Madonna col Bambino.
n. 22, I Santi Cosma e Damiano.
— - — . Sacra Famiglia, Angioli in gloria con castello (attribuita a Battista quest opera di Dosso
Dossi).
Riposo in Egitto.
— — San Giovanni in Patmos (dalla Galleria Chigi, già nel Duomo di Ferrara).
— Galleria Capitolina, n. 80: Sacra Famiglia.
n. 186:, Sacra Conversazione (Longhi, art. cit. Prima attribuito a Girolamo da Carpi).
— Galleria Colonna: Ritratto supposto di Sciarra Colonna (Cfr. Colasanti, L’Arte, 1904.
pag. 481).
— Galleria Corsini: Pala d’altare (1527; commessa da Pontichino della Sale per il Duomo di
Modena).
Ritratto virile.
■ — ■ Galleria Doria-Pamphilj: n. 41 1, Didone (prima creduto ritratto della Yannozza).
— — n. 171, Ritratto di Girolamo Beltramoti.
— — n. 128, Cristo e il cambiavalute (Berenson).
Venturi, Storia dell'Arte Italiana. IX, 3.
62
— 978 —
crateri infernali, della Circe , sultana tra le vampe della pece,
delle Madonne coi nimbi tessuti di pagliuzze fosforiche, dei
guerrieri lampeggianti nelle loro corazze d’acciaio.
Roma, Collezione Senatore Silj: San Gerolamo.
— Collezione Palumbo: Sacra Famiglia.
— Collezione privata: La partenza degli Argonauti.
— Altra collezione privata: Testa muliebre.
Rotterdam, Collezione Boyman: Satiro e Ninfa (F. Schmidt Degener, Buri. Mag., 1915,
voi. 28, pag. 20).
Scozia, Langton, Collezione Baillie-Hamilton: San Liberale (Berenson).
— Tyninghame, Collezione Haddington: Santa Paola che legge (Berenson).
Stuttgart, Museo: n. 454, David, o A stolfo (copia da quello Borghese).
Trento, Castello: Affreschi (opera di collaborazione).
Vienna: Hofmuseum, n. 207: Il così detto « Bravo » (attribuito al Palma e prima al Cariani).
n. 68: San Gerolamo.
— Collezione Lanckoronski: Giove, Mercurio, Iris (V. von Schlosser, J ahrb. d.preuss. Kstsamml.,
1900, pag. 262).
— Collezione Tucher: Busto di donna con turbante (v. Franz Wickhoff, Miinchener Jahrb.
d. Bild. Kunst., 1908, pag. 28. Opera di Calisto Piazza).
Vorcester, Art Museum: Sacra Famiglia in un paese.
Wimborne (Dorset), Collezione Lord Wimborne, Canford Manor: San Giovanni Battista (Be-
renson). (Esposto al Burlington Fine Arts Club nel 1894).
Paesaggio (già attribuito a Tiziano, nella Collezione Weber di Amburgo, venduta a Ber-
lino nel 1912. Cfr. Paul Schubring, in L'Arte, 1912, pagg. 142 e 144).
— 979 —
BATTISTA DI DOSSO.
Notizie.
— Sembra sia stato minore del fratello Dosso, perchè Dosso e
non lui è ricordato come procuratore del padre nei docu-
menti (già citati a proposito di Dosso). Circa la sua educa-
zione artistica, il Dolce dice che fu in Roma con Raffaello,
notizia attestata da documenti (Campori, op. cit., p. 29). Si
sa che nel 1534 era sposato con Giovanna detta Livia di Bar-
tolomeo Masseti, perchè, in un atto dellTi marzo di questo
anno, Dosso testimonia circa la dote della cognata « dixit
et confessus est ad instantiam et petitionem mei notari uti
pubblicae personae ac nomine et vice dominae Joannae co-
gnomento Liviae, se Mag. Dossum et Baptistam habuisse
et recepisse in dote, et prò dote, et dotis nomine ipsius
dominae Liviae ab Illmo Dno N. Duce, ecc.... » (Atti del no-
taro ferrarese e cancelliere ducale Sarracca. Cittadella, No-
tizie di Ferrara, pag. 20).
1517 — Pagamento a Battista da parte del Duca Alfonso (Ven-
turi, 1892, doc. II, pag. 441) « A m. Baptista pictore per
Resto de maschare ha dato, ecc. ».
1518 — I due fratelli avevano fatto fare « Balle dorate » (Da
una nota nell’Archivio Estense, carteggio degli Artisti).
1520, fine di gennaio — Si trova a Roma (Campori, op. cit.,
p. 29, Lettera del messo Paulucci ad Alfonso I « Sempre s’è
[Raffael] excusato sopra il lavor di Medici, e per quanto mi
dice il fratello di Dosso lo finirà per tutto sto carnevale... »).
1526, gennaio 13 — Pagamento per « una tella cum certi ani-
malli suxo » (Venturi, 1893, doc. LX, pag. 49. Cfr. 7 luglio,
simile pagamento a Dosso).
1526, marzo 3 — Pagamento per un « disegno da fare monede »
(ivi, doc. LXV, pag. 50).
— 980 —
1526, ottobre io — Lavora, insieme con Dosso, alla camera
del Pozzuolo « al dello della camera » (ibid. , doc. XCVIII,
pag- 52).
1527, gennaio 24 — Restaura un tondo a rilievo per il Duca
a aconzare uno tondo de basso relievo deio Ill.mo n. s., etc... »
(ibid., doc. CII, pag. 52).
1534, marzo 11 — Assicura la dote della moglie (doc. veduto).
1534, dicembre 31 — Pagamento di un quadro da parte di
Laura Dianti (Mendelsohn, op. cit., pag. 207, doc. I): «Al
« nome de Dio Mle DXXXIIII e adì ultimo de decembre
« lire dieci soldi sete marchesani a mastro Baptista Dosso
in scuditri doro per loretrato » (Libro de la Magnifica Mar-
chesa Laura Eustochia).
3:535, aprile 5 — (Mendelsohn, ibid., doc. II): «Al nome de Dio
(( I535 e adi 5 aprile soldi sei dati a uno mastro de ligname
« per una asse de piopa la quale ebbe mastro Batista de Dosso
« per fare uno retrato voleva la Madonna » (Libro di spese
di mésser Jan Cristofaro detto il Fra della Guardaroba spen-
ditore deirillma. Sra. Laura d’Este, 1535-1536).
1536 — Pagamenti il 2, io, 23 settembre; e 1537: 5, 13 gennaio
e 17 febbraio, per il Giardino della Rosa.
1536, settembre 9 — Pagamento a Battista per Belvedere
(Venturi, 1893, doc. CXCVIII, pag. 57).
1536, ottobre 21, novembre 18 — Pagamenti per il Giardino di
Napoli (ivi, doc. CCIV, CCXI, pag. 60).
1536, novembre 29 — « Soldi 7 per aver comprato una ban-
« chela da sedere per mandare a m.° Baptista Dosso per
« dipinzere poi la parte del telaio da cordela inviato a
« Mantova » (Dal libro 1535-36 di Laura Eustocchia tenuto
da Zan Cristoforo detto il Fra della Guardaroba, a carte 71).
— 981 —
153^)> novembre 29 — Ancona nel Duomo di Modena. Questo
quadro: la Natività, e l’altro per il Duomo di Reggio: San
Michele, in lavoro (di Dosso) nel 1533, e nel 1534. Erano
ex-voto del Duca per il ricupero di Modena e Reggio, sottrat-
tegli dal Papa Giulio II nel 1510. Si trovano ora nelle Regie
Gallerie di Modena e di Parma. Il Lancillotto dice che la
pala di Modena fu messa a posto il 29 novembre 1536, e
aggiunge: « dieta ancona seu tavola d’altare facta de mane
de Mro... fratello de Mro Dosso eximio depintore » (op. cit.,
parte V, pag. 195).
1536, dicembre 9, 16, 23; e 1537: marzo 3, io, 24, 31; aprile 7, 14!
maggio 5 — Pagamenti per arazzi (ivi, docc. CCXIII-XV,
e CCXIX-XXVIII, pagg. 61-62).
1537, aprile 28; maggio 5, 19 26; giugno 2, 16, 23, 30 — Pa-
gamenti per Belriguardo (Venturi, op. cit., docc. CCXXVII-
CCXXIX-CCXXXVI).
1538, febbraio 12 — « Lire trentacinque marchesine per sua
«5a a m.ro baptista de Dosso contati per spendere in cose
«note a sua 5a....» (Dal libro mastro del Dare et Avere
spettante a D. Laura Eustocchia Estense, 1538, a c. X).
1538, maggio 18 — Pagamento a Battista «per aver dipinto
« un cocchio a sua signoria » (Dal «Zornale de Intrada e
Usida», 1538).
3:539, giugno 24 — Ripartizione dell’eredità paterna tra i fra-
telli (Cittadella, op. cit., pagg. 23 e 24. V. trascrizione del
documento nei regesti di Dosso Dossi).
1540, febbraio 28 — Pagamenti a Dosso e a Battista per due
quadri per il Duca (Venturi, ibid. , doc. CCXXXVIII, pa-
gina 131).
1540, marzo 3 e 13 — Pagamenti dei due quadri stessi.
— 982 —
1540, aprile 17 — Pagamento di varie opere ai due fratelli in-
sieme, tra cui un « ritratto del principe primogenito » (v. Re-
gesti di Dosso).
1540, aprile 30 — Consegna dei quadri ultimati (v. Regesti di
Dosso. Si tratta del San Michele e del San Giorgio ora a
Dresda) .
1540, giugno 12 — Pagamento a Battista da parte della Du-
chessa Laura Eustochia (Venturi, op. cit . , 1893, doc. CCL,
Pag. 132)-
1540, giugno 5, 12, 26 — Pagamenti vari per Belriguardo, fregi
di stanze, ecc. (ibid., docc. CCXLVIII-CCLIV-CCLVI, pa-
gine 132-133)-
1540, giugno 26; luglio 3, 17 — « designi per fare tapezarie »
(ibid., doc. CCLI, pag. 133).
1540, luglio 3 — Pagamento per « arme ottanta quatro del duca
di Mantua defonto per le exequie de sua Ex.tia » e « per
depinzere de negro il Catafalcho » (ibid., doc. CCLVII,
pag- 133)-
1540, luglio 31 — « A m. baptista de doso per opere 2 de luj
a fare uno retratto per il S. nostro Ill.mo... » (ibid., docu-
mento CCLVIII, pag. 133. Altre opere minori: dipingere
un cocchio [31 luglio, doc. CCLIX, pag. 133], fare « de-
signj de brochatti » [6 novembre, doc. CCLX, p. 133], ecc.).
1540, dicembre 4 — « Designi per fare tri quadri per le stancie
« noue de Corte fatte a uolio e opere una de luj a fare uno
« desegno de velludo morello alto e basso per sua Ecc. eia »
(ibid., doc. CCLXII, pag. 134. Pagamenti per questi quadri,
il 26 dicembre, 8, 15, 22 gennaio 1541; 5, 12, 19 febbraio:
ibid., doc. CCLXIII-CCLXVI, CCLXVIII-CCLXX, pag. 134;
9 aprile: ibid., doc. CCLXXIII).
— 9§3 —
I541 — In quest’anno Battista va col fratello a Venezia.
1541, febbraio 26 — Pagamento « per una tangheta et una
«bufa de stucho... » (ibid., doc. CCLXXI, pag. 134).
1541, marzo 5 — « Lir quatordexe per sua Sig.ria a m.ro bap.ta
« de doso pictore contanti per conto di comprare Colori per
« bisogno do depinzere la scena che fa fare sua S.ria per
«fare la Comedia....)) (Dal libro «Zornale de Ussita dei Don
Alfonso e Don Alfonsino», 1541, a c. 5).
1541, giugno 11, 18, 25; settembre 24; ottobre 8, 22 — Lavori
di Battista alla « torre marchexana » (ibid., docc. CCLXXIX,
CCLXXXI, CCXCII-CCXCV, pag g. 135 e 219-220). In
questo tempo lavora anche bandiere navali (ibid., docu-
menti CCLXXXI V-CCLXXXVII, pag. 219; 16 luglio, 13
agosto) .
1541, luglio 13 — Pagamento « a mro Battista de Doso per
aver adorato e dipinto uno cocchio » (Dal « Zornale » se-
gnato A, a c. 18). Per lo stesso cocchio, «Battista de Dosso
fece intagliar due trombe con dui soli sopra » (Dal « Conto
generale» suddetto, a c. 29).
1541, agosto 27; settembre 3, io, 17 (ibid., docc. CCLXXXVIII-
CCXCI, pag. 220) — Pagamenti per figure dipinte col Ga-
rofolo e con Girolamo da Carpi nella villa « de la montagna
de sotto ». I pagamenti per queste opere continuano nel 1542,
20 maggio, 29 luglio, 12 agosto (ibid., docc. CCXCIV-CCCI-
CCCXIII, pagg. 221-222) fino a che nel Conto generale, del
24 dicembre 1545 (doc. CCCXXXVIII, pag. 222) si specifica
in che cosa consistessero « per havere dipinto quatro figure
« grande più del uiuo... cum li soi nichij a L. sei luna, et quatro
« altre figure poste ne la faciada de detto chasin [de la mon-
« tagnia] uerso la porta a L. tre luna ».
1541, ottobre 15 e 29 — (ibid., docc. CCXCIV, CCXCVI, p. 220).
Lavori a Copparo, continuati nel 1542 (22 aprile; 6, 13,
— 984 —
20 maggio; 23, 30 settembre; 7 ottobre; 23 dicembre; ibid . ,
docc. CCC-CCCII, CCCV, CCCXVIII-CCCXX, CCCXXIV,
pagg. 221-222) e specificati nel Conto generale del 24 dicem-
bre 1545 « tre figure a Coparo grande de bon Coluri uidelicet
la prima nera la Estate e linuerno a s. diexe luna» (Seguono,
anche in questi tempi, altri lavori svariati: dipinti di cocchi,
bandiere, ecc.).
1541, ottobre 29 (doc. cit.); dicembre 3 (CCXCVII, pag. 220)
e poi:
1541, dicembre 24 (doc. CCXCVIII, pag. 221) — « quadrj luj fa
fare per il S. nostro ». Probabilmente questi due quadri sono
gli stessi ricordati in un pagamento del 13 maggio 1542:
« per havere fatti dui retrati uno del S. prencipe laltro
del S. don aluise de lo Illmo S. nostro » (doc. C-CCIII,
pag. 221).
1542, gennaio 26 — Pagamento a Battista de Dosso per «dui
pomi da sparavieri depinti et adorati, per quattro dardi
per la commedia » (Dal « Conto generale » , segnato A) .
1542, febbraio 18 — Altro pagamento a Battista de Dosso «per
dipingere la scena che ha fatto fare sua signoria » (Dal
«Conto generale» cit.).
1542, marzo 29 (doc. CCXCIX, pag. 221); maggio 20 (CCCVI,ivi);
giugno 17; luglio 1, 8, 22, 29; agosto 12, 26; settembre 2, 9; no-
vembre 4, io, 18 (docc. CCCVII-CCCX, ivi; docc. CCCXII,
CCCXIV-CCCXVII, pag. 222, CCCXXI-CCCXXIII, ivi) —
Cartoni di arazzi, di cui più tardi (1343, marzo io, ivi, doc.
CCCXXV; luglio 28, doc. CCCXXVI), si specificano i sog-
getti: «...e/ bagno dercule » e « la liberatione de Exiona », e
ancora (dicembre 22, doc. CCCXXVIII, ivi): «uno carton a
termini e paissi e pergola... ».
Cartoni per arazzi continuano ad essere eseguiti nel
1544 (doc. CCCXXX, pag. 223) e nel 1545, in cui appare
— 985 —
collaboratore di Battista un m. Camillo (io gennaio, doc.
CCCXXXIV, pag. 223) e poi un m. Bernardino Bellon
(3 gennaio, doc. CCCXXXVI, ivi) che fa « una colona suso
uno carton fatto de manne de m. Battista, etc. ». Finalmente,
il documento del 24 dicembre 1545 (CCCXXXVI I, pag. 223)
specifica i soggetti di tutti gli arazzi: « un carton grande
« doue lie dipinto il bagno de hercole... unaltro carton doue He
«dipinto quando hercole amazo lidra... cinque cartoni doue
« lie dipinto la transfìguraccione et il pezo de la montagnia
« de sotto...». « ...tri antiporti suso li cartuni per fare poi in
« tapezaria ».
1544, marzo 1 — « quatro quadri sopra ale fenestre dele stancie
« noue de Corte » (doc. CCCXXXI, pag. 223). Se ne riparla in
un documento senza data dello stesso anno (doc. CCCXXXIII,
pag. 223): « per hauere depinto tri quadri sopra le stancie
« cioè sopra le finestre de le stancie noue de corte et uno
« quadro de una Justitia ».
1544, aprile 12 — Ordine Ducale di pagare a m.° Battista de
Dosso scudi quattro « a aconto del retrato deio alceatto » (cioè
del giureconsulto Andrea Alciati. Ivi, doc. CGCXXXII).
1544, giugno 18 — «A m.ro Battista de Doso pictore per aver
dipinto uno cocchio a sua S.a (Laura Eustocchia) (Dal « Zor-
nale segnato C°, 1544).
1:545, giugno 30 — «A m.ro baptista de Doso e m.ro Camilo
de Felipi pitori... a conto de uno Camarino che (rill.ma Si-
gnoria Laura Eustocchia) a fato depingere nel palazo degli
angoli ne le Camere de sopra » (Dal libro « Intratra et Ussita »
segnato O, 1545).
1545, settembre io — Pagamento a « Battista de Dosso pictore
per conto di suo credito che lui a con la prefeta S.a (Laura
Eustocchia) per aver depinto uno camarino nel Palazzo delli
— 986 —
angioli disopra verso il broilo » (Dal « Zornale de Intra e
Ussita » , 1545-47).
1545, novembre 4 — « Battista de Doso dipinge due turbanti
che dà a Saìamon hebreo per liberarsi da un debito » (Dal
libro «Intra e Usita», segnato H, 1545).
1546, settembre 25 (doc. CCCXXXIX, pag. 224) — Paga-
mento per « retrare la persona de Sua Ex. ».
1547 — « M.r0 Battista de doxe, per giornate a far rilievi di cera
e piantarli in culacci d’artiglieria per zetarla di novo... L. 6»
(cfr. Angelucci, Documenti inediti per la storia delle armi
da fuoco , Torino, 1869).
1547 — « Don Alfonsino dona de sua man propria a m.ro Battista
de dosso una daga fornita d’arezento con lo manico d’avo-
glio bianco con li soi cottelli fornita de mano de m.r0 Ber-
nardino Spadaro » (Da un fascicoletto dell’Archivio Estense,
scritto da « Jacobus Zafarinus» 1547, a c* 6.
1547, maggio 5 — Nota di un credito di Battista del Dosso
verso Sua Signoria (Laura Eustocchia) saldato con tanto
panno fornito a maestro Battista di Giacomo Boiardo (Dal
«Zornale» segnato K, 1547).
1548, settembre 27 (doc. CCCXL, ivi) — Pagamento « per
« fare cimieri di carton... per il bagordo che fa fare il S. Prin-
« cipe ».
3:553, ottobre 2 — Pagamenti per tre quadri: uno rappresen-
tante Cleopatra, un altro Venere, ed il terzo 5. Girolamo,
e disegni per un carro, ecc. (doc. CCXLI, pag. 224).
Il fratello di Dosso Dossi fu, come ci viene affermato dal Dolce,
per alcun tempo a Roma ad imparar l’arte nello studio di Raf-
faello; e alcuno ha voluto ricercare persino nel paese della
Madonna di Foligno, più animato di luci, le tracce inesistenti
del suo fare. Anche nei documenti degli oratori estensi a Roma
s’intravvede l’andata di un pittore ferrarese, che potrebbe essere
Battista di Dosso, allo studio di Raffaello, ma non si ricava che
egli vi avesse permanenza per erudirsi nell’arte. Certo è che nelle
sue pitture non si riesce a scorger caratteri raffaelleschi. Solo a
Rovigo, quando gli si assegni la pala d’altare di quella Pinaco-
teca (fig. 675), si può vedere, nel Santo seduto sui gradi del
trono a destra, qualche ricordo di Raffaello, per l’ampia linea.
Immiserito negli angioli delle nubi, che tengono i capi della
stoffa disposta a baldacchino dietro il trono della Vergine, il
seguace di Dosso si sforza a curvar drappi, a determinar pesi e
contrappesi nel comporre a torcere Sant’ Andrea, e non riesce a
fare se non una mal equilibrata attrezzatura, che sembra prov-
visoria, del trono con Maria e il Bambino e dei cinque Santi
assistenti, come pure di quella gloria d’angioli apparatori, che
con le nuvole forman trabeazione di ruote all’alto del trono.
È probabile che Battista di Dosso, assistito però dal fratello,
sia l’autore della pala d’altare, ma si mostra un dappoco, che
segue le orme di Dosso, modesto, istriminzito, piccoletto; al
focoso cavaliere tien dietro a piccoli passi sventolando il pennon-
cello dei suoi colori con l’arme fiammante.
Può riconoscersi in una serie di quadretti di Sacre Famiglie di
minuscole composizioni sacre, tutte rispecchianti l’arte di Dosso,
ma senza slanci, senza i getti larghi di pieghe, con forme me-
schine, con accentuazioni continue, insistenti, ad ogni cosa,
perfino ai ruderi in cui sta la Sacra Famiglia della Galleria Bor-
ghese (fig. 676), ove i bianchi segnano i fili delle cornici, i ciuffi
delle erbe che vi crescono, dell’edera che vi s’inerpica, dei con-
torni di mattoni e di pieghe. Tutto riesce forzato in quella
Madonna che carezza la guancia di Gesù e appoggia la sinistra
su San Giovannino, il quale viene innanzi ammirando a mani
giunte, con la Croce non bilicata su una spalla. La testa della
Vergine, coperta di bende che forman nodi, con i capi cadent
frangiati, è troppo agghindata; il Bambino Gesù, steso fra le sue
ginocchia, tocca leMrutta portate da un angiolo senza guardare
Fig. 675 — Pinacoteca dei Concordi di Rovigo.
Battista di Dosso e aiuti: La Madonna in trono e Santi.
(Fot. Alinari).
— 989 —
al porgitore; San Giuseppe par che salga un grado inesistente,
camminando stretto al bastone cui s'appoggia.
Gli elementi di questa composizioncella minuta e trita, dove
le forme di Battista si sbocconcellano, perdon di logica e di
Fig. 676 — Galleria Borghese, a Roma. Battista di Dosso: Sacra Famiglia.
(Fot. Alinari).
ardore, si ritrovano in una simile, già nella Galleria di Oldenburg
(fìg. 677), dove i movimenti diventano sempre più forzati, irra-
zionali: la Vergine accenna con una mano e si tiene con l’altra
a un muricciolo su cui siede; accenna a Giuseppe che porta
frutta. E alle frutta accenna il Bambino Gesù, e stende una mano
San Giovannino, arrovesciato su una gamba della Vergine.
Gli stessi elementi si trovano nel quadro deH’Accademia
Carrara di Bergamo (fìg. 678), la stessa fattura nella Madonna
in cattedra che accarezza il Bambino, nel San Giorgio che si tien
ginocchioni sul drago colossale con le mani strette alla bandiera,
e sembra ne adoperi l’asta come un remo per vogare sulla
Fig. 6 77 — Galleria di Oldenburg. Battista di Dosso: Sacra Famiglia.
Fig. 678 — Galleria Carrara di Bergamo. Battista di Dosso: Madonna e Santi.
(Fot. Anderson).
— 99i —
carcassa del mostro, mentre l’umile Santo Vescovo par che
perda, nell’inginocchiarsi, le gambe.
* * *
Con quei criterii con cui dipinse le piccole composizioni ora
citate ed altre consimili, probabilmente mise mano, sopra un
cartone del fratello, che non seppe interpretare, alla figura della
Pace (fig. 679), nella Galleria di Dresda, con la face riversa e
un immenso cornucopio. Tanta è l’enormità di questo che non
sapremmo pensare al disegno del fratello, se non supponendo
ch’egli avesse una certa libertà nella esecuzione o la traesse dalla
inabilità sua propria. Così, avendole egli fatto mettere un piede
su un pezzo d’armatura, la figurona sta per cadere con il cornu-
copio, assistita da un agnellino che pare un cagnetto, e da un
maiale offerente alla Pace le sue grascie. Il piccolo seguace di
Dosso si dimostra un meschino nella testa piatta della virago, nei
fiorellini di carta che la incoronano, nelle mani legnose, nella
materiale minuziosità, nell’accartocciamento delle pieghe sulla
figura cartacea. Dopo questi saggi, noi siamo ben riluttanti ad
attribuirgli completamente opere ragionevoli, come la pala d’al-
tare con la Vergine e i Confratelli di Santa Maria della Neve
(fig. 680), l’altra con la Natività nella Galleria Estense (fig. 681);
o imitazioni libere da Tiziano, come il ritratto di Alfonso I
d’Este, con una mano sulla bocca d’un cannone e con l’altra
impugnante una picca dentata (fig. 682). Il quadro è diligente,
ma con certe impostature alla brava proprie di Dosso, il quale,
imitando Tiziano, cercò di rendere l’energia del suo Duca, e di
illustrare l’azione di guerra del Cannoniere di Ravenna, dispo-
nendo, nel fondo del quadro, le schiere in battaglia; e così, cer-
tamente, imitando Ercole de’ Roberti, dette a Ercole I d’Este
(fig. 683) l’energia che doveva mancargli.
Il gruppo dei quadretti con Sacre Famiglie ci ha rappre-
sentato un pittore che viene da Dosso Dossi senza intenderlo,
ma standogli appresso, logorando, nella sua pochezza, nella
sua incapacità, la materia dossesca. Egli non può essere se non
Fig. 679 — Galleria statale di Dresda. Battista di Dosso: La Pace.
(Fot. Alinari).
Fig. 680 — Galleria Estense di Modena.
Battista di Dosso e seguaci: La Vergine e i confratelli di Santa Maria della Neve.
(Fot. Anderson).
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
Fig. 68 1 — Galleria Estense di Modena.
Dosso e Battista di Dosso: La Natività.
(Fot. Anderson).
Fig. 682 — Galleria Estense di Modena.
Dosso: Ritratto di Alfonso I d’Este.
(Fot. Alinari).
B
— 996 —
Battista di Dosso,1 vissuto fra gli strumenti dell’arte del fratello,
tra gli elementi pittorici ch’egli immiserisce e scompone. Di Raf-
faello non lascia traccia; ed è a credersi che egli sia stato a Roma
Fig. 683 — Galleria Estense di Modena.
Dosso: Ritratto di Ercole 1 d'Este.
(Fot. Anderson).
più per baciare i piedi alla statua di S. Pietro, che non per dipin-
gere con Giulio Romano e il Penni, Perin del Vaga e Pellegrino
1 Opere di Battista Luteri, detto Battista di Dosso (? 1548):
Bergamo, Collezione Lochis: Madonna, San Giorgio e un Vescovo.
Dresda, Pinacoteca, n. 127: La Pace.
Sacra Famiglia.
n. 131, Un Sogno.
— 997 ~
da Modena. Avrà avuta una commissione del suo Duca, per
dare una seccatura di più a Raffaello; ma certo egli non vide
neppure la soglia del tempio pittorico dell’Urbinate.
Hampton Court, Galleria: n. 80, Ritratto d'uomo.
Howard (Castle): Sacra Famiglia (replica di altra già a Oldenburg).
— Collezione già Donaldson: Figura mitologica.
Modena, R. Galleria Estense: Madonna col Bambino e i Santi Giorgio e Sebastiano (in parte).
n. 176, Adorazione dei Pastori (in parte).
n. 446, Madonna con Santi e la Compagnia di Santa Maria della Neve (in parte).
Museo Civico: Pala d’altare (molto guasta, in parte di Battista).
— Chiesa del Carmine: S. Alberto che calpesta una figura demoniaca.
Nortwick Park, Collezione Spencer Churchill: Adorazione dei Magi (V. Phillips, Buri. Mag.,
voi. 27-1915, pag. 133).
Oldenburg, Augusteum, Collezione granducale, oggi venduta: n. 5, Sacra Famiglia.
Roma, Galleria Borghese: n. 245, Sacra Famiglia.
Rovigo, Pinacoteca Comunale, nn. 135, 102, no. Ancona in tre parti (con collaborazione).
Schloss Seusslitz presso Priestewitz, Collezione già Harck.: Fuga in Egitto.
Vienna, Collezione Czernin: Adorazione del Bambino.
XI.
PARIS BORDON, BONIFACIO DE’ PITATI,
ANTONIO NIGRETI, POLIDORO DA LANCIANO.
PARIS BORDON: Notizie. — Bibliografia. — L’Opera: Pitture sotto l’influsso di Tiziano,
dei Bresciani, del Pordenone. — Capolavoro del “ Pescatore che consegna l’anello
al Doge”, e altri dipinti circa dello stesso tempo e successivi. — Manierismi. —
Catalogo.
BONIFACIO DE’ PITATI, DETTO BONIFACIO VERONESE: Notizie. — Bibliografia. —
L’Opera: Suoi dipinti sotto gli auspici di Palma Vecchio e Tiziano. — Talento deco-
rativo nelle allegorie delle “ Stagioni ” e nella traduzione di fatti biblici in scene di
vita veneziana. — Suo capolavoro con il ‘‘Convito del ricco Epulone ”• — Catalogo.
ANTONIO NIGRETI, DETTO ANTONIO PALMA: Notizie. — Bibliografia. — L’Opera:
Saggi del seguace di Bonifacio Veronese. Suo accademismo. — Catalogo.
POLIDORO DA LANCIANO, DETTO POLIDORO LANZANI: Notizie. — Bibliografia.
— Reminiscenze raffaellesche. — Studio degli esempi veneziani. — Catalogo.
PARIS BORDON.
Notizie.
1500, luglio 5 — Atto di battesimo di Paris Bordon (dai re-
gistri dell’ Archivio Capitolare di Treviso): « baptizatus fuit
paris paschalinus filius magistri Joannis sellarii ».
1518, giugno 21 — « Ser Paiis pictor habitator in Venetiis
in contrata S. Zuliani » stipula, davanti il notaio Zibetto,
a Treviso, un contratto per la locazione (raffitto) del suo
podere di Lovadina.
1530 — Iscrizione di Paris nella matricola della « Fraglia »
come « figurer ».
1535 — Iscrizione nella matiicola dei confratelli della Scuola
Grande di S. Marco.
1000 —
1518-1555 — x4 atti notarili riguardanti per la maggior parte
Tamministrazione del suo podere di Lovadina.
Per curare la riscossione dell’affitto e per procedere giu-
dizialmente contro il colono che rimaneva spesso in arre-
trato, Paris nominò successivamente suoi procuratori il
medico dott. Marco Olduino nel 1527, Ortensio Tiretta nel
1530, il pittore Ludovico Fiumicelli nel 1540, il prete Ber-
nardo Gastaldi nel 1555 e il dott. Francesco de Lazzari
nel 1557 (dall’Archivio notarile di Treviso).
1557, settembre 4 — Pagamento operato a Paris di ducati 31
« per haver depento le tre capelle » della chiesa di S. Paolo
in Treviso (dall’Archivio notarile di Treviso).
1558, settembie 15 — Altro pagamento « per haver depento
la capella de Santa Cattarina » nella stessa chiesa di S. Paolo
(dall’Archivio notarile di Treviso).
1563, agosto 30 — Testamento di Paris Bordon (nel protocollo
del notaio Ziliol Cesare. R. Archivio di Stato di Venezia).
1566 — Denuncia di « estimo » dei propri averi « della sua
condizione » (R. Archivio di Stato di Venezia).
1570, gennaio 19 (more, veneto) — Paris Bordon muore d’anni
70 (dal necrologio 1570 dei Provveditori alla Sanità, n. 805.
R. Archivio di Stato di Venezia).
L’opera più antica di Paris Bordon 1 si trova nella Galleria
Tadini a Lovere (fig. 684), e già si trovava a Crema nella chiesa
di Sant’Agostino negli Eremitani, ove la vide Marcantonio
1 Bibliografia: Carta del navegar pittoresco, Venezia, 1660, passim; Boschini, Le ricche mi-
niere della pittura, Venezia, 1733, pagg. 31-33; Zanetti, Della pittura veneziana, Venezia, 1797,
II, 204; Crico, Notizie sopra Paris Bordone, in Giornale delle scienze e lettere, Treviso, 1828,
XIV, pagg. 119 e segg.; Bianchetti, Paris Bordone, discorso, Venezia, 1831; Vasari, Le vite.
Milanesi, VII, pagg. 461-466; Ridolfi, Le meraviglie dell'arte, Padova, 1855, I, pagg. 297-310!
Bianchetti, Elogi ed altri scritti encomiastici, Treviso, 1864; Mundler, Paris Bordone, in
1001
Michiel, che la indicò così:. « La Palletta a man destra a mezza
Chiesa della nostra Donna che tol el Puttin de spalla a San
Cristoforo, con el S. Zorzi armato fu de man de Paris Bordon ».
In un cartello sta scritto: Paris Bordonvs | Tarvisinus.
E la sua cittadinanza trevigiana si manifesta nell’ispirazione
da Lorenzo Lotto, imbarocchito verso il tempo degli affreschi
di Casa Suardi, nel richiamo a Castelfranco prossima a Treviso
col lanciere San Giorgio, e nello studio di Tiziano, chè nel divin
putto ricorda quello della Madonna delle Rose. Nell’esordio, Paris
Bordon ci lasciò un capolavoro in questa composizione, dove, a
equilibrar col fondo le linee della figura della Vergine curvatasi
a togliere dalle spalle del santo cananeo il Bambino, fa che due
angioli dietro le stendano un drappo ondeggiante come vela
che il vento sbatta e trasporti a destra: S. Giorgio ritto, fermo,
con la sua positura a perpendicolo, da sinistra, par che trattenga
la composizione dallo scivolare, dal franare a destra.
A questo tempo circa appartiene la pala della Galleria di
Berlino (fig. 685), ove la Madonna, posta fuor dell’asse della
composizione, tiene nelle mani Gesù che impone la mitra vesco-
vile a San Lucano vescovo, patrono di Belluno, e, più in basso,
nella linea diagonale della Vergine e del Vescovo, Santo Eligio
posa un ginocchio a terra. A destra e a sinistra stanno due Sante,
Maddalena e Caterina, e sui gradi del trono siede, come nelle
vecchie pale dei Vivarini, di Giambellino, di Carpaccio, un angiolo
in atto di suonar la mandola. Non solo in questo è un richiamo
Jahns Jahrb. d. Kstw., II, pagg. 322 e seg.; Burchardt, Cicerone, Leipzig, 1877, pagg. 245-246:
Wolkmann e Wcermann, Storia della pittura, Leipzig, 1882, II, 766-767; L’anonimo Morel-
liano, Notizia d'opere di disegno, Frizzoni, Bologna, 1884, pagg. 144-145; Pavan, Conferenza
su Paris Bordone, Treviso, 1885; Caffi, Il pittore Bordone, in Arte e Storia, 1889, pag. 180;
Morelli, Le Gallerie Borghese, Doria Panphili, ecc., Leipzig, 1890, pagg. 373'3&2> Morelli,
Le Gallerie di Monaco e Dresda, Leipzig, 1891, pag. 327; Berenson, The V enetian Fainters,
Edition III, London, and New- York, 1899, pag. 95; Bailo, Solenne commemorazione del IV cen-
tenario dalla nascita del pittore concittadino Paris Bordone, Treviso, 1900; Molmenti, Paris
Bordone, in Nuova Antologia, 1900, XXXV, pagg. 306 e seg.; Bailo- Be Biscaro, Della vita e
delle opere di Paris Bordone, Treviso, 1900. Recensito da A. Venturi, in L'Arte, IV, 1901,
pag. 341; da Gronau, in Repert. f. Kstw, XXIV, 1901; da Cook, in Burlington M agazine, IX,
(1906) pagg. 69-79; Hadeln, in Repert. f. Kstw., XXXI, 1908, pag. 544; Bollettino del Museo
Trivigiàno: « Quarto Centenario. Esposizione di Fotografie e dipinti di Paris Bordone ». Numero
Guida, ottobre 1900.
Fig. 684 — Galleria Tadini, a Lovere.
Paris Bordon: Pala d’altare, già a Sant’Agostino di Crema
(Fot. Cristilli).
Fig. 685 — Galleria statale di Berlino.
Paris Bordon: Pala d’altare con la Madonna e Santi.
(Fot. Hanfstaengl).
— 1004 —
alle vecchie forme nell’opera primitiva di Paris Bordon, ma
anche nella disposizione del trono entro una cappella a nicchia
col catino rivestito da musaici d’oro.
Anche in quest’opera, come nel ritratto del MDXXIII della
Pinacoteca di Monaco (fig. 686), Tiziano Vecellio dà guida e
Fig. 686 — Antica Pinacoteca di Monaco.
Paris Bordon: Ritratto (1523).
(Fot. Bruckmann).
impronta all’arte di Paris Bordon; ma il colore, che in quegli
penetra, in Paris s’arresta alla superfice, e la composizione e
la forma tendono ad archeggiare, a i'mbarocchire. A un tempo,
la guida di Tiziano va rallentando per il sopravanzare di nuovi
— 1005 —
elementi, che Paris raccoglie, di Moretto da Brescia e del Por-
denone.
Dall’arte di Tiziano ricavò Paris Bordon le sue opere mi-
gliori, tra le altre le Sacre Conversazioni, una della Galleria
Giovanelli a Venezia (fig. 687), l’altra della Galleria di Brera
Fig. 687 — Galleria Giovanelli, a Venezia.
Paris Bordon: Sacra Conversazione e v Santi Antonio da Padova e Girolamo.
(Fot. Alinari).
a Milano (fig. 688), con Sant’ Agostino vescovo che presenta un
divoto al gruppo divino. Una fitta chioma di foglie e lo spigolo
d’un grande edificio scuro formano il fondo alla Sacra Famiglia,
mentre un paese boscoso, col verde sgranato dalla luce delle
nubi, e con edifici corsi da subite luci alla giorgionesca, si
stende dietro il santo vescovo e il gentiluomo da lui presentato
al piccolo Redentore. Si torce la Vergine, come per distrarsi
dalla scena, mostrando di guardare entro un libro semiaperto;
si torce il vispo fanciullo seduto sul braccio materno e sorretto
— iooó —
da San Giuseppe, e anche questi si torce per tenerlo su nell’atto
di benedire al divoto ginocchioni. Questo ripiegarsi forzato delle
figure è lontano dallo spirito di Tiziano, così schietto e franco,
così diretto nei rapporti fra personaggi delle Sacre Conversazioni ,
tanto da farci chiedere donde sia giunto al pittor di Treviso
simile modo di comporre. Del resto, mentre gl’insegnamenti del
Fig. 688 — Galleria di Brera, a Milano.
Paris Bordon: Sacra Famiglia e Sant' Agostino che presenta un divoto
(Fot. Alinari).
Vecellio, riecheggianti Giorgione, si sentono nel paese, nell’imma-
gine del divoto, nella testa della Vergine, anche in quella del
Vescovo col superbo piviale a stole ricamate e a fiorami d’oro,
si notano rapporti non ancora ben chiari tra Paris e i maestri
friulani, come tra lui e i maestri bresciani e Bonifacio veronese.
La luce, che vien da sinistra, e si fa strada tra le frondi, e schiara
il volto della Vergine e la gran benda che l’awolge, come la
mano che tiene il libro, batte in pieno sul corpicino del Bimbo
e sulla faccia a lui rivolta di Giuseppe, e va scemando sul volto
del divoto e del Vescovo, il cui piviale dorato fa specchio.
Fig. 689 — R. Pinacoteca di Milano. Paris Bordon: La Pentecoste.
(Fot. Alinari).
— ioo8 —
Si sente ancora la regola, nel raccoglier la luce sopra le carni delle
figure, e nell’abbassarne il grado nelle vesti, su cui passa sfio-
randone appena qualche lembo. Avviene così che le carni in
lume stacchino, e chiaramente rilevandosi dalle vesti, dai manti,
non si fondano con tutto il resto. Tanto si nota, per esempio,
nella Pentecoste della Pinacoteca di Brera (fig. 689), quadro
che, già eseguito nel 1525, ci mostra il pittore discosto da Ti-
ziano; e per le pieghe angolari a rivoli delle vesti lascia ricono-
Fig. 690 — Palazzo Rosso, a Genova.
Paris Bordon: Ritratto di Gentiluomo.
(Fot. Brogi).
Fig. 691 — Galleria Pitti, a Firenze.
Paris Bordon: La cosidetta Nutrice di Casa Medici.
(Fot. Brogi).
i risalti tonali, conducono sempre più lontano dal maestro. Non
avendo intesa la riforma giorgionesca, il nuovo stile, egli dà, per
ottenere risalti, a Maria e agli Apostoli, lo sfondo d’un ti-
burio lombardesco, innanzi al quale le figure si dispongono ad
arco. E continuerà a dare un ambiente architettonico alle sue
scere il prototipo in Savoldo, mentre in alcune teste richiama il
Moretto. Appena la Vergine e qualche figura nell'ombra del ti-
burio ricordano ancora Tiziano; ma i risalti chiaroscurali, più che
Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 3.
64
1010 —
composizioni, svolgendolo alla maniera dei maestri lombardi
a Venezia, più ampiamente di quel che avrebbe fatto Cima da
Conegliano. Si passa dalle forme architettoniche di Piero alle
Fig. 692 — Galleria Liechtenstein di Vienna.
Paris Bordon: Ritratto di Cavaliere attaccabrighe.
(Fot. Wolfrum).
più massicce di Tulio Lombardo, ma in fondo il criterio archi-
tettonico quattrocentesco rimane.
Anche ai ritratti, da quello più antico, che ricorda il San
Giuseppe nella Sacra Conversazione citata, di un Gentiluomo
(fig. 6c)o)£nobilissimo, con la mano rovescia sul fianco, positura
cara a Paris Bordon, a quello pordenoniano, almeno per friulana
possanza, della cosidetta Nutrice di casa Medici (fig. 691), e
IOII
all’ altro del Cavaliere attaccabrighe (fig. 692) che tiene in pugno
una spada (eseguito nel MDXXXII), egli dette, come fondi ar-
chitettonici, al primo, un terrazzo con apertura, che mostra
una scaletta su cui sale un mendicante, a ricever l’elemosina da
una dama in un loggiato, con altre donne e una scimmietta
tenuta a catena da una di esse; al secondo, grosse membrature
architettoniche, forti come le spalle e i fianchi della virago;
il terzo sta nel giro d’una nicchia.
L’architettura dalle figure animata si vede anche nel San
Giorgio, già nella chiesa omonima dei Conventuali a Noale, ora
nella Galleria Vaticana (fìgg. 693-694), eseguito poco dopo la
Pentecoste. Qui riappare l’influsso di Tiziano nella principessa
aurata sul fondo verde dell’altura, non nel Santo cavaliere mo-
rettiano, che con la spada appuntita caracolla presso l’immondo
drago. Tutto è slegato: il drago a squame sul davanti, il bianco
cavallo, la strada che sembra un sollevato argine di sabbia,
la principessa nella sua tela d’oro su quello spicchio di rupe
boscosa. Tiziano non è più se non in qualche particolare di
tipi e di volti; ma qui s’accresce la ricchezza del tocco sfa-
villante.
Così nella Sacra Famiglia con San Girolamo nella Chiesa di
San Celso a Milano, le forme della Madonna e di San Giuseppe,
pur ricordando Tiziano, prendono slancio come ispirate dal Por-
denone (fig. 695). Qui è bello il paese, veduto dall’alto, pano-
ramico, alla lombarda; ma nella gloria, pur volendo il pittore
ricordare la festa degli angioli di Tiziano intorno all’Assunta,
e forse la gloria di Raffaello nel quadro della Santa Cecilia a
Bologna, ha voluto comporre teatralmente, scenograficamente,
quel mondo d’angioli, piccoli punti lontani sulle nubi, che s’ag-
grottano, con l’altra miriade d’angioli non agili, non atti al volo.
Il pittore li move di traverso, e, quando trova un punto d’ap-
poggio, il cornicione di un tempietto, è ben lieto di distendervi
sopra il poco sciolto puttino. Nell’insieme tuttavia, con l’or-
gano dalle canne argentee, che squillano nel centro del coro
angelico, il pittore trova un effetto intenso e nuovo.
Fig. 693 — Galleria Vaticana, a Roma. Paris Bordon: San Giorgio.
(Fot. Brogi).
Fig. 694 — Galleria Vaticana, a Roma,
Paris Bordon: Particolare del quadro suddetto.
(Fot. Brogi).
uomo malinconicamente fa sgranare una cintura con borchie
d’oro, come un rosario, mentre un altro messere con occhi
spalancati sta da presso senza guardare alla scena amorosa. È
un’austera espressione del modo di sedurre, come l’altra, di
qualche tempo anteriore, nella Pinacoteca di Monaco (fig. 69 7),
— 1013 —
Al tempo del San Giorgio appartiene uno dei più antichi
quadri di soggetto erotico: la Seduzione di una f attor essa tre-
vigiana (fig. 696), ancor di forme tizianesche, alla quale un
Fig. 695 — Chiesa di San Celso, a Milano.
Paris Bordon: Sacra Famiglia con San Girolamo.
(Fot. Anderson).
— ioi5 —
di un gentiluomo che espone agli occhi di una donzella forni-
menti d’orafo, pendenti con perle, collane, una spilla, unapro
fumiera, anelli ed altro. Non è neppure sembrato un gruppo
Fig. 696 — Galleria di Brera, a Milano.
Paris Bordon: Scena di seduzione.
(Fot. Anderson).
di soggetto erotico, tanto che è stato indicato semplicemente
così: Il gioielliere e una giovine donna. Ancora forme tiziane-
sche irrigidite serba il Ritratto di donna nel Museo di Budapest
(fig. 698), con Timmancabile positura di una mano sopra un
— ioi6 —
fianco, mentre l’altro d’un Uomo col manto dal risvolto di pel-
liccia (fig. 699), nella Galleria degli Uffizi a Firenze, par s’ispiri
Fig. 697 — Antica Pinacoteca di Monaco.
Paris Bordon: Il cosidetto Gioielliere con giovane donna.
(Fot. Bruckmann).
al Lotto, come quello di Nicola Korbler (1532) nella Galleria
Liechtenstein (fig. 700).
* * *
Dopo tanta attività pittorica, arrivò Paris Bordon al suo
capolavoro, rappresentando il Pescatore che consegna fanello
caduto in mare, e a lui dato da San Marco, al Doge (fig. 701),
presente la Signoria e un gran pubblico di patrizi e di popolo.
— 1017 —
In questo quadro egli immerge, per la prima volta, in un fluido
aureo 1 architettura, svolgendola secondo una sua propria ten-
denza, tanto eh essa, di sfondo, diviene ambiente animato dai
Fig. 698 — Museo Nazionale di Belle Arti, a Budapest.
Paris Bordon: Ritratto di donna.
personaggi. Al basso del fantastico palazzo ducale siede, in una
sala, presso un canale, il Doge circondato da senatori; e il pesca-
tore, incoraggiato da uno di essi, gli stende commosso, trepidante,
l’anello. Giù dai gradi, che a fatica sale il vecchio marinaio, una
folla di personaggi commenta Tavvenimento; e uno di essi ne dà
— ioi8 —
contezza a un Orientale. Di là dalla saletta del trono, s’apre
una piazza fronteggiata da un suntuoso edifìcio con figure alla
finestra e sul terrazzo; l’edificio guarda a sinistra sopra una
Fig. 699 — Galleria degli Uffizi, a Firenze.
Paris Bordon: Ritratto d'uomo col manto dal risvolto di pelliccia.
strada, che si prolunga su d’un ponte, facendo capo ad altri
palazzi e a un campanile. Tutte le figure sono immerse nella luce,
come non fece mai Paris Bordon: essa crepita sui velluti, sulle
sete e sui tappeti, sfavilla in mille minutissime pieghe, le ricama,
le fa oscillare come ondine al sole, e tutto indora in quel gran
panno di broccato. Ma più d’ogni figura, il ragazzo del barcaiuolo.
— ioig —
che sta nel davanti della saletta del trono (fig. 702), alla riva,
con un piede sulla barca, è condotto in una pasta semplice, fresca
e pronta, veramente degna di uno scolaro di Tiziano.
Purtroppo, nel quadro stesso, si trovano i segni che il pittor
Fig. 700 — Galleria Liechtenstein di Vienna.
Paris Bordon: Ritratto di Nicola Korbler.
(Fot. Wolfrum).
da Treviso sta per mettere la parola fine ai progressi che lo
han portato sino a dipingere questo capolavoro. Qua e là si
nota il calligrafo, il disegnatore che cade a rotondeggiare, a
1020
sfuggire, nei contorni delle vesti, la linea retta per farla sempre
più scivolare in curve e in pizze ttature.
Com’egli ingrossi sempre più a gomitoli di curve le forme,
Fig. 701 — R. Galleria di Venezia.
Paris Bordon: La Consegna dell'anello al Doge.
(Fot. Anderson).
si può vedere nell’ Annunciazione dell’Accademia Senese di Belle
Arti (fig. 703), messa davanti un palazzo tutto fughe di arcate
aperte, come quello che si scorge di là dalla saletta del Doge,
1021
nel quadro della Consegna dell’ anello. Egli ottiene tuttavia
un effetto d aria e di spazio, una mobilità di lumi nel vasto
Fig. 702 — R. Galleria di Venezia.
Paris Bordon: Particolare del quadro suddetto.
loggiato cinto dalla fluttuante ghirlanda dei boschi, che avvicina
il quadro alla Consegna dell’anello. È ancora tutto un serpeggiar
di luci, un ingrossare di forme, un imbarocchir di gesti, un cin-
Fig. 704 — Museo Gardner, a Boston. Paris Bordon: Cristo fra i Dottori.
— 1023 —
cischiar di vestimenta, il Cristo fra i Dottori del Museo Gardner
a Boston (fig. 704). E il rotondeggiar delle singole membra porta
il Trevigiano all’ingrandimento delle proporzioni, alla grandio-
sità dei personaggi.
A Vienna, nella Galleria Czernin (fig. 705), un Divoto adora
il Crocifisso, che un angiolo gli scopre di sotto un drappo: è
Fig. 705 — Galleria Czernin di Vienna.
Paris Bordon: Divoto adorante il Crocefisso presentato da un angiolo.
(Fot. Wolfrum).
un rotondeggiar di tutto, dalle chiome degli alberi al verde che
s’ammonticchia a cerchietti nella pianura, alla chioma crespa
dell’angelo. Anche il Battesimo di Cristo (fig. 706), della Galleria
di Brera, in tutte le figure ad arco, con tutte le costole, i muscoli,
i tendini curvi, le nubi a cumuli, mostra un girar del pennello
convenzionale, manieristico. E l’effetto si ripete nell’ancona di
Berlino (fig. 707), ove par che il bimbo Gesù, San Sebastiano,
— 1024 —
il Santo Pontefice sian tratti a rovesciarsi all’indietro, e le vesti
a gonfiarsi, le pieghe a serpeggiare.
* * *
Dipana, dipana, Paris Bordon, al suo pittorico arcolaio, la
Vergine col Bambino e Santi della Galleria dì Brera (fig. 708);
Fig. 706 — R. Gallerià di Brera, a Milano.
Paris Bordon: Battesimo di Cristo.
(Fot. Brogi.).
e, dipanando, perde quanto aveva imparato nella vita. Arriva
al Cristo morto sorretto da due angioli, nel palazzo ducale di Ve-
nezia (fig. 709), ove si mostra la decadenza di una forma delParte
veneta, che aveva pur dato all’immagine della leggenda della
Messa di San Gregorio una tragica grandezza, prima con Anto-
nello da Messina e con Giovanni Bellini, poi con Tiziano Ve-
cellio.
Fig. 707 — Galleria statale di Berlino. Paris Bordon: Pala d’altare.
(Fotografia della Galleria stessa)
Venturi, Storia dell'Arte Italiana , IX, 3,
65
Fig. 708 — R. Galleria di Brera, a Milano.
Paris Bordoni Sacra Conversazione.
(Fot. Brogi).
Fig. 709 — Palazzo Ducale di Venezia.
Paris Bordoni Cristo morto sorretto da due angeli.
(Fot. Anderson).
— 1027 —
Con tutte quelle arricciature, quell’adoprare il ferro caldo
per le acconciature delle cortigiane, quel trucco di cortigiane a
dee dell’Olimpo, pomiciate, imbellettate, coperte di perle e di
fiori, non poteva eccitarsi troppo la sensualità degli arricchiti
di Venezia. Non dovevano guardar troppo per il sottile i mer-
canti veneziani, contenti d’avere quelle Pomone, Flore e Veneri;
Fig. 710 — Hofmuseum di Vienna.
Paris Bordon: Venere e Marte, la Fama e un Cupido.
(Fot. Wolfrum).
lieti di veder Vulcano gettare la rete per prendervi Venere e
Marte come due grossi pesci.
Si veda, nel Museo storico artistico di Vienna (fig. 710),
Venere cortigiana col petto scoperto, che sta per abbandonare
il peso della propria persona sul corazzato guerriero, mentre ha
l’intenzione di staccare un frutto da un albero con una mano e ri-
cever le rose dal figlio di Marte con l’altra. Un Cupido versa
rose da una cesta intorno alla donna con le vesti scompisciate
dalla luce, e la Fama, in forma di angiolella, stende sul capo
dell’uno e dell’altro corone di gelsomini; i capelli dell’angiolella,
come quelli della cortigiana, sono arricciati, intrecciati con co-
— 1028 —
rone di perle, e le vesti scendono, cadono all’ingiù, in rigagnoli
di luce scompigliati a mezzo il corpo da raggruppamenti di
pieghe, per riprendere poi la discesa, la rotta.
Par che le modelle di quelle formose femmine si trovino,
Fig. 71 1 — Hofmuseum di Vienna. Paris Bordon: Giovane donna .
(Fot. Lòwy).
ad esempio nella Giovane di Vienna (Museo storico artistico)
(fig. 71 1), o nell’altra della National Gallery di Londra (fig. 712),
che tiene una cintura come quella offerta ad una sua pari
nella Galleria di Brera a Milano. Tutte scoppian nei busti, e
— 1029 —
hanno le vesti che f orman lor globo sui fianchi; azzimate, im-
perlate, dorate, si fanno introduttrici al regno del cattivo gusto.
Il manierismo s’infiltra in tutta l’arte di Paris Bordon, e le
Fig. 712 — National Gallery di Londra.
Paris Bordon: Ritratto di Signora.
toglie vita. Si veda come, nella Gloria del Paradiso (fig. 7I3)>
figure par cadan riverse, i Santi e le Sante crollino dalle nubi,
l’entusiasmo faccia perder le staffe. Per aver conosciuto il Giu-
dizio Universale di Michelangelo, Paris volle accostarne l’idea, ma
accostandola, traballò; forse anche aveva conosciuta la Trinità
di Tiziano, ma l’antico maestro, non più compreso, non poteva
esser seguito.
Fig. 713 — R. Galleria di Venezia.
Paris Bordon: La Gloria-dei Paradiso .
(Fot. Alinari).
— 1031 —
Un altro popolo di figurette si ha nei Gladiatoyi del Museo
storico artistico di Vienna (fig. 714), dove egli ricostruisce una
piazza di Roma con edifici alla veneziana e con interpretazioni
fantastiche dei monumenti romani. Iacopo Tintoretto forse ha
Fig. 714 — Hofmuseum di Vienna. Paris Bordon: Lotta di Gladiatori.
(Fot. Wolfrum).
finito per disorientare del tutto il pittor di Treviso, trasforman-
dolo in illustratore minuscolo della storia antica.
Paris Bordon morì per l’arte prima dei 19 gennaio 1571,
data della sua fine mortale.1 Egli chiuse una vita, che pure aveva
1 Catalogo delle opere di Paris Bordon:
Aja, Galleria: Il Redentore benedicente (firmato).
Ashridge (Inghilterra), Collezione di Lord Carlo Brovvnlow: Apollo e le Muse.
Bari, Duomo: Sacra Conversazione (firmato).
Bergamo, Accademia Carrara, Lochis: La Vendemmia.
■ — • — — Il Redentore in gloria (firmato).
Berlino, Kaiser Friedrich’s Museum, n. 177: La Vergine in trono fra due Santi.
n. 19 1: Madonna e quattro Santi.
n. 169: La partita a scacchi (firmato).
— Collezione Dirksen: Flora, .a mezzo busto.
Marte, Venere e Vulcano che sopraggiunge.
— Collezione Wesendonk: Ritratto di gentildonna.
Boston, Collezione Gardner: La Disputa fra i Dottori (firmato).
— 1032 —
avuto parte nel gran moto tizianesco del Veneto. La Controri-
forma fermò il pennello che dipingeva le grosse dee seminude
Chatsworth, Collezione Duca di Devonshire: Gruppo famigliare.
Cintra (Portogallo), Palazzo Reale: Ritratto di Signora.
Colonia, Museo Wallraf-Richartz: Betsabea al bagno (firmato).
Dresda, Galleria, n. 203: Apollo e Marsia, a mezze figure.
n. 204: Diana cardatrice .
— — n. 219: Busto d'uomo.
n. 205: Sacra Famiglia e San Girolamo.
Edimburgo, Galleria, n. 506: Signora alla toeletta.
Filadelfia, Collezione Widener: Il Battesimo.
— Collezione già Johnson: San Girolamo.
Firenze, Pitti, n. 109: Ritratto di Donna detta la Nutrice di casa Medici, a mezza figura.
- — — San Giorgio.
— Uffizi, n. 607: Ritratto di un Giovine.
— — Ritratto di Uomo in pelliccia.
Francoforte (sul Meno), Collezione Ponfik: Venere e Marte nella rete di Vulcano.
Genova, Galleria Brignole-Sale: Sacra Famiglia.
— — Ritratto muliebre.
Ritratto di Giovine.
Glasgow, Galleria, n. 46: Sacra Famiglia (firmato).
n. 45: Sacra Famiglia.
Gosford House, Collezione Lord Wemys: Una Cortigiana.
Hampton Court, Galleria, n. 118: La Vergine, il Bambino e due donatori.
Ritratto di Giovine gentiluomo.
n. 182: Ritratto di Giureconsulto.
Keir (Scozia), Collezione di Arcibaldo Stiri ing: Madonna e il piccolo Battista.
Leningrado, Ermitage: Allegoria.
Flora, Venete e Marte.
n. no: Sacra Famiglia.
n. ni: Una Dama con un fanciullo.
n. 136: Ritratto di Gentiluomo.
— Collezione Leuchtemberg (già): Sacra Famiglia.
— — San Girolamo in un paesaggio.
La Vergine con i Santi Giorgio e Battista.
Londra, Galleria Nazionale, n. 674: Ritratto di una Cortigiana (firmato).
n. 687: Dafni e Cloe.
Cristo benedicente.
(già Layard): Cristo battezzante un Doge.
— Bridgewaser House: Sacra Famiglia, il Battista e un donatore.
— Esposizione alla New Gallery, 1895, per il Conte di Rosebery: Ritratto di Giovane donna.
— Collezione dell’Ammiraglio Sir George Warrendor: Sacra Famiglia e un donatore.
— Collezione di Lord Brownlow: Un Cavaliere in armi.
— Vendita Brownlow presso Christie (4 maggio 1923): Apollo e le Muse.
— Collezione Cohen: Ritratto di Signora seduta.
— Collezione di Lady Lucas: Venere e Cupido.
Longford Castle, Collezione di Lord Raduor: Ritratto di Giovine dama (ripetizione del ritratto
della Galleria Nazionale).
Lovere, Galleria Tadini: La Vergine fra due Santi (firmato).
Milano, Brera, n. 216: La Pentecoste.
n. 242: Sacra Famiglia e un donatore.
n. 241: San Domenico presentato al Redentore dalla Vergine (firmato).
n. 212: Battesimo di Cristo.
n. 3o6*6is: La Seduzione.
— 10 33 ~
della mitologia, quando già si era fermato, per impotenza, di
dire, anche di significare il piacere e la voluttà. Il valente pittor
Milano, Santa Maria presso San Celso: Sacra Famiglia con San Girolamo (firmato).
— Collezione Cuspi (già): Giove, Ninfa e un Amorino.
Monaco, Casa d’Arte Bòhler: Donna con un frutto nella destra.
— Antica Pinacoteca, n. 1121: Scena di seduzione.
n. 1120: Ritratto d'uomo a mezzo busto, (1523).
— — La così detta Violanta.
New-York, Società Storica, n. 205: Riposo nella Fuga in Egitto.
— Vendita Chiesa (27 novembre 1925): Diana e un satiro che le offre grappoli d'uva, Flora
che dà rose a Cupido.
Padova, Museo Civico, n. 67: Cristo e Maria.
Parigi, Louvre, n. 1179: Ritratto virile (firmato e datato 1540).
n. 1178: Vertunno e Pomona.
— Vendita Principessa Matilde (1904): Betsabea.
Praga, Rudolphinum, n. 102: Ritratto di Musicista.
Ravenna, Casa Rasi: Il Redentore.
Richmond, Collezione Cook: Mercurio Bellona e Marte (firmato).
Roma, Pinacoteca Vaticana: San Giorgio e il drago (con firma alterata da restauro).
— Galleria Borghese: Venere . Antiope e Cupido.
— Galleria Doria: Marte, Venere e Amore (firmato).
— Galleria Colonna, n. 92: Sacra Conversazione.
n. 116: Sacra Famiglia e i Santi Sebastiano e Gerolamo.
— Collezione D’Atri: Ritratto col fondo d’una scala che mette a un loggiato.
Settignano, Collezione Berenson: Il Riposo in Egitto.
Siena, Accademia, n. 9: Annunciazione.
n. 51: Madonna e donatore.
Stettino (Germania), Galleria: Venere giacente.
Stoccarda, Galleria, n. 7: La Resurrezione (firmato).
n. 53: La Vergine, Sant' Antonio e un donatore.
— — n. 11: Sacra Famiglia con San Girolamo e Santa Cateri na.
— — n. 282: Ritratto di Giovinetta.
n. 1: Busto di Gentildonna.
Stoccolma, Collezione Rosen: Giove ed Io (firmato).
Strasburgo, Museo artistico, n. io: La Visitazione (firmato).
Taibon (Belluno), Parrocchiale: Sacra Conversazione (firmato).
Torino, Pinacoteca: Ritratto di Giovine signora.
Treviso, Pinacoteca: Sacra Famiglia.
— — Madonna con San Gerolamo e il Battista.
— Museo: Ritratto virile.
— Cattedrale: Adorazione dei pastori.
San Lorenzo ed altri quattro Santi.
I Sacri Misteri.
L' Adorazione dei Pastori.
V aldobbiadene , Parrocchiale: Sacra Conversazione.
Venezia, Galleria dell’Accademia, n. 320: L'Anello di San Marco (firmato).
n. 322: Il Paradiso.
— Palazzo Ducale, Cappella: Cristo morto.
— Collezione Giovanelli: Sacra Famiglia (firmato).
— Ca’ d’Oro: Venere e un Amorino (firmato).
— Chiesa di San Giobbe: Sant’ Andrea, San Pietro e San Nicolò (firmato/.
— Chiesa di San Giovanni in Bragora: L’Ultima Cena.
Vienna, Hofmuseum: Cupido rivuole arco e freccia toltagli da un uomo, una donna con mazz
di fiori, altra donna discinta.
— 1034 —
di Treviso, guardando a ritroso del tempo, poteva gloriarsi del
Pescatore davanti al Doge, ancora sua gloria. Prima di smarrirsi,
nei tempi in cui il suo maestro Tiziano, Paolo Veronese, Jacopo
Tintoretto lo facevano apparire minuscolo ai loro piedi di gi-
ganti, aveva portato all’arte, alla Serenissima, alla religione, il
suo aureo tributo.
Vienna, Hofmuseum: n. 248: Giovine donna alla toeletta.
n. 231: Busto di Cortigiana.
n. 93: Venere e Amore.
n. 238: Lotta di gladiatori.
— - — n. 253: Venere e Adone.
Venere coronata da un genio, mentre Marte le offre rose, e un'altro genio glie ne porta in
un cesto.
— Galleria Czernin, n. 19: Un Gentiluomo che adora la Croce.
— - — Liechtenstein: Ritratto di Nicolaus Korsler.
Ritratto di Cavaliere (firmato, 1532).
1035 —
BONIFACIO DE’ PITATI, DETTO BONIFACIO VERONESE.
Notizie.
1487 — Nasce in Verona Bonifazio de’ Pitati. Questa data si
ricava da due censimenti fatti in Verona, nel 1491 e nel 1501,
in cui è ricordato anche il padre del futuro pittore, Marco
o Marzio del quondam Bonifacio, di uomo d’armi, e la madre,
donna Benvenuta.
1528, ottobre 7 — Bonifazio si trova in Venezia, dov’è testi-
monio in un testamento.
1529, gennaio 24, febbraio 12, dicembre 29 — Il Consiglio dei
Dieci incarica il Camerlengo di pagare a Bonifacio un quadro
per una camera del Consiglio. Questo quadro doveva essere
una Annunciazione, ricordata dal Boschini, e ora perduta.
1531, settembre 29 — Insieme a « ser Titian » e a « ser Lo-
renzo Lotto», il Pitati è ricordato fra i Dodici Aggiunti scelti
dall’arte dei dipintori per l’assegnazione di un legato di
100 ducati, che Vincenzo Catena aveva lasciato « per mari dar
cinque donzelle ».
I533 — Data del Giudizio di Salomone nell’Accademia di Ve-
nezia, e del quadro del Palazzo Reale di Venezia, rappresen-
tante la Vergine con il Bambino , Santa Caterina e San Gio-
vanni Elemosinario.
3:535, febbraio 17 — « Bonifatio pictor sta a S. Alvise », riceve
il pagamento di certi quadri dipinti per il refettorio del con-
vento di S. Andrea del Lido.
1536, gennaio 31 — Il Consiglio dei Dieci ordina al Camerlengo
di dare « al fìdel nostro Bonifacio de pitatis » dieci ducati
per un quadro destinato alla stanza del Palazzo dei Camer
lenghi del Comune.
— 1036 —
1537» ottobre 19 — Appare come testimonio in un testa-
mento.
3:538, aprile 30 — Per obbedire alla volontà del Consiglio, che
così aveva imposto a tutti i cittadini veneziani, dà la nota
delle sue condizioni, e dichiara di possedere quindici campi
di terra posti nella villa di S. Zenone, sotto la potesteria di
Asole, e una casa nella stessa località.
1545 e 1546, maggio 27 — Il Consiglio dei Dieci ordina che Bo-
nifazio riceva il pagamento dei due altri quadri collocati
nella cassa del Palazzo dei Camerlenghi.
3:547, giugno 6, in Rialto — Bonifazio de’ Pitati, abitante nella
contrada di S. Marcuola, fa testamento e nomina fra gli
eredi Marco, figlio di Antonio Palma e di sua nipote Giulia.
1548, settembre 28; 1549, ag°sf° 28 — È testimonio in alcuni
testamenti.
3:553, luglio 14, in Rialto — Bonifazio de’ Pitati, abitante
nella contrada di S. Marcuola, « sano della mente, benché del
corpo infermo», fa un testamento che annulla i precedenti,
e lascia ogni suo avere e ogni suo carico alla « dilecta moglie
Marieta che fo figliola di ser Zuane di Marco Gester ».
1553, luglio 26 — Bonifazio de’ Pitati da Verona, pittore, del
fu ser Marco, «agravado del corpo et iacendo in letto», fa di
nuovo testamento, chiedendo di essere sepolto a S. Alvise,
dove sono sepolti i suoi. Di questi due ultimi testamenti è
testimonio il pittore Domenico Biondo.
I553> luglio 27, in Rialto — Marietta, moglie di Bonifacio,
fa testamento.
*
I553» ottobre 19 — Muore « Ser Bonifacio depentor amalà lon-
gamente ». La notizia si ricava dal necrologio della chiesa di
S. Ermagora.
«
— 1037 —
Bonifacio Pitati, o Bonifacio Veronese,1 si presenta nel mondo
dell'arte timidamente, sotto gli auspici di Palma Vecchio e di
Tiziano. La sua natura dolce, la sua forma aggraziata, lo portano
alle Sacre Conversazioni idilliache, ove i Santi intervengono coi
pastori a pregare ammirando il Fanciullo invocato dalle genti.
Così nel quadro già della Collezione Farrer, dove tutto deriva
dal Palma, che vien tradotto delicatamente, pur con la gran-
diosa ampiezza del modello, nella Vergine e in Maria Maddalena
matronali. Ma a render più tenera ancora, più dolce, la traduzione
del Palma, s’aggiunge Tiziano.
Si veda il quadro del Museo Civico di Padova (fìg. 715),
ove la Vergine giovinetta adora tutta compunta il Bambino,
che scherza con la crocettina del Beato Francesco, mentre due
pastori prostrati lo adorano, ne studian le mosse e il florido
aspetto. Tizianesca è la Vergine, e tizianesco Gesù, steso sulla
candida coltre; il tipo del Palma appare in Santa Caterina, che
chiude a destra la scena mostrando un frammento della ruota.
Panoramico è il paese verdeggiante, sparso di case e di castelli,
chiuso da lunghe propaggini di monti.
Nel Riposo sulla via dell’Egitto, a Firenze (fìg. 716), nella Gal-
leria Pitti, il paese si stende ancora più ampio, e, verso sinistra,
un monte con le pendici lobate si appunta al cielo. Così nella
Sacra Famiglia con Santi, del Museo del Louvre (fìg. jij)', così
nella Sacra Conversazione e neW Adorazione dei Pastori, già a
Nivaa, nella Collezione Hage. In questi dipinti, un velario di
verde tra le rovine interrompe, nel mezzo, la visione dell’ampia
distesa dei piani verso l’orizzonte. Il vento sembra mover le luci
sopra figure e paese, e le figure, nella frescura e nella limpidezza
1 Bibliografia di Bonifazio Veronese: Ridolfi (C.), Le meraviglie dell'arte, Venezia, 1648:
Marcantonio (Michiel), Notizie d'opere di disegno, ecc., Bassano, 1800, pag. 62; Morelli (G.),
Le Gallerie di Monaco, Dresda e Berlino, Bologna, 1886; Morelli (G.), Della pittura italiana,
Milano, 1897; Wickhoff (F.), Aus der Werkstatt Bonifazios. in Jahrb. d. Kstsamml. d. Allerh.
Kaiserh., voi. XXIV, pag. 87, Wien, 1903; Berenson (B ), The venetian painters of thè Re-
naissance, Londra, 1907; Vasari (G.), Le Vite dei più eccellenti pittori, ecc., Ed. Milanesi, vo-
lume VII, pag. 531; Ludwig (G.), Bonifazio di Pitati, in Jahrbuch d. R. preuss. Kstsamml.,
voi. XXII, pag. 61 e XXIII, pag. 36; Della Santa (G.), Bonifazio di Pitati, in Nuovo Ar -
chivio Veneto, nuova serie, voi. VI, pag. 11.
Fig. 715 — Museo Civico di Padova.
Bonifacio de’ Pitati: Sacra Conversazione.
(Fot. Alinari).
Fig. 716 — Galleria Pitti, a Firenze.
Bonifacio de’ Pitati: Riposo sulla via dell* Egitto.
(Fot. Alinari).
— 1039 —
di colore e d'atmosfera, han vivide tinte, un’intensa tonalità
dorata di carni, diffusa anche sulle colonne marmoree, sui prati
cinti all’orizzonte aranciato da una catena di colli azzurri.
Già in questi quadri si disegnano i tipi propri del pittore,
nella Vergine Maria col capo cinto da un drappo, più semplice,
Fig. 717 — Museo del Louvre, a Parigi.
Bonifacio de’ Pitati: Sacra Conversazione con Santi.
(Fot. Alinari).
più delicata delle Madonne del Palma, e nelle Sante di profilo,
ovali di volto, signorili fanciulle.
Tutti quei saggi del maestro metton capo a un esempio tra i
massimi dell’arte di Bonifacio, e tra i più vicini ai modelli di
Tiziano, la Sacra Conversazione della Galleria Colonna a Roma
(fig. 718), dove s’afforza il modellato, anche per l’intensità degli
scuri, e l’angioletto, che porta un canestro di frutta, spira
freschezza dalle carni infantili, come avesse avuto da Tiziano
l’indelebile impronta. Santa Lucia, col tipo delle Vergini a lei
sorelle, prediletto particolarmente da Bonifacio, si gingilla coi
— 1040 —
due occhi infilzati a un ferrolino; il divin Fanciullo si stringe
con le manine alla benda della Madre, e sembra stia per volgersi
a ricevere il dono portogli da Giuseppe nella conca della mano.
Più raccolta è qui la scena, intorno al velario mediano di frondi,
abbassato il paese per aggiunger risalto e grandezza all’idillica
Fig. 718 — Galleria Colonna, a Roma.
Bonifacio de’ Pitati: Sacra Conversazione.
(Fot. Anderson).
composizione, dove Lucia, reginella diademata di perle, il pre-
muroso angioletto porta canestro, il Fanciullo che ascolta il ri-
chiamo di San Giuseppe, San Girolamo avvolto dalle nube del
pensiero, Maria che segue attenta gli atti, i moti del Bimbo,
formano un insieme raccolto neirintimità familiare, nell’amore
verso il piccolo Dio.
Di questo momento in cui Bonifacio si accosta riverente a
Tiziano, è la Sacra Famiglia con due Sante della Galleria Doria
(fig. 719), tutta freschezza nelle forme seriche, composte pla-
cidamente, senza artificio, in dolce riposo. La gran luce che
— 1041 —
abbaglia il paesaggio, sempre col contrafforte a sinistra di un
monte piramidale, schiara, come filtrata dal verde, tra le ombre,
la Vergine che si cima con materno amore al Bambino, il quale,
aggrappato alla mano di lei, si distrae per un attimo dal suggere
il latte. Giuseppe, con le mani tremanti, si volge al gruppo sacro,
con devozione, con amore, dedicando se stesso, mentre le due
Fig. 719 — Galleria Doria, a Roma.
Bonifacio de’ Pitati: Sacra Famiglia con due Santi.
(Fot. Anderson).
Sante, che ripetono il tipo della reginella di Bonifacio, si consul-
tano, commentano il libro delle profezie.
Un’altra Sacra Conversazione tizianesca è nella Galleria di
Dresda, ove Sant’Antonio Abate discorre con Santa Caterina, e
il Bambino abbraccia il collo materno.
* * *
Più tizianesche, per la scioltezza del tocco, la morbidezza
delle carni, il liquefarsi di colori, sono due rappresentazioni: Ce-
rere, già nella Collezione Benson (fig. 720) (Braun, 29008), Bacco
Venturi, Storia dell’Arte Italiana, IX, 3.
66
— 1042 —
in altra collezione inglese, fantastica questa per i gemetti ven-
demmiatori (Braun, 29700) che circondano il nume, l’otre del
centro, quali raggi di ruota (fig. 721). Dello stesso tempo sono i
dipinti quadrati con le rappresentazioni delle stagioni, nel Museo
Fig. 720 — Collezione Benson (già), a Londra.
Bonifacio de’ Pitati: Cerere.
(Fot. Braun).
di Belle Arti a Budapest, ove il pittore si scalda al colore di
Romanino, e rappresenta la Primavera (fig. 722) con i capelli
d’oro e un casco di foglie e fiori, mentre gemetti colorati di sole,
vividi, tizianeschi, le stanno attorno con frutta, tra dorati tralci.
Accanto all’Inverno (fig. 723), con bianchi capelli e bianca barba
simili ad alghe, un Vento dalle gote di fuoco regge una frangia di
— 1043 —
stallatati di ghiaccio; mentre un altro putto, rosseggiante, si
stringe in una sciarpa verde che si arrosa alla luce, e un terzo, ri
verso, s’immerge in luce più chiara dietro il braciere che sostiene.
Con questo talento decorativo, col suo spirito tranquillo e
Fig. 72 1 — Collezione Benson (già), a Londra.
Bonifacio de’ Pitati: Rappresentazione allegorica di Bacco.
(Fot. Braun).
buono, con una forma così delicata e fine, Bonifacio, ornato si-
gnore, si mette a illustrare fatti dell’Antico e del Nuovo Testa-
mento. Si serve delle sue giovani donne gentili, di cui una è ritratta
in un quadro a Vienna, studio di effetti luminosi nel velluto gra-
nata allucciolato della gonna, nel corsetto verde trinciato, negli
sbuffi dei bianchi lini fuor della veste granata, nel roseo chiaror
— 1044 —
delle carni. Con le figurine luminose, di carni bianco rosate, Bo-
nifacio crea il suo piccolo capolavoro nel Mose salvato dalle acque
della Galleria di Brera a Milano (fig. 724).
Una festa veneziana del Rinascimento è quella profana Con-
versazione, dove alla figlia del re d’Egitto si presenta il bambino
Fig. 722 — Museo Nazionale di Belle Arti a Budapest.
Bonifacio de’ Pitati: Primavera.
tratto dalle acque, e tutt’attorno le fan corona un cavaliere
con una mano poggiata sull’elsa di una spada, una dama, un alto
funzionario in robone di velluto, ed altri ed altri. Fuor del
centro onbreggiato da un’annosa quercia, un gruppo di cantori
e di musici s'appresta ad accordare le voci; un ragazzo, ac-
— 1045 —
compagnato da un moretto, tiene due cani al guinzaglio; un
nano gioca con una scimmietta, cui allunga e ritira un frutto.
Verso sinistra, quasi disteso in terra, un cavaliere, mentre addita
verso il centro, favella d’amore alla bella dama che gli è seduta
Fig. 723 — Museo Nazionale di Belle Arti, a Budapest.
Bonifacio de’ Pitati: Allegoria deir Inverno.
da presso; e più lontano si vedono pellegrini e contadini, un
gentiluomo che passeggia parlando a una dama in cappello
piumato. Nel fondo cavalli e cavalieri. Nessun pittore del Rina-
scimento, meglio del garbato Bonifacio, ci ha fatto penetrare
nel mondo fantastico del proprio tempo con una scena di rie-
— 1046 —
chezza e. di festa, tra personaggi ornati di perle e di gemme, in
costumi di gusto perfetto, ove il lusso non esclude l’eleganza,
le sete e i velluti serbano il loro splendore, non soffocato da
fasto superbo e rumoroso. È una canzone di festa, quasi ar-
cadica, tanta è la naturale bontà, la grazia cortegiana di Boni-
facio Veronese; ma in fondo egli ci dà, sia pure purificata, in-
gentilita, una scena di vita veneziana, ove la sua reginetta si pre-
senta in molti aspetti, di figlia di Faraone, di nutrice che le pre-
senta il pargolo, di dame pronte a cantare, di fanciulla che ascolta
Fig. 724 * — Pinacoteca di Brera, a Milano.
Bonifacio de’ Pitati: Mose salvato dalle acque.
(Fot. Brogi).
parole d’amore. E la scena è perfetta in tutta quella luminosità,
in quelle luci d’argento, in quelle armoni^ dei colori intensi e
pure concordi, in quel lusso senza strepito.
La traduzione di fatti biblici in scene di vita veneziana,
lontane dal romanesimo e dal classicismo, infonde al soggetto
novità, sincerità semplice, forma dialettale. La commedia biblica
si rappresenta da attori veneziani, con i curiosi della piazza di
San Marco, e non manca il solito Orientale a conversare, a discu-
tere con un vegliardo, qualche barcarolo trasformato per l’oc-
casione in carnefice. Così nel Giudizio di Salomone dell’Acca-
demia di Venezia (fig. 725), i tre uomini truccati da soldati ro-
mani sembrano più atti a tenere il remo che non la lancia. Saio-
mone è rappresentato giovane, anzi, per necessità di rappresenta-
zione, la graziosa reginetta di Bonifacio ha preso le parti masco-
line del sapiente re d’Israele. Gli assistenti alla scena confabulano,
si scambiano pareri, ragionano su quel che accade; gran chiacchie-
riccio nel pubblico delle commedie bibliche di Bonifacio! Ed è lo
stesso quando egli rappresenta i fatti evangelici: perfino nella
Fig. 725 — R. Galleria di Venezia.
Bonifacio de’ Pitati: Giudizio di Salomone.
(Fot. Anderson).
scena del Massacro degli Innocenti (fig. 726), Erode, vecchio rab-
bino, spiega buonamente il suo ordine a un ministro, e in basso
un vecchio in turbante vuol discorrere della strage a un milite, e
nel lontano un guerriero e un pellegrino sussurran del fatto di
sangue orrendo con molta calma. Anche il principe, vestito come
Eilippo II, guarda senza scomporsi, e un guerriero che gli sta da
presso china gli occhi pensosi davanti alla carneficina. Intorno
all’azione, alla tragedia, stanno i moderni spettatori; non rie-
cheggia il coro.
Nella Disputa di Gesù coi Dottori (fig. 727), volgesi il giovinetto
a un vecchio sapiente, e mentre alcuni altri stanno in ascolto e
— 1048 —
si protendono per udire, i più formano, discutendo, ragionando,
coppie in duetto. La stanza ove si ragiona e si squadernano
volumi è al pianterreno di un palazzo: nel fondo, si vede una sca-
Fig. 726 — R. Galleria di Venezia.
Bonifacio de’ Pitati: Il massacro degli Innocenti.
(Fot. Anderson).
letta con due ragionatori, una porta che s’apre sopra una strada
cittadina, una finestra dietro cui s’addensano bianche nubi. Bo-
nifacio è riuscito a rendere una certa sospensione degli animi, sor-
presa, meditazione; ma il mimo pittore trova un’espressione per-
— 1049 —
fetta nella Madre divina che viene a cercare del[ figlio, e, senten-
done la voce, all’entrare dell’aula, giunge le mani compresa della
maestà del Tempio e della grandezza di Gesù, mentre il vecchio
Fig. 727 — R. Galleria di Venezia.
Bonifacio de’ Pitati: La Disputa di Gesù nel Tempio .
(Fot. Anderson).
Giuseppe, levatosi il berretto, guarda confuso, come intontito.
Così la commedia religiosa ritraeva, per gli attori di Bonifacio
de’ Pitati, la vita vissuta a Venezia, sul molo, nelle calli, nelle
scuole chiesastiche.
Fig. 728 — Hofmuseum di Vienna. Bonifacio de’ Pitati: Trionfo dell' Amore.
(Fot. Wolfrum).
Fig. 729 — Hofmuseum di Vienna. Bonifacio de’ Pitati: Trionfo della Castità.
(Fot. Wolfrum).
— io5i —
Il pittore, nato per rappresentare scene festose, rese anche più
gaie dal colore e dai ricchi costumi, dipinse i Trionfi dell’ Amore
e della Castità (fìgg. 728-729), trasportando i personaggi nella
Venezia lussuosa del Cinquecento.
Con le doti di coloritore magnifico, di compositore garbato
e fine, Bonifacio creò il suo capolavoro nel Convito del ricco
Epulone (fig. 73°) della Galleria di Venezia. In un terrazzo,
dove le colonne sembrano grandi torce luminose, siede a sinistra
Fig. 730 — R. Galleria di Venezia.
Bonifacio de’ Pitati: Convito del ricco Epulone.
(Fot. Anderson).
il padrone di casa, e si volge, come preso da noia, alla sua donna
lamentosa, mentre poggia la mano sulla destra d’una vaga gio-
vane, la quale, a sua volta, sembra distrarsi, piegandosi verso i
suonatori che inginocchiati suonano e cantano tristemente, e si
stringono in gruppo per osservare il libro della musica, aperto
loro davanti da un moretto. Dietro è il povero Lazzaro, cui dà di
morso un cane. Sul giardino del fondo, passano, risaltano, cava-
lieri, falconieri. Tutto il mondo è in festa; la ricchezza si dona
piaceri e gaudi, benché resti a saggio del convito solo un magro
piatto di pesciolini. Può dirsi che Bonifacio Pitati, crescendo il
consueto modulo dei suoi personaggi, abbia trovato, con la flui-
dità del pennello, il tono vellutato, l’elezione delle forme, una
dolce melodia cromatica. Il seguace del Palma qui s’accosta
— 1052 —
sempre più al maestro e donno dell’arte veneziana, a Tiziano
Vecellio, pur rivelando una propria personalità nella rappresen-
tazione scenografica dell’ambiente veneto, di una villa di patrizio
veneziano nella terraferma.1
1 Catalogo delle opere di Bonifacio de’ Pitati:
Budapest, Museo Nazionale di Belle Arti: Quattro quadri decorativi con le Quattro Stagioni .
Firenze, Galleria Pitti: Riposo sulla via dell'Egitto.
-r- — Gesù con i Dottori nel Tempio.
Mosè salvato dalle acque.
Londra, Collezione già Benson: Il carro del Giorno (n. ioo).
Il carro della Notte (n. ioi).
— — Cerere (n. 102)
Bacco (n. 103).
Milano, Pinacoteca di Brera: Mosè salvato dalle acque.
Cena in Emaus.
Padova, Museo Civico: Sacra Conversazione e Adorazione del Bambino.
Parigi, Museo del Louvre: Sacra Conversazione con Santi.
Roma, Galleria Doria: Sacra Conversazione.
— Galleria Colonna: Sacra Conversazione (attribuita a Tiziano).
Vienna, Museo storico-artistico: Il Trionfo dell’Amore.
— — Il Trionfo della Castità.
Venezia, R. Galleria: Strage degl'innocenti.
La parabola del ricco Epulone.
Il Giudizio di Salomone.
— La Disputa di Gesù nel Tempie.
— 1053 —
ANTONIO NIGRETI, DETTO ANTONIO PALMA.
Notizie.
1524, luglio 30 — A questa data troviamo notizia, in un docu-
mento di Serina, di Antonio Nigreti, minore di età, che in-
sieme a quattro fratelli più piccoli — Margherita, Marietta,
Giovanni e Bartolomea — era rimasto orfano del padre Bar-
tolomeo. Il fratello di questo, Jacopo, prende cura che sia
creata la tutela dei nipoti.
Un confronto fra questo documento e vari altri che ri-
guardano Palma il Vecchio, e soprattutto con il testamento
da lui fatto il 28 luglio 1528 (in cui egli lascia 200 ducati alla
nipote Margherita, che lo aveva assistito, e il resto, meno 15
ducati pei parenti poveri, agli altri nipoti, Antonio, Giovanni
e Marietta), ci permette di identificare la famiglia Nigreti
con quella del Palma.
Antonio, dunque, era nato in Serina, circa il 1510, e pare
che non venisse a Venezia prima della morte di Jacopo Palma.
1:536, ottobre 5 — Testimonio in un testamento, Antonio Palma
dichiara di abitare in Venezia a Sant’Alvise. È probabile
ch’egli dimorasse nella stessa casa di Bonifacio de’ Pitati,
il quale allora abitava anch’egli a Sant’Alvise, e di cui
Antonio sposò circa in quegli anni la nipote Giulia.
1541, ottobre 23 — Antonio si trova a Serina, e nell’atto che
ricorda la sua presenza è detto figlio del « q. mag. Bartho-
lomei de Nigretis de Lavalle de Serina ».
1544 — Gli nasce il secondo figlio, cui, in memoria dello zio,
pone il nome di Jacopo. Sarà questi il futuro Palma il gio-
vane.
1554, marzo 28 — Riceve un pagamento per pitture fatte nel
portico della chiesa di Santo Stefano a Murano.
— 1054 ~
1558, marzo 13 — Marietta, vedova di Bonifazio de’ Pitati,
ricorda in un suo testamento Antonio e il figlio di lui, Marco,
non la moglie, Giulia, che forse era già morta, nè l’altro
figlio, Giacomo, di cui non è mai fatto il nome in nessun te-
stamento.
1565, — Data dello stendardo processionale di Serina.
1570, aprile 16 — Antonio è ancora ricordato neH’ultimo testa-
mento di Marietta, vedova di Bonifazio.
1575, marzo 15 — L’ultima notizia dell’artista risale a questa
epoca, in cui troviamo un suo autografo in documenti della
scuola dei pittori.
Seguace di Bonifacio Pitati, confuso con lui, il pittore prima
indicato come Bonifacio II, poi col nome di Antonio Palma,1
elabora le forme del maestro, diminuendone la ricchezza croma-
tica, allungandone i tipi, costringendoli a disporsi più obliqua-
mente, di sghimbescio, smarrendo la mimica viva di Bonifacio
nelle composizioni di figure in gran mutismo. Così ne\Y Adora-
zione dei Magi (fig. 731), della Galleria Estense a Modena, la
Vergine poggia la sinistra sul corpicciolo del Bambino, che tien
le mani in mano, davanti al più vecchio dei Re con le braccia
conserte. Il seguace di Bonifacio non cura far parlar le mani; e
anche quando si prova a muoverle, còme nella scena della Fa-
miglia degli Zebedei davanti a Gesù (fig. 732), par che esse non
abbiano la loro scioltezza espressiva. I costumi contemporanei
sono aboliti dal sobrio, silenzioso pittore, che si compiace di
una calligrafia di lunghe pieghe nelle tuniche, e a sopperire
alla sua pochezza espressiva torna a ricorrere a scritte, come
1 Cfr. Fornoni, Notizie biografiche su Palma Vecchio, Bergamo 1886: Wickhoff (Franz),
A us der Werkstatt Bonifazios, in Jahrbuch der Kunsth. Samml. der allerh. Kaiserh., B. XXIV,
Wen, 1893, pagg. 98 e segg.; Ludwig (Gustav), Bonifacio di Pitati da Verona, cine archiva.
lische Untersuchung, I-II, pagg. 184 e segg., in Jahrb. des koenigl. Kunstsammlungen, vo-
lumi XXII e XXIII.
Fig. 731 — Galleria Estense, a Modena.
Antonio Palma: U Adorazione dei Magi.
(Fot. Alinari).
Fig. 732 — Galleria Borghese, a Roma.
Antonio Palma: Gesù con la famiglia degli Zebedei.
(Fot. Anderson).
Fig. 733 — R. Galleria di Venezia.
Antonio Palma: II Redentore fra gli Apostoli.
(Fot. Alinari).
Venezia, alcune coppie di Santi con i loro strumenti o le loro
insegne (fig. 734), senza neppure saper metterli in colloquio tra
loro, come le tante coppie quattrocentesche di Santi; e spegne
ogni riso di festa nel Ritorno del Figliuol prodigo della Galleria
Borghese (fig. 735). Concorse quella serietà a dar solennità
religiosa alle scene, come a quella di Gesù con la famiglia degli
Fig. 734 — R. Galleria di Venezia. Antonio Palma: I Santi Battista e Bartolomeo.
(Fot. Alinari).
Zebedei ; concorse anche a renderle evidenti nel caricare, non i
colori, ma gli scuri. Sembra che il seguace di Bonifacio amasse
Venii ri, Storia dell' Art: taliana IX, 3.
67
— 1058 —
le vecchie cose, che lo portarono a quel silenzio, a quella sobrietà
di tinte e di costumi. Nella scena sopra citata, sui gradi del
Fig. 735 — Galleria Borghese, a Roma.
Antonio Palma: Ritorno del Figliuol Prodigo.
(Fot. Anderson).
Fig. 736 — Hofmuseum di Vienna. Antonio Palma: Visitazione.
(Fot. Wolfrum).
trono cinquecentesco, mise fregi alla gotica; e arcate gotiche
lasciò intravvedere a destra, una bifora e colonnine quattrocen-
tesche a sinistra. Ma il vecchio restava là, invocato invano a dar
— 1059 —
lo splendore che l’artista non dava alle cose, perchè non l’aveva
nell’intelletto.
L’opera maggiore di Antonio Palma, solito ad abbassare il tono
festoso delle composizioni veneziane, e a rendere accademici i suoi
personaggi, è la Visitazione della Galleria di Vienna (fig. 736),
attribuita a Palma il Vecchio. Le figure, viste di traverso come i
muri degli edifici, ricadono nello schema particolare dal pittore,
e perfino si ripete la disposizione obliqua di esse, il paral-
lelismo delle inclinazioni tanto a destra quanto a sinistra: un
triangolo isoscele nel mezzo, parallele ai lati le figure delle parti.
Anche gli edifici, prospettive convergenti di scenario, che arric-
chiscono gli sfondi di Antonio Palma, vanno, come le figure, ad
incontrarsi in un punto centrale sul piano. In tutta la sempli-
ficazione dei costumi così vivaci e ricchi di Bonifazio Pitati, in
tutta la riduzione delle composizioni così varie e piene, come
della colorazione lussureggiante e splendida del prototipo vero-
nese, Antonio Palma, preso dal freddo delle sue convenzioni, si
chiude nel manto accademico, nel suo pesante robone.1
1 Catalogo delle opere di Antonio Palma:
Boston, Museo Gardner: Sacra Famiglia e Santa che presenta San Giovannino.
Firenze, Galleria degli Uffìzi: Ultima Cena.
— Galleria Pitti: La Sibilla e Augusto.
Genova, Palazzo Rosso: Adorazione dei Magi.
Hampton Court Palace, Galleria Reale: Sacra Conversazione e Tobiolo condotto da Raffaele.
London, National Gallery: Sacra Conversazione (n. 1202).
Milano, Pinacoteca di Brera: Cristo e V Adultera.
— — San Luigi dispensa elemosine.
— Museo Artistico Municipale: Sacra Famiglia e tre Sante.
Modena, R. Galleria Estense: Adorazione de' Magi.
Padova, Museo Civico: Madonna col Bambino e quattro Santi.
Parigi, Museo Nazionale del Louvre: Sacra Conversazione.
Roma, Pinacoteca Vaticana: Sacra Famiglia, Sant' Andrea, Santa Rosa.
— Galleria Borghese: Ritorno del Figliuol prodigo.
■ — - — Gesù e la famiglia degli Zebedei.
Serinalta, Chiesa: Stendardello rappresentante Cristo seduto sul sarcofago tra Maddalena e San
Gio. Evangelista, con la scritta: mdlxv. antonius palma fecit.
Stuttgart, Accademia: Resurrezione, con un resto di firma: Tonius Palma.
Torino, R. Pinacoteca: Sacra Conversazione e Tobiolo guidato da Raffaele.
Venezia, Palazzo Reale: Adorazione de' Magi.
Moltiplicazione dei Pani.
— — Madonna e Santi (1533).
— io6o —
Principale collaboratore di Bonifacio, lasciò eredi dell’arte
sua in Battista di Giacomo detto anche Battista Bonifacio di
Verona; in Vitrulio Buonconsiglio, figlio del Marescalco; in Ste-
fano Cernotto, che si volse particolarmente al Savoldo; in Iacopo
Pisbolica e Domenico Biondo; in Michele Parrasio, che tenne
dietro a Paolo Veronese.
Venezia, R. Galleria: Nascita della Vergine.
— — Il Battista e San Bartolomeo.
Il Battista e San Gerolamo
Santo Zaccaria e l'Angiolo.
Il Redentore fra gli Apostoli.
lobi —
POLIDORO DA LANCIANO
DETTO POLIDORO LANZANI.
Notizie.
I5X5 — Nasce in Lanciano Polidoro di Renzo di Paolo. L’anno
di nascita si ricava dall’atto di morte. Quanto alla patria, si
credette prima che fosse Venezia, dove si svolse la sua atti-
vità; poi il Ludwig, pubblicando i pochi documenti che lo
riguardano, lo suppose nato a Lanzano presso Lodi in Lom-
bardia. Ma dal Gronau e poi dal Berenson è stato ormai ac-
certato che patria del pittore fu Lanciano d’Abruzzo, nella
cui chiesa pare si conservi ancora una sua pala. Lo di-
cono, del resto, alcuni antichi scrittori locali, cui nessuno
aveva posto attenzione: Jacopo Feella nelle sue Historiae
Axanenses, e un P. Polidoro, che in una dissertazione mano-
scritta: De Artibus Frentanorum, ricorda un «magister Rentius
axanensis pictor et opifex fictilium non vulgaris » che « filium
reliquit Polidorum pictorem clarissimum ».
1536, maggio 12 e, 1548, gennaio 15 — Polidoro è a Venezia,
testimonio a due testamenti.
1545 — Data del quadro dell’Accademia di Venezia, rappresen-
tante la Pentecoste.
1565, luglio 20, in Rialto — Polidoro da Lanciano, pittore, del
quondam messer Paolo, abitante nella contrada di S. Pan-
talone, ammalato, fa testamento. Lascia ogni suo avere a
Elena, sua moglie in seconde nozze, che deve aver cura dei
figli avuti insieme, di Gian Paolo, avuto dall’altra moglie, e
anche del figlio ch’essa ha avuto dal suo primo marito.
1565, luglio 21 — Atto di morte di « ser Polidoro depent©r
d’anni 50 ».
— I0Ó2 —
Polidoro Lanzani, detto Polidoro Veneziano,1 sembra abbia
subito qualche influsso raffaellesco, come si può notare nella
Sacra Famiglia della Galleria di Vienna (fig. 737), dove un an-
giolo, memore della Madonna di Francesco I, stende una corona
di rose sul capo della Vergine. Anche nella positura del Bambino
Fig- 737 — Hofmuseum di Vienna.
Polidoro Lanzani: Sacra Famiglia e San Giovannino.
(Fot. Bruckmann).
sul grembo materno è forse una reminiscenza della Madonna del
Velo ; e certo, nel San Giovannino, che, stretto alla croce, si torce
per volgersi a Gesù, si possono vedere i caratteri del piccolo
Precursore, quali son disegnati dai raffaelleschi. La grandiosità
stessa di Giuseppe, vecchio filosofo, fa pensare a elementi della
scuola romana, passati però sotto il vaglio veneziano da un ti-
zianesco esordiente, che, pur guardando a Raffaello, guarda al
1 Cfr. su Polidoro: Ludwig cit. in Jahrb. d. pr. Ksts.; Gronau(G.), in Repertorium fùr Kun-
stwissenschaft: Ueber die Herkunft des Malers Polidoro Veneziano, XXXIII, 1910, pag. 545;
Berenson (B.) Opere di Polidoro, in Rassegna d'arte degli Abruzzi e Molise, i9r2, pag. 34.
Fig. 738 — R. Galleria di Venezia.
Polidoro Lanzani: Vergine col Bambino e San Giovannino.
(Fot. Anderson).
gian maestro e donno dell’arte veneta; ne prende i colori sma-
glianti, e li serba nel loro fulgore, senza le originarie trasparenze,
senza la morbidezza o la tenerezza magistrale. Tutto resta
indurito, contornato, grosso.
Anche in un quadro della R. Galleria di Venezia (fig. 738),
come in un altro del Museo di Budapest (fìg. 739), resta presente
Fig* 739 — Museo Nazionale di Belle Arti, a Budapest.
Polidoro Lanzani: Madonna e San Ludovico di Tolosa.
a Polidoro il modello raffaellesco della Madonna del Velo, ma,
volendo aggiungere nel primo dipinto San Giovannino che bacia
un piede di Gesù, sembra gli faccia prendere un calcio sul mento.
Questo dimostra come tornasse a fatica ogni movimento delle
figure al pittore, che si scioglie poi alquanto, nel progressivo
studio degli esempi di Tiziano, come si vede nella Madonna
adorante il Bambino e San Giovannino del Museo Civico di Ve-
rona (fig. 740). Qui è più unito il gruppo della Madre e di Gesù,
isolato invece San Giovannino che conduce l’agnello. La com-
posizione, immersa nel paese, ha preso freschezza; e il sole pun-
teggia il vello deiragnellino, i riccioli del piccolo Precursore;
avviva il bianco della veste di Gesù; dà lucentezza di raso alla
Fig. 740 — Museo di Castelvecchio, a Verona.
Polidoro Lanzani: La Vergine col Bimbo e San Giovannino.
(Fot. Brogi).
veste e alle carni della Vergine e sfavilla nel piano ombrato
dalle nubi orlate di sole.
* * *
Ma quella fu un’eccezione, perchè, fuor della vista di Tiziano,
tornò alle sue fatiche, alle sue durezze, come nella Cena in casa
del Fariseo (fìg. 741), dove le figure, sulla nuda parete di tela
grezza, si disegnano contornate di nero. E sempre molto impac-
ciato, Polidoro, a presentare i suoi personaggi: Cristo sta seduto,
e par voglia alzarsi, mentre la tovaglia, a chiarirne le mosse, si
— io66 —
raccoglie e si ritira a destra; il Fariseo, vecchio turco, si stringe
con la sinistra ai due capi di una sciarpa, e fa passare la destra
dentro la sciarpa stessa; così l’oste s’attacca con la sinistra ai due
capi di uno sciarpone; e un giovane a mensa, che discorre con un
vecchio, poggia la sinistra al braccio destro, e la destra così vin-
colata solleva e apre a stento per discorrere col suo più gestico-
lante compagno. Insomma, questo pittore sa dir poco, e, fuor di
Fig. 741 — Accademia di Belle Arti di Vienna.
Polidoro Lanzani: La Cena in casa del Fariseo.
qualche figuretta, il piccolo camillo, l’oste e la giovane locan-
diera, con qualche sincerità di rappresentazione, tutto è grosso-
lano e duro, in una densa pasta di colore.
Quelle hgurette ricavate dalla vita contemporanea, qui si
staccano dalla composizione evangelica, e in altri casi la formano
intera, come nei due quadri dell’Accademia di Vienna (fig. 742):
uno con due dame e i loro amanti ad un convito tra le siepi, con
un bambino che dorme sulla nuda terra, due donne che si bagnano
nel lago vicino, una che ne è uscita, e si acconcia la chioma. Nelle
Fig. 742 — Accademia di Belle Arti di Vienna.
Polidoro Lanzani: Convito e donne bagnanti.
(Fot. Wolfrum).
Fig. 743 — Accademia di Belle Arti di Vienna.
Polidoro Lanzani: Ritrovamento di Mosè.
(Fot. Wolfrum).
io68 —
figure intorno alla mensa si vede un Bonifacio indurito, con le
forme tagliate sul verde delle siepi; e solo nel fondo, col riflesso
delle nubi sui piani, è una qualche sensitività paesistica.
Nelhaltro quadro dell’Accademia di Belle Arti a Vienna, rap-
presentante il Ritrovamento di Mosè (fig. 743), il pittore fa del
suo meglio: 1 le sue cognizioni importate a Venezia si sono quasi
del tutto disperse nello sfolgorìo pittorico veneziano. Sul paese,
con dominio di azzurro e di giallo marrone, con frastagli ed effetti
1 Catalogo delle opere di Polidoro:
Baltimora, Collezione E. Walkers: Sacra Conversazione.
Bologna, San Petronio: Madonna e fanciulli.
Boston, Collezione Bruen Perkins: Madonna e San Girolamo.
Budapest, Museo Nazionale di Belle Arti: Madonna adorante il Bambino e San Ludovico di
Tolosa.
Cambridge (U. S. A.), Museo Fogg: Madonna col Bambino e San Girolamo.
Cassel, Galleria: Sacra Famiglia con Santa Caterina e un adoratore (n. 492).
Cleveland (U. S. A.), Collezione Holden: Morte della Vergine.
Dresda, Galleria Statale: Sposalizio di Santa Caterina.
Sacra Famiglia, Santa Maria Maddalena, un patrizio veneziano.
Frome (Inghilterra), Nells Park, Collezione S. Horner: La Vergine e San Girolgmo.
Lanciano, Duomo: Madonna con un Evangelista e San Nicola.
Linlathen, Collezione Erskine: Madonna e Santa Caterina.
Londra, Collezione Brinsley Marlay: Madonna leggente.
Malmesburg, Collezione del Conte di Suflolk: Copia della Madonna e Santi di Tiziano al
Louvre.
Milano, Museo nel Castello Sforzesco: Adorazione dei Pastori (n. 18).
Murano, Museo: Madonna e San Giovannino.
Newbattle (Scozia), Marchese di Lothian: Madonna col Bambino dormiente.
Posen, Collezione Raczynski: San Nicola che presenta sei fanciulli alla Vergine.
Roma, Galleria Borghese: Sacra Conversazione.
Torino, Accademia Albertina: La Vergine adorata da San Nicola (n. 137).
Venezia, R. Galleria: Madonna col Bambino, Angiolo e Giovannino (n. 312).
— — Pentecoste (anno 1545), al n. 323.
Verona, Museo di Castelvecchio: Madonna col Bambino e San Giovanni.
— — Lavanda dei piedi (n. 250).
Gesù in trono con Santi e Angioli (n. 391).
Vicenza, Pinacoteca: Sacra Famiglia.
Vienna, Museo storico-artistico: Cristo e Maddalena.
Cena in casa del Fariseo.
— — Madonna col Bambino e San Giovannino.
Sacra Famiglia e un angiolo che incorona Maria.
— Accademia di Belle Arti: Ritrovamento di Mosè.
— — Convito e donne al bagno.
Weimar, Galleria: Sacra Famiglia e donatore (n. 218I.
— 1069 —
panoramici alla fiamminga, risaltano, per l'intensa nota di co-
lore, il piccolo Mosè nella culla, la donna in veste verde oro,
maniche giallo rosate, casco di trecce di un fulgido biondo.
A questa ricchezza cromatica risponde la veste di velluto gra-
nato del vecchio signore che accompagna la figlia di Faraone,
la quale avanza sorpresa, e tiene una mano sulla spalla d’un
paggetto in veste grigio argento, d’intonazione e densità bas-
sanesca. Seguono tre figure, un giovane cavaliere e due dame,
una in fantastico costume rosso oro, con maniche di velluto
nero e oro. Tutto questo scintillìo di colori, vellutati e metal-
lici, ricorda il Romanino nella festa campestre, ove il giorgio-
nismo si rifugia tra le macchiette luminose dei suonatori. Con
quest’ultima eco dell’Eroe, nel cui nome il libro s’inizia, noi se-
gnamo la parola FINE.
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